News 23 Febbraio 2016 - Area Amministrativa


NORMATIVA

Buoni per l'acquisto di beni e servizi a favore di nuclei familiari con un numero di figli pari o superiore a quattro: in G.U. il decreto

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Il Ministero del Lavoro rendo noto che è stato pubblicato sulla G.U. il Decreto presidenziale che determina l'ammontare massimo del beneficio a favore dei nuclei familiari con un numero di figli minori, pari o superiore a quattro, in possesso di una situazione economica corrispondente a un valoreISEE non superiore a 8.500,00 euro annui. Il Decreto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 35 del 12 febbraio 2016. Accedi al DPCM

 
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Forze armate, nelle Forze di polizia a ordinamento militare e civile e nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco: regolamento sui parametri fisici per l'ammissione ai concorsi

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.301 del 29.12.2015 il Decreto del Presidente della Repubblica 17 dicembre 2015, n. 207 recante "Regolamento in materia di parametri fisici per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle Forze armate, nelle Forze di polizia a ordinamento militare e civile e nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco, a norma della legge 12 gennaio 2015, n. 2". Entrata in vigore del provvedimento: 13/01/2016

 
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GIURISPRUDENZA

Processo amministrativo: la pregiudizialità che consente la sospensione del giudizio

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17.2.2016 n. 640 si è occupata della sospensione del processo ai sensi della disposizione processualcivilistica di cui all’art. 295 cod. proc. civ. applicabile al processo amministrativo in virtù del richiamo ad esso operato dall’art. 79,comma 1 del codice di cui al d.lgs. n. 104/201). In particolare, il Supremo Consesso evidenzia come la sospensione da essa prevista è consentita solo per la c.d. pregiudizialità tecnica (o necessaria). "Questa sussiste quando una controversia (pregiudiziale) costituisca l’indispensabile antecedente logico-giuridico dal quale dipenda la decisione della causa pregiudicata, in ragione del fatto che il rapporto giuridico della prima rappresenta un elemento costitutivo della situazione sostanziale dedotta nella seconda, per cui il relativo accertamento si imponga nei confronti di quest’ultima con efficacia di giudicato, al fine di assicurare l’uniformità di decisioni (ex multis: Cass., Sez. un., ord. 27 luglio 2004, n. 14060, sent. 5 giugno 2000, n. 408, 11 aprile 1994, n. 3354; Sez. I, ord. 2 agosto 2007, n. 16995, 27 gennaio 2006, n. 1741; Sez. III, ord. 28 dicembre 2009, n. 27426, 25 maggio 2007, n. 12233 , 30 giugno 2005, n. 13950; Sez. lav., 24 gennaio 2006, n. 1285; Sez. VI, ord. 29 luglio 2014, n. 17235, 8 febbraio 2012, n. 1865, 9 dicembre 2011, n. 26469, 18 febbraio 2011, n. 3059; Cons. Stato, Sez. IV, 18 novembre 2014, n. 5662, 8 gennaio 2013, n. 39; Sez. V, 16 febbraio 2015, n. 806; Sez. VI, 12 marzo 2012, n. 1386). 5. Come chiarito da questo Consiglio di Stato (Sez. IV, 14 maggio 2014, nn. 2483 e 2484), la pregiudizialità necessaria si pone tra rapporti giuridici diversi, collegati in modo tale per cui la situazione giuridica della causa pregiudiziale si pone come elemento costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo del distinto rapporto dedotto nella causa dipendente, la cui esistenza è dunque necessariamente presupposta dalla prima. Il rapporto di pregiudizialità in senso tecnico è pertanto configurabile quando il petitumdella domanda pregiudiziale costituisce al contempo la causa petendi o, per converso fatto paralizzante (impeditivo, modificativo, estintivo), della domanda dedotta nella causa dipendente (al riguardo, nella citata ordinanza delle Sezioni unite della Cassazione n. 14060 del 27 luglio 2004 si è fatto l’esempio della qualità di erede del creditore rispetto alla domanda di pagamento del prezzo oggetto del contratto di compravendita stipulato dal defunto; in senso conforme la medesima Suprema Corte si è espressa in una fattispecie analoga, nell’ordinanza della Sez. II, 18 gennaio 2008, n. 3936; ed ancora nell’ordinanza della medesima Sezione 5 dicembre 2002, n. 17317, la quale ha confermato la sospensione di un giudizio promosso per il riconoscimento di diritti derivanti da titolo, in ragione del fatto