News 5 Novembre 2015 - Area Amministrativa


NORMATIVA

A.N.AC.: on line l’aggiornamento del Piano Nazionale Anticorruzione

close icon

Nella seduta del 28 ottobre scorso, il Consiglio dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha approvato l’Aggiornamento per il 2015 del PNA 2013-2016, in vigore dalla data di pubblicazione sul sito. Si legge nel comunicato che questo è il primo atto di Anac in questa materia dopo l’approvazione delPNA nel 2013 e l’Autorità ha voluto imprimere una decisa svolta nella direzione del miglioramento della qualità dei Piani anticorruzione delle amministrazioni pubbliche. I Piani fin qui adottati si sono rivelati per più aspetti gravemente carenti, soprattutto per la mancata individuazione di adeguate misure di prevenzione della corruzione, che fossero il frutto di una compiuta autoanalisi organizzativa delle amministrazioni, alla ricerca di aree e attività più esposte al rischio di corruzione. In attesa di un nuovo e più organico Piano Nazionale Anticorruzione 2016-2018, sul quale l’Autorità sta già lavorando, si è voluto segnalare alle amministrazioni la necessità di concentrarsi sulla effettiva individuazione e attuazione di misure proporzionate al rischio, coerenti con la funzionalità e l’efficienza, concrete, fattibili e verificabili, quanto ad attuazione e ad efficacia. L’Aggiornamento è articolato in una parte generale, di ricostruzione dei limiti della esperienza pregressa e di indicazioni per una rapida correzione di rotta, e in una parte speciale, dedicata a due approfondimenti in settori particolarmente esposti al rischio corruttivo: i contratti pubblici e la sanità (redatto in collaborazione con il Ministero della salute e con l’Agenas). Per ciascuno di questi settori si individuano eventi rischiosi e si indicano alcune possibili misure di prevenzione. Nel documento si opera una ricapitolazione dei soggetti tenuti all’adozione di misure anticorruzione: attraverso i Piani triennali le amministrazioni e gli enti pubblici; attraverso misure integrative di quelle adottate con il d.lgs. n. 231 del 2001 gli enti di diritto privato in controllo pubblico. Particolare attenzione è dedicata al ruolo e alla garanzia della posizione dei Responsabili di prevenzione della corruzione, nei loro rapporti con gli organi di indirizzo politico amministrativo e con l’intera struttura dell’amministrazione, tenendo conto di quanto è emerso nel corso della prima giornata nazionale dei Responsabili anticorruzione (14 luglio del 2015). Il successo dei nuovi Piani anticorruzione, che le amministrazioni dovranno adottare entro il 31 gennaio del 2016, continua a dipendere dalla volontà delle stesse amministrazioni, a partire dai loro vertici politici e istituzionali, di combattere sul serio la corruzione al proprio interno. L’Autorità, da parte sua, userà tutti i poteri e gli strumenti a disposizione, dalla vigilanza sulla qualità delle misure adottate (e sulla loro effettiva attuazione) alla collaborazione fattiva, alla formazione. A questo fine, nell’ultima parte della determinazione, sono indicati con chiarezza i doveri di attuazione delle amministrazioni, considerati come altrettanti punti di verifica, sui quali l’Autorità svolgerà con carattere prioritario la propria attività di vigilanza. Accedi alla Delibrazione

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

Nella seduta del 28 ottobre scorso, il Consiglio dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha approvato l’Aggiornamento per il 2015 del PNA 2013-2016, in vigore dalla data di pubblicazione sul sito. Si legge nel comunicato che questo è il primo atto di Anac in questa materia dopo l’approvazione del ... Continua a leggere

 
GIURISPRUDENZA

Accesso ai documenti e trasparenza: "no" del Consiglio di Stato al dirigente che chiede l'ostensione delle retribuzioni di risultato dei colleghi

