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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Appalti Pubblici: il risarcimento del danno si prescrive nel termine di cinque anni dal passaggio in giudicato della sentenza di annullamento dell'aggiudicazione

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Secondo la più recente giurisprudenza "in materia di gare d'appalto, il dies a quo del termine di prescrizione quinquennale delle domande di risarcimento dei danni va individuato non nella data di conoscenza della avvenuta aggiudicazione, ma dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di annullamento che fa nascere in capo all'interessato il diritto di chiedere il ristoro del giudizio derivato dal provvedimento poi annullato" (Sez III, 12.04.2012 n. 2082; Sez. V, 2.09.2005, n. 4461). (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 18.2.2013, n. 966)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Avvalimento: l’impresa che ha interesse ad avvalersi dell’istituto deve comunicarlo con chiarezza all'Amministrazione indicando il soggetto sulla cui capacità intende fare affidamento ed i requisiti che ne formeranno oggetto

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Poiché l’avvalimento integra una mera facoltà, l’impresa che ha interesse ad avvalersi dell’istituto deve far constare con la necessaria chiarezza, all’atto di partecipazione alla singola gara, tale volontà con indicazione del soggetto sulla cui capacità intende fare affidamento, come pure specificando i requisiti che di siffatto affidamento formeranno oggetto e, soprattutto, dovrà rendere di tutto ciò necessariamente edotta l’amministrazione interessata al singolo appalto (Cons. Stato, V, 19 settembre 2011, n. 5279; III, 16 novembre 2011, n. 6048). Comunque, il contratto di avvalimento, nell’ambito della disciplina dei contratti pubblici, essendo un accordo pattizio, assume rilievo nei confronti della stazione appaltante, ove l’ausiliata e l’ausiliaria rendano apposita e precisa dichiarazione di volersi avvalere dell’avvalimento e, quindi, l’una dei requisiti posseduti da altro soggetto, anche facente parte del medesimo raggruppamento e quest’ultimo soggetto dichiari di mettere a disposizione dell’ausiliata detti requisiti (Cons. Stato, sezione VI, 29 dicembre 2010, n. 9577). (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 18.2.2013, n. 965)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

E' incongruo il divieto di conferimento nelle discariche regionali di rifiuti speciali provenienti da altre regioni, in quanto può pregiudicare il conseguimento della finalità di consentire lo smaltimento di tali rifiuti "in uno degli impianti appropriati più vicini" ed è un ostacolo alla libera circolazione di cose tra le regioni

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I rifiuti "speciali", secondo la classificazione dell’art. 7 del decreto legislativo n. 22/1997, costituiscono una variegata tipologia, comprensiva di numerose categorie, alcune delle quali anche pericolose, delle quali non è agevole determinare preventivamente il luogo d’origine, né la dimensione quantitativa e qualitativa del materiale da smaltire. Anche per i rifiuti "speciali", al pari di quelli pericolosi, il legislatore statale non predetermina un ambito territoriale ottimale, che valga a garantire l’obiettivo specifico dell’autosufficienza nello smaltimento, fissato in modo espresso dall’art. 5, comma 3, lettera a), del decreto legislativo n. 22/1997 per i soli rifiuti urbani non pericolosi. In questa ottica appare quindi incongruo il divieto di conferimento nelle discariche regionali di rifiuti speciali provenienti da altre regioni, in quanto tale divieto, non solo può pregiudicare il conseguimento della finalità di consentire lo smaltimento di tali rifiuti "in uno degli impianti appropriati più vicini" [art. 5, comma 3, lettera b), del decreto legislativo n. 22 del 1997], ma introduce addirittura, in contrasto con l’art. 120 della Costituzione, un ostacolo alla libera circolazione di cose tra le regioni, senza che sussistano ragioni giustificatrici, neppure di ordine sanitario o ambientale. Del resto, anche alla luce della normativa comunitaria, il rifiuto è pur sempre considerato un "prodotto", in quanto tale fruente, in via di principio e salvo specifiche eccezioni, della generale libertà di circolazione delle merci. Va quindi esclusa la possibilità di estensione ai rifiuti diversi da quelli urbani non pericolosi del principio specifico dell’autosufficienza locale nello smaltimento e va invece applicato anche ai rifiuti "speciali" non pericolosi il diverso criterio, pure previsto dal legislatore, della specializzazione dell’impianto di smaltimento integrato dal criterio della prossimità, considerato il contesto geografico, al luogo di produzione, in modo da ridurre il più possibile la movimentazione dei rifiuti, secondo la previsione dell’art. 22, comma 3, lettera c), del citato decreto legislativo n. 22 del 1997. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 19.2.2013, n. 993)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Individuazione della disciplina urbanistica da far valere in occasione del riesame di un progetto edilizio, conseguente all’annullamento del diniego di concessione o alla declaratoria del silenzio-rifiuto serbato dall’Amministrazione

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La sentenza impugnata, l’appello e la contrapposta difesa ruotano tutti attorno al tema della concreta applicazione dei principi enunciati dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza 8 gennaio 1986, n. 1, con riguardo alla questione della disciplina urbanistica da far valere in occasione del riesame di un progetto edilizio, conseguente all’annullamento del diniego di concessione o alla declaratoria del silenzio-rifiuto serbato dall’Amministrazione. Nella ricerca di un punto di giusto equilibrio tra due principi di eguale valore (da un lato, effettività della tutela giurisdizionale, dalla quale discende la regola che gli effetti della sentenza risalgono al momento della proposizione della domanda; dall’altro, preminenza dell’interesse pubblico sugli interessi privati, seppur meritevoli di tutela), l’Adunanza plenaria ha ritenuto che: restano inopponibili all’interessato le modificazioni della normativa di piano intervenute successivamente alla notificazione della sentenza di accoglimento del ricorso; quando la nuova normativa sia opponibile, deve riconoscersi al privato, che abbia ottenuto un giudicato favorevole, un interesse pretensivo a che l’Amministrazione valuti la possibilità di introdurre una variante che recuperi, in tutto o in parte, l’originaria previsione del piano abrogato, posta a suo tempo a base della domanda di concessione. L’insegnamento dell’Adunanza generale ha trovato, da allora in poi, puntuale applicazione (si vedano ad es. Cons. Stato, 30 giugno 2004, n. 4804; Id., sez. IV, 24 dicembre 2008, n. 6535). Nel caso di specie, la sentenza n. 3 del 1992 ha annullato il diniego per essere questo fondato su una disciplina urbanistica non ancora in vigore. Il successivo provvedimento di diniego, impugnato in questa sede, rinvia al P.R.G. del 1994-1995, dunque a uno strumento di programmazione urbanistica entrato in vigore successivamente alla sentenza prima ricordata (il dato di fatto non è in discussione). Su queste premesse, la circostanza su cui si fonda la difesa del Comune (cioè la mancata presentazione di un’istanza di variante) non è conclusiva, posto che, nel quadro concettuale elaborato dall’Adunanza plenaria, il nuovo Piano non era comunque opponibile al privato. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 19.2.2013, n. 1007)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Sono illegittimi i provvedimenti che reiterando la previsione espropriativa e del vincolo non includono la necessaria previsione giuridica dell’indennizzo

