News 18 Giugno 2014 - Area Tecnica


NORMATIVA

Scia e permesso di costruire: moduli unificati e semplificati per l’edilizia

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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini. Non verrà più chiesta la documentazione che l'amministrazione ha già. Basterà una semplice autocertificazione o l'indicazione degli elementi che consentono all'amministrazione di reperire la documentazione. Invece degli oltre 8000 moduli, sinora in uso, un solo modulo che, dove necessario, potrà essere adeguato alle specificità della normativa regionale. Il modello unificato agevolerà l'informatizzazione delle procedure e la trasparenza per cittadini e imprese. È solo un primo passo che dà attuazione all'accordo tra Governo, Regioni e Comuni per la riforma della PA e la semplificazione. Proseguirà l'impegno per: 1. verificare l'effettiva diffusione del modulo: il risultato non è raggiunto fino a quando non è percepito da imprese e cittadini; 2. adottare gli altri moduli per l'edilizia, l'ambiente e l'avvio delle attività produttive; proseguire con la semplificazione delle procedure connesse alle attività edilizie. Per scaricare i moduli cliccare su "Accedi al Provvedimento".

 
Note Legali
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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini ... Continua a leggere

 
GIURISPRUDENZA

Asservimento di un fondo: nel caso di realizzazione di un manufatto edilizio la cui volumetria va calcolata sulla base anche di un'area ‘asservita’, ai fini edificatori deve essere considerata l'intera estensione con l'effetto che l'area asservita non è più edificabile anche se è stata oggetto di frazionamento o di alienazione separata dalle aree su cui insistono i manufatti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.6.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha evidenziato in primo luogo l'irrilevanza dell’epoca di realizzazione del preesistente manufatto, considerato che l'asservimento dà luogo ad un rapporto pertinenziale che ha natura permanente, indipendentemente da quando esso si è verificato (Cons. Stato, adunanza plenaria 23 aprile 2009, n. 3; Consiglio di Stato, sez. V, 26 settembre 2013, n. 4757), a nulla valendo che, all’epoca di realizzazione del manufatto preesistente, non sussistesse ancora alcuna pianificazione urbanistica, ovvero un atto di volontà espresso o tacito che avesse posto a disposizione della costruzione di esso una zona di territorio. La quantità di asservimento del terreno rimasto libero va infatti calcolata sulla base degli indici vigenti al momento del rilascio dell’ulteriore titolo edilizio, perché i limiti entro i quali un'area può essere edificata si riferiscono non all'edificazione ulteriore rispetto a quella esistente al momento dell'approvazione, ma all'edificazione complessivamente realizzabile sull'area; se così non fosse, si verificherebbe l'effetto perverso di consentire l'edificabilità di aree già impegnate da preesistenze, in contrasto con gli indici del piano urbanistico in vigore. Quindi l'asservimento di un fondo, in caso di edificazione, costituisce una qualità oggettiva dello stesso, che continua a seguirlo anche nei successivi trasferimenti a qualsiasi titolo posti in essere in epoca successiva (Consiglio Stato, sez. V, 30 marzo 1998, n. 387; sez. IV, 06 luglio 2010, n. 4333) ed il vincolo creato dall'asservimento per sua natura permane sul fondo ‘servente’ (nel senso che per il calcolo della sua edificabilità vanno computati i volumi comunque esistenti) a tempo indeterminato, pena la completa vanificazione delle previsioni urbanistiche (che ad un tempo complessivamente rilevano i volumi preesistenti e delimitano quelli che ad essi si possono aggiungere).. Quanto alla rilevanza della unicità o meno della proprietà del fondo su cui preesiste il manufatto, va osservato che, anche quando un'area edificabile venga successivamente frazionata in più parti tra vari proprietari, la volumetria disponibile ai sensi della normativa urbanistica nell'intera area permane invariata, con la conseguenza che, nell'ipotesi in cui sia stata già realizzata sul fondo originario una costruzione, i proprietari dei vari terreni, in cui detto fondo è stato frazionato, hanno a disposizione solo la volumetria che eventualmente residua tenuto conto dell'originaria costruzione. Pertanto, sia la vendita di una parte dell'originario unico fondo, così come il frazionamento di esso da parte dell'originario unico proprietario e la mancanza di specifici negozi giuridici privati diretti all'asservimento (o alla cessione di cubatura), sono irrilevanti ai fini dell'edificabilità delle aree libere, che – pur in assenza di titoli formali - devono comunque intendersi asservite alle costruzioni già realizzate ed a quelle assentite al momento del frazionamento, e cioè risultano edificabili solo entro l’eventuale surplus che deriva dal computo delle preesistenti volumetrie comunque realizzate. Pertanto, nel caso di realizzazione di un manufatto edilizio la cui volumetria va calcolata sulla base anche di un'area ‘asservita’, ai fini edificatori deve essere considerata l'intera estensione interessata (nella specie il comparto edificatorio unitariamente considerato), con l'effetto che l'area asservita non è più edificabile anche se è stata oggetto di frazionamento o di alienazione separata dalle aree su cui insistono i manufatti (Consiglio di Stato, sez. IV, 6 maggio 2013, n. 2442). In definitiva, gli effetti derivanti dalla conformazione urbanistica (poiché i criteri legali di computo della volumetria, integrano una qualità oggettiva del terreno) hanno carattere definitivo ed irrevocabile ed evidenziano la già avvenuta utilizzazione delle potenzialità edificatorie dell'area asservita, con permanente dovere di tener conto di tale computo da parte di chiunque ne sia il proprietario (Cass. pen., sez. III, 21177/2009).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.6.2014