che in separato giudizio era stata dedotta l’inesistenza o la nullità assoluta del medesimo titolo). In estrema sintesi, il nesso di pregiudizialità-dipendenza intercorre tra distinti rapporti giuridici quando l’esistenza di uno dipende dall’esistenza o inesistenza dell’altro ed in base a ciò il fondamentale principio di unità dell’ordinamento giuridico impone la conformità tra giudicati. Al di fuori di questa ipotesi la sospensione non è obbligatoria, perché come debitamente evidenziato dalla Suprema Corte nella più volte citata ordinanza del 27 luglio 2004, n. 14060, essa determina l’arresto del processo dipendente per un tempo indeterminato «e certamente non breve (…) fino al passaggio in giudicato della decisione sulla causa pregiudiziale(…) onde evitare il rischio di conflitto tra giudicati» (§ 5.1 della parte "in diritto"), così dilatando i tempi della decisione finale del giudizio e le aspettative ad una sua rapida definizione che le parti che si oppongono alla sospensione legittimamente possono vantare. 6. Occorre poi segnalare che l’ordinamento processuale interno, ivi compreso quello amministrativo, conosce la c.d. sospensione impropria del giudizio, adottabile dal giudice qualora in altro giudizio sia stata sollevata una questione di legittimità costituzionale di una norma applicabile nel primo (Ad. plen., ord. 15 ottobre 2014, n. 28). Come infatti puntualizzato nella pronuncia ora richiamata, questa statuizione sospensiva produce a sua volta effetti di economia dei mezzi processuali e di ragionevole durata del processo, evitando che la Corte Costituzionale sia nuovamente investita della medesima questione già sollevata nell’altro giudizio ed il conseguente rischio prolungare la durata del giudizio di costituzionalità, e di riflesso di quello a quo. Tuttavia, deve del pari precisarsi che la sospensione impropria costituisce oggetto di una facoltà del giudice, per l’esercizio della quale egli deve avere appunto riguardo alle conseguenze sulla durata e sull’esito del giudizio di cui è chiesta la sospensione. 7. Effettuata questa ricognizione, va in primo luogo escluso che il giudizio davanti alla Corte europea sia pregiudiziale rispetto a quello presente. E’ infatti vero che il petitum azionabile davanti al Giudice convenzionale, ovvero l’«equa soddisfazione» ai sensi dell’art. 41 della Convenzione, si fonda su una comunanza di causa petendi con la controversia interna, consistente nell’esistenza o meno di un contrasto tra il «diritto interno» (art. 41 citato) e le norme del medesimo trattato. Ma è del pari vero che questa questione è già stata accertata, ed in modo vincolante per questo giudice, dalla Corte Costituzionale, con la sentenza dichiarativa della legittimità costituzionale della legge regionale marchigiana in epigrafe. Attraverso il giudizio incidentale di costituzionalità è stato quindi esperito il rimedio processuale riconosciuto dall’ordinamento nazionale per dedurre il contrasto tra la legge interna e la Convenzione europea, e cioè il sindacato "accentrato" della Corte Costituzionale, attraverso il parametro fornito dall’art. 117, comma 1, Cost., ed in particolare il vincolo da esso discente per il legislatore ordinario al rispetto dei trattati internazionali (art. 117, comma 1, Cost.), tra cui appunto la Convenzione europea per i diritti dell’uomo (cfr., ex plurimis, sentenze della Corte Costituzionale nn. 348 e 349/2007 in materia espropriativa; n. 39/2008; nn. 311 e 317 del 2009; nn. 138 e 187 del 2010; nn. 1, 80, 113, 236, 303, del 2011; si veda anche l’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato, ord. 14 luglio 2015, n. 7 e 4 marzo 2015, n. 4). 8. Pertanto, una volta esperito questo rimedio, il valore e la forza riconosciuta alla legge, alla quale i giudici sono soggetti (art. 101, comma 2, Cost.), impone a questi ultimi di applicarla. Per contro, con la sospensione del giudizio interno per via della pendenza di quello in sede convenzionale si attuerebbe un’integrazione dei due ordinamenti giuridici che la citata giurisprudenza costituzionale ha costantemente escluso ed a fronte della quale separatezza ha elaborato il rimedio del sindacato di costituzionalità ai sensi del citato art. 117, comma 1, Cost., ponendo le norme convenzionali al livello "sub-costituzionale" di norme interposte rispetto a quest’ultima (2in tal senso: Corte cost., 4 ottobre 2007, n. 348). Scarica gratuitamente la sentenza per continuare la lettura.