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Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha ritenuto corretta la statuizione del TAR che ha ripercorso l’evoluzione giurisprudenziale e normativa, sino ai principi dettati dalla Corte costituzionale (sent. n.179/1999), sulla ribadita necessità di una previsione di indennizzo da parte dei provvedimenti che rinnovino motivatamente un vincolo preordinato all’espropriazione o anche "sostanzialmente espropriativo". Per tale ragione il TAR ha validamente ritenuto illegittime le deliberazioni impugnate che, pur reiterando la previsione espropriativa e del vincolo, cionondimeno non hanno incluso la necessaria previsione giuridica dell’indennizzo (in questo senso v. fra le molte, Cass. civ., Sez. I, sent. n. 1754 del 26-01-2007). Né a contrasto del consolidato orientamento seguito dal TAR, può argomentarsi che la citata sentenza della Corte è intervenuta successivamente al momento di adozione degli atti gravati e della proposizione del ricorso. Ed invero è principio consolidato che la sentenza della Corte che sopravvenga in corso di giudizio deve essere recepita dal giudice di merito, il quale è tenuto a farne applicazione regolando il caso secondo le indicazioni emergenti dalla pronunzia (per il principio v. tra le altre , Cons. di Stato, sez.IV, n. 1495/2000). -Neppure potrebbe in contrario obiettarsi che il procedimento espropriativo , in vista del quale il vincolo viene inserito , non ha poi avuto alcun corso, poiché tale circostanza non elimina il fatto oggettivo che, sino all’esito (anche negativo) del procedimento per il quale viene imposto, il vincolo esplica ugualmente i suoi effetti limitativi dell’attitudine e quindi del valore dell’area privata che lo subisce. Parimenti non condivisibile è infine l’interpretazione (v.p.5 memoria 6.11.2012) che pretende di configurare il vincolo in questione come urbanistico-conformativo per dedurre da tale natura la non indennizzabilità (cfr. Cons. di Stato, sez IV, n.4606/2008 e n. 1765/2009); ed invero l’intervento per realizzare un sedime stradale non può certamente rappresentare operazione disciplinante una intera zona del territorio comunale che, in quanto conformativa in termini generali, permette di escludere la previsione di indennizzo. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 19.2.2013, n. 1021)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Autorizzazione paesaggistica: l’Ufficio preposto al rilascio del nulla-osta può prevedere sia che limitate varianti siano oggetto di successiva autorizzazione sia che questa possa essere rilasciata nella semplice forma del visto apposto sugli elaborati grafici

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Ad avviso del Consiglio di Stato non vi sono ostacoli giuridici a che l’Ufficio preposto al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica (il nulla-osta) possa prevedere sia che limitate varianti siano oggetto di successiva autorizzazione sia che questa possa essere rilasciata nella semplice forma del visto apposto sugli elaborati grafici che detta modifica propongano; il ricorso a questa seconda forma, infatti, non indica "ex se" una riduzione dell’intensità del controllo sul rispetto del vincolo ma integra semplicemente uno snellimento del procedimento in caso di modifiche che, per la loro assolutamente modesta entità, la discrezionalità amministrativa non ritiene giustifichino una nuova e complessiva valutazione di compatibilità dell’intervento. Tantomeno lo snellimento procedurale indica una sostanziale soppressione, od un aggiramento, quanto meno nella fase del procedimento che prevede l’invio del nulla osta alla Sovrintendenza (tesi che si sviluppa a punto 20 della memoria); occorre infatti tenere presente che la clausola che permette la modifica successiva al rilascio è contenuta nell’autorizzazione formale che viene inviata alla Sovrintendenza, la quale è posta in grado quindi di valutare entità e legittimità della clausola stessa. Sotto l’aspetto sostanziale, poi, l’appellante propone un’errata ricostruzione delle finalità del vincolo paesaggistico, poiché, come affermato da copiosa giurisprudenza, esso non persegue la tutela della visuale in godimento ai proprietari limitrofi alla singola costruzione "sub iudice" (profilo questo tutelato da tutte le altre disposizioni urbanistiche e civilistiche), bensì protegge il paesaggio quale interesse pubblico alla tutela della bellezza dei luoghi nel loro insieme (Cons. Stato, VI Sez., n. 106/1998) quindi rispetto la sua fruibilità visiva da parte della collettività; pertanto il suo scopo precipuo è quello di verificare se l’entità delle opere sia tale da arrecare pregiudizio al bene protetto complessivamente considerato, che non coincide quindi con il bene del singolo proprietario. Ciò premesso, risulta pienamente conforme a queste finalità il procedimento nella specie contestato nel quale l’Amministrazione , nella sua discrezionalità tecnica, ha ritenuto non irrazionale autorizzare, perché non incidenti sul complessivo valore paesaggistico, le altezze edilizie in questione. Per le stesse ragioni il Collegio non condivide il secondo gruppo di rilievi formulati dall’appello in tema di difetto di motivazione, disconosciuto dal giudice di primo grado a carico dell’autorizzazione che ha consentito l’ incremento di altezza; la valutazione dell Ufficio, infatti, anche tacendo del principio generale di insindacabilità del merito-tecnico (cfr ancora Cons. Stato, VI Sez., n.106/1998), poggia sulla entità stessa delle modifiche autorizzate che era sua competenza valutare. Si tratta in altri termini di una motivazione correttamente formulata "in re ipsa". (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 19.2.212, n. 1022)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Lottizzazione abusiva: differenza tra le due diverse ipotesi di lottizzazione abusiva materiale e formale

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L’art. 18 della legge n. 47/1985, sostanzialmente riprodotto dall’art.30 del d.p.r. n. 380/2001 "disciplina due differenti ipotesi di lottizzazione abusiva, ossia la prima (c.d. materiale), relativa all'inizio della realizzazione di opere che comportano la trasformazione urbanistica ed edilizia dei terreni, sia in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, approvati o adottati, ovvero di quelle stabilite direttamente in leggi statali o regionali, sia in assenza della prescritta autorizzazione; la seconda (c.d. formale), che si verifica allorquando, pur non essendo ancora avvenuta una trasformazione lottizzatoria di carattere materiale, se ne siano già realizzati i presupposti con il frazionamento e la vendita (o altri equipollenti) del terreno in lotti che, per le specifiche caratteristiche, quali la dimensione dei lotti stessi, la natura del terreno, la destinazione urbanistica, l' ubicazione e la previsione di opere urbanistiche, e per gli altri elementi riferiti agli acquirenti, evidenzino in modo non equivoco la destinazione ad uso edificatorio, creando così una variazione in senso accrescitivo tanto del numero dei lotti quanto di quello dei soggetti titolari del diritto sul bene" (Cons. di Stato, se.IV, n. 5849/2003). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 19.2.2013, n. 1028)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Una costruzione eseguita senza che sia stato emesso il permesso è abusiva anche in presenza di un parere favorevole della Commissione edilizia comunale