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha evidenziato in primo luogo l'irrilevanza dell’epoca di realizzazione del preesistente manufatto, considerato che l'asservimento dà luogo ad un rapporto pertinenziale che ha natura permanente, indipendentemente da quando esso si è v ... Continua a leggere

 

Edilizia: il rilascio di una variante ‘non essenziale’ non è idonea a riaprire i termini per impugnare la concessione originaria mentre lo è quella ‘essenziale’ che va qualificata come nuova concessione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.6.2014

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Le varianti in senso proprio sono quelle che si riferiscono a modifiche quantitative e qualitative di limitata consistenza e di scarso rilievo rispetto al progetto originario e si distinguono da quelle che, pur chiamate varianti nel linguaggio usuale del termine, tali non possono essere considerateperché richiedono la realizzazione di un "quid novi" (da valutarsi con riferimento alle evidenze progettuali quali la superficie coperta, il perimetro, il numero dei piani, la volumetria, le distanze dalle proprietà vicine, nonché le caratteristiche funzionali e strutturali del fabbricato complessivamente inteso): in questa seconda categoria vanno ricondotte le varianti così dette improprie o essenziali, che si configurano come nuove concessioni, che in quanto tali sono provvedimenti autoritativi autonomamente lesive, suscettibili di autonoma e specifica impugnativa giurisdizionale. Secondo un univoco indirizzo giurisprudenziale il rilascio di una variante ‘non essenziale’ non è idonea a riaprire i termini per impugnare la concessione originaria (Cons. St., sez. V, 24 settembre 2003, n. 5452, e 27 aprile 2006, n. 2363), mentre lo è quella ‘essenziale’, che consente la realizzazione di un "quid novi" e, quindi, va qualificata come ‘nuova’ concessione (Cons. St., sez. V, 7 luglio 1987, n. 463). Ovviamente il rilascio della variante alla concessione edilizia originaria non è idonea a determinare la riapertura del termine per la impugnazione della concessione edilizia originaria (Cons. St., sez. V, 2 aprile 2001, n.1898) allorché i vizi dedotti siano ascrivibili alla concessione originaria. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.6.2014

 
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Sottotetti o mansarde: l'indice rilevatore dell'intenzione di rendere abitabile un sottotetto e' la suddivisione in vani distinti e comunicanti con il piano sottostante con una scala interna o che il piano di copertura costituisca in realtà una mansarda in quanto dotato di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