close icon

La Terza Sezione del Consiglio di Stato ha esaminato la legittimità del rifiuto opposto dall'INPS ad un dirigente di ostensione, tra l'altro, della documentazione relativa alla retribuzione di risultato riconosciuta ad altri dirigenti ritenendo non configurabile, in capo all’odierno ricorrente, alcun interesse meritevole di tutela, azionabile con il rimedio peculiare apprestato dall’art.116 c.p.a. Si legge nella parte motiva: "E’ sufficiente, al riguardo, rilevare che l’esercizio del diritto di accesso è autorizzato solo se sostenuto dall’esigenza di tutelare un interesse giuridicamente rilevante, intendendosi per tale un interesse serio, effettivo, concreto, attuale e, in definitiva, ricollegabile all’istante da un preciso e ben identificabile nesso funzionale alla realizzazione di esigenze di giustizia (cfr. ex multis Cons. St., sez. V, 23 settembre 2015, n.4452), per concludere che, nel caso di specie, la conoscenza della documentazione rimasta riservata non risulterebbe idonea a soddisfare alcun apprezzabile interesse, tanto meno collegato ad esigenze di difesa giurisdizionale, attesa l’assoluta irrilevanza, a qualsiasi fine di tutela dei suoi interessi, del mero confronto della sua retribuzione di risultato con quella riconosciuta ai suoi colleghi (in ragione dell’autonomia e dell’indipendenza delle relative posizioni soggettive). Ne consegue, pertanto, l’assenza, nella fattispecie, dell’indefettibile presupposto della sussistenza di un interesse idoneo a legittimare (secondo la regolazione contenuta negli artt. 22 e seguenti della legge n.241 del 1990) la valida attivazione del rimedio nella specie azionato." L’INPS - aggiunge il Collegio - risulta, peraltro, adempiente agli obblighi di trasparenza, quanto alla pubblicazione sul sito istituzionale di tutte le componenti della retribuzione dei dirigenti, sanciti dall’art.15, comma 1, d.lgs. n.33 del 2013, sicchè, anche sotto tale profilo, la pretesa del ricorrente deve ritenersi priva di fondamento.

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

La Terza Sezione del Consiglio di Stato ha esaminato la legittimità del rifiuto opposto dall'INPS ad un dirigente di ostensione, tra l'altro, della documentazione relativa alla retribuzione di risultato riconosciuta ad altri dirigenti ritenendo non configurabile, in capo all’odierno ricorrente, alc ... Continua a leggere

 

Notificazione: è legittima la notificazione di un provvedimento amministrativo a una società, effettuata in modo difforme dalla procedura di cui all’art. 145 Cod. proc. civ., se la società destinataria abbia tempestivamente proposto il ricorso

close icon

In base a quanto dispone l’art. 145, comma 1, secondo periodo, Cod. proc. civ. , la notificazione può anche essere eseguita alla persona fisica che rappresenta l’ente qualora nell’atto da notificare ne sia indicata la qualità e risultino specificati residenza, domicilio e dimora abituali. Nel casoin esame, l’ordinanza di demolizione risulta indirizzata alla società e per essa ("p. e.") al suo rappresentante legale, residente in Fiumicino […]: risulta quindi dal testo dell’ordinanza impugnata la qualità di rappresentante legale della società , con conseguente sostanziale regolarità della notifica fatta presso la casa d’abitazione a mano di persona convivente. In ogni caso, è legittima la notificazione di un provvedimento amministrativo a una società, effettuata (in ipotesi) in modo difforme dalla procedura di cui all’art. 145 Cod. proc. civ. (notificazione a persona giuridica, da eseguirsi nella sede mediante consegna di copia dell'atto al rappresentante, o alla persona incaricata di ricevere le notificazioni, oppure alla persona addetta alla sede, fatto salvo come detto il secondo periodo del comma 1), qualora la società destinataria abbia tempestivamente proposto il ricorso giurisdizionale avverso l'atto così notificato, con ciò dimostrando d'averne avuto effettiva conoscenza e determinando così la sanatoria di eventuali vizi della notificazione: la nullità, ai sensi dell'art. 156, terzo comma, Cod. proc. civ., non può essere pronunciata se l'atto notificato in modo irregolare ha raggiunto lo scopo al quale è destinato (cfr. Cons. Stato, V, 14 novembre 1996, n. 1364). Il principio dell'art. 156, terzo comma, C.p.c., per il quale il conseguimento dello scopo al quale l'atto è preordinato ne sana la nullità, trova applicazione anche per la notifica dei provvedimenti amministrativi: per cui, in una prospettiva di funzionalità del sistema, la non corretta notifica dell’atto lesivo non incide sulla legittimità dello stesso ma soltanto sulla decorrenza del termine per impugnare. Un eventuale vizio della notificazione del provvedimento lesivo si traduce in mera irregolarità, sanata con il tempestivo esercizio del diritto di difesa da parte dell’interessato, il quale dimostra di avere raggiunto quella condizione di piena conoscenza dell’atto che è l’unico elemento di rilievo ai fini della decorrenza del termine per impugnare.