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In linea preliminare si osserva che, dalla L. 28 gennaio 1977 n. 10, la comunicazione del parere favorevole della Commissione edilizia - atto tipicamente endoprocedimentale del tutto privo di una propria autonomia funzionale e strutturale - non ha più né formalmente, né sostanzialmente valore provvedimentale di atto di assentimento della concessione edilizia richiesta(cfr. Consiglio di Stato sez. IV 10 maggio 2011 n. 2759; Consiglio di Stato sez. IV 07 febbraio 2011 n. 813; Consiglio Stato sez. V 04 marzo 2008 n. 881). Il parere della C.E. e gli atti endoprocedimentali non possono essere considerati equivalenti e non possono avere, anche implicitamente, un rilievo autorizzatorio in quanto solo il perfezionamento dell’iter normativo avrebbe consentito l’edificazione legittima. In tale prospettiva anche l’eventuale inerzia del Comune è del tutto inconferente in quanto una costruzione eseguita senza che sia stato emesso il permesso è, in ogni caso, abusiva anche in presenza di un parere favorevole della C.E.C. . (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.2.2013, n. 1111)

 
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In linea preliminare si osserva che, dalla L. 28 gennaio 1977 n. 10, la comunicazione del parere favorevole della Commissione edilizia - atto tipicamente endoprocedimentale del tutto privo di una propria autonomia funzionale e strutturale - non ha più né formalmente, né sostanzialmente valore provv ... Continua a leggere

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martedì 26 febbraio 2013 09:01

La revoca del bando di gara: individuazione dei presupposti, configurazione della responsabilità precontrattuale della P.A. anche in caso di revoca legittima degli atti di gara e determinazione dei danni risarcibili all'impresa concorrente

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Con l'entrata in vigore dell'art. 21 quinquies della l. n. 241/1990, il legislatore ha accolto una nozione ampia di revoca del provvedimento amministrativo, prevedendo tre presupposti alternativi che ne legittimano l'adozione: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della situazione di fatto; c) per nuova valutazione dell'interesse pubblico originario (c.d. jus poenitendi). La revoca di provvedimenti amministrativi è, quindi, oggi consentita non solo in base a sopravvenienze, ma anche per una nuova valutazione dell'interesse pubblico originario (T.A.R. Puglia Lecce Sez. III, 25-01-2012, n. 139). Specificatamente, nel caso in esame, le ragioni del ritiro del Bando di gara risiedono non nella presenza di vizi di legittimità originari del medesimo, bensì nella valutazione della inagibilità dei locali in cui il servizio avrebbe dovuto svolgersi. Va premesso che al Giudice Amministrativo non è consentito sindacare, nel merito, la valutazione di inagibilità dei locali, effettuata dall’amministrazione scolastica a seguito dei sopralluoghi effettuati dal RSSP. Ciò posto, a fronte di tale presupposto di fatto, ad avviso del Collegio al fine del legittimo esercizio del potere di revoca, ai sensi dell’art.21 quinques della legge n.241/90 è irrilevante che essa fosse eventualmente nota all’amministrazione già prima dell’emanazione del Bando (datato 30.04.2009): in tal caso, infatti, l’amministrazione avrebbe comunque potuto procedere alla revoca del Bando "per una nuova valutazione dell'interesse pubblico originario", anziché "per mutamento della situazione di fatto". In entrambi i casi, infatti, la norma consente all’amministrazione di esercitare il diritto di ripensamento, specie quando, come nel caso in esame, ci si trovi in fasi non avanzate della procedura di gara, e l’interesse alla prosecuzione della medesima si scontri con la necessità di valutare e ponderare ulteriori interessi in gioco (in proposito, non può non rilevarsi come uno dei profili di criticità dei locali da adibire al servizio in oggetto, riscontrati dal RSSP, era quello relativo all’assenza di vie di fuga da utilizzare dagli studenti e dai docenti e, quindi, alla stessa sicurezza dei locali, ai sensi del Dlgs 81/08).Analogamente, con riferimento all’ulteriore domanda di risarcimento del danno a titolo di responsabilità precontrattuale della Pubblica amministrazione, ex art. 1337 c.c. (vpag.12 ricorso introduttivo), pur ammissibile in astratto (Cons. Stato Sez. IV, 07-02-2012, n. 662, in parziale riforma della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma, sez. III, n. 1392/2011), il Collegio ritiene che nel caso specifico anch’essa vada respinta. Ed invero, costituisce ius receptum il principio secondo cui anche l’eventuale legittimità dell'atto di revoca dell'aggiudicazione di una gara, non elimina il profilo relativo alla valutazione del comportamento della P.A., con riguardo al rispetto dei canoni di buona fede e correttezza in senso oggettivo nelle trattative che conducono alla conclusione del contratto di appalto. La responsabilità precontrattuale per la revoca della gara è infatti sempre configurabile, qualora il fine pubblico venga attuato attraverso un comportamento obbiettivamente lesivo dei doveri di lealtà, sicché, anche dalla revoca legittima degli atti di gara, può scaturire l'obbligo di risarcire il danno, nel caso di affidamento suscitato nell'impresa. In particolare, l'accertamento della responsabilità precontrattuale della P.A. non è escluso dalla dichiarata legittimità del provvedimento di annullamento o di revoca assunto in via di autotutela, posto che la revoca dell'aggiudicazione pone al riparo l'interesse pubblico, ma non quello privato. Permane infatti il legittimo affidamento suscitato nel privato dagli atti della procedura di evidenza pubblica, poi rimossi dalla P.A., quando la ricorrente non poteva non confidare, con correttezza e buona fede, durante il procedimento di evidenza pubblica, sulla "possibilità" di diventare affidataria del contratto (Cons. Stato Sez. IV, 07-02-2012, n. 662; T.A.R. Puglia Bari Sez. I, 19-10-2011, n. 1552). Orbene, se è vero che nel caso in esame, anche ad accedere alla tesi dell’amministrazione (cfr.punto 4 del verbale n.101del 19.06.2009, pubblicato sull’albo scolastico, in cui si da atto che "al bando…..hanno risposto due ditte"), la ricorrente aveva quantomeno il 50% delle chances di aggiudicazione della gara, ciò non può ritenersi sufficiente per determinare l’accoglimento della relativa pretesa. Ed invero, nelle gare di appalto – a cui la presente può assimilarsi- il risarcimento danni derivanti da responsabilità precontrattuale riguarda il solo interesse negativo, ossia le spese inutilmente sostenute in previsione della conclusione del contratto e le perdite sofferte per non aver usufruito di ulteriori occasioni contrattuali, mentre non è risarcibile il mancato utile relativo alla specifica gara d'appalto revocata. In linea con l'inquadramento di tale responsabilità nell'ambito della responsabilità aquiliana, la prova di tali danni spetta alla parte lesa (T.A.R. Campania Napoli Sez. VIII, 03-10-2012, n. 4017; T.A.R. Abruzzo L'Aquila Sez. I, 29-03-2012, n. 198; T.A.R. Piemonte Torino Sez. I, 02-03-2012, n. 289; T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, 08-09-2011, n. 1372; Cass. civ. Sez. III, 29-07-2011, n. 16735).Orbene, nel caso in esame la ricorrente non ha dimostrato la perdita di ulteriori occasioni favorevoli, né l’ammontare effettivo delle spese sostenute per partecipare alla gara. (TAR Lazio, Roma, Sez. III bis, sentenza 20.2.2013, n. 1874)