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Sulla base della giurisprudenza, può ritenersi che possa costituire indice rivelatore dell'intenzione di rendere abitabile in via permanente un locale sottotetto il fatto che questo sia suddiviso in vani distinti e comunicanti con il piano sottostante mediante una scala interna o che il piano di copertura, impropriamente definito sottotetto, costituisca in realtà una mansarda in quanto dotato di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda (cfr. esemplificativamente, Consiglio di Stato, sez. IV, 7 febbraio 2011 n. 812). Né a conclusione contraria può indurre la circostanza che (ricorrente nella specie), alcune delle finestre poste in detto locale siano state tamponate in modo da contenere il rapporto di aero-illuminazione al di sotto dei parametri previsti dal regolamento edilizio per i locali abitabili; e ciò in quanto la tamponatura delle finestre è un’operazione in sé talmente semplice, reversibile e surrettizia da non privare l’ambiente della sua intrinseca qualità abitativa; e quindi non può considerarsi volume tecnico un locale con requisiti di abitabilità, reso non abitabile con una semplice operazione di tamponamento delle finestre (così, Cons. St., sez. IV, 7 febbraio 2011 n. 812). In altre parole, quando una costruzione abbia già raggiunto o sia poco al di sotto dell’altezza massima consentita a un edificio, non è consentita una qualificazione negativa (nel senso che non si computa a fini di altezza) del sottotetto, che, per le caratteristiche di sostanziale identità con quelle delle abitazioni sottostanti, si traduca in un sostanziale innalzamento dell’edificio assentito in elusione della stessa normativa invocata sull’utilizzazione dei sottotetti per finalità abitative non stabili. Infatti la ratio della norma che vieta il superamento dei limiti di altezza previsti dagli strumenti urbanistici è senza dubbio quella di evitare che attraverso il recupero abitativo dei sottotetti esistenti vengano nei fatti eluse o violate le prescrizioni urbanistiche vincolanti in tema di altezza massima di edifici. In presenza di univoci elementi che denotano l’intenzione di rendere abitabile il locale, perde di rilevanza il fatto che siano stati adottati accorgimenti surrettizi (quali la tamponatura di alcune finestre) finalizzati a rendere i rapporti di aero-illuminazione inferiori rispetto ai parametri previsti dalla normativa edilizia vigente. Allo stesso modo, con riferimento alle altezze, quando un ambiente possiede nel suo complesso caratteristiche oggettive, tali da renderlo idoneo ad ospitare stabilmente la vita domestica, al fine di escludere la volontà del privato di destinarlo a funzione abitativa, non si può addurre la circostanza che la sua altezza sia di poco inferiore rispetto a quella prescritta dal regolamento edilizio per i vani abitabili. Anche in questo caso, come nel precedente, si deve ritenere che tale caratteristica, lungi dal dimostrare un differente intento del costruttore, costituisca elemento ulteriormente ostativo all’assentibilità dell’intervento.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

 
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Sulla base della giurisprudenza, può ritenersi che possa costituire indice rivelatore dell'intenzione di rendere abitabile in via permanente un locale sottotetto il fatto che questo sia suddiviso in vani distinti e comunicanti con il piano sottostante mediante una scala interna o che il piano di co ... Continua a leggere

 

Condono edilizio: le valutazioni espresse dalle Soprintendenze del Ministero per i beni e le attività culturali costituiscono valutazioni tecniche, censurabili solo in caso di palese irragionevolezza, illogicità, ovvero siano il frutto di errori di fatto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