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17.2.2016 n. 640 si è occupata della sospensione del processo ai sensi della disposizione processualcivilistica di cui all’art. 295 cod. proc. civ. applicabile al processo amministrativo in virtù del richiamo ad esso operato dall’art. 79, ... Continua a leggere

 

Silenzio inadempimento della P.A.: nei giudizi sul silenzio il giudice non può andare oltre la declaratoria di illegittimità dell’inerzia e l’ordine di provvedere

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La controversia all’esame della Quarta Sezione del Consiglio di Stato è stata introdotta quanto al regime giuridico sostanziale e processuale, ai sensi dell’art.31 del codice del processo amministrativo che disciplina l’azione avverso il silenzio-rifiuto (rectius silenzio- inadempimento ), istitutofinalizzato a porre un rimedio alle ipotesi di comportamento inerte della pubblica amministrazione. Nella sentenza del 18 febbraio 2016 n. 653 il Supremo Consesso rileva come "Il legislatore, già con il previgente art.21 bis della legge 6 dicembre 1971 n.1034 ha configurato in favore del soggetto interessato un’azione articolata su due domande: una , di tipo dichiarativo , volta ad ottenere l’accertamento dell’obbligo dell’Amministrazione destinataria di un’apposita istanza ad essa rivolta a definire il procedimento nei termini previsti; l’altra, di condanna, con cui si impone alla P.A. l’adozione di una determinazione esplicita in ordine a quanto alla medesima viene chiesto. Sempre in linea di massima, va pure osservato che nei giudizi sul silenzio il giudice non può andare oltre la declaratoria di illegittimità dell’inerzia e l’ordine di provvedere , essendogli precluso il potere di accertare la fondatezza sostanziale sottesa alla richiesta avanzata dal soggetto, giacchè se così non fosse si andrebbe a sostituire indebitamente alla stessa P.A. ( cfr Cons Stato Sez. IV 25/9/2012 n.5088; idem 24/572010 n. 3270 ). Inoltre perché si configuri un silenzio- inadempimento è necessario che l’Amministrazione contravvenga ad un preciso obbligo di provvedere e tanto sia in base ad espresse previsioni di legge sia nelle ipotesi che discendono dai principi generali o dalla peculiarità del caso.

 
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La trasposizione del ricorso straordinario in sede giurisdizionale: l’originario contenuto del ricorso straordinario non può essere modificato e non possono essere prodotte censure nuove

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Si segnala la sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 19.2.2016 n. 667 a tenore della quale "Costituisce principio giurisprudenziale pacifico che in sede di trasposizione del ricorso straordinario in sede giurisdizionale, l’originario contenuto del ricorso straordinario non può essere modificato e non possono essere prodotte censure nuove. La trasposizione, infatti, costituisce (nella forma e nella sostanza) una riassunzione dell’originario ricorso straordinario, rispetto al quale l’atto depositato presso il giudice amministrativo non può contenere motivi diversi (cfr. Cons. Stato, V, 29-3-2011, n. 1926). Il ricorso trasposto (e, dunque, la sua delimitazione oggettiva) è il medesimo originariamente avanzato in sede straordinaria, verificandosi con la trasposizione unicamente uno spostamento della sede decisoria. Ammettere, tra l’altro, la possibilità di nuove doglianze determinerebbe l’elusione del termine di decadenza cui l’azione impugnatoria del privato avverso provvedimenti amministrativi è soggetta. Non può, inoltre, a giudizio del Collegio, attribuirsi rilevanza, al fine dell’ammissibilità delle dedotte nuove censure, al comportamento tenuto dal giudice in sede cautelare (il quale avrebbe attribuito rilievo alle stesse nel concedere la tutela cautelare) ed alla ritenuta mancata contestazione in proposito da parte dell’Università. Quanto al primo aspetto, va evidenziato che la misura cautelare ha carattere interinale e provvisorio, con la conseguenza che essa non può pregiudicare una diversa determinazione del giudice assunta in sede di decisione finale della controversia. L’inammissibilità della quale in questa sede si discute è, poi, rilevabile dal giudice di ufficio. Tale ultima circostanza priva di rilevanza in radice le considerazioni operate dall’appellante in ordine alla mancanza di una contestazione sul punto da parte della difesa dell’amministrazione; considerandosi comunque che quest’ultima ha eccepito l’inammissibilità del ricorso (si veda l’atto di costituzione, la memoria del 30-6-2009 prodotti dinanzi al Tar e l’appello cautelare dinanzi al Consiglio di Stato) e che tale eccezione, pur se non rinnovata nei successivi scritti difensivi, non risulta essere stata espressamente rinunciata. Da ultimo, osserva la Sezione che non pare pertinente il richiamo operato dall’appellante al principio di "non contestazione", considerandosi che i "fatti non contestati" sui quali il giudice deve fondare la sua decisione è concetto che si riferisce al dato sostanziale dei fatti storici e non anche al profilo della loro rituale introduzione in giudizio attraverso la proposizione in sede giurisdizionale di censure nuove.".

