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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Appalti: un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli delle tabelle ministeriali o dei contratti collettivi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa.Al comma 3, con una clausola generale valida per entrambe le ipotesi, stabilisce poi che la stazione appaltante può procedere in ogni caso alla valutazione della congruità di ogni altra offerta che in base ad elementi specifici appaia anormalmente bassa. L'esercizio di tale facoltà comporta, pertanto, l'apertura di un subprocedimento in contraddittorio con il concorrente che ha presentato l'offerta ritenuta a rischio di anomalia.La scelta dell'amministrazione di attivare il procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta è, tuttavia, ampiamente discrezionale e può essere sindacata, in conseguenza, davanti al giudice amministrativo solo in caso di macroscopica irragionevolezza o di decisivo errore di fatto.La giurisprudenza ha anche chiarito che le valutazioni sul punto devono essere compiute dall'Amministrazione in modo globale e sintetico, con riguardo alla serietà dell'offerta nel suo complesso e non con riferimento alle singole voci dell'offerta (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 2662 del 26 maggio 2015, Sezione V n. 2274 del 6 maggio 2015).Facendo applicazione di tali principi, il Consiglio di Stato Sez. III nella sentenza del 3.7.2015 n. 3329 ha ritenuto che nella vicenda in esame gli elementi di asserita criticità dell'offerta, indicati dall'appellante non sono sufficienti a manifestare una chiara illogicità nella scelta compiuta dall'Amministrazione intimata di ritenere attendibile e congrua l'offerta e di non procedere ad una specifica valutazione sulla sua possibile anomalia.In particolare il Consiglio di Stato ha evidenziato che non si può ritenere illegittima la scelta dell'Amministrazione di non sottoporre l'offerta alla verifica dell'anomalia in relazione all'asserita difformità dalle tabelle ministeriali di riferimento posto che la valutazione sulla serietà e congruità dell'offerta ha per oggetto l'offerta nel suo insieme e non riguarda i suoi singoli aspetti, e tenuto conto che la società, risultata aggiudicataria, aveva dato una chiara esposizione, anche nel dettaglio, dei costi per il personale che avrebbe sopportato per dare esecuzione all'appalto.Con riferimento poi al rispetto dei minimi stabiliti dalle tabelle ministeriali, si deve ricordare che l'art. 86, comma 3 bis, del Codice dei contratti pubblici prevede che "nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell'anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizi e di forniture, gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro e al costo relativo alla sicurezza, il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all'entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture" e che, ai fini di tale disposizione, "il costo del lavoro è determinato periodicamente, in apposite tabelle, dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sulla base dei valori economici previsti dalla contrattazione collettiva stipulata dai sindacati comparativamente più rappresentativi, delle norme in materia previdenziale ed assistenziale, dei diversi settori merceologici e delle differenti aree territoriali". Sul punto la giurisprudenza, anche di questa Sezione, ha ritenuto che i valori del costo del lavoro risultanti dalle tabelle ministeriali non costituiscono tuttavia un limite inderogabile, ma semplicemente un parametro di valutazione della congruità dell'offerta, con la conseguenza che l'eventuale scostamento da tali parametri delle relative voci di costo non legittima di per sè un giudizio di anomalia (cfr., fra le tante, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015, Sez. V, n. 3937 del 24 luglio 2014). Si è quindi affermato che devono considerarsi anormalmente basse le offerte che si discostino in modo evidente dai costi medi del lavoro indicati nelle tabelle predisposte dal Ministero del lavoro in base ai valori previsti dalla contrattazione collettiva, in quanto i costi medi costituiscono non parametri inderogabili ma indici del giudizio di adeguatezza dell'offerta, con la conseguenza che è ammissibile l'offerta che da essi si discosti, purchè lo scostamento non sia eccessivo e vengano salvaguardate le retribuzioni dei lavoratori, così come stabilito in sede di contrattazione collettiva. La Sezione ha peraltro di recente anche affermato che non possono non essere considerati, in sede di valutazione delle offerte, aspetti particolari che riguardano le diverse imprese, con la conseguenza che, ai fini di una valutazione sulla congruità dell'offerta, la stazione appaltante deve tenere conto anche delle possibili economie che le diverse singole imprese possono conseguire (anche con riferimento al costo del lavoro), nel rispetto delle disposizioni di legge e dei contratti collettivi (Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015 cit.). In applicazione di tali principi, un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli risultanti dalle tabelle ministeriali o dai contratti collettivi occorrendo, perché possa dubitarsi della sua congruità, che la discordanza sia considerevole e palesemente ingiustificata.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