 
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Con l'entrata in vigore dell'art. 21 quinquies della l. n. 241/1990, il legislatore ha accolto una nozione ampia di revoca del provvedimento amministrativo, prevedendo tre presupposti alternativi che ne legittimano l'adozione: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della ... Continua a leggere

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L’impugnazione del bando di gara in assenza di una domanda di partecipazione: l'evoluzione giurisprudenziale

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Sulla base degli approdi giurisprudenziali intervenuti nel tempo con riferimento all’interesse al ricorso nei casi di impugnazione degli atti generali, al principio generale secondo cui i bandi, i disciplinari, i capitolati speciali di gara e le lettere di invito vanno di regola impugnati unitamente agli atti che di essi fanno applicazione, in quanto solo in tale momento diventa attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva dell'interessato, deve affiancarsi il riconoscimento della immediata impugnabilità dei bandi di gara senza la preventiva presentazione della domanda di partecipazione alla procedura nei casi in cui gli stessi siano idonei a generare una lesione immediata e diretta della situazione soggettiva dell'interessato in quanto contengano clausole c.d. "escludenti", ovvero correlate all’illegittima richiesta del possesso di determinati requisiti di qualificazione la cui mancanza inibisce o rende vana la partecipazione alla procedura. Sulla base della casistica affrontata dalla giurisprudenza amministrativa possono enuclearsi le diverse ipotesi che consentono l’immediata impugnazione della lex specialis, riconducibili alle previsioni che rendono la partecipazione difficoltosa o impossibile; alle disposizioni abnormi o irragionevoli che rendono impossibile il calcolo di convenienza tecnica ed economica ai fini della partecipazione alla gara, ovvero prevedono abbreviazioni irragionevoli dei termini per la presentazione dell'offerta; alle condizioni negoziali che rendono il rapporto contrattuale eccessivamente oneroso e obiettivamente non conveniente; all’imposizione di obblighi contra ius (quale la cauzione definitiva pari all'intero importo dell'appalto); alle gravi carenze nell’indicazione di dati essenziali per la formulazione dell'offerta, ovvero di metodi di valutazione delle offerte del tutto errati; alla mancata indicazione nel bando di gara dei costi della sicurezza non soggetti a ribasso. Trattasi di ipotesi tipizzate a livello giurisprudenziale che si coordinano in modo coerente e corretto con la nozione di interesse al ricorso, come connesso all’utilità concreta che la sentenza favorevole può recare alla posizione giuridica soggettiva di cui si afferma la lesione, così ancorandosi il profilo processuale della legittimazione ad agire alla situazione giuridica soggettiva sostanziale, che si traduce nella necessaria corrispondenza tra la situazione giuridica soggettiva dedotta in giudizio, di cui si chiede tutela dinanzi al giudice, e quella di cui il ricorrente afferma essere titolare. La concretezza propria dell’interesse a ricorrere esige, infatti, che la sua verifica debba essere effettuata con riferimento alla situazione giuridica sostanziale che si assume lesa dal provvedimento che si chiede di annullare. Per tale ragione, laddove gli atti di gara rechino delle condizioni di partecipazione immediatamente lesive della posizione soggettiva degli aspiranti in quanto aventi carattere escludente, dalla mancata presentazione della domanda di partecipazione ad una gara non discende l’inammissibilità dell’impugnazione proposta avverso i relativi atti. Nell’ambito di tale filone interpretativo – cui si affiancano, invero, diversi orientamenti minoritari in base ai quali, sulla scorta di un’impostazione rigorosa ed eccessivamente formalistica, anche in presenza di clausole escludenti occorrerebbe ugualmente la domanda di partecipazione al fine di differenziare e qualificare l’interesse giuridico azionato con il ricorso – è stata ritenuta la sussistenza dell’interesse all’impugnazione del bando di gara, pur in assenza di domanda di partecipazione alla stessa, nelle ipotesi in cui l’interesse dedotto in giudizio non sia quello volto a conseguire l’aggiudicazione secondo le regole della lex specialis ritenute illegittime, ma quello strumentale alla integrale rinnovazione della gara, non potendosi far derivare la carenza di interesse dalla sola mancata presentazione dell’offerta ove la situazione versata in giudizio non sia in condizione di far conseguire l'aggiudicazione secondo le regole del bando, ritenute illegittime e tali da non consentire la formulazione dell'offerta, ma quello all’annullamento della gara e alla integrale rinnovazione secondo altre regole, il che si verifica allorquando dall’effetto demolitorio della sentenza di accoglimento del ricorso discenda la necessità di rinnovare la gara sin dalla definizione dei profili soggettivi ed oggettivi dell’offerta. A meri fini ricostruttivi, giova, inoltre, evidenziare che la linea evolutiva che si sta delineando a livello giurisprudenziale, soprattutto attraverso ordinanze del Consiglio di Stato di rimessione alla Plenaria, tende a valorizzare l’elemento relativo all’immediato interesse al corretto espletamento della procedura sulla base di regole certe e non ulteriormente contestabili sulla scorta del perseguimento dei principi di economicità e speditezza dell’azione amministrativa attraverso l’ammissibilità dell’immediata impugnabilità della lex specialis anche in assenza di clausole immediatamente impeditive dell’ammissione alla selezione. Ritenendo il Collegio di dover aderire all’approccio ermeneutico che riconosce, in presenza di una posizione giuridica soggettiva direttamente ed immediatamente lesa dalla lex specialis di gara, la possibilità di immediata impugnazione delle relative previsioni a prescindere dalla mancata presentazione della domanda di partecipazione alla selezione, occorre procedere alla verifica, in applicazione delle indicate coordinate interpretative al caso di specie, della sussistenza delle condizioni di legittimazione della proposta azione impugnatoria attraverso il riscontro del carattere immediatamente lesivo delle contestate previsioni e la ricostruzione della fisionomia dell’interesse azionato con le singole censure proposte. Aggiungasi che l’orientamento giurisprudenziale che segna l’apertura alla possibilità di impugnazione della lex specialis di gara anche in caso di mancata presentazione della domanda di partecipazione, circoscrive tale possibilità, con riferimento alle ipotesi di clausole che impediscano l’utile partecipazione alla gara, ai soli casi in cui tale utile partecipazione sia impedita nei confronti di tutti gli aspiranti, e non con riferimento ad uno solo di essi, come avviene nelle ipotesi in cui talune prescrizioni impediscano a tutti i potenziali concorrenti la corretta formulazione dell’offerta stante la preclusione alla possibilità di determinare correttamente il rapporto tra il sacrificio economico da sostenere e il risultato positivo derivante dall’eventuale aggiudicazione, o nelle ipotesi in cui la disciplina di gara si rilevi carente di un elemento essenziale, tale da non consentire a tutti i partecipanti di effettuare i calcoli di convenienza economica indispensabili per formulare un'offerta corretta, ipotesi queste che, con riferimento alla previsione circa la durata delle nuove concessioni, non ricorrono nella fattispecie in esame. Oltre che per le ipotesi in cui venga in rilievo la contestazione di clausole riguardanti requisiti di partecipazione che siano ex se ostative all'ammissione alla gara dell'interessato, l’immediata impugnabilità del bando può essere estesa a quelle ipotesi in cui vengano imposti, ai fini della partecipazione, oneri manifestamente incomprensibili o del tutto sproporzionati per eccesso rispetto ai contenuti della procedura concorsuale, mentre va invece esclusa nei casi di clausole dotate solo di astratta e potenziale lesività, non produttive di per sé di alcun pregiudizio certo ed immediato, ma solo eventuale, futuro e incerto, la cui idoneità a produrre una effettiva lesione potrebbe essere valutata unicamente all'esito della procedura, ove negativo per l'interessato, prevedendo la regola generale che i bandi di concorso, eccettuate le ipotesi predette, siano impugnabili soltanto unitamente al provvedimento di approvazione della graduatoria, da cui solo scaturisce la lesione attuale della posizione dell'interessato (ex plurimis: C.d.S., Ad. Pl. 29 gennaio 2003 n. 1; Sez. V, 25 maggio 2010, n. 3308; 19 giugno 2009 n. 4073, 14 ottobre 2008 n. 4971 e 4 marzo 2008 n. 962; Sez. VI, 24 febbraio 2011, n. 1166; Sez. V, 21 novembre 2011 n. 6235). (TAR Lazio, Roma, Sez. II, sentenza 20.2.2013, n. 1884)

