News 7 Aprile 2014 - Area Contabile


NORMATIVA

Fatturazione elettronica nella P.A.: la circolare interpretativa della Funzione Pubblica

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La Funzione Pubblica ha pubblicato la circolare n. 1 del 31 marzo 2014 in materia di emissione, trasmissione e ricevimento della fatturazione elettronica da applicarsi alle PA, interpretativa del decreto 3 aprile 2013, n. 55 del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto col Ministro per lapubblica amministrazione e la semplificazione, in materia di emissione, trasmissione e ricevimento della fatturazione elettronica da applicarsi alle pubbliche amministrazioni. La circolare fornisce le indicazioni relative alle modalità attuative dell'obbligo di fatturazione elettronica, chiarendo tutti gli aspetti applicativi riguardanti il termine per il caricamento delle anagrafiche nell'Indice delle Pubbliche Amministrazioni, l'emissione della fattura elettronica, il divieto di pagamento in assenza di fattura elettronica e l'impossibilità di recapito della fattura elettronica. Per scaricare la circolare cliccare su "Accedi al Provvedimento".

 
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La Funzione Pubblica ha pubblicato la circolare n. 1 del 31 marzo 2014 in materia di emissione, trasmissione e ricevimento della fatturazione elettronica da applicarsi alle PA, interpretativa del decreto 3 aprile 2013, n. 55 del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto col Ministro per la ... Continua a leggere

 
GIURISPRUDENZA

Tributi: non rientra nella competenza del consiglio comunale la determinazione delle aliquote di tributi già istituiti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

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Come osserva l’amministrazione, l’art. 42, comma 1, lett. f), t.u.e.l. esclude dalla competenza del consiglio comunale in materia di tributi la "determinazione delle relative aliquote". La formulazione letterale della norma è chiara, così come la relativa ratio. Quest’ultima consiste nel riservare all’organo di indirizzo politico-amministrativo l’individuazione dei tributi e dunque le linee fondamentali della politica fiscale e del sistema tributario dell’ente. In queste linee fondamentali non rientra certamente la determinazione delle aliquote di tributi già istituiti, le cui decisioni attengono non già all’an del tributo medesimo, ma alla quantum del prelievo di ricchezza con esso determinato. Le scelte relative a questo secondo profilo non attengono alla definizione dell’indirizzo politico-amministrativo in materia fiscale, ma sono strettamente connesse ai vincoli ed agli obiettivi di bilancio e, nel caso di specie, alla copertura del costo del servizio di gestione dei tributi. Si tratta dunque di decisioni di chiara matrice gestionale, che la norma di legge in esame ha coerentemente devoluto all’organo esecutivo di vertice dell’ente comunale, titolare del potere di iniziativa in materia di programmazione economico-finanziaria e di politica di bilancio (art. 174 t.u.e.l.). Non può invece essere condiviso quanto affermato dal giudice di primo grado, e cioè che la maggiorazione qui contestata consiste in un "nuovo prelievo fiscale". Il termine risulta in realtà impiegato dal giudice di primo grado in una accezione atecnica. La locuzione prelievo fiscale ha infatti un suo significato compiuto nell’ambito di discipline economico-finanziarie quali in particolare la scienza delle finanze, ma dal punto di vista giuridico presenta ambiguità. Da quest’ultimo punto di vista invece – l’unico che rileva nella presente sede giurisdizionale - non vi è dubbio che la maggiorazione consista non già in un tributo nuovo, ma in una variazione quantitativa di uno già istituito, rientrando dunque nel caso testualmente sottratto alla competenza consiliare dalla ridetta lett. f) dell’art. 42, comma 1, d.lgs. n. 267/2000. Devono a questo punto essere esaminati i motivi assorbiti dal TAR e riproposti dagli originari ricorrenti. Con una prima censura questi ultimi si dolgono sostanzialmente del difetto di motivazione di cui sarebbe affetto il provvedimento impugnato, anche in relazione al fatto che la maggiorazione sarebbe stata deliberata senza alcuna effettiva necessità di copertura del servizio di raccolta rifiuti. Con una seconda censura se ne assume il carattere retroattivo, in violazione dell’art. 1, comma 169, l. n. 296/2006 (legge finanziaria per il 2007), in quanto introdotta dalla giunta con delibera n. 118 del 30 agosto 2011 con decorrenza 1° gennaio 2011. Entrambe sono infondate. La delibera in questione costituisce atto di natura normativa e di rango regolamentare, pertanto sottratto ai sensi dell’art. 3, comma 2, l. n. 241/1990 da qualsiasi obbligo di motivazione. Palese è inoltre l’insussistenza della violazione del predetto art. 1, comma 169 della legge finanziaria per il 2007, la quale consente agli enti locali di deliberare le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza anche "successivamente all’inizio dell’esercizio", in questo caso con effetto "dal 1º gennaio dell’anno di riferimento". Ciò è quanto avvenuto nel caso di specie, in cui la maggiorazione è stata deliberata nel corso del 2011 e con effetto dal 1° gennaio del medesimo anno. Nessun effetto retroattivo è dunque configurabile, visto che l’obbligazione relativa a tributi periodici corrisponde all’intero anno nel quale essa matura, ed in coerenza con queste caratteristiche, oltre che con i principi generali in materia tributaria, la citata norma di legge finanziaria autorizza variazioni quantitative prima di tale maturazione. In conclusione, in accoglimento dell’appello ed in riforma della sentenza di primo grado deve essere respinto il ricorso colà proposto. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

