News 24 Febbraio 2015 - Area Amministrativa


NORMATIVA

Pensionati: in G.U. la circolare sui divieti di conferimento di incarichi dirigenziali

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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2015 è stata pubblicata la circolare n. 6/2014 del Ministro Madia recante "Interpretazione e applicazione dell'articolo 5, comma 9, del decreto-legge n. 95 del 2012, come modificato dall'articolo 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90". "L'art. 6del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, ha introdotto nuove disposizioni in materia di "incarichi dirigenziali a soggetti in quiescenza" dirette ad evitare che il conferimento di alcuni tipi di incarico sia utilizzato dalle amministrazioni pubbliche per continuare ad avvalersi di dipendenti collocati in quiescenza o, comunque, per attribuire a soggetti in quiescenza rilevanti responsabilita' nelle amministrazioni stesse, aggirando di fatto lo stesso istituto della quiescenza e impedendo che gli incarichi di vertice siano occupati da dipendenti piu' giovani. Le nuove disposizioni sono espressive di un indirizzo di politica legislativa volto ad agevolare il ricambio e il ringiovanimento del personale nelle pubbliche amministrazioni e prevalgono su disposizioni precedenti, anche speciali, che da intendersi abrogate qualora consentano il conferimento di incarichi o cariche, rientranti tra quelli ormai vietati, a soggetti in quiescenza. La circolare, indica, la data del 25 giugno 2014 a decorrere dalla quale si applicano i nuovi divieti che riguardano gli atti con il quale l'autorita' titolare del relativo potere vi ha proceduto, indipendentemente da adempimenti successivi, come gli atti di controllo. La nuova disciplina e' applicabile, invece, agli incarichi non ancora conferiti alla suddetta data, anche se sia gia' intervenuta la designazione da parte di un soggetto diverso dall'autorita' avente il potere di nominare o conferire l'incarico, salvo che la peculiare articolazione del relativo procedimento - che preveda, per esempio, la designazione a seguito di procedimento elettorale o di procedura selettiva - non induca ad applicare diversamente il principio tempus regit actum, tenendo conto della fase alla quale il procedimento era arrivato al momento di entrata in vigore della disposizione. Ove, peraltro, l'incarico sia stato effettivamente conferito prima dell'entrata in vigore del divieto e cio' possa essere documentato con certezza, la sua formalizzazione puo' intervenire anche in un momento successivo. Va poi ricordato che la legge di conversione - legge 11 agosto 2014, n. 114, entrata in vigore il 19 agosto 2014, essendo stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del giorno precedente - ha parzialmente modificato le originarie previsioni del decreto-legge, con particolare riferimento alle designazioni in enti o societa' controllati dalle amministrazioni pubbliche. Le modifiche hanno quindi prodotto effetti a partire dal 19 agosto 2014. Va infine rilevato che la nuova disciplina si aggiunge, senza modificarle, alle altre discipline vigenti che pongono simili divieti (si veda, in particolare, l'art. 25 della legge 23 dicembre 1994, n. 724) e che regolano il conferimento di incarichi, quali quelle in materia di incompatibilita' e inconferibilita', di limiti alle spese per consulenze, di limiti retributivi nelle pubbliche amministrazioni, di compensi e rimborsi spese per gli organi collegiali, di gratuita' di specifici incarichi, di cumulo tra trattamento economico e pensione. - Soggetti interessati. L'ambito di applicazione dei divieti, per quanto riguarda le amministrazioni interessate, rimane quello gia' definito dalla precedente versione della disciplina in esame: esso comprende tutte le amministrazioni rientranti nella definizione dell'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 o nell'elenco annualmente redatto dall'Istituto nazionale di statistica (Istat), di cui all'art. 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nonche' le autorita' indipendenti, compresa la Consob. Devono ritenersi soggetti ai divieti gli incarichi conferiti da qualsiasi organo o ufficio delle amministrazioni in esame, compresi quelli conferiti dai ministri, in quanto organi di vertice dei ministeri, nonche' dagli organi di governo degli enti territoriali e dagli organi di vertice degli enti pubblici e degli altri organismi rientranti nell'ambito di applicazione indicato. Non vi rientrano, ovviamente, gli incarichi conferiti da organizzazioni diverse dalle pubbliche amministrazioni italiane. Il divieto si estende a qualsiasi lavoratore dipendente collocato in quiescenza, indipendentemente dalla natura del precedente datore di lavoro e del soggetto che corrisponde il trattamento di quiescenza, compresi, quindi, i pensionati degli organi costituzionali. Non riguarda questi ultimi soggetti, infatti, la previsione dell'ultimo periodo del citato comma 9 dell'art. 5, che prevede che i suddetti organi si adeguino alle disposizioni dello stesso comma nell'ambito della propria autonomia. Questa previsione riguarda gli incarichi conferiti dagli stessi organi costituzionali, ai quali i divieti in esame non possono essere imposti, e non gli