 
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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più van ... Continua a leggere

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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Interdittiva antimafia: il mero rapporto di parentela con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effetti dell'inibitoria della costituzione di rapporti contrattuali e di sovvenzioni da parte di enti che utilizzano risorse pubbliche - si richiama la prevalente giurisprudenza a tenore della quale il mero rapporto di parentela, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione. Non può, infatti, configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, ed il condizionamento dell'impresa, che deponga nel senso di un'attività sintomaticamente connessa a logiche e ad interessi malavitosi (Cons. St., Sez. III, n. 96 del 10 gennaio 2013; n. 4995 del 5 settembre 2011; sez. VI, n. 5880 del 18 agosto 2010; n. 3664 del 23 luglio 2008; n. 3707 del 27 giugno 2007).Se è infatti vero, aggiunge il Collegio, che in base alle regole di comune esperienza il vincolo di parentela o di affinità può esporre il soggetto all'influsso dell'organizzazione, se non addirittura imporre (in determinati contesti) un coinvolgimento nella stessa, tuttavia l'attendibilità dell'interferenza dipende anche da una serie di circostanze ed ulteriori elementi indiziari che qualifichino, su un piano di attualità ed effettività, una immanente situazione di condizionamento e di contiguità con interessi malavitosi. Ad avviso del Collegio nessuno di siffatti elementi e circostanze si rinviene nell'atto impugnato che a sostegno della misura interdittiva, rinvia ob relationem al rapporto di polizia recante il solo elenco di incontri del cognato del ricorrente con soggetti malavitosi. In ogni caso l'applicazione automatica della misura interdittiva rappresenterebbe un irragionevole ostacolo al ripristino di un regime di vita lavorativa improntato al rispetto della legge nelle aree geografiche del Paese contraddistinte dalla forte presenza di organizzazioni criminali (Consiglio di Stato, sez. VI, n. 5866 del 25 novembre 2009).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

 
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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effe ... Continua a leggere

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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Dossier sanitario: in G.U. le Linee Guida del Garante Privacy

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 164 del 17.7.2015

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 164 del 17.7.2015 il provvedimento del 4.6.2015 del Garante per la Protezione dei dati personali recante "Linee guida in materia di Dossier sanitario".

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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Strumenti urbanistici generali o attuativi: la semplice vicinitas non è sufficiente a fondare l'interesse all'impugnativa

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 16.7.2015 n. 3579

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Secondo l'insegnamento della giurisprudenza in sede di impugnazione di strumenti urbanistici generali o attuativi -a differenza di quanto comunemente si afferma laddove sia contestato direttamente un titolo abilitativo all'edificazione- la semplice vicinitas (ossia la situazione di stabile collegamento esistente tra la proprietà del ricorrente e quella interessata dal provvedimento censurato) non è sufficiente a fondare l'interesse all'impugnativa, occorrendo che il ricorrente alleghi e dimostri anche l'esistenza di uno specifico e concreto pregiudizio derivantegli dagli atti impugnati ( cfr. tra le tante Sez. IV, 25.09.2014 n. 4816 ; 12.10.2010 n. 7439). E questo, per evitare che un'eccessiva dilatazione del concetto di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., con riferimento ai piani urbanistici, consenta l'impugnativa anche ai soggetti titolari di un interesse di mero fatto (cfr. tra le tante Sez. IV , 13.07.2010 n. 4545 ; 30.11.2010 n. 8365) .

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 16.7.2015 n. 3579

 
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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Abusi edilizi: non è invalidante l’indicazione nell’ordine di demolizione di un termine inferiore a quello di novanta giorni, ma è solo l’inutile decorrenza di quest’ultimo termine che consente gli effetti acquisitivi al patrimonio comunale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3555

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A norma del citato art. 31, comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001, l’inottemperanza all’ordine di demolizione comporta acquisizione gratuita al patrimonio comunale non solo del bene e della relativa area di sedime, ma anche di "quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive", purché l’area complessivamente acquisita non sia "superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita". È questo il principio sancito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 16.7.2015, n. 3555 nella quale il Collegio precisa altresì che "Non invalidante, inoltre, appare l’indicazione nell’ordine di demolizione di un termine (trenta giorni) inferiore a quello di novanta, previsto dallo stesso art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001: è solo l’inutile decorrenza di quest’ultimo termine, infatti, che consente gli effetti acquisitivi previsti dalla legge, mentre il primo ha carattere solo diffidatorio."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3555