 
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Si segnala la sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 19.2.2016 n. 667 a tenore della quale "Costituisce principio giurisprudenziale pacifico che in sede di trasposizione del ricorso straordinario in sede giurisdizionale, l’originario contenuto del ricorso straordinario non può essere modificat ... Continua a leggere

 

Chiusura degli Uffici postali: le sovvenzioni o gli aiuti economici da parte dei Comuni non sono ammissibili perché contrastano con il sistema chiuso del finanziamento pubblico del servizio postale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III sentenza del 19.2.2016

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 19 febbraio 2016 n. 698 si è occupata della problematica della chiusura degli uffici postali. In particolare nella sentenza, tra l'altro, il Collegio ha analizzato la censura con la quale il Comune si duole che a torto Poste Italiane s.p.a.avrebbe rifiutato la sua offerta di pagare il canone di locazione dei locali, nei quali è ubicato l’ufficio postale, «in quanto in assenza di eventuali interventi sul punto da parte delle competenti autorità nazionali e/o comunitarie, sono contemplate ed ammesse unicamente le forme di rimborso dell’onere del servizio postale universale previste dalle disposizioni vigenti». Il primo giudice ha escluso che siano ammissibili forme di rimborso totale e parziale dei costi di gestione da parte del Comune sede dell’ufficio postale svolgendo Poste anche attività di servizi finanziari in regime di concorrenza con altri operatori privati, ma questa conclusione è contestata dall’appellante, secondo cui, fermo restando che lo svolgimento di ulteriori attività da parte di Poste Italiane s.p.a. non può paradossalmente tornare in danno del servizio postale universale, l’art. 2, comma 8, del Contratto di Programma 2009-2011 tra il Ministero dello Sviluppo Economico e Poste Italiane s.p.a. non escluderebbe forme di finanziamento da parte degli enti locali. Ad avviso del Supremo Consesso questo assunto è infondato perché – anche prescindendo dall’impatto che tale forma di contribuzione "spontanea" da parte degli enti locali può avere sulle attività dei servizi finanziari svolte in regime di concorrenza da Poste Italiane s.p.a., con il rischio che esse concretizzino una non consentita forma di aiuto di Stato, e dall’esistenza o meno, in loco, di istituti di credito potenzialmente rivali – le sovvenzioni o gli aiuti economici da parte dei Comuni non sono ammessi dell’art. 2, comma 8, del Contratto di Programma, né sono ammissibili, perché contrastano con il sistema chiuso del finanziamento pubblico del servizio postale, siccome previsto dal d. lgs. 58/2011, a carico del bilancio dello Stato e del fondo di compensazione, nonché più recentemente anche dall’art. 1, comma 274, della l. 190/2014, e disincentivano la finalità, perseguita dal legislatore nazionale ed europeo, di garantire una maggiore efficienza economica, nel complesso, del servizio postale, pur tenendo conto delle esigenze connesse all’universalità del servizio stesso e ad una sua razionale ed equilibrata dislocazione territoriale. Aggiunge il Collegio che "La chiusura di presidi "inutili" e inefficienti, come quello di cui si controverte, nei quali si registrano in media quattro operazioni giornaliere, risponde ad una logica di efficienza che, del resto, non contrasta con gli interessi della popolazione locale, stante la presenza di un ufficio postale sito nel capoluogo comunale (Sannicola), posto a vicinissima distanza (di molto inferiore a tre chilometri). Il mantenimento di uffici sovradimensionati e dispendiosi, rispetto alle reali esigenze del bacino di utenza localmente interessato, non può essere controbilanciato, merita qui di essere ribadito, da forme di contribuzione o di aiuti economici, a spese della finanza locale, non contemplate dalla legislazione vigente e in contrasto con un complessivo riordino del servizio postale universale su scala nazionale, quale delineato dal legislatore e ispirato a finalità di razionalizzazione ed efficienza, fermo restando, ovviamente, il rispetto dei principi sanciti sul punto dalla delibera n. 342/14/CONS."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III sentenza del 19.2.2016

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 19 febbraio 2016 n. 698 si è occupata della problematica della chiusura degli uffici postali. In particolare nella sentenza, tra l'altro, il Collegio ha analizzato la censura con la quale il Comune si duole che a torto Poste Italiane s.p.a. ... Continua a leggere