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L’art. 32, co. 27 d.l. 30 settembre 2003 n. 269, conv. in l. 24 novembre 2003 n. 326, recante disposizioni in tema di cd. condono edilizio, prevede, in particolare, che sono opere comunque non suscettibili di sanatoria quelle che (lett. e), "siano state realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi degli articoli 6 e 7 del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490". Tali articoli dell’(allora vigente) Testo Unico delle disposizioni in materia di beni culturali e ambientali sono quelli che riportano, nell’ambito del citato Testi Unico, le disposizioni di imposizione di vincolo e tutela di cui alla l. n. 1089/1939. Infatti, l’art. 2, co. 1, lett. a) – richiamato dall’art. 6 indicato dalla disposizione sul cd. condono edilizio sopra riportata – si riferisce alle "cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o demoetnoantropologico". Nel caso di specie, dunque, ricorre l’ipotesi di un immobile oggetto di vincolo storico-artistico, diretto e puntuale., in ordine al quale il citato art. 32, co. 27, lett. e) inibisce la possibilità di sanatoria. Diversa è l’ipotesi di un bene oggetto di vincoli a tutela degli interessi idrogeologici o delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali": infatti, per tali beni il medesimo art. 32, co.. 27, lett. d), impedisce la sanabilità delle opere solo se i vincoli siano stati "istituiti prima della esecuzione di dette opere". Allo stesso modo di quanto previsto dal citato art. 32, co. 27, lett. d), l’art. 3 l. reg. Lombardia 3 novembre 2004 n. 31, prevede: (comma 1) : "Nelle aree soggette a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, nonché dei beni ambientali e paesaggistici, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora il vincolo comporti inedificabilità assoluta e sia stato imposto prima dell’esecuzione delle opere". Tanto precisato, il Collegio ritiene che, nel caso di opere illecitamente realizzate su immobili oggetto, anche in epoca successiva all’abuso, di vincolo storico – artistico, quali opere "di interesse particolarmente rilevante", non possa farsi luogo a rilascio di concessione in sanatoria. In primo luogo, occorre osservare, in linea generale, che ciò che rileva è il regime giuridico del bene al momento di presentazione della domanda di sanatoria, prevista dalla legge per la condonabilità degli abusi. Ed infatti, sempre in linea generale, quale che sia il vincolo successivamente imposto, resta il fatto che il manufatto realizzato ex novo o l’intervento su manufatto preesistente costituiscono illecito, di modo che il vincolo sopravvenuto non costituisce una limitazione imposta ex post alle facoltà del proprietario, a suo tempo legittimamente esercitate, bensì condizione ostativa (ove non altrimenti previsto dalla legge) al rilascio di concessione in sanatoria. Ed infatti, proprio perché tale è il regime generale di operatività dei vincoli sopravvenuti, l’art. 32 d.l. n. 269/2000 ha espressamente precisato, con riguardo a determinate tipologie di vincoli (ed in tal modo inserendo una evidente disposizione di eccezione), che questi si oppongono alla sanabilità dell’opera, solo se imposti prima dell’abuso commesso. Ma tale previsione normativa – formulata per i tipi di vincolo indicati dalla lett. d) del comma 27, art. 32 – proprio perché non ripetuta per i diversi beni di cui alla successiva lett. e), tra i quali rientra quello oggetto del presente giudizio, esclude espressamente detti beni (e le opere sugli stessi illecitamente realizzate) dalla possibilità di condono edilizio. Ciò conferma ulteriormente che, in ordine ai beni "di interesse particolarmente rilevante", trova applicazione la regola generale che conferisce rilevanza al regime giuridico dei beni al momento di presentazione della domanda di condono.(....) Fermo quanto già affermato in relazione all’art. 32, co. 27, lett. e) d.l. n. 269/2003, occorre innanzi tutto ricordare che le valutazioni espresse dalle Soprintendenze del Ministero per i beni e le attività culturali costituiscono valutazioni tecniche, censurabili in sede di sindacato giurisdizionale di legittimità, solo allorchè esse presentino palese irragionevolezza, illogicità, ovvero siano il frutto di errori di fatto.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

 
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L’art. 32, co. 27 d.l. 30 settembre 2003 n. 269, conv. in l. 24 novembre 2003 n. 326, recante disposizioni in tema di cd. condono edilizio, prevede, in particolare, che sono opere comunque non suscettibili di sanatoria quelle che (lett. e), "siano state realizzate su immobili dichiarati monumento n ... Continua a leggere

 

Il Consiglio di Stato obbliga le imprese di distribuzione del gas a pagare il servizio di default