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

In base a quanto dispone l’art. 145, comma 1, secondo periodo, Cod. proc. civ. , la notificazione può anche essere eseguita alla persona fisica che rappresenta l’ente qualora nell’atto da notificare ne sia indicata la qualità e risultino specificati residenza, domicilio e dimora abituali. Nel caso ... Continua a leggere

 

Contributo unificato: nessun vizio per la sentenza che non ha disposto il rimborso

close icon

La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 ha affermato che "non costituisce vizio della sentenza il fatto che essa non abbia disposto il rimborso (a carico dell’amministrazione soccombente) del contributo unificato. Come risulta dalla normativa in materia (art. 13, comma6-bis, del d.lgs. n. 115/2002) e come confermato dalla giurisprudenza (anche di questa Sezione) il rimborso del contributo unificato è dovuto ex lege anche quando sia stata disposta la compensazione delle spese, sempreché la decisione sia favorevole alla parte che lo ha versato".

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 ha affermato che "non costituisce vizio della sentenza il fatto che essa non abbia disposto il rimborso (a carico dell’amministrazione soccombente) del contributo unificato. Come risulta dalla normativa in materia (art. 13, comma ... Continua a leggere

 

Inquadramento del dipendente pubblico in una qualifica superiore: il calcolo degli interessi legali e della rivalutazione monetaria sulle differenze retributive

close icon

La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 n. 4888 ha affermato che "nelle ipotesi di ricostruzione di carriera a seguito dell'inquadramento del dipendente pubblico in una qualifica superiore, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sulle differenze retributivetardivamente corrisposte dall'Amministrazione decorrono dalla data del provvedimento, con il quale, a séguito del disposto reinquadramento, sorge il diritto di credito del dipendente ( C.d.S., sezione III, n. 4854 del 13.9.2012). Sulle differenze retributive, dunque, sono dovuti, sino al soddisfo, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria (fermo naturalmente restando il divieto di loro cumulo dal 1 gennaio 1995, ex artt. 16, VI comma, legge 30.12.1991, n. 412, e 22, XXXVI comma, legge 23.12.1994, n. 724), a partire dalla data di adozione della delibera che riconosce in capo all'interessato la qualifica superiore, o meglio, nella fattispecie, a partire dalla sentenza esecutiva del TAR Puglia n. 1739 del 2000, da cui è sorto - retroattivamente - il diritto di credito di cui si sta trattando, a cui l’Amministrazione avrebbe dovuto dare esecuzione mediante l’adozione della delibera di reinquadramento".

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 n. 4888 ha affermato che "nelle ipotesi di ricostruzione di carriera a seguito dell'inquadramento del dipendente pubblico in una qualifica superiore, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sulle differenze retributive ... Continua a leggere

 

Polizia di Stato: per la promozione alla qualifica superiore per meriti straordinari e speciali il parere della Commissione centrale non è vincolante, ma per discostarsene è necessaria una esplicita motivazione del Capo della Polizia