 

La revocazione è un rimedio eccezionale che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio

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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 19.2.2016 n. 677 richiama la giurisprudenza intervenuta in materia ( sez.IV, 24 gennaio 2011, n. 503) chr ha avuto modo di affermare che l’istituto della revocazione è rimedio eccezionale, che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio. Sicchè, precisa il Collegio " la "svista" che consente la proposizione del ricorso per revocazione, tendenzialmente eccezionale anche in caso di cd. revocazione ordinaria ( cfr. Cass. n. 1957/83), è rappresentata o dalla mancata esatta percezione di atti di causa, ovvero dalla omessa statuizione su una censura o su una eccezione ritualmente introdotta nel dibattito processuale. L’errore di fatto revocatorio deve, infatti, cadere su atti o documenti processuali ( Consiglio di Stato, A.P., 22 gennaio 1997, n. 3 ; sez. IV, 8 giugno 2009, n. 3499; sez. IV, 23 settembre 2008, n. 4607 ; sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 1145). Di conseguenza, non sussiste vizio revocatorio se la lamentata erronea percezione degli atti di causa ha costituito un punto controverso e, comunque, ha formato oggetto di decisione nella sentenza revocanda, ossia è il frutto dell’apprezzamento, della valutazione e dell’interpretazione delle risultanze processuali da parte del giudice ( Cons. Stato, sez. VI, 5 giugno 2006, n. 3343). Dunque, l’errore di fatto revocatorio si estrinseca in un abbaglio dei sensi, per effetto del quale si determina un contrasto tra due diverse proiezioni dello stesso oggetto, l’una emergente dalla sentenza e l’altra risultante dagli atti e documenti di causa ; specificandosi ulteriormente che lo stesso può essere apprezzato solo quando risulti da atti o documenti ritualmente acquisiti agli atti del giudizio, con esclusione, quindi, delle produzioni inammissibili, come avviene nel caso in cui l’errore di percezione concerna atti o documenti non prodotti ovvero quando esso venga dimostrato mediante deposito di un documento prodotto per la prima volta in sede di revocazione ( cfr. Cons. Stato, sez. V, 16 novembre 2010, n. 8061; sez. IV, 13 ottobre 2010, n. 7487). Di contro, costituiscono vizi logici e, dunque, errori di diritto quelli consistenti nella erronea interpretazione e valutazione dei fatti o nel mancato approfondimento di una circostanza risolutiva ai fini della decisione ( Cons. stato, sez. IV, 11 settembre 2012, n. 4811; sez. V, 21 ottobre 2010, n. 7599)."

 
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Procedimento amministrativo: nessun obbligo di preavviso di rigetto per i procedimenti attivati d'ufficio

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Nel giudizio in esame la Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 30.12.2015 n. 5868 ha richiamato i principi consolidati dalla giurisprudenza in ordine alla dedotta violazione delle garanzie procedimentali partecipative e dell’obbligo di preavviso di rigetto sancito dall’art. 10 bis, l. n. 241 del 1990, (cfr., ex plurimis, Cons. Stato, Sez. V, n. 2548 del 2012; Cons. giust. amm., 4 luglio 2011, n. 472, cui si rinvia ai sensi dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.), per la quale: I) non vi è l’obbligo di preavviso in relazione ai procedimenti attivati d’ufficio; II) non ha carattere tassativo l’elenco delle ipotesi, di cui all’ultimo periodo dell’art. 10 bis, l. n. 241 del 1990, per le quali non è necessaria la comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento della domanda; sotto tale angolazione, la mancata comunicazione del preavviso di rigetto non comporta ex se l’illegittimità del provvedimento finale, in quanto la norma sancita dall’art. 10 bis cit., va interpretata alla luce del successivo art. 21 octies, co. 2, l. n. 241 del 1990, il quale, nell’imporre al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento e di non annullare l’atto nel caso in cui le violazioni formali non abbiano inciso sulla legittimità sostanziale del medesimo, rende irrilevante la violazione delle disposizioni sul procedimento o sulla forma dell’atto allorché il contenuto dispositivo non sarebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Accedi gratuitamente alla sentenza.