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 12.6.2014

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In capo all’impresa di distribuzione l’obbligo di gestire i rapporti con il cliente finale che sia rimasto privo, anche temporaneamente, di un fornitore di gas naturale. Venuto meno il contratto con l'utente finale, che però rimane allacciato e continua ad usufruire del servizio, le imprese devonopagare il servizio di default che regola tale indebito. E' questo il tema che è stato al centro dei contenziosi avviati da numerose imprese di distribuzione del gas che nella giornata di ieri hanno visto svanire la vittoria ottenuta innanzi al TAR contro l'Autorita per l'Energia ed il gas. La Sesta Sezione del Consiglio di Stato, infatti, con la sentenza depositata il 12 giugno ha ribaltato le decisioni assunte dal TAR Lombardia, Milano che aveva annullato la delibera dell'Autorità per l'Energia dichiarando illegittima l’istituzione del c.d. servizio di default come obbligo di servizio pubblico delle imprese di distribuzione del gas. Il servizio di default è un servizio complementare e sostitutivo al servizio di fornitura di ultima istanza, di carattere temporaneo, destinato ad operate quando nella gestione dei contratti di fornitura con i clienti finali si verificano, anche per periodi transitori, situazioni in cui il cliente resta privo del proprio venditore. In questi casi, il prelievo è effettuato direttamente dal cliente finale sine titulo, cioè indebitamente, perché rimasto allacciato alla rete di distribuzione, anche se privo di un fornitore. Il servizio di default, quindi, opera nei casi, residuali ed eccezionali, in cui non esiste più un titolo contrattuale che giustifichi i prelievi di gas da parte del cliente finale (non disalimentabile o non distaccato dallo stesso distributore) e il distributore ha, di fatto, come unica controparte della regolazione delle partite commerciali lo stesso cliente finale e non più il venditore. Pertanto il presupposto per l’operatività di tale servizio è la mancanza di un contratto di distribuzione (tra distributore e venditore, utente del servizio di distribuzione) e, congiuntamente, la mancanza di un contratto di fornitura (tra lo stesso venditore e il cliente finale) in base ai quali imputare i prelievi materialmente effettuati dal cliente finale. Di regola, in presenza di un contratto di distribuzione e di un contratto di fornitura per un medesimo punto del prelievo, è il venditore l’utente del servizio di distribuzione e, quindi, il centro di imputazione, sulla base del doppio rapporto contrattuale sia con il distributore, sia con il cliente finale, dei prelievi effettuati dalla rete di distribuzione da parte del cliente finale. Nel caso in cui, invece, il contratto di vendita con il cliente finale sia venuto meno (per morosità o per alti motivi) e, per quel medesimo punto di prelievo, sia stato risolto anche il contratto di distribuzione tra venditore e distributore non esiste più un titolo contrattuale che giustifichi, sia pure indirettamente tramite il venditore, i prelievi del cliente finale dalla rete di distribuzione, ma sussiste solo il rapporto derivante ex art. 2033 cod. civ., dai prelievi diretti dalla rete effettuati sine titulo dal cliente finale. Il servizio di default è quindi il servizio che regola proprio i rapporti di indebito che si instaurano, di fatto, tra distributore e cliente finale, che rimane allacciato alla rete e che continua ad usufruire del servizio. Il servizio in esame è stato introdotto dall’Autorità in attuazione dell’art. 7, comma 4, del d.l.vo 2011 n. 93. Tale disposizione stabilisce che in materia di "obblighi relativi al servizio pubblico e tutela dei consumatori", "l'Autorità per l'energia elettrica e il gas provvede affinché: … c) qualora un cliente finale connesso alla rete di distribuzione si trovi senza un fornitore di gas naturale e non sussistano i requisiti per l'attivazione del fornitore di ultima istanza, l'impresa di distribuzione territorialmente competente garantisca il bilanciamento della propria rete in relazione al prelievo presso tale punto per il periodo in cui non sia possibile la sua disalimentazione fisica, secondo modalità e condizioni definite dall'Autorità per l’energia elettrica e il gas che deve altresì garantire all'impresa di distribuzione una adeguata remunerazione dell'attività svolta e la copertura dei costi sostenuti". Secondo l’Autorità l’unica soluzione coerente con l’art. 7, comma 4 lett. c), del d.l.gs n. 93 