close icon

Il Consiglio di Stato ha esaminato un contenzioso avente ad oggetto l’applicazione delle disposizioni concernenti le ricompense del personale della Polizia di Stato, e più precisamente la ricompensa della promozione alla qualifica superiore per meriti straordinari e speciali. La promozione per meriti straordinari e speciali è prevista dall’art. 71 del d.P.R. n. 335/1982, e il procedimento per il conferimento è regolato dagli artt. da 70 a 75-ter del regolamento emanato con d.P.R. n. 782/1985. L’appellante, già ricorrente in primo grado, era stato destinatario del decreto del Capo della Polizia in data 20 novembre 2007, con il quale era stata disposta la promozione alla qualifica di vice sovrintendente per meriti straordinari e speciali, in relazione ad una operazione di servizio nella quale – unitamente ad un collega parigrado - aveva dato una non comune prova di sé, tanto che il Questore di Taranto aveva proposto entrambi per la promozione per meriti straordinari. Successivamente, però, con decreto del 22 febbraio 2008, lo stesso Capo della Polizia ha annullato "in autotutela" quella promozione sostituendola con un encomio solenne. Tale annullamento era motivato con la considerazione che il decreto del 20 novembre 2007 era stato emesso nell’erroneo presupposto che l’apposita commissione centrale per le ricompense avesse espresso parere conforme alla proposta del Questore, mentre in realtà si era espressa per la concessione di un encomio solenne. L’interessato proponeva ricorso al T.A.R. che rigettava il ricorso. Il Consiglio di Stato investito dell'appello ha in primis analizzato la questione se il parere della commissione centrale delle ricompense abbia carattere vincolante o meno affermando che le disposizioni sopra citate del regolamento n. 782/1985 non qualificano espressamente il parere come vincolante, tuttavia il sistema complessivo della normativa lascia intendere che la pronuncia della commissione sia il momento culminante e decisivo della procedura; l’ipotesi che il Capo della Polizia se ne discosti, pur se ammessa, si configura dunque come una eccezione, che richiederebbe un’esplicita motivazione. In ogni caso, si tratti di parere vincolante o meno, è risolutiva la considerazione che nella fattispecie il Capo della Polizia ha decretato la promozione basandosi sull’erroneo convincimento che in quel senso fosse il parere della commissione. Il Capo della Polizia non intendeva esercitare il suo (supposto) potere di decidere in modo difforme dal parere, al contrario intendeva uniformarvisi. Quel decreto era dunque viziato, quanto meno, dall’errore sul contenuto del parere. Tale vizio era in sé sufficiente – salvo verificare le ulteriori condizioni – per giustificare l’annullamento in autotutela. Da ultimo il Consiglio di Stato precisa altresì che nell’ordinamento del personale della P.S. il sistema delle ricompense per meriti di servizio è caratterizzato da una accentuata discrezionalità, la quale anzi diviene tanto più ampia quanto più elevato è il livello delle ricompense. La ricompensa più elevata è la promozione straordinaria; quella immediatamente inferiore è l’encomio solenne; seguono poi le altre nell’ordine. Il giudizio è affidato alla commissione centrale; quest’ultima, proprio in quanto "centrale", ossia unica per l’intero Corpo, ha il compito, fra l’altro, di garantire un’equilibrata proporzionalità nonché l’omogeneità dei criteri, laddove le proposte dei singoli Questori, proprio perché provengono da una pluralità di fonti, potrebbero risultare scoordinate fra loro. Non costituisce vizio del parere della commissione, dunque, il fatto che nella fattispecie esso sia risultato difforme dalla proposta del Questore. Non spetta poi al giudice della legittimità entrare nella questione se l’operato dell’attuale appellante e del suo collega meritasse o meno la ricompensa di maggior grado.

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

Il Consiglio di Stato ha esaminato un contenzioso avente ad oggetto l’applicazione delle disposizioni concernenti le ricompense del personale della Polizia di Stato, e più precisamente la ricompensa della promozione alla qualifica superiore per meriti straordinari e speciali. La promozione per meri ... Continua a leggere

 

Gioco d'azzardo e ludopatia: sì del Consiglio di Stato alla competenza dei Sindaci sugli orari delle sale da gioco