incarichi conferiti dalle pubbliche amministrazioni a lavoratori in quiescenza, gia' dipendenti di organi costituzionali, in ordine ai quali non vi e' un problema di tutela dell'autonomia dei suddetti organi. La condizione del collocamento in quiescenza, ostativa rispetto al conferimento di incarichi e cariche, rileva nel momento del conferimento. Le amministrazioni eviteranno peraltro comportamenti elusivi, consistenti nel conferire a soggetti prossimi alla pensione incarichi e cariche il cui mandato si svolga sostanzialmente in una fase successiva al collocamento in quiescenza. Per tali soggetti, le amministrazioni valuteranno la possibilita' di conferire un incarico gratuito (su cui si veda il paragrafo 6). - Incarichi vietati. La disciplina in esame pone puntuali norme di divieto, per le quali vale il criterio di stretta interpretazione ed e' esclusa l'interpretazione estensiva o analogica (come chiarito dalla Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimita' sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato, deliberazione n. 23/2014/prev del 30 settembre 2014). Incarichi vietati, dunque, sono solo quelli espressamente contemplati: incarichi di studio e di consulenza, incarichi dirigenziali o direttivi, cariche di governo nelle amministrazioni e negli enti e societa' controllati. Il legislatore ha voluto perseguire gli obiettivi sopra ricordati, vietando il conferimento a soggetti in quiescenza di incarichi e cariche che, indipendentemente dalla loro natura formale, consentono di svolgere ruoli rilevanti al vertice delle amministrazioni. Un'interpretazione estensiva dei divieti in esame, non coerente con il fine di evitare che soggetti in quiescenza assumano rilevanti responsabilita' nelle amministrazioni, potrebbe determinare un'irragionevole compressione dei diritti dei soggetti in quiescenza, in violazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza costituzionale, che ammette limitazioni a carico dei soggetti in questione purche' imposte in relazione a un apprezzabile interesse pubblico (si vedano, in particolare, le sentenze n. 566 del 1989, n. 406 del 1995 e n. 33 del 2013 della Corte costituzionale). Ai fini dell'applicazione dei divieti, occorre prescindere dalla natura giuridica del rapporto, dovendosi invece considerare l'oggetto dell'incarico. La disciplina in esame, dunque, non esclude alcuna delle forme contrattuali contemplate dall'art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001, ma impedisce di utilizzare quelle forme contrattuali per conferire incarichi aventi il contenuto proprio degli incarichi vietati. Tra gli incarichi vietati rientrano tutti gli incarichi dirigenziali, compresi quelli di cui all'art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001 e da disposizioni analoghe. Tra gli incarichi direttivi, tutti quelli che implicano la direzione di uffici e la gestione di risorse umane. Vi rientrano, quindi, anche incarichi in strutture tecniche, quali quelli di direttore scientifico o sanitario, che comportano le suddette mansioni. Gli incarichi di studio e consulenza sono quelli che presuppongono competenze specialistiche e rientrano nelle ipotesi di contratto d'opera intellettuale, di cui agli articoli 2229 e seguenti del codice civile. Costituiscono incarichi di studio quelli consistenti nello svolgimento di un'attivita' di studio, che possono essere individuati con riferimento ai parametri indicati dal decreto del Presidente della Repubblica 18 aprile 1994, n. 338. Costituiscono consulenze le richieste di pareri a esperti (cosi' Corte dei conti, Sezioni riunite in sede di controllo, delibera 15 febbraio 2005, n. 6/CONTR/05). In assenza di esclusioni al riguardo, devono ritenersi rientranti nel divieto anche gli incarichi dirigenziali, direttivi, di studio o di consulenza nell'ambito degli uffici di diretta collaborazione di organi politici. Tra le cariche in organi di governo di amministrazioni e di enti e societa' controllate, a parte le esclusioni espressamente previste dalla legge (relative alle giunte degli enti territoriali e agli organi elettivi degli enti pubblici associativi), rientrano quelle che comportano effettivamente poteri di governo, quali quelle di presidente, amministratore o componente del consiglio di amministrazione. La nomina in consigli di amministrazione, in particolare, rientra nell'ambito del divieto indipendentemente dalla qualifica in virtu' della quale il soggetto in quiescenza sia stato nominato (per esempio, in qualita' di esperto o rappresentante di una determinata categoria), dato che il consiglio di amministrazione ha comunque funzioni di governo dell'ente. Naturalmente, il divieto opera anche nel caso in cui la nomina sia preceduta dalla designazione da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione nominante. Per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali o direttivi e le cariche, va poi rilevato che l'ambito di applicazione del divieto e' piu' ampio rispetto al novero delle amministrazioni nominanti, in quanto la disposizione fa riferimento anche agli enti e alle societa' controllate: gli incarichi e le cariche, rientranti tra i tipi vietati, sono dunque vietati anche qualora siano conferiti presso enti e societa' controllati, anche