del 2011 consiste nel porre in capo all’impresa di distribuzione l’obbligo di gestire i rapporti con il cliente finale che sia rimasto privo, anche temporaneamente, di un fornitore di gas naturale, qualora non sussistono i requisiti per l’attivazione del servizio di fornitura di ultima istanza, ovvero, pur sussistendo tali requisiti, sia impossibile l’attivazione del medesimo servizio di fornitura di ultima istanza. Sul piano regolatorio la soluzione è stata concretizzata introducendo, appunto, il servizio di default, di cui sono state gravate proprio le imprese di distribuzione, perché – si sostiene nella delibera n. 99/11 – il citato art. 7 comma 4 lett. c), nella sua letterale formulazione, riconduce il servizio in questione ad "un’attività di bilanciamento del punto di riconsegna […] svolta cioè nell’ambito della responsabilità dell’impresa di distribuzione di assicurare il dispacciamento nella propria rete, ai sensi dell’art. 16, comma 1, del decreto legislativo n. 164/00". Ad avviso del Consiglio di Stato, diversamente da quanto sostenuto dal T.a.r. l’imposizione del servizio di default alle imprese distributrici non determina alcuna violazione dei principi, comunitari e nazionali, di separazione tra attività di vendita e attività di distribuzione. Il servizio di default non può, infatti, essere qualificato come attività di vendita, essendo al contrario pienamente riconducibile al servizio di bilanciamento, di cui costituisce una fattispecie particolare. E’ al tal fine dirimente la considerazione che il distributore non vende energia al cliente finale (il quale non "compra" energia, ma effettua semplicemente prelievi indebiti in assenza di un contratto di fornitura), ma regola ex post i rapporti di indebito oggettivo sorti in seguito ai prelievi effettuati dal cliente rimasto allacciato alla rete di distribuzione. Del resto, il rischio tipico dell’attività di vendita, quello della morosità del cliente servito, non posto a carico dell’esercente, come dovrebbe essere se il servizio di default fosse davvero un’attività di vendita. Attravverso strumenti di socializzazione dei costi, infatti, il rischio di eventuale morosità dei clienti del default, è pressoché integralmente a carico della collettività. Conclude il Collegio rilevando, inoltre, come la legittimità della delibera che ha introdotto servizio di default trova, ulteriore conferma, diversamente da quanto ritenuto nelle sentenze appellate, nel sopravvenuto art. 7 del d.lgs. n. 93 del 2011. La norma prevede che "tutti i clienti hanno il diritto di essere riforniti di gas naturale da un fornitore", ove questi lo accetti, a prescindere dallo Stato membro in cui il fornitore è registrato, a condizione che il fornitore rispetti le norme applicabili in materia di scambi e bilanciamento e fatti salvi i requisiti in materia di sicurezza degli approvvigionamenti. Quindi, attribuisce all’A.E.E.G. (comma 4 lett. c) il compito di provvedere affinché "qualora un cliente finale connesso alla rete di distribuzione si trovi senza un fornitore di gas naturale e non sussistano i requisiti per l'attivazione del fornitore di ultima istanza, l'impresa di distribuzione territorialmente competente garantisca il bilanciamento della propria rete in relazione al prelievo presso tale punto per il periodo in cui non sia possibile la sua disalimentazione fisica, secondo modalità e condizioni definite dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas che deve altresì garantire all'impresa di distribuzione una adeguata remunerazione dell'attività svolta e la copertura dei costi sostenuti". La norma espressamente consente di imporre ai distributori un obbligo di servizio pubblico, connesso al servizio di bilanciamento della rete, che va adeguatamente remunerato. Come correttamente ritenuto dall’Autorità, deve ritenersi che l’adeguata remunerazione dell’attività svolta e la copertura dei costi sostenuti si riferisca ad un’attività che, pur rientrando nell’attività di bilanciamento, deve costituire un quid pluris, non coperto dalla remunerazione tariffaria in vigore. Tale quid pluris è costituito da tutte quelle attività accessorie, ma strumentali al bilanciamento, di fatturazione, approvvigionamento che sono necessarie al distributore per potere effettuare la regolazione delle partite dei punti di prelievo cui sono allacciati i clienti finali, rimasti privi di fornitore e per i quali non è possibile attivare la fornitura di ultima istanza. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 12.6.2014