close icon

La Quinta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza del 22.10.2015 ha affrontato le problematiche afferenti il gioco d'azzardo. Più precisamente la Sezione con la citata sentenza ha affermato che la normativa in materia di gioco d’azzardo, con riguardo delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché dell’impatto sul territorio dell’afflusso ai giochi da parte degli utenti, non è riferibile alla competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza di cui all’art. 117, comma 2, lettera h) della Costituzione, ma alla tutela del benessere psico-fisico dei soggetti maggiormente vulnerabili e della quiete pubblica (come rilevato dalla Corte Costituzionale con le sentenze 10 novembre 2011, n. 300, e 21 aprile 2015, n. 995), tutela che rientra nelle attribuzioni del Comune ex artt. 3 e 5 del d.lgs. n. 267 del 2006. La disciplina degli orari delle sale da gioco non è infatti volta a tutelare in via primaria l’ordine pubblico, ma la salute ed il benessere psichico e socio economico dei cittadini, compresi nelle attribuzioni del Comune ai sensi di dette norme. Quindi il potere esercitato dal Sindaco nel definire gli orari di apertura delle sale da gioco non interferisce con quello degli organi statali preposti alla tutela dell’ordine e della sicurezza, atteso che la competenza di questi ha ad oggetto rilevanti aspetti di pubblica sicurezza, mentre quella del Sindaco concerne in senso lato gli interessi della comunità locale, con la conseguenza che le rispettive competenze operano su piani diversi e non è configurabile alcuna violazione dell'art. 117 comma 2 lett. h), Cost. (Consiglio di Stato, sez. V, 1° agosto 2015, n. 3778). Afferma il Collegio che non è condivisibile la tesi secondo cui l’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000 possa essere interpretato nel senso che la competenza del Sindaco non riguardi anche la materia dei giochi, atteso che la norma espressamente attribuisce ad esso il compito di coordinare e riorganizzare, sulla base degli indirizzi espressi dal Consiglio comunale e nell’ambito di eventuali criteri fissati dalla Regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici. Dalla particolare ampiezza della nozione di ‘pubblico esercizio’, contenuta nella disposizione, deve ritenersi che rientrino senz'altro nella nozione anche le attività di intrattenimento svolte all'interno di sale giochi e degli esercizi in cui siano installati apparecchi di gioco lecito: il connotato tipizzante di un pubblico esercizio è la possibilità di accedere alle prestazioni ivi erogate da parte della collettività indifferenziata, i cui componenti sono tutti ammessi ad avvalersi, a richiesta, a parteciparvi. Le sale giochi e gli esercizi dotati di apparecchiature da gioco, seguendo l'elencazione contenuta nell'art. 50, comma 7, d.lg. n. 267 del 2000, sono qualificabili come pubblici esercizi, di talché il Sindaco può esercitare la potestà regolatoria, tra cui rientrano le attività riguardanti l’esercizio del gioco d’azzardo, quando essa è funzionale ad esigenze di tutela della salute e della quiete pubblica. Questo principio è stato espressamente ribadito con la sentenza di questa Sezione 30 giugno 2014, n. 3271, laddove ha riconosciuto che «l'art. 3 del D.L. n. 138/2011, convertito nella legge n. 148/2011, sempre in tema di abrogazione delle restrizioni all'accesso e all'esercizio delle professioni e delle attività economiche, ha poi disposto che ‘l'iniziativa e l'attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge’, affermando un principio, derogabile soltanto in caso di accertata lesione di interessi pubblici tassativamente individuati (sicurezza, libertà, dignità umana, utilità sociale, salute)….". Al riguardo, la Corte Costituzionale, con la sentenza 18 luglio 2014 n. 220, con riferimento alla individuazione dei poteri esercitabili dal Sindaco ai sensi dell'art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000, ha dichiarato inammissibile, per mancata esplorazione di diverse soluzioni ermeneutiche, la questione di legittimità costituzionale di tale norma, in riferimento agli art. 32 e 118 Cost., nella parte in cui, disciplinando i poteri normativi e provvedimentali attribuiti al Sindaco in materia di gioco e scommesse, non prevede che tali poteri possano essere esercitati con finalità di contrasto del fenomeno del gioco di azzardo patologico. Ha rilevato la Corte Cost. che, come evidenziato dalla giurisprudenza amministrativa di legittimità e di merito, la disposizione censurata può fornire un fondamento legislativo al potere del Sindaco di disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali sono installate le apparecchiature per il gioco. In tale senso si sono collocate anche ulteriori pronunce, con le quali è stato rimarcato che, sulla base della generale previsione dell'art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000, il Sindaco può disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco e che ciò può fare per esigenze di tutela della salute (tra le quali è compresa la esigenza di contrasto alle ludopatie), della quiete pubblica, ovvero della circolazione stradale (oltre alla citata sentenza del Consiglio di Stato, Sezione V, sent. 3271 del 2014, cfr.: ordinanze della Sezione stessa nn. 3845 del 2014, 5826 del 2014 e 610 del 2014), alle cui argomentazioni si rinvia integralmente anche ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 74 del c.p.a. seconda parte; Con riguardo al particolare caso in esame, osserva in proposito il collegio che con l’ordinanza sindacale impugnata in primo grado, preso atto dei preoccupanti dati emergenti da una comunicazione della A.S.L. di Lecco circa la presenza nella realtà locale di giocatori d’azzardo problematici e patologici, il Sindaco del Comune di Lecco ha deliberato di delimitare l’orario massimo di apertura delle attività inerenti il gioco d’azzardo, visto l’art. 3, comma 2, del d. lgs. n. 267 del 2000, a «tutela della salute pubblica, ma anche, più i generale del benessere individuale e collettivo della popolazione locale». Tale ordinanza è stata motivata con riferimento al fatto che il Comune ha anche il compito di contrastare i fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, dal momento che la moltiplicazione incontrollata della possibilità di accesso al gioco costituisce accrescimento del rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia nella vita personale e familiare dei cittadini che a carico dei servizi sociali comunali chiamati a contrastare situazioni di disagio connesse alle ludopatie. L’ordinanza, in quanto espressamente volta alla tutela della salute pubblica mediante contrasto con detto fenomeno, rientrava quindi ad avviso del Consiglio di Stato pienamente nelle competenze sindacali di cui al citato art. 50, comma 7, del d. lgs. n. 267 del 2000.