indirettamente, dalle amministrazioni indicate nel paragrafo 3. Infine, i divieti descritti operano indipendentemente dalla fonte di finanziamento con la quale gli interessati sono retribuiti: e' irrilevante, per esempio, che si tratti di fondi provenienti dall'Unione europea o anche trasferiti all'amministrazione conferente da soggetti privati. - Incarichi consentiti. Tutte le ipotesi di incarico o collaborazione non rientranti nelle categorie finora elencate sono da ritenersi sottratte ai divieti di cui alla disciplina in esame. Rimangono ovviamente ferme le disposizioni vigenti relative ai requisiti e alle modalita' di scelta dei soggetti ai quali conferire incarichi e cariche e alle procedure di conferimento (quali quelle contenute nel citato art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001). Tra le ipotesi che non ricadono nei divieti, si segnalano le seguenti. Va innanzitutto ricordato che scopo delle disposizioni in esame non e' di escludere la possibilita' che i soggetti in quiescenza operino presso le amministrazioni, ma di evitare che il conferimento di incarichi a questi soggetti sia utilizzato per aggirare lo stesso istituto del collocamento in quiescenza. Esse non impediscono di prestare attivita' lavorativa nelle amministrazioni pubbliche ai soggetti che possano aspirarvi, in relazione ai rispettivi limiti di eta'. Di conseguenza, non e' escluso che un soggetto, collocato in quiescenza per aver raggiunto i relativi requisiti nella propria carriera, possa concorrere per un impiego con una pubblica amministrazione, relativo a una carriera nella quale puo' ancora prestare servizio. Cio' puo' dipendere dalla particolarita' della carriera (pubblica o privata) di provenienza, che consenta il collocamento in quiescenza a un'eta' relativamente bassa, o di quella di destinazione, che preveda una piu' alta eta' pensionabile (quali quella universitaria o quella giudiziaria). In tali ipotesi, si applichera' ovviamente la vigente disciplina in ordine ai requisiti di accesso all'impiego nelle pubbliche amministrazioni e ai rapporti tra trattamento economico e trattamento di quiescenza. In secondo luogo, il divieto riguarda determinati contratti d'opera intellettuale, ma non gli altri tipi di contratto d'opera. Non e' escluso, dunque, il ricorso a personale in quiescenza per incarichi che non comportino funzioni dirigenziali o direttive e abbiano oggetto diverso da quello di studio o consulenza (in questo senso la citata deliberazione della Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimita' sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato). Non e' escluso neanche il conferimento a soggetti in quiescenza di incarichi professionali, quali quelli inerenti ad attivita' legale o sanitaria, non aventi carattere di studio o consulenza. Anche in questo caso, rimane ovviamente ferma la disciplina vigente in materia, con particolare riferimento alle modalita' di scelta del contraente. Essendo distinti da quelli di studio e consulenza, devono ritenersi conferibili ai soggetti in quiescenza gli incarichi di ricerca, inclusa la responsabilita' di un progetto di ricerca. Da questo punto di vista, la disposizione in esame si differenzia da precedenti disposizioni legislative, che distinguono tra incarichi di studio, consulenza o ricerca (incluso l'art. 19, comma 10, del decreto legislativo n. 165 del 2001) e pongono limiti alla possibilita' di conferirli. Peraltro, perche' non si ricada nel divieto di conferire incarichi dirigenziali, gli incarichi in esame non dovranno comportare la direzione di strutture stabili dell'amministrazione, potendo invece comprendere la guida di unita' costituite temporaneamente per la realizzazione del relativo progetto di ricerca. E, perche' non si ricada nel divieto di conferire incarichi di studio, dovra' trattarsi di reale attivita' di ricerca: l'incarico potra' quindi essere conferito soltanto a soggetti che, essendo in possesso di adeguato curriculum scientifico, siano in grado di svolgere un'effettiva attivita' di ricerca. E' bene ricordare poi che gli incarichi di ricerca presuppongono la preventiva definizione del programma da parte dell'amministrazione (cosi' la citata delibera della Corte dei conti, Sezioni riunione in sede di controllo). Sono poi ammessi gli incarichi di docenza. Peraltro, per evitare che il conferimento di un simile incarico consenta di aggirare i divieti esaminati, e' necessario che si tratti di reali incarichi di docenza, in cui l'impegno didattico sia definito con precisione e il compenso sia commisurato all'attivita' didattica effettivamente svolta dal singolo destinatario dell'incarico. Sono esclusi dal divieto, poi, gli incarichi nelle commissioni di concorso o di gara, cosi' come la partecipazione a organi collegiali consultivi, quali gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche. Ne e' altresi' esclusa la partecipazione a commissioni consultive e comitati scientifici o tecnici, ove essa non dia luogo di fatto a incarichi di studio o consulenza o equiparabili a incarichi direttivi o dirigenziali. Per la loro natura eccezionale, non riconducibile ad alcuna delle ipotesi di divieto contemplate dalla disciplina in esame, devono poi ritenersi esclusi anche gli incarichi