 
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In capo all’impresa di distribuzione l’obbligo di gestire i rapporti con il cliente finale che sia rimasto privo, anche temporaneamente, di un fornitore di gas naturale. Venuto meno il contratto con l'utente finale, che però rimane allacciato e continua ad usufruire del servizio, le imprese devono ... Continua a leggere

 

Procedimento di verifica di anomalia: la mancata o anche la sola tardiva produzione delle giustificazioni dell’offerta e degli eventuali chiarimenti (ex art. 88 del D. Lgs. n. 163 del 2006) non può comportare l’automatica esclusione dell’offerta sospettata di anomalia, essendo in ogni caso l’amministrazione appaltante obbligata alla sua valutazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 11.6.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata in data odierna ha confermato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui il procedimento di verifica di anomalia è avulso da ogni formalismo, essendo improntato alla massima collaborazione tra l’amministrazione appaltante e l’offerente, quale mezzo indispensabile per l’effettiva instaurazione del contraddittorio ed il concreto apprezzamento dell’adeguatezza dell’offerta. Invero il procedimento di verifica dell’anomalia non ha carattere sanzionatorio (al fine di eliminare l’offerta sospettata di anomalia) e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica, mirando piuttosto ad accertare se in concreto l'offerta, nel suo complesso, sia attendibile ed affidabile in relazione alla corretta esecuzione dell'appalto: esso è pertanto finalizzato a garantire e tutelare l’interesse pubblico concretamente perseguito dall’amministrazione attraverso la procedura di gara per la effettiva scelta del miglior contraente possibile ai fini dell’esecuzione dell’appalto (ex multis, C.d.S., sez. III, 14 dicembre 2012, n. 6442; sez. IV, 30 maggio 2013, n. 2956; sez. V, 18 febbraio 2013, n. 973, 15 aprile 2013, n. 2063), ponendosi l’esclusione dalla gara dell’offerente per l’anomalia della sua offerta soltanto come effetto della valutazione (operata dall’amministrazione appaltante) di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere. In tal senso la giurisprudenza ha ripetutamente sottolineato come il corretto svolgimento del procedimento di verifica presupponga l’effettività del contraddittorio (tra amministrazione appaltante ed offerente), di cui costituiscono necessari corollari l’assenza di preclusioni alla presentazione di giustificazioni ancorate al momento della scadenza del termine di presentazione delle offerte; la immodificabilità dell'offerta, ma la sicura modificabilità delle giustificazioni, nonché l’ammissibilità di giustificazioni sopravvenute e di compensazioni tra sottostime e sovrastime, purché l'offerta risulti nel suo complesso affidabile al momento dell'aggiudicazione e a tale momento dia garanzia di una seria esecuzione del contratto (ex pluribus, C.d.S., sez. IV, 22 marzo 2013, n. 1633; 23 luglio 2012, n. 4206; sez. V, 20 febbraio 2012, n. 875; sez. VI, 24 agosto 2011, n. 4801; 21 maggio 2009, n. 3146). In applicazione di tali consolidati principi deve innanzitutto escludersi che la mancata ovvero anche la sola tardiva produzione delle giustificazioni dell’offerta e degli eventuali chiarimenti (ex art. 88 del D. Lgs. n. 163 del 2006) potesse comportare l’automatica esclusione dell’offerta sospettata di anomalia, essendo in ogni caso l’amministrazione appaltante obbligata alla valutazione della stessa, ovviamente sulla sola scorta della documentazione posseduta, ai fini di accertarne la idoneità e l’adeguatezza ai fini della corretta esecuzione dell’appalto. D’altra parte, sotto altro profilo, deve poi condividersi la tesi dei primi giudici circa la irrilevanza della pretesa violazione dei ricordati termini del sub - procedimento di verifica dell’anomalia dell’offerta, ciò sia in ragione della delineata finalità cui esso tende, sia in ragione del fatto che i termini indicati nell’invocato art. 88 del D. Lgs. n. 163 del 2006 (rispettivamente di quindici giorni per la presentazione delle giustificazioni e di cinque giorni per fornire le precisazioni o i chiarimenti richiesti) non sono perentori, quanto piuttosto sollecitatori (come si ricava dalla stessa formulazione letterale della disposizione), avendo lo scopo di contemperare gli interessi dell’offerte a giustificare l’offerta e quelli dell’amministrazione alla rapida conclusione del procedimento di gara). La funzione essenziale del sub - procedimento di verifica dell’anomalia, come già rilevato, è di apprezzare l’idoneità e l’adeguatezza dell’offerta (sospettata di anomalia) ai fini della corretta esecuzione dell’appalto, funzione che può realizzarsi solo con il pieno contraddittorio, unico presupposto la cui violazione può inficiare la successiva valutazione dell’offerta da parte dell’amministrazione appaltante. Ciò senza contare che, a tutto voler concedere, una questione di tardività nella produzione della documentazione e dei chiarimenti richiesti dall’amministrazione a conforto delle giustificazioni dell’offerta presentata dall’aggiudicataria provvisoria si potrebbe porre in realtà soltanto con riferimento a quanto prodotto dall’aggiudicataria con la nota del 29 ottobre 2012 (laddove tutte le precedenti produzioni, come sottolineato dai primi giudici, risultano essere rispettose dei termini previsti dalla legge o assegnati dall’amministrazione), tardività che, come già evidenziato, non sussiste, essendo decisiva ai fini della legittimità del procedimento (di acquisizione della documentazione a giustificazione e a chiarimento dell’offerta presentata) che detta documentazione sia pervenuta prima dell’attività valutativa dell’amministrazione appaltante (o della commissione a tal fine preposta).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 11.6.2014

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata in data odierna ha confermato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui il procedimento di verifica di anomalia è avulso da ogni formalismo, essendo improntato alla massima collaborazione tra l’amministrazione appaltant ... Continua a leggere

 
 
 
 
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