 
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Come osserva l’amministrazione, l’art. 42, comma 1, lett. f), t.u.e.l. esclude dalla competenza del consiglio comunale in materia di tributi la "determinazione delle relative aliquote". La formulazione letterale della norma è chiara, così come la relativa ratio. Quest’ultima consiste nel riservar ... Continua a leggere

 

Messi di conciliazione: niente indennità di trasferta al Corpo di Polizia municipale se il Comune ha soppresso il ruolo di messo facendo rientrare tali prestazioni nel mansionario dei Vigili Urbani

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 13.3.2014

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La disciplina invocata da parte ricorrente riguardava, quindi, i dipendenti muniti della specifica qualifica di messi comunali, laddove gli interessati tali non sono, appartenendo invece al Corpo di Polizia municipale. La controversia verte sulla pretesa degli appellanti di vedersi riconosciuta l’indennità di trasferta prevista dall’art. 9, comma 5, della legge 21 febbraio 1989, n. 99, che recitava: "Al messo di conciliazione, dipendente dell’amministrazione comunale, che svolge la relativa attività in modo esclusivo e con impegno quotidiano e continuativo è dovuto solo il rimborso delle eventuali spese postali ed il pagamento dell’indennità di trasferta." Gli interessati allegano -appunto- di avere prestato l’attività di messi di conciliazione in modo esclusivo e con impegno quotidiano e continuativo, e lamentano che l’Amministrazione, pur avendo loro rimborsato le spese postali, non abbia riconosciuto la suddetta indennità. La Sezione deve però mettere subito in evidenza che i ricorrenti appartengono al Corpo di Polizia municipale. Invero, presso il Comune di Torino sin dal 1982 il ruolo dei messi comunali e dei messi di conciliatura è stato soppresso, i dipendenti interessati ammessi ad optare per i servizi amministrativi oppure il Corpo dei Vigili Urbani, e le funzioni un tempo proprie dei messi sono state attribuite al medesimo Corpo (cfr. gli artt. 1, quinto alinea, 8 ult. comma, 10, ult. alinea, ed 11 sub 4 del relativo Regolamento organico). Tanto premesso, ancor prima di verificare il carattere esclusivo oppure solo occasionale del disimpegno delle attività di messo da parte dei singoli ricorrenti, occorre allora accertare se nel caso concreto ricorrano le condizioni per l’applicazione della disciplina da loro invocata. La normativa dell’art. 9 legge cit., infatti, come esattamente obietta la difesa municipale, si riferiva agli appartenenti alla categoria dei messi di conciliazione (presso il Comune appellato, tuttavia, soppressa con deliberazione del 1981), vale a dire al personale dipendente che rivestiva proprio la relativa qualifica specifica, con la funzione di integrare le regole attinenti al suo trattamento economico mediante l’aggiunta di un’apposita voce indennitaria alla sua remunerazione di base. La disciplina invocata da parte ricorrente riguardava, quindi, i dipendenti muniti della specifica qualifica di messi comunali, laddove gli interessati tali non sono, appartenendo invece al Corpo di Polizia municipale. Né vale l’invito di parte appellante a non farsi fuorviare dalla qualifica formale rivestita dagli interessati (Vigile urbano o Sottufficiale Vigile). Presso l’Amministrazione comunale di Torino, infatti, le prestazioni del messo rientrano, per quanto si è detto, nel mansionario dei Vigili Urbani, costituendo una delle possibili attività d’istituto dei componenti del Corpo. E come tali vengono retribuite. L’appartenenza al Corpo si rivela allora incompatibile con il conseguimento del trattamento che in questa sede viene rivendicato, dal momento che la prima porta già con sé un trattamento economico speciale correlato alle funzioni svolte. Qualora, per converso, le mansioni in discorso fossero assunte come utili a far cumulare trattamenti economici diversi, ciascuno dei quali inteso a cogliere e remunerare la specificità delle mansioni medesime, fin troppo evidente è che ciò realizzerebbe un’inammissibile duplicazione, ossia un beneficio privo di giustificazione. Le considerazioni che precedono comprovano, pertanto, l’infondatezza della pretesa principale degli attuali appellanti, imponendo la conferma, con la motivazione esposta, della decisione reiettiva assunta dal Tribunale. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 13.3.2014

 
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La disciplina invocata da parte ricorrente riguardava, quindi, i dipendenti muniti della specifica qualifica di messi comunali, laddove gli interessati tali non sono, appartenendo invece al Corpo di Polizia municipale. La controversia verte sulla pretesa degli appellanti di vedersi riconosciuta l’ ... Continua a leggere

 
 
 
 
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