 
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A norma del citato art. 31, comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001, l’inottemperanza all’ordine di demolizione comporta acquisizione gratuita al patrimonio comunale non solo del bene e della relativa area di sedime, ma anche di "quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizz ... Continua a leggere

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mercoledì 22 luglio 2015 09:47

Installazione e gestione dei distributori automatici: la concessione di servizi attraverso un contratto atipico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3571

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La questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato concerne una fattispecie contrattuale mista o atipica, in quanto implicante sia una concessione d’uso di spazio pubblico (sedi dell’Azienda regionale per il Diritto allo Studio Universitario), sia una concessione di servizi, che l’ente pubblico intende affidare a terzi, tramite installazione di distributori automatici di bevande e snack: servizi, quelli indicati, con evidenza diversi da quelli istituzionali dell’ente, ma riconducibili a utilità accessorie, per esigenze connesse alla continuità della presenza in sede del personale, nonché degli utenti del vero e proprio servizio pubblico universitario. La possibilità di ristoro alimentare all’interno delle strutture in questione costituisce, infatti, non solo un palese miglioramento delle condizioni materiali di lavoro dei dipendenti, ma anche una facilitazione materiale dell’offerta culturale a diretto vantaggio dei frequentatori (docenti e discenti) dell’ateneo. Un contratto atipico, espressione di autonomia negoziale, non è d’altra parte estraneo all’ambito dell’attività contrattuale di diritto privato, che l’Amministrazione è abilitata a svolgere, pur nell’osservanza delle regole procedurali pubblicistiche circa la formazione della volontà negoziale e l’individuazione del contraente, per rispettare i parametri di buon andamento e imparzialità di cui all’art. 97 della Costituzione. Il raggiungimento degli obiettivi di interesse pubblico perseguiti – anche attraverso esternalizzazione di alcuni servizi – non richiede quindi, necessariamente, il ricorso a forme contrattuali tipiche disciplinate dalla legge, ma può all’occorrenza essere modulato in termini particolari, eventualmente misti, benchè col minore possibile discostamento, rispetto ad anologhe fattispecie tipizzate e, comunque, nel rispetto dei concorrenti parametri legislativi (di natura mista, a titolo esemplificativo, sono stati ritenuti i contratti, rispondenti a criteri di housing sociale, nonché i contratti di sponsorizzazione: cfr., per il principio, Cons. Stato, Ad. plen., 30 gennaio 2014, n. 1; V, 1 luglio 2014, n. 4358; VI, 31 luglio 2013, n. 4034 e 12 novembre 2013, n. 5378). La prestazione, concernente l’installazione e la gestione dei distributori automatici di cui trattasi, è propriamente qualificabile come concessione di servizi, che si differenzia dall’appalto di servizi in quanto il corrispettivo della fornitura "consiste unicamente nel diritto di gestire i servizi, o in tale diritto accompagnato da un prezzo", ex art. 3, comma 12, del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18CE). L’art. 30 (Concessione di servizi) del medesimo Codice sottrae dette concessioni alle disposizioni riferite ai contratti pubblici, ma le assoggetta comunque – in armonia con quanto disposto nell’art. 27 (Principi relativi ai contratti esclusi) – al rispetto dei principi di "economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità", con residuale obbligo, pertanto, di procedure selettive che, anche attraverso una gara informale, assicurino il rispetto dei principi stessi......Con il quarto motivo di gravame, in particolare, si contesta la tipologia contrattuale prescelta dall’Amministrazione, poiché implicante "oggettiva confusione fra concessione in uso di spazi pubblici e appalto di servizi", con incertezza della normativa applicabile e alterazione della par condiciodei concorrenti a favore di quelli con maggiori disponibilità economiche: quanto sopra, a seguito della prevista corresponsione di un canone per l’installazione e la permanenza in loco dei distributori, senza miglioramento del