 
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Sulla base degli approdi giurisprudenziali intervenuti nel tempo con riferimento all’interesse al ricorso nei casi di impugnazione degli atti generali, al principio generale secondo cui i bandi, i disciplinari, i capitolati speciali di gara e le lettere di invito vanno di regola impugnati unitament ... Continua a leggere

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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Giochi e scommesse: La Stanley perde la partita al TAR contro l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Restano ferme le precedenti concessioni e non va indetta una nuova gara

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Il giudice capitolino ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da Stanley International Betting Limitet e Stanleybet Malta Limited avverso i provvedimenti inerenti la procedura di gara per l'affidamento in concessione di 2.000 diritti per l'esercizio congiunto dei giochi pubblici attraverso l'attivazione della rete fisica di negozi di gioco e la relativa conduzione, indetta ai sensi dell’art. 10, comma 9-octies, del decreto legge 2 marzo 2012 n. 16, convertito con modificazioni dalla legge 26 aprile 2012 n. 44. L’impianto ricorsuale, come delineato dalle censure proposte, si snoda attraverso la prospettazione di profili di contrasto delle norme dettate dall’art. 10, comma 9-octies, del decreto legge 2 marzo 2012 n. 16, convertito con modificazioni dalla legge 26 aprile 2012 n. 44 – sulla cui base è stata indetta la contestata selezione – con il diritto dell’Unione Europea e con i principi affermati dalla Corte di Giustizia nelle sentenze 6 marzo 2007, n. 338, Cause riunite C-338/04 e C-360/07, Placanica, e 16 febbraio 2012, Cause riunite C- 72/10 e C-77/10, Costa –Cifone, che hanno interessato la Stanley, con le quali sono stati rilevati profili di incompatibilità con il diritto dell’Unione Europea delle procedure di affidamento di concessioni per l’esercizio dei giochi tenutesi nel 1999 e nel 2006, queste ultime sulla base della disciplina dettata dal decreto legge n. 223 del 2006 (c.d. decreto Bersani), con conseguente affermato obbligo, per l’Amministrazione procedente, di disapplicazione di tale norma e di indizione, previa revoca di tutte le concessioni precedentemente rilasciate, di una nuova gara basata sui principi di parità di trattamento, trasparenza e non discriminazione. Attraverso la contestazione di talune delle previsioni che disciplinano – più che la procedura di gara – il rapporto concessorio instauratosi a seguito dell’eventuale aggiudicazione dei diritti per l’esercizio dei giochi, avuto particolare riguardo alla prevista durata delle concessioni, agli obblighi ed oneri ricadenti sui nuovi concessionari ed alle previste cause di revoca e di decadenza dal rapporto, veicola parte ricorrente la ricostruzione in termini discriminatori della portata della censurata disciplina, in quanto volta a consolidare la posizione di privilegio goduta dai precedenti concessionari nazionali, perpetuando pregresse violazioni del diritto dell’Unione già accertate, a danno dei nuovi aspiranti al titolo concessorio appartenenti ad altri Stati membri dell’Unione, i quali – già illegittimamente esclusi dalle precedenti concessioni – non potrebbero, in ragione delle modalità operative che ne caratterizzano l’attività, quali quelle delle società ricorrenti, utilmente partecipare alla selezione. Sollecita, altresì, parte ricorrente, in via subordinata, la rimessione alla Corte di Giustizia di quesiti pregiudiziali inerenti la conformità al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea delle previsioni che consentono la proroga delle precedenti concessioni sino alla sottoscrizione delle nuove concessioni in esito alla gara, di quelle che stabiliscono in soli tre anni e mezzo la durata delle nuove concessioni, di quelle che individuano le cause di decadenza dalla concessione nell’esercizio di attività di raccolta giochi pubblici senza possedere i prescritti titoli abilitanti e nelle ipotesi di rinvio a giudizio per reati suscettibili di far venir meno il rapporto fiduciario con l’Amministrazione concedente, di quelle che impongono l’alternatività tra il divenire concessionari e l’esercizio del diritto di libertà di stabilimento e di libertà di prestazione di servizi attraverso lo svolgimento di attività su base transfrontaliera in materia di giochi e scommesse. Il Collegio ha ritenuto, tra l'altro, privo di fondamento giuridico e frutto di un errore di prospettiva l’assunto di parte ricorrente che riconduce l’interesse all’impugnazione, in assenza di domanda di partecipazione alla gara, alla posizione di soggetto illegittimamente escluso dalle precedenti procedure di affidamento delle concessioni, per come accertato dalla Corte di Giustizia, non sorgendo dalle relative pronunce una posizione differenziata in capo alla ricorrente, caratterizzata dalla pretesa a partecipare ad una procedura di gara conforme alle regole del Trattato previa eliminazione dei rilevati profili di contrarietà di cui alle precedenti discipline, che consenta il positivo riscontro della legittimazione processuale a dolersi della nuova disciplina di gara in quanto asseritamente anch’essa contrastante con i principi del Trattato e con le invocate pronunce comunitarie. Inoltre ha aggiunto il TAR che la contestata previsione della decadenza dalla concessione per i casi di organizzazione, esercizio e raccolta di giochi pubblici con modalità e tecniche diverse da quelle previste dalle disposizioni legislative regolamentari e convenzionali vigenti e per le ipotesi di violazione accertata dagli organi competenti della normativa in materia di repressione delle scommesse e del gioco anomalo, illecito e clandestino – di cui allo Schema di Convenzione – non è suscettibile di arrecare un danno immediato alla posizione di parte ricorrente, tale da consentirne l’immediata impugnazione pur in assenza di domanda di partecipazione alla gara, avendo la ricorrente la possibilità, una volta conseguita l’aggiudicazione, di rimuovere la situazione riconducibile alle previste cause di decadenza. (TAR Lazio, Roma, Sez. II, sentenza 20.2.2013, n. 1884)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