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

La Quinta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza del 22.10.2015 ha affrontato le problematiche afferenti il gioco d'azzardo. Più precisamente la Sezione con la citata sentenza ha affermato che la normativa in materia di gioco d’azzardo, con riguardo delle conseguenze sociali dell’offerta de ... Continua a leggere

 

Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agenzia delle Entrate e MEF: monito del Consiglio di Stato "la mancata adozione del Sistema e del Piano delle performance, in attesa della emanazione del d.p.c.m., non trova più ragionevole giustificazione"

close icon

Il Consiglio di Stato Sez. IV con sentenza del 13.10.2015 n. 4713 ha annullato la sentenza n. 11466/2014 del TAR Lazio che dichiarava inammissibile il ricorso proposto dalla Dirpubblica (Federazione del Pubblico Impiego) per ottenere l’annullamento del silenzio-rifiuto serbato sulla diffida volta achiedere: - all’Agenzia delle dogane e dei Monopoli e all’Agenzia delle Entrate di provvedere alla nomina dell’Organismo Indipendente di Valutazione, affinché provvedesse a definire il sistema di misurazione e valutazione delle performance organizzativa ed individuale; - all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, all’Agenzia delle Entrate ed al Ministero dell’Economia e delle Finanze di provvedere all’adozione del sistema di misurazione e valutazione della performance organizzativa ed individuale; alla CIVIT di vigilare sulle prefate amministrazioni in ordine all’attuazione della disciplina di misurazione e valutazione delle performance organizzativa ed individuale. La Dirpubblica (Federazione del Pubblico Impiego) censura in primo luogo la sentenza del Tribunale Amministrativo nella parte in cui, a fondamento della declaratoria di inammissibilità del ricorso, ha ravvisato l’inesistenza, in capo alle Amministrazioni intimate, di un obbligo di adottare il Sistema di valutazione della performance, del piano delle performance e della relazione sulla performance, in ragione della previsione contenuta nell’articolo 57, comma 21, del D.Lgs. n. 235 del 2010. In proposito il giudice di prime cure ha affermato: "la tesi prospettata da parte ricorrente non appare persuasiva alla luce del chiaro tenore letterale della norma in esame, la quale, nel demandare all’adozione di un d.p.r. (rectius, d.p.c.m.) la determinazione dei limiti e delle modalità di applicazione delle disposizioni del d.lgs. n. 150 del 2009, sembra implicare un rinvio dell’attuazione di tali norme ad un momento successivo a tale individuazione. Peraltro, sarebbe contrario a criteri di efficienza e di buon andamento della pubblica amministrazione procedere all’integrale attuazione delle prescrizioni normative dettate con riferimento ai sistemi di valutazione, con conseguente conformazione delle relative attività al nuovo modello di valutazione, per poi dovere eventualmente ricalibrare l’intero impianto di valutazione alla luce delle modalità di applicazione che saranno individuate dall’adottando DPR". Le argomentazioni offerte dal Tribunale non convincono il Consiglio di Stato che ha riformato la sentenza affermando quanto segue. "L’articolo 57, comma 21, del d.lgs. n. 235 del 2010 prevede che " Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono determinati i limiti e le modalità di applicazione delle disposizioni dei titoli II e III del decreto legislativo 27 ottobre 2010, n. 150, al personale del Ministero dell’economia e delle finanze e delle Agenzie fiscali". Va in primo luogo evidenziato che la disposizione non contiene un espresso rinvio della applicazione delle previsioni del titolo II e III del d.lgs. n. 150/2010 all’esito della individuazione dei cennati "limiti e modalità", limitandosi a prevedere che con d.p.c.m. siano individuati tali limiti e modalità applicative. Dunque, non vi è una espressa sospensione o un rinvio generalizzato del relativo obbligo, il quale - in considerazione della portata generale della normativa contenuta nel richiamato d.lgs. n. 