servizio offerto e con indebito arricchimento dell’Amministrazione. Improprio, in primo luogo, appare il riferimento all’appalto, anziché alla concessione di servizi. Con quest’ultima una pubblica amministrazione trasferisce ad altro soggetto la gestione di un servizio, che la medesima potrebbe direttamente (ma non può o non intende) svolgere nei confronti di utenti terzi. Il concessionario – a differenza di quanto avviene nell’appalto di servizi (nell’ambito del quale l’Amministrazione riceve dal contraente una prestazione ad essa destinata, in cambio di un corrispettivo) – ottiene il proprio compenso non già dall’Amministrazione ma dall’esterno, ovvero dal pubblico che fruisce del servizio stesso, svolto dall’impresa con assetto organizzativo autonomo e con strumenti privatistici, come è usuale per i servizi alimentari, come quello in esame. Sul piano economico,, il rapporto complessivo è dunque trilaterale, poiché coinvolge l’Amministrazione concedente (che resta titolare della funzione trasferita), il concessionario e il pubblico. Il concessionario utilizza quanto ottiene in concessione (nel caso specie: il servizio con l’utilizzo di spazi interni alla sede dell’ente pubblico) a fini legittimi di lucro, assumendo - come richiede il diritto europeo - il rischio economico connesso alla gestione del servizio, svolto con mezzi propri; per godere delle risorse materiali appartenenti all’Amministrazione, il medesimo normalmente corrisponde un canone e non riceve dall’Amministrazione alcun corrispettivo. In conformità al già ricordato art. 30 del Codice dei contratti pubblici, infatti, «la controprestazione [dell’Amministrazione] a favore del concessionario consiste unicamente nel diritto [dato al concessionario] di gestire funzionalmente e di sfruttare economicamente [verso il pubblico] il servizio».Le prospettazioni dell’appellante non appaiono dunque condivisibili, in rapporto alla configurazione – già ritenuta ammissibile nell’ambito della presente pronuncia – del contratto da stipulare nel caso di specie come contratto misto, o atipico, avente i caratteri propri della concessione in uso di suolo pubblico e della concessione di servizi. Non si comprende d’altra parte (né comunque è stato dimostrato) perché la previsione di un canone – da considerare coperto dai ricavi del servizio stesso e non da corrispondere anticipatamente – avrebbe privilegiato le imprese con una situazione generale di maggiore liquidità: tutti i partecipanti alla gara si trovavano infatti in analoga posizione, in rapporto ai possibili ricavi e, per tutti, la disponibilità del bene pubblico costituiva pari chance di guadagno, con piena possibilità di valutare le condizioni previste dal bando all’atto della presentazione delle offerte. La par condicio da assicurare nelle procedure di gara, d’altra parte, si riferisce alle modalità dipartecipazione, non ai requisiti soggettivi o alle condizioni economiche di partenza dei concorrenti. Correttamente, peraltro, l’Amministrazione rileva come la previsione di un canone per l’occupazione dello spazio occupato dai distributori, con fruizione di energia elettrica, nonché dei servizi di pulizia e custodia dei locali interessati non solo non implicasse un indebito arricchimento dell’Amministrazione, ma assicurasse una corretta gestione di risorse pubbliche (da non dissipare né cedere gratuitamente in occasione di una gara), evitando al tempo stesso ingiustificati margini di utile per il gestore, a seguito dell’omessa copertura di parte dei costi del servizio. Infondato appare anche il quinto motivo di gravame, in cui si contestano l’assenza di copertura normativa per l’imposizione di un canoneconcessorio e l’entità eccessiva dell’importo al riguardo fissato. Una volta ammessa, infatti, la natura atipica del contratto e la sussistenza di une vera e propria concessione d’uso di spazi pubblici, il carattere oneroso di quest’ultima risponde ai principi generali, che configurano il canonecome corrispettivo per l’uso esclusivo o speciale di beni pubblici, con carattere discrezionale delle scelte per la relativa determinazione (cfr. in tal senso, per il principio, Cass., SS.UU. 12 ottobre 2011, n. 20939, 28 giugno 2006, n. 14864 e 25 gennaio 2007, n. 1613; Cons. Stato, V, 1 agosto 2007, n. 4270).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3571