E' rimessa alla discrezionalità della P.A. la decisione di convocare la conferenza di servizi istruttoria

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La legge n. 241/1990 prevede tre diversi tipi di conferenza di servizi: a) quella istruttoria (art. 14, commi 1 e 3), nella quale vi è una sola amministrazione competente a decidere in relazione agli interessi pubblici coinvolti in uno solo (comma 1) o in più procedimenti (comma 3), sicché mediante la conferenza viene acquisita la posizione di altri soggetti pubblici portatori di interessi coinvolti dall’esercizio del potere amministrativo, ma la competenza a decidere permane in capo all’amministrazione che indetto la conferenza (c.d. decisione monostrutturata); b) quella decisoria (art. 14, comma 2), che serve ad assumere decisioni concordate tra più amministrazioni, in sostituzione dei previsti pareri, concerti, intese, nulla osta o atti di assenso comunque denominati (c.d. decisone pluristrutturata); c) quella che la dottrina definisce predecisoria o preliminare, prevista dall’art. 14-bis al fine specifico di agevolare l’approvazione di progetti di particolare complessità e di insediamenti produttivi di beni e servizi. Con particolare riferimento alla conferenza istruttoria, dall’esame del primo comma dell’art. 14 della legge n. 241/1990 (il quale attualmente dispone che "qualora sia opportuno effettuare un esame contestuale di vari interessi pubblici coinvolti in un procedimento amministrativo, l’amministrazione procedente può indire una conferenza di servizi") si desume che l’indizione della conferenza è facoltativa e spetta all’amministrazione cui compete l’adozione del provvedimento finale. Inoltre, prima delle modifiche apportate alla disposizione in esame dall’art. 49 del decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010 sussistevano dubbi in ordine alla facoltatività o all’obbligatorietà dell’indizione della conferenza istruttoria. Infatti il primo comma dell’art. 14 disponeva che "qualora sia opportuno effettuare un esame contestuale di vari interessi pubblici coinvolti in un procedimento amministrativo, l’amministrazione procedente indìce di regola una conferenza di servizi", e l’inciso "di regola" induceva a qualificare la conferenza istruttoria come uno strumento ordinario di esercizio della funzione amministrativa, la cui deroga avrebbe richiesto una specifica motivazione. Il problema risulta oggi superato per effetto del decreto legge n. 78/2010, perché nella relazione relativa al disegno di legge A.S. 2228 si legge che, per effetto delle modifiche apportate al primo comma, è rimessa «alla discrezionalità della pubblica amministrazione la decisione di convocare la conferenza di servizi istruttoria, evitando che la mancata adozione di tale modulo procedurale possa formare oggetto di sindacato da parte del giudice amministrativo». (TAR Lazio, Roma, Sez. II, sentenza 20.2.2013, n. 1899)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Il ricorso per l’annullamento di un piano attuativo in variante di piano regolatore, approvato dal Comune ma predisposto ad iniziativa di parte, deve essere notificato ai soggetti promotori dell’intervento edificatorio che assumono la veste di controinteressati

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In base al più recente orientamento giurisprudenziale nel ricorso proposto per l’annullamento di un piano attuativo in variante di piano regolatore, approvato dal Comune ma predisposto ad iniziativa di parte, i soggetti promotori dell’intervento edificatorio assumono la veste di controinteressati agevolmente identificabili dagli atti del procedimento in quanto presentatori del progetto, con la conseguenza che il ricorso è inammissibile ove non sia stato ad essi tempestivamente notificato (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 17 maggio 2012, n. 2839; id., 17 luglio 2009, n. 4473).Ciò premesso, appare evidente che gli arresti richiamati nella sentenza impugnata sono certamente validi nell’ipotesi di approvazione di piani regolatori generali, in cui l’agire pubblico è esclusivamente inteso a predisporre un ordinato assetto del territorio comunale prescindendo dalle posizioni dei titolari di diritti reali e dai vantaggi o svantaggi che ad essi possano derivare dalla pianificazione; a questa ipotesi non è però sovrapponibile quella di un piano esecutivo predisposto a iniziativa di parte, nella quale si configurano dei titolari di posizioni specifiche direttamente incise dall’operato dell’Amministrazione, individuabili nei soggetti promotori del progetto confluito nello strumento approvato, che dalla eventuale caducazione di quest’ultimo riceverebbero una diretta e immediata lesione degli interessi qualificati di cui sono portatori. Questo Consesso in sede consultiva ha poi sottolineato la distinzione tra la fattispecie dei piani ad esclusiva iniziativa e formazione della p.a. – aventi natura di atti amministrativi autoritativi – e quella in cui l’iniziativa è assunta invece dai privati, per affermare che in tale ultima ipotesi si è in presenza di atti avente natura negoziale con assunzione di obbligazioni reciproche ed espressione di scelte concordate: in questi casi, la posizione del privato promotore è anche quella del soggetto che ha dato avvio al procedimento, il quale assume quindi la qualità di parte necessaria del procedimento stesso cui deve essere notificata l’iniziativa giurisdizionale (cfr. Cons. Stato, Ad. Gen., 21 novembre 1991, nr. 141). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.2.2013, n. 1097)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

I diversi termini sanciti dalla giurisprudenza per impugnare gli strumenti urbanistici innanzi al giudice amministrativo

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In virtù del consolidato indirizzo giurisprudenziale: - in via generale, per gli strumenti urbanistici il termine di impugnazione è ancorato alla data di loro pubblicazione, e non alla data in cui il ricorrente ne abbia avuto piena conoscenza (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 28 marzo 2011, nr. 1868; id., 12 giugno 2009, nr. 3730); - più specificamente, per i piani particolareggiati si applica l’art. 16 della legge 17 agosto 1942, nr. 1150, alla cui stregua la notificazione individuale è dovuta solo per i proprietari delle aree vincolate allo scopo di realizzare opere pubbliche, in relazione alle quali il comma 9 della citata norma prevede che l’approvazione del piano equivale a dichiarazione di pubblica utilità delle opere in esso previste (costituendo quindi avvio della procedura espropriativa), mentre per gli altri casi, nei quali non trova applicazione il detto obbligo di notifica, il termine per impugnare decorre dall’ultimo giorno di pubblicazione del provvedimento presso l’Albo pretorio del Comune, secondo i comuni principi (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. VI, 6 luglio 2010, nr. 4289). Su quest’ultimo punto, per completezza espositiva va segnalata l’esistenza di altro orientamento che estende l’obbligo di notifica individuale a tutti i proprietari di suoli ricompresi nel perimetro del piano attuativo (cfr. Cons. Stato, sez. V, 13 dicembre 2005, nr. 7054). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.2.2013, n. 1097)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Impugnazione del verbale conclusivo della Conferenza di servizi: il ricorso e' improcedibile e/o inammissibile ove non venga impugnato anche l'Accordo di programma che recepisce le determinazioni della Conferenza