dei commissari straordinari, nominati per l'amministrazione temporanea di enti pubblici o per lo svolgimento di compiti specifici. Similmente puo' dirsi, ovviamente, per i sub-commissari eventualmente nominati. Infine, essendo specificamente vietate ai soggetti in quiescenza le cariche di governo in enti locali, sono invece consentiti - nei suddetti enti come nelle altre amministrazioni - gli incarichi in organi di controllo, quali i collegi sindacali e i comitati dei revisori, purche' non abbiano, in base alle disposizioni organizzative dell'amministrazione stessa, natura dirigenziale. - Incarichi gratuiti. Definito l'ambito di applicazione oggettivo della nuova disciplina, va ricordato che essa contempla un'eccezione ai divieti che essa impone, disponendo che incarichi e collaborazioni sono consentiti a titolo gratuito, con rimborso delle spese documentate, per una durata non superiore a un anno, non prorogabile ne' rinnovabile. E' evidente - in base alla ratio della norma, alla rubrica dell'articolo, ai lavori parlamentari e alla diversa formulazione del periodo in esame, che non definisce il proprio ambito di applicazione - che la relativa previsione va letta in connessione ai primi due periodi, rispetto ai quali essa introduce un'eccezione: l'espressione «incarichi e collaborazioni», quindi, corrisponde alle varie ipotesi di cui ai periodi precedenti. Di conseguenza, indipendentemente dal modo in cui l'incarico venga formalmente qualificato, ove - in base al suo contenuto - esso rientri tra le ipotesi di cui ai divieti in esame, esso potra' essere conferito, ma soltanto alle condizioni stabilite dalla suddetta previsione. La disposizione serve a consentire alle amministrazioni di avvalersi temporaneamente, senza rinunciare agli obiettivi di ricambio e ringiovanimento ai vertici, di personale in quiescenza - e, in particolare, dei propri dipendenti che vi siano stati appena collocati - per assicurare il trasferimento delle competenze e delle esperienze e la continuita' nella direzione degli uffici. Coerentemente con questa ratio, le amministrazioni potranno, per esempio, attribuire un incarico gratuito a un dirigente collocato in quiescenza, per consentirgli di affiancare il nuovo titolare dell'ufficio dirigenziale per un periodo non superiore a un anno. Nell'attribuire simili incarichi o cariche, le amministrazioni dedicheranno particolare cura all'esigenza di evitare conflitti di interessi, in considerazione del rischio che l'interessato sia spinto ad accettare l'incarico gratuito dalla prospettiva di vantaggi economici illeciti. In considerazione del fine della disposizione, dettata nell'interesse dell'amministrazione piuttosto che del soggetto in quiescenza, le amministrazioni conferiranno gli incarichi in esame di propria iniziativa, avendo verificato la disponibilita' degli interessati, e non su domanda degli interessati stessi. L'ambito dell'eccezione, dal punto di vista oggettivo, coincide con quello dei divieti: di conseguenza, potranno essere attribuiti, nei limiti indicati, incarichi e cariche gratuiti di ciascuno dei tipi vietati, come individuati nel paragrafo 4. Le amministrazioni dovranno, peraltro, valutare la compatibilita' dell'incarico o carica con la gratuita' e con la durata limitata. Per alcuni tipi di incarico, infatti, queste ultime caratteristiche impediscono il ricorso alla disposizione in esame, per esempio perche' disposizioni vigenti prevedono una durata minima superiore all'anno. In generale, le amministrazioni dovranno valutare la compatibilita' delle prestazioni richieste e delle eventuali responsabilita' con la gratuita' dell'incarico. Per gli incarichi dirigenziali, in particolare, va ricordato che la possibilita' di attribuirli a soggetti che abbiano raggiunto i limiti di eta' per il collocamento a riposo dei dipendenti pubblici era gia' esclusa dalla disciplina vigente (si veda, in particolare, l'art. 33, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, relativo agli incarichi a soggetti esterni all'amministrazione, quali i pensionati). Rimane la possibilita' di conferire incarichi dirigenziali, in base all'art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001, a soggetti che, pur collocati in quiescenza, non abbiano raggiunto i suddetti limiti di eta': in questa ipotesi, l'amministrazione valutera' prudentemente la compatibilita' dell'incarico con la gratuita', con la durata massima annuale e con le responsabilita' e i meccanismi di valutazione connessi all'incarico. Rimangono ferme, in queste ipotesi, le regole relative alle procedure selettive di conferimento degli incarichi. La disciplina e' applicabile anche agli incarichi a soggetti in quiescenza che gia' in precedenza erano conferiti a titolo gratuito: valgono per essi, di conseguenza, le nuove disposizioni relative alla durata massima e al rimborso delle spese. La disposizione consente il conferimento di incarichi e collaborazioni gratuiti per una durata massima di un anno «presso ciascuna amministrazione». Di conseguenza, il soggetto collocato in quiescenza potra' ricevere differenti incarichi, anche contemporaneamente, da parte di amministrazioni diverse, ove reciprocamente compatibili, purche' ciascuno di essi rispetti il suddetto limite di durata.