 
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La questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato concerne una fattispecie contrattuale mista o atipica, in quanto implicante sia una concessione d’uso di spazio pubblico (sedi dell’Azienda regionale per il Diritto allo Studio Universitario), sia una concessione di servizi, che l’ente pubbli ... Continua a leggere

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mercoledì 1 luglio 2015 13:20

La nuova disciplina dei reati ambientali

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

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L'impatto emergenziale di un problema collettivo è notoriamente uno dei fattori, se non il principale elemento, che determina nella nostra tradizione politico-amministrativa, l'innovazione legislativa. In alcuni casi, la drammatizzazione delle criticità che attanagliano il Paese coincide con l'assunzione di consapevolezza, troppo spesso tardiva ma sempre provvidenziale, dell'esigenza di una puntuale ed organica riforma giuridica che sappia corrispondere, con ritrovato senso di responsabilità, alle impellenze del nostro tempo. Attesa da decenni da quanti non hanno mai smesso di denunciare il clamoroso horror vacui della normativa italiana in materia di tutela penale dell'ambiente, la legge 22 maggio 2015, n. 68 segna in questa prospettiva una svolta legislativa e culturale che va accolta, al di là di ogni ineludibile riserva di merito, con grande apprezzamento. In effetti, come è stato da ultimo eminentemente osservato, "mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. (...) Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c'è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia" (Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato Siì sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano, 24 maggio 2015, p. 42 s.). L'introduzione nel nostro ordinamento penale di una serie di fattispecie esplicitamente volte a tutelare il "bene giuridico" dell'ambiente muove proprio in questa direzione ed è destinata a colmare, per la prima volta, quel vuoto che sino ad oggi è stato, assai di frequente, impunemente riempito con condotte devastanti per bellezze naturali che appartengono all'umanità intera. La legge n. 68/2015 si compone di tre articoli con cui: a) viene inserito nel codice penale il titolo VI bis del libro secondo del codice penale, appositamente dedicato ai "delitti contro l'ambiente"; b) viene modificato il Codice dell'Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152), con la previsione di una specifica disciplina per l'estinzione degli illeciti amministrativi e penale in materia di tutela ambientale; c) viene operata una sostanziale novella dell'istituto della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche in caso di reati ambientali; d) vengono inasprite le sanzioni irrogabili previste per alcuni illeciti configurabili alla stregua della Convenzione sul commercio internazionali delle specie animali e vegetali in via di estinzione.Ecco nel dettaglio i nuovi "ecoreati" previsti dal legislatore: Art. 452-bis. (INQUINAMENTO AMBIENTALE). "Viene punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Quando l'inquinamento è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Per quanto siano già facilmente ravvisabili le molteplici difficoltà interpretative che si pongono sull'orizzonte applicativo di tale fattispecie, a causa degli evanescenti criteri di valutazione dei livelli "significativi e misurabili" di compromissione o deterioramento ambientale penalmente rilevante, non v'è dubbio che tale disposizione miri a perseguire con opportuna severità, i più gravi atti di inquinamento ambientale. Allo stesso modo, il presupposto oggettivo dell'abusività della condotta delittuosa, espressamente richiamato nella fattispecie in esame, non potrà che dar adito a divergenze giurisprudenziali che si deve sperare vengano rapidamente superate, anche attraverso il prevedibile intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte, per impedire il depotenziamento repressivo del precetto penale.Art. 452-ter. (MORTE O LESIONI COME CONSEGUENZA DEL DELITTO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE). - Se da una condotta di inquinamento ambientale deriva, quale conseguenza non voluta dal reo, una lesione personale, ad eccezione delle ipotesi in cui la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni; se ne deriva una lesione grave, la pena della reclusione da tre a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva la morte, la pena della reclusione da cinque a dieci anni. Nel caso di morte di più persone, di lesioni di più persone, ovvero di morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l'ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, ma la pena della reclusione non può superare gli anni venti. Art. 452-quater. (DISASTRO AMBIENTALE). - Fuori dai casi previsti dall'articolo 434 c.p. (crollo di costruzioni ed altri disastri dolosi), chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l'alterazione irreversibile dell'equilibrio di un ecosistema; 2) l'alterazione dell'equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Art. 452-quinquies. (DELITTI COLPOSI CONTRO L'AMBIENTE). " Se taluno dei fatti di inquinamento e disastro ambientale risulta commesso per colpa, le pene previste per le fattispecie dolose sono diminuite da un terzo a due terzi. Se dalla commissione di fatti colposi deriva il mero pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo. Art. 452-sexies. (TRAFFICO E ABBANDONO DI MATERIALE AD ALTA RADIOATTIVITA"). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività. Tale pena è aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l'incolumità delle persone, la pena è aumentata fino alla metà. Art. 452-septies. (IMPEDIMENTO DEL CONTROLLO). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, negando l'accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l'attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Art. 452-octies. (CIRCOSTANZE AGGRAVANTI). - Quando un'associazione a delinquere è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dall'art. 416 c.p. sono aumentate. Quando l'associazione mafiosa è finalizzata a commettere taluno dei delitti contro l'ambiente ovvero all'acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo articolo 416-bis c.p. sono aumentate. Le suddette pene previste per gli appartenenti ad associazioni criminose dedite all'inquinamento ambientale sono aumentate da un terzo alla metà se dell'associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale. Art. 452-novies. (AGGRAVANTE AMBIENTALE). - Quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti contro l'ambiente, dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. Codice dell'Ambiente), o da altra disposizione di legge posta a tutela dell'ambiente, ovvero se dalla commissione del fatto deriva la violazione di una o più norme previste dal citato decreto legislativo n. 152 del 2006 o da altra legge che tutela l'ambiente, la pena nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà e nel secondo caso è aumentata di un terzo. In ogni caso il reato è procedibile d'ufficio. Art. 452-decies. (RAVVEDIMENTO OPEROSO). - Le pene previste per i delitti contro l'ambiente, per il delitto di associazione per delinquere di cui all'articolo 416 aggravato ai sensi dell'articolo 452-octies c.p., nonchè per il delitto di cui all'articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di colui che si adopera per evitare che l'attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi, e diminuite da un terzo alla metà nei confronti di colui che aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto, nell'individuazione degli autori o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti. Ove il giudice, su richiesta dell'imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado disponga la sospensione del procedimento per un tempo congruo, comunque non superiore a due anni e prorogabile per un periodo massimo di un ulteriore anno, al fine di consentire le attività di messa in sicurezza, bonifica e ripristino dello stato dei luoghi in corso di esecuzione, il corso della prescrizione è sospeso. Art. 452-undecies. (CONFISCA). - Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, per i delitti previsti dagli articoli 452-bis, 452-quater, 452-sexies, 452-septies e 452-octies del codice penale, è sempre ordinata la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando, a seguito di condanna per uno dei delitti contro l'ambiente, sia stata disposta la confisca di beni ed essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca. I beni confiscati o i loro eventuali proventi sono messi nella disponibilità della pubblica amministrazione competente e vincolati all'uso per la bonifica dei luoghi. L'istituto della confisca non trova applicazione nell'ipotesi in cui l'imputato abbia efficacemente provveduto alla messa in sicurezza e, ove necessario, alle attività di bonifica e di ripristino dello stato dei luoghi. Art. 452-duodecies. (RIPRISTINO DELLO STATO DEI LUOGHI). - Quando pronuncia sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti per taluno dei delitti contro l'ambiente, il giudice ordina il recupero e, ove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi, ponendone l'esecuzione a carico del condannato e delle persone giuridiche civilmente responsabili per il reato commesso dal loro rappresentante o dipendente. Art. 452-terdecies. (OMESSA BONIFICA). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un'autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 20.000 a euro 80.000. La legge n. 68/2015 dispone, inoltre, la pena accessoria dell'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione, a carico di chi si rende responsabile dei più allarmanti reati ambientali (art. 1, comma 5, legge n. 68/2015).Di estremo rilievo è anche l'aumento dei termini di prescrizione in materia di ecoreati che vengono raddoppiati, ai sensi dell'art. 1, comma 6, legge n. 68/2015, rispetto a quelli ordinariamente previsti dall'art. 157, comma 6, c.p..Al pubblico ministero che procede per i più gravi reati ambientali viene imposto dal nuovo articolo 118 bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, così come novellato dall'art. 1, comma 7, legge n. 68/2015, di segnalare l'indagine in corso al procuratore generale presso la Corte d'Appello ed all'Agenzia delle Entrate. L'art. 1, comma 8, della legge n. 68/2015 interviene incisivamente anche sul D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, ampliando il catalogo di condotte delittuose che costituiscono il presupposto della "responsabilità amministrativa derivante da reato delle persone giuridiche". Vengono così previste, anche a carico degli enti, severe sanzioni amministrative laddove i delitti contro l'ambiente vengano perpetrati a vantaggio dell'impresa. L'art. 1, comma 9, della legge n. 68/2015 introduce nel Codice dell'Ambiente una nuova disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale, prevedendo un inedito procedimento per l'estinzione delle contravvenzioni collegato all'adempimento da parte del responsabile della violazione sia di una serie di prescrizioni che del pagamento di una somma di denaro. Tale opportunità è limitata, tuttavia, a norma del nuovo art. 318 bis del Codice dell'Ambiente, alle sole violazioni che non abbiano cagionato nè danno nè pericolo concreto e attuale di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette. Di grande significato è, infine, l'innalzamento delle sanzioni previste dall'art. 2 della legge n. 68/2015 a carico di chi detiene o commercializza specie animali o vegetali in via di estinzione, nonchè esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute o l'incolumità pubblica.

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

 
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