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In base all’indirizzo giurisprudenziale consolidato in materia di accordi di programma, qualora questi comportino varianti urbanistiche, l’accordo di programma sottoscritto dal Sindaco non acquista efficacia se non è approvato dal competente Consiglio Comunale nel termine di decadenza di trenta giorni ex art. 34, d.lgs. nr. 267 del 2000; con la conseguenza che, essendo nelle more dell’approvazione l’accordo di programma inefficace e non esecutivo, il termine per la sua impugnazione decorre, ove non sia necessaria la notifica individuale, dalla pubblicazione della delibera consiliare, ferma restando la necessità di impugnare contestualmente anche l’accordo (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 21 novembre 2005, nr. 6467; id., 9 ottobre 2002, nr. 5365). Da questi principi ben potrebbe desumersi la carenza di autonoma lesività nel mero verbale di una Conferenza di servizi istruttoria, dovendo le relative determinazioni essere recepite nell’accordo di programma e nei successivi atti amministrativi di approvazione di esso. E, difatti, l’orientamento largamente prevalente – anche in relazione all’assetto normativo anteriore alle modifiche intervenute dal 2005 in poi sugli artt. 14 e segg. della legge 7 agosto 1990, nr. 241 (non applicabili ratione temporis alla fattispecie che qui occupa) – attribuisce alle determinazioni della Conferenza natura meramente endoprocedimentale, desumendone che esse vanno impugnate unitamente al provvedimento conclusivo del procedimento in cui si inseriscono (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 9 novembre 2011, nr. 5921; id., 31 gennaio 2011, nr. 712; id., 9 novembre 2010, nr. 7981; id., 3 dicembre 2009, nr. 7570; id., 11 novembre 2008, nr. 5620). Parte appellata contesta siffatte conclusioni, appellandosi a un pur esistente (ancorché minoritario) indirizzo che riconosce il carattere autonomamente lesivo, e quindi l’autonoma impugnabilità, del verbale conclusivo della Conferenza (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 7 luglio 2008, nr. 3361); e tuttavia, anche a voler seguire questa impostazione le conclusioni non mutano se non sul piano nominalistico, dovendo addivenirsi a declaratoria di improcedibilità del ricorso, piuttosto che di sua inammissibilità. E difatti, anche a convenire sull’autonoma lesività delle determinazioni della Conferenza di servizi, non v’ha dubbio, per quanto si è fin qui osservato, che la loro definitività è condizionata dal loro recepimento negli atti conclusivi del procedimento (id est, nell’accordo di programma e nei relativi atti approvativi), ben potendo accadere che per qualsiasi motivo l’accordo non venga sottoscritto, o comunque che il deliberato della Conferenza non sia recepito in un formale ed efficace provvedimento conclusivo. Ne discende, per converso, che laddove tale provvedimento vi sia esso va necessariamente a sua volta impugnato, comportando l’omissione di tale adempimento l’improcedibilità della precedente impugnativa (alla stessa stregua di quanto avviene, ad esempio, per l’impugnativa dell’aggiudicazione provvisoria di una gara d’appalto che non sia seguita da quella dell’aggiudicazione definitiva). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.2.2013, n. 1097)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

La stipulazione del contratto conseguente all'atto di aggiudicazione: atto pubblico notarile informatico o in forma pubblica amministrativa, con modalità elettronica o scrittura privata. I chiarimenti dell'Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici

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I contratti pubblici di cui all’art. 3 del Codice (D.lgs n. 163/2006) devono essere redatti, a pena di nullità, o mediante atto pubblico notarile informatico o in forma pubblica amministrativa, con modalità elettronica secondo le norme vigenti per ciascuna stazione appaltante, a cura dell’Ufficiale rogante dell’amministrazione aggiudicatrice, o mediante scrittura privata; per la scrittura privata resta ammissibile la forma cartacea e le forme equipollenti ammesse dall’ordinamento. La "modalità elettronica" della forma pubblica amministrativa - che è l’unica modalità ammessa per la stesura degli atti in forma pubblica amministrativa, mentre la forma cartacea resta legittima in caso di scrittura privata - può essere assolta anche attraverso l'acquisizione digitale della sottoscrizione autografa, nel rispetto di quanto prescritto dall’art. 25, comma 2, del d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82. Questi i chiarimenti forniti dall’Autorità la Determinazione n. 1 del 2013 alle stazioni appaltanti ed agli operatori economici sull’applicazione delle nuove disposizioni relative alla stipula dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che hanno modificato l’art. 11, comma 13 del Codice dei contratti (art. 6, comma 3, del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla l. 17 dicembre 2012, n. 221, il cd. decreto sviluppo bis). In primo luogo l’applicazione delle nuove disposizioni viene circoscritta alla species di contratto pubblico di cui all’art. 3 del Codice e soggetto alla relativa disciplina, con esclusione dei contratti sottratti all’applicazione del Codice stesso (si pensi, a titolo esemplificativo, ai contratti di compravendita o locazione immobiliare stipulati dalle pubbliche amministrazioni). Inoltre a fronte delle numerose richieste di chiarimenti l'Autorità ha precisato che la stipulazione del contratto conseguente all'atto di aggiudicazione può assumere, a seconda delle disposizioni di volta in volta applicabili, una delle seguenti forme: 1) atto pubblico notarile informatico, ai sensi della legge sull’ordinamento del notariato e degli archivi notarili (l. 16 febbraio 1913, n. 89 e s.m.i.; in particolare, si menzionano le modifiche apportate dal d.lgs. 2 luglio 2010, n. 110 "Disposizioni in materia di atto pubblico informatico redatto dal notaio, a norma dell'articolo 65 della legge 18 giugno 2009, n. 69"); 2) forma pubblica amministrativa, con modalità elettronica secondo le norme vigenti per ciascuna stazione appaltante, a cura dell’Ufficiale rogante dell’amministrazione aggiudicatrice; 3) scrittura privata, per la quale resta ammissibile la forma cartacea e le forme equipollenti ammesse dall’ordinamento. Laddove sia ammessa la stipulazione per scrittura privata, è chiaramente nella facoltà delle parti sottoscrivere il contratto con firma digitale; parimenti, lo scambio delle lettere ex art. 334 del Regolamento può avvenire mediante "modalità elettroniche" (i.e. invio tramite posta elettronica certificata). In considerazione del disposto dall’art. 25, comma 2, del CAD, secondo cui "l’autenticazione della firma elettronica, anche mediante l'acquisizione digitale della sottoscrizione autografa, o di qualsiasi altro tipo di firma elettronica avanzata consiste nell'attestazione, da parte del pubblico ufficiale, che la firma è stata apposta in sua presenza dal titolare", l’espressione utilizzata dall’art. 11, comma 13, può essere intesa anche nel senso che, per la forma pubblica amministrativa, è ammesso il ricorso all’acquisizione digitale della sottoscrizione autografa, ferma restando l’attestazione, da parte dell’Ufficiale rogante, dotato di firma digitale, che la firma dell’operatore è stata apposta in sua presenza, previo accertamento della sua identità personale. (AVCP, determinazione n. 1/2013)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

RC Auto: per l'Antitrust in Italia polizze più care che negli altri paesi europei, più sinistri ma minori frodi scoperte. Pensionati, giovani e quarantenni i più penalizzati