 
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Vigili Urbani: il parere della Corte dei Conti sul divieto assoluto di concorsi, assunzioni e scorrimento graduatorie

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La Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015 ha risposto al quesito formulato da un Comune sulla possibilità di completare la procedura, avviata del 2014, per l’assunzione di una unità di polizia municipale alla luce della disciplina introdotta dalla l. 190/2014 commi da 418 a 430 (legge di stabilità 2015). La legge da ultimo citata prevede un articolato percorso volto al graduale riassorbimento del personale in servizio presso province e città metropolitane, in conseguenza della riduzione delle funzioni operata dalla legge Delrio (legge n. 56/2014) e della parallela imposizione di diminuzione proporzionale degli organici di personale (e della relativa spesa). Nell’ambito del citato quadro normativo, ad avviso della Corte dei Conti assume una posizione di primo piano il comma 424 dell’art. 1 della richiamata legge di stabilità che prevede per il biennio 2015 e 2016 che le regioni e gli enti locali "destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate alla data di entrata in vigore della presente legge e alla ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità". Con esclusivo riferimento alla ricollocazione del personale soprannumerario viene, inoltre, previsto che "le regioni e gli enti locali destinano, altresì, la restante percentuale della spesa relativa al personale di ruolo cessato negli anni 2014 e 2015, salva la completa ricollocazione del personale soprannumerario. Fermi restando i vincoli del patto di stabilità interno e la sostenibilità finanziaria e di bilancio dell'ente, le spese per il personale ricollocato secondo il presente comma non si calcolano, al fine del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 557 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296". L’inderogabilità della regolamentazione viene garantita attraverso l’espressa comminatoria della nullità delle assunzioni effettuate in violazione di quanto sancito dal comma in esame, sicché l’eventuale contratto stipulato contra legem è ab origine invalido ed inefficace (con eventuali conseguenti responsabilità in capo a chi ha disposto l’assunzione illegittima). In particolare, l’assunzione del personale di polizia municipale, cui espressamente si riferisce la richiesta di parere, trova la propria base positiva di riferimento non tanto nella l. 190/2014, quanto nel d.l. 78/2015 conv. dalla l. 125/2015 che, all’art 5, disciplinando il passaggio del personale di polizia provinciale nei ruoli della polizia municipale, dispone che "il personale appartenente ai Corpi ed ai servizi di polizia provinciale di cui all'articolo 12 della legge 7 marzo 1986, n. 65, transita nei ruoli degli enti locali per lo svolgimento delle funzioni di polizia municipale, secondo le modalità e procedure definite con il decreto di cui all'articolo 1, comma 423, della legge 23 dicembre 2014, n. 190" e che "personale non individuato o non riallocato, entro il 31 ottobre 2015, ai sensi dei commi 2 e 3, è trasferito ai comuni, singoli o associati, con le modalità di cui al comma 1". La disposizione da ultimo citata prevede una disciplina peculiare, per certi versi più restrittiva rispetto a quella contenuta nella legge di stabilità, volta ad agevolare al massimo il riassorbimento di quello speciale settore di personale che è la polizia provinciale, anticipando il transito effettivo anche con la previsione di forme di avvalimento tra l’ente originario di appartenenza e l’ente locale destinatario. Il transito del personale di polizia provinciale nei ruoli della polizia municipale viene agevolato sia attraverso la previsione di deroghe sia attraverso l’espressa statuizione di un divieto assoluto di reclutamento aliunde, a pena di nullità. Il comma 6 del citato art 5 d.l. 78/2015, infatti, sancisce che "Fino al completo assorbimento del personale di cui al presente articolo, è fatto divieto agli enti locali, a pena di nullità delle relative assunzioni, di reclutare personale con qualsivoglia tipologia contrattuale per lo svolgimento di funzioni di polizia locale". Sulla base di tale premessa e richiamando i precedenti della Sezione, la Corte ha affermato che la disciplina in esame impone anche un divieto particolarmente stringente ed atto a comprendere qualsivoglia forma di utilizzo di nuova forza lavorativa. L’unica deroga al divieto di assunzione predetto è contemplata dalla medesima disposizione in relazione a "personale a tempo determinato effettuate dopo la data di entrata in vigore del presente decreto, anche se anteriormente alla data di entrata in vigore della relativa legge di conversione, per lo svolgimento di funzioni di polizia locale, esclusivamente per esigenze di carattere strettamente stagionale e comunque per periodi non superiori a cinque mesi nell'anno solare, non prorogabili "(deroga introdotta in sede di conversione, a conferma dell’insuperabilità del divieto sul piano interpretativo)". Nel solco di tale linea interpretativa si inserisce una recente deliberazione della Sezione controllo Lombardia (n. 416/PAR/2015 del 10.11.2015) secondo cui l’art. 5 del decreto-legge n. 78 del 2015 impone ai comuni (a prescindere dalla presenza di capacità assunzionali) di assumere il personale di polizia provinciale (con divieto di assunzioni alternative fino al completo riassorbimento). Per le ragioni sopra esposte, l’eventuale assunzione a tempo indeterminato, da parte di un comune, di agenti di polizia municipale ricade nello spettro applicativo del divieto di cui all’art 5, comma 6, del decreto-legge n. 78 del 2015, convertito dalla legge n. 125 del 2015, e nella conseguente sanzione della nullità." Conclude, quindi, la Corte richiamando la pronuncia della Sezione delle Autonomie che, con deliberazione n. 28/SEZAUT/2015/QMIG, ha sottolineato come non è consentito "all’ente locale (salvo che per le assunzioni a tempo determinato per le esigenze temporanee di cui all’art. 5, comma 6 del D.L. n. 78/2015) di procedere all'assunzione di personale di polizia municipale mediante scorrimento di graduatoria tenendo conto, cumulativamente, delle cessazioni intervenute nel triennio 2012 – 2014". Scarica il parere