150/2010, che si riferisce ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche il cui rapporto di lavoro è disciplinato dall’art. 2 , comma 2, del decreto legislativo n. 165/2001 - è comunque operante anche per le amministrazioni finanziarie. La norma, dunque, non contiene una affermazione espressa di inapplicabilità del sistema di valutazione previsto dal d.lgs. n. 150/2009, ma afferma, in relazione a tale personale, la possibilità di introdurre aggiustamenti e correttivi (limiti e modalità di applicazione). Orbene, risponde certamente a criteri di efficacia e di efficienza che, qualora ancora non sia stata data attuazione alle disposizioni dei richiamati titoli II e III, si attenda la previa adozione del d.p.c.m., in modo da predisporre ab origine un sistema di misurazione e valutazione delle strutture e dei dipendenti che sia correttamente calibrato e modulato con le peculiarità dell’amministrazione di riferimento. Purtuttavia, sussistendo comunque l’obbligo di applicazione dei cennati titoli II e III e non essendo le amministrazioni finanziarie sottratte alla applicazione del d.lgs. n. 150/2009, le richiamate ragioni di efficacia e di efficienza trovano ragion d’essere solo nella misura in cui il sistema cd. "adattato" venga adottato e reso operativo in termini ragionevoli e sostenibili. Ove ciò non avvenga, l’obbligo delle amministrazioni di dare attuazione alle disposizioni del d.lgs. n. 150/2009 permane in tutta la sua cogenza e, di conseguenza, gli adempimenti previsti dal richiamato decreto legislativo n. 150/2009 devono comunque essere posti in essere. Sicché è da ritenersi che, qualora tale d.p.c.m. non intervenga entro termini ragionevoli, non viene meno l’obbligo di procedere alle attività (adottare il sistema di misurazione e valutazione ed il piano della performance) indicate dalla cennata normativa. Invero, la protratta mancata adozione del sistema finirebbe per porre in non cale e pregiudicare le preminenti ragioni di interesse pubblico e, dunque, di efficacia ed efficienza dell’attività amministrativa sottese allo stesso, atteso che le esigenze giustificative (affermate dal TAR) relative alla necessità di un sistema ab origine "adattato" finirebbero, con il decorso di tempi eccessivamente lunghi, per frustrare le ragioni stesse dell’istituto introdotto dal d.lgs. n. 150/2009. Va, invero, evidenziato che l’articolo 3 di tale testo normativo espressamente dispone che "la misurazione e la valutazione della performance sono volte al miglioramento della qualità dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche"(comma 1), aggiungendo, al comma 4, che "le amministrazioni pubbliche adottano metodi e strumenti idonei a misurare, valutare e premiare le performance individuale e quella organizzativa, secondo criteri strettamente connessi al soddisfacimento dell’interesse del destinatario dei servizi e degli interventi". Vi è, dunque, alla base del sistema l’esigenza di soddisfacimento di un interesse pubblico preminente, rispetto al quale l’opportunità della previa definizione, attraverso d.p.c.m., di limiti e modalità applicative risulta certamente recessivo ove sia decorso un termine non ragionevolmente breve dalla entrata in vigore dell’obbligo stesso. In tal caso, infatti, la necessità del perseguimento di tale interesse ben giustifica la possibilità di aggiustamenti ed adattamenti successivi e non più preventivi e, di conseguenza, l’applicazione comunque delle disposizioni dei titoli II e III del d.lgs. n. 150/2009, e, dunque, del sistema di valutazione e del piano delle performance . Le suddette conclusioni trovano conferma in ulteriori circostanze. Va, invero, rilevato che il pregresso sistema di valutazione delle prestazioni dirigenziali risulta essere stato espressamente abrogato dall’art. 30, comma 4, del d.lgs. n. 150/2009, né risulta opposta, in termini normativi, l’esistenza di una disposizione di proroga o di reviviscenza. Di poi, l’altra norma invocata dall’amministrazione (art. 19 del d.lgs. n.141/2011) rinvia – per tutti i dipendenti pubblici – l’applicazione