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E' stato pubblicato il dossier sull'indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel maggio del 2010 e diretta ad accertare le cause dell’andamento dei premi e dei costi relativi al mercato dell’assicurazione della responsabilità civile autoveicoli terrestri ( "RCA"), nonché di individuare le possibili implicazioni concorrenziali della disciplina attuativa della procedura di risarcimento diretto. Cliccare sul titolo sopra linkato per accedere al testo completo dell'indagine conoscitiva.. (ACGM, comunicato del 22.2.2013)

 
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E' stato pubblicato il dossier sull'indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel maggio del 2010 e diretta ad accertare le cause dell’andamento dei premi e dei costi relativi al mercato dell’assicurazione della responsabilità civile autoveicoli terrestri ( ... Continua a leggere

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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Sono volumi tecnici esclusi dal calcolo della volumetria i locali destinati a contenere impianti serventi alla costruzione principale

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Si intendono per volumi tecnici esclusi dal calcolo della volumetria ammissibile i locali completamente privi di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, i quali risultano esclusivamente destinati a contenere impianti serventi alla costruzione principale, che per esigenze di funzionalità non possono essere inglobati nel corpo della costruzione (da ultimo Cons. Stato, sez. IV, 8 gennaio 2013, n. 32). (TAR Toscana, Firenze, Sez. III, sentenza 22.2.2013, n. 288)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

La controversia avente ad oggetto l'osservanza degli obblighi assunti dal privato nei confronti dell’ente locale in ordine alla realizzazione di opere di urbanizzazione ed alla cessione gratuita all’ente delle aree stradali e dei servizi va esperita dinanzi al giudice amministrativo

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Come chiarito dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sentenza 20 luglio 2012, n. 28), rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo la controversia concernente l’osservanza degli obblighi assunti dal privato nei confronti dell’ente locale in ordine alla realizzazione di opere di urbanizzazione ed alla cessione gratuita all’ente delle aree stradali e dei servizi, ambito nel quale è esperibile dinanzi a detto giudice l’azione di cui all’art. 2932 c.c.. (TAR Piemonte, Torino, Sez. I, sentenza 22.2.2013, n. 243)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali è obbligato a comunicare al destinatario l'avvio del procedimento di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica, ex art. 151 D.Lgs. n. 490/1999

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In relazione all’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica, ex art. 151 D.Lgs. n. 490/1999, l'Amministrazione dei beni culturali è obbligata a comunicare al destinatario dell'autorizzazione l'avvio del procedimento, allo scopo di consentire a quest'ultimo di avvalersi concretamente degli strumenti di partecipazione e di accesso previsti dalla L. n. 241/1990 (Così, CdS, Sez. VI, n. 5247 del 11-09-2006). La giurisprudenza ha anche evidenziato che l'onere di comunicare l'avvio del procedimento non può essere soddisfatto dalla semplice indicazione della soggezione al potere ministeriale contenuta nell'autorizzazione paesaggistica , né dall'indicazione del Ministero tra i destinatari dell'atto medesimo, in quanto siffatte indicazioni non garantiscono né che la pratica sia stata effettivamente trasmessa all'autorità statale, né che questa l'abbia ricevuta, di modo che l'interessato dovrebbe esercitare la propria pretesa partecipativa senza sapere se l'autorizzazione rilasciatagli ed il relativo incartamento siano pervenuti a destinazione, con il rischio di porre in essere un'attività che potrebbe, poi, rivelarsi prematura e inutile. Né può ritenersi irrilevante il vizio, ai sensi dell'art. 21 octies l. n. 241/1990, perché, presentando la valutazione di compatibilità paesaggistica un margine di opinabilità, la partecipazione dell'interessato al procedimento avrebbe potuto fornire un apporto per una soluzione favorevole, anche mediante l'indicazione di marginali modifiche del progetto di ristrutturazione. (TAR Campania, Salerno, Sez. II, sentenza 22.2.2013, n. 488)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Appalti pubblici: l’attività di mera integrazione o di specificazione di dichiarazioni già rese in sede di gara è consentita ed anzi la stazione appaltante è tenuta, in omaggio al principio di leale collaborazione, a richiedere o a consentire tale integrazione

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In materia di partecipazione ad appalti pubblici deve essere mantenuta una distinzione ben netta tra l’attività di mera integrazione o di specificazione di dichiarazioni già rese in sede di gara, rispetto alla distinta ipotesi della introduzione di elementi o fatti nuovi, successivamente alla data di scadenza del termine fissato per la presentazione delle offerte; soltanto quest’ultima attività deve ritenersi assolutamente non consentita, in quanto violativa della fondamentale regola della par condicio competitorum. Per converso, laddove si tratti di esplicitare o di chiarire una dichiarazione o il contenuto di un atto già tempestivamente prodotto agli atti di gara, l’attività di integrazione non soltanto è consentita ma la stessa risulta dovuta, nel senso che la stazione appaltante è tenuta, in omaggio al principio di leale collaborazione codificato all’art. 46 del Codice dei contratti pubblici, a richiedere o a consentire la suddetta integrazione, in modo da rendere conforme l’offerta, anche in relazione al materiale documentale di corredo, a quanto richiesto dalla lex specialis di gara. In tal caso è il principio di massima partecipazione alle gare ad imporre tale soluzione interpretativa finalizzata a consentire un’effettiva concorrenza tra le imprese in gara. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 25.2.2013, n. 1122)

 
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martedì 26 febbraio 2013 09:01

Tutela del paesaggio: l’autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico deve trovare, nei casi in cui la disciplina urbanistica consenta l’esercizio dello ius aedificandi, il giusto contemperamento nel rilasciare o denegare il necessario assenso al formarsi del titolo autorizzatorio secondo il modello procedimentale delineato nell’art. 146 del d.lgs. 42 del 2004

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Giova premettere che la tutela del paesaggio è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa paesaggistica. La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato sul piano paesaggistico è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti naturalistici, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia (come gli sbancamenti, le perforazioni funzionali alla realizzazione delle fondamenta, i terrazzamenti ed in genere tutte le opere funzionali alla costruzione di edifici in territorio collinare); non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonchè con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie. E’ proprio in relazione al difficile equilibrio tra tali contrapposti interessi che l’autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico deve trovare, nei casi in cui la disciplina urbanistica consenta l’esercizio dello ius aedificandi, il giusto contemperamento nel rilasciare o denegare il necessario assenso al formarsi del titolo autorizzatorio secondo il modello procedimentale delineato nell’art. 146 del d.lgs. 42 del 2004 (che come è noto attribuisce oggi al Ministero dei beni e delle attività culturali, per il tramite delle locali Soprintendenze, un ruolo di cogestione attiva del vincolo paesaggistico, con la titolarità di penetranti poteri valutativi di merito). Si tratta di valutazioni spesso connotate da elementi tecnico-discrezionali non sindacabili in sede giurisdizionale, se non per illogicità manifesta, per palese incongruità o inadeguatezza del provvedimento in rapporto alle sue finalità di protezione del territorio vincolato, ad evitare inammissibili sovrapposizioni del giudicante in ambiti che la legge ha voluto riservare alla amministrazione titolare del potere. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 25.2.2013, n. 1129)

 
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