 
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La Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015 ha risposto al quesito formulato da un Comune sulla possibilità di completare la procedura, avviata del 2014, per l’assunzione di una unità di polizia municipale alla luce della discipli ... Continua a leggere

 

Autorità Portuali: le controversie sullo svolgimento di procedure concorsuali sono devolute al giudice amministrativo

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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.12.2015 n. 5801 ha evidenziato che "L’Autorità portuale, secondo il chiaro dettato della legge 28/1/1994 recante il riordino della legislazione in materia portuale ha personalità giuridica di diritto pubblico ed è dotata di autonomia amministrativa nonché di bilancio e finanziaria (art.6). In ordine alla natura dell’Autorità portuale quale Ente di diritto pubblico non economico si è più volte espresso questo Consiglio di Stato (Sez. IV 14/3/2014 n. 1014; idem 20/1/2015), sicché l’attività svolta da detto Ente è attività pubblica e per le modalità di assunzione di dipendenti valgono le regole delle procedure concorsuali, con l’ulteriore conseguenza che le controversie attinenti lo svolgimento di dette procedure sono devolute al giudice amministrativo (in tal senso, Cass. Sez. Unite 24/7/2013 n. 17930)". Per approfondire scarica la sentenza.

 
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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.12.2015 n. 5801 ha evidenziato che "L’Autorità portuale, secondo il chiaro dettato della legge 28/1/1994 recante il riordino della legislazione in materia portuale ha personalità giuridica di diritto pubblico ed è dotata di autonomia am ... Continua a leggere

 

Settore militare: i principi sul rapporto tra concorso e scorrimento della graduatoria

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Nel giudizio in esame il Ministero della Difesa, deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, il reclutamento del personale militare sarebbe regolato da una disciplina sua propria (contenuta nel D. Lgs. 15/3/2010 n. 66 "Codice dell’ordinamento militare"), diversa da quella vigente per tutte le altre pubbliche amministrazioni, che darebbe prevalenza all’assunzione tramite concorso, rispetto a quella mediante scorrimento delle graduatorie. Nel caso di specie, inoltre, l’amministrazione avrebbe, anche, esplicitato le ragioni che l’hanno indotta a non procedere allo scorrimento della precedente graduatoria e a preferire l’indizione di un nuovo concorso. Il Consiglio di Stato Sez. IV nella sentenza del 21.12.2015 n. 5792 ha accolto la censura prospettata dal Ministero evidenziando come con una recente sentenza, la Sezione ha affermato principi sul rapporto tra concorso e scorrimento della graduatoria, quali modalità per l’accesso all’Arma dei Carabinieri, ma indubbiamente estensibili al reclutamento di medici veterinari dell’Esercito, che il Collegio condivide e che si attagliano perfettamente alla presente controversia (cfr Cons. Stato, Sez. IV, 15/9/2015n. 4330). "Non resta, pertanto, che riprenderne le motivazioni. <>. Nel caso di specie, l’amministrazione intimata ha stabilito di indire un nuovo concorso, piuttosto che procedere allo scorrimento della graduatoria di quello precedente, "…in quanto, in relazione alle peculiari esigenze operative e organizzative del ministero della difesa, il reclutamento del personale militare esige l’attualità dell’accertamento dei requisiti di efficienza e di idoneità psicofisica e attitudinale". Tale motivazione è sufficiente, giusta quanto più sopra evidenziato, a sorreggere la scelta. Né, quest’ultima, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellato, è inficiata dal fatto che nel bando con cui era stato indetto il concorso per l’anno 2011, fosse stato richiamato il D.P.R. 9/5/1994 n. 487, il cui articolo 15, al comma 7, stabilisce che " …le graduatorie dei vincitori rimangono efficaci per un termine di diciotto mesi dalla data della sopracitata pubblicazione per eventuali coperture di posti per i quali il concorso è stato bandito e che successivamente ed entro tale data dovessero rendersi disponibili". Dalle considerazioni più sopra svolte, discende, infatti, che con specifico riguardo al settore militare, la disposizione dà facoltà all’amministrazione di procedere allo scorrimento, ma non la vincola in tal senso.