 
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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2015 è stata pubblicata la circolare n. 6/2014 del Ministro Madia recante "Interpretazione e applicazione dell'articolo 5, comma 9, del decreto-legge n. 95 del 2012, come modificato dall'articolo 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90". "L'art. 6 ... Continua a leggere

 

Bonus occupazionale: incentivi alle assunzioni fatte dal 1° maggio 2014

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Il Ministero del Lavoro ha pubblicato il Decreto Direttoriale 11/2015 del 23 gennaio 2015 di rettifica al precedente Decreto 1709/2014 che regola l'incentivo "bonus occupazionale" previsto nel contesto del Programma Garanzia Giovani, cofinanziato dal FSE. Fa seguito, quindi, la nuova versione, consolidata, del citato Decreto Direttoriale 1709/2014 del 8 agosto 2014 anche con il Decreto 63/2014 del 2 dicembre 2014 che ha reso "retroattivo" l'incentivo, sopra menzionato, alle assunzioni fatte dal 1° maggio 2014, data dell'avvio del programma Garanzia Giovani.Per maggiori informazioni cliccare su "Accedi al Provvedimento".

 
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SETTORE SANITA’- Quesito su applicabilità di alcuni istituti ai rapporti di lavoro a termine (es. permessi per concorsi, esami, aggiornamento professionale, ecc).

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Ai dipendenti con rapporto di lavoro a tempo determinato possono essere concessi permessi per esami o per formazione?

 
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COMPARTO MINISTERI - Quesito su regime di turnazione e relativa articolazione oraria.

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Rientra nella disciplina delle turnazioni una fattispecie che, nell’ambito di un determinato ufficio o servizio, si concretizzi in una presenza giornaliera antimeridiana di alcune unità e pomeridiana di una sola unità?

 
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COMPARTO REGIONI – AUTONOMIE LOCALI - Quesito su modalità di calcolo delle ferie.

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Se dal calcolo delle ferie maturate risulta un numero non intero, come devono essere arrotondate le frazioni?

 
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Stato civile: disponibili le formule per gli adempimenti in materia di separazione personale, di cessazione degli effetti civili e di scioglimento del matrimonio, nonche' di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 6 del 9.1.2015 il comunicato del Ministero dell'Interno con la quale si rende nota l'avvenuta approvazione delle formule per la redazione degli atti dello stato civile relative agli adempimenti in materia di separazione personale, di cessazione degli effetti civili e di scioglimento del matrimonio, nonche' di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, di cui agli articoli 6 e 12 della legge 10 novembre 2014, n. 162 di conversione del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132. Per scaricare il decreto contenente tutte le formule cliccare su "Accedi al provvedimento".

 
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SETTORE SANITA’ – Quesito su regolamentazione del patrocinio legale dei dipendenti e dei dirigenti del settore sanitario.

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In quali casi i dipendenti hanno diritto alla tutela legale? In quale momento delle procedure giudiziarie civili o penali si colloca l’assunzione dell’onere di difesa a carico dell’Azienda?

 
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COMPARTO REGIONI – AUTONOMIE LOCALI – Quesito su possibilità di sommare le ore fruite