solo di alcune disposizioni del richiamato testo normativo (artt. 19 e 31). Va, infine, osservato che la stessa difesa dell’amministrazione (pag. 13 e segg.) evidenzia di avere già ideato un sistema di performance individuale per il personale non dirigenziale, che opera un esplicito richiamo ai principi del d.l.vo n.150/2009 tenendo conto delle caratteristiche dell’Amministrazione finanziaria e della programmazione economico-finanziaria, testato sperimentalmente negli anni 2011 e 2012, ma non ancora abilitato all’esercizio a causa della mancata emanazione dell’atteso d.p.c.m. Dunque, non vi sono oggettivi impedimenti all’osservanza delle previsioni del d.lgs. n. 150/2009. Rese le sopra esposte considerazioni, rileva il Collegio che dalla entrata in vigore della invocata disposizione contenuta nell’articolo 57, comma 21, del decreto legislativo n.235/2010 sono trascorsi ben cinque anni e l’ulteriore procrastinarsi della mancata adozione del Sistema e del Piano delle performance, in attesa della emanazione del d.p.c.m., non trova più ragionevole giustificazione, risultando decorso un termine in tutta evidenza irragionevolmente lungo per giustificare l’omesso adempimento degli obblighi di cui al d.lgs. n. 150/2009. La difesa delle amministrazioni convenute, nella memoria difensiva e nella relazione prodotta a seguito dell’istruttoria disposta dalla Sezione, ha rappresentato di avere svolto ampia ed articolata attività finalizzata alla emanazione del richiamato d.p.c.m. e, di conseguenza, all’adozione del sistema di valutazione, evidenziando le ragioni del decorso di tale lasso temporale, dovuto a necessari adempimenti procedimentali ed al succedersi di innovazioni normative, delle quali avrebbe dovuto via via tenersi conto. Orbene, rileva in proposito la Sezione che le evenienze e le ragioni rappresentate possono al limite giustificare in termini di opportunità di un sistema ab origine "adattato") il rallentamento fino a questo momento verificatosi, ma non possono validamente motivare ulteriori tempi lunghi nell’adozione degli atti in relazione ai quali la Dirpubblica ha proposto ricorso, stante – per le ragioni sopra esposte – la sussistenza di un obbligo alla loro adozione. Le argomentazioni svolte dal Collegio giustificano l’accoglimento dell’appello e consentono di assorbire l’esame delle doglianze relative alla asserita inapplicabilità del giudizio sul silenzio-inadempimento agli atti generali e regolamentari (quali un d.p.c.m.), rilevandosi pure – per come giustamente osservato dalla difesa dell’appellante a pag. 7 della memoria di replica depositata in vista della camera di consiglio del 21-4-2015 – che l’oggetto della controversia non riguarda l’omessa adozione del d.p.c.m., non essendo questo stato oggetto né dell’atto di diffida originario, né del successivo ricorso giurisdizionale. Conclusivamente, dunque, l’appello deve essere accolto nei sensi e per le ragioni in precedenza rappresentati, riformandosi la sentenza del giudice di primo grado, con conseguente declaratoria dell’obbligo di provvedere e fissazione di un termine di 180 giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza, così individuato anche per consentire l’eventuale previa adozione del d.p.c.m., che, ripetesi, è adempimento opportuno, ma non necessario o condizionante l’applicazione delle disposizioni del d.lgs. n. 150/2009. Il Collegio si riserva, per il caso di ulteriore inadempimento, la nomina di un Commissario ad acta.

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

Il Consiglio di Stato Sez. IV con sentenza del 13.10.2015 n. 4713 ha annullato la sentenza n. 11466/2014 del TAR Lazio che dichiarava inammissibile il ricorso proposto dalla Dirpubblica (Federazione del Pubblico Impiego) per ottenere l’annullamento del silenzio-rifiuto serbato sulla diffida volta a ... Continua a leggere

 
 
 
 
Chiudi Messaggio
Questo sito utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione. Per saperne di più accedi alla Informativa sulla Privacy. Procedendo nella navigazione, acconsenti all'uso dei cookie.