 
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Nel giudizio in esame il Ministero della Difesa, deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, il reclutamento del personale militare sarebbe regolato da una disciplina sua propria (contenuta nel D. Lgs. 15/3/2010 n. 66 "Codice dell’ordinamento militare"), diversa da quell ... Continua a leggere

 

Processo amministrativo: il termine per la proposizione del ricorso incidentale

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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.12.2015 n. 5793 ha evidenziato che "Il ricorso incidentale è preordinato a paralizzare la possibilità di accoglimento del ricorso principale, introducendo una ragione ostativa all'accoglimento delle censure con esso dedotte e, quindi, funziona come un'eccezione, nel senso che, pur costituendo formalmente una autonoma azione di impugnazione, da un punto di vista sostanziale (per lo meno in primo grado) consiste in una eccezione in senso tecnico in quanto mira a paralizzare l'azione principale e a neutralizzare gli effetti derivanti da un eventuale accoglimento del relativo ricorso, con l'obiettivo di lasciare immutato il medesimo assetto di interessi garantito dal provvedimento oggetto dell’impugnazione principale (Cons. Stato, Sez. V, 8/9/2010 n. 6510 e Sez. IV, 21/4/2009 n. 2435)". Se ciò è vero - conclude il Collegio - il termine per la proposizione dell’impugnazione incidentale non può che cominciare a decorrere dal momento in cui il controinteressato riceve la notificazione del gravame principale, che costituisce per lui fonte della lesione, come del resto si ricava, esplicitamente dall’art. 42, comma 1, del c.p.a. secondo cui "Le parti resistenti e i controinteressati possono proporre domande il cui interesse sorge in dipendenza della domanda proposta in via principale, a mezzo di ricorso incidentale. Il ricorso si propone nel termine di sessanta giorni decorrente dalla ricevuta notificazione del ricorso principale" (Cons. Stato, Sez. IV, 1371/2015 n. 48 e Sez. V, 27/12/2013 n. 6285). Si rileva altresi nella sentenza che "la posizione del ricorrente incidentale è assolutamente simmetrica a quella del ricorrente principale, in relazione al quale, fuori dai casi di pubblicità legale verso terzi non destinatari, la "piena conoscenza" dell'atto impugnabile, idonea a far decorrere il termine decadenziale, si realizza con la cognizione degli elementi essenziali (soggetto emanante, oggetto, contenuto dispositivo del provvedimento ed effetto lesivo) dell’atto da cui sorge la lesione, acquisendosi da tale momento la consapevolezza dell’esigenza di reagire secundum jus contro quest’ultimo, senza che sia necessaria anche la compiuta conoscenza della motivazione e degli atti del procedimento, rilevante, al più, per proporre eventuali motivi aggiunti (cfr., da ultimo, Cons. Stato, IV Sez., 29/10/2015 n. 4945). Non ignora il Collegio che un recente orientamento giurisprudenziale ha riconosciuto che il termine per l'impugnazione incidentale possa iniziare a decorrente anche dal successivo momento dalla reale ed effettiva conoscenza degli elementi di fatto su cui il controinteressato basa il proprio ricorso, ma ciò ha fatto con riguardo alla materia degli appalti, caratterizzata da termini di impugnazione assai brevi e fortemente influenzata dalla disciplina comunitaria di settore, e avendo cura di precisare che la conclusione teneva conto "della specifica e non generalizzabile complessità della fattispecie e delle ragioni per proporre quel gravame in primo grado" (Cfr. Cons. Stato, Sez. III, 12/11/2014 n. 5573). Il precedente non è, dunque, estensibile all’odierna fattispecie, che esula dallo speciale settore degli appalti." Per continuare nella lettura della sentenza scaricala gratuitamente.

 
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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.12.2015 n. 5793 ha evidenziato che "Il ricorso incidentale è preordinato a paralizzare la possibilità di accoglimento del ricorso principale, introducendo una ragione ostativa all'accoglimento delle censure con esso dedotte e, quindi, f ... Continua a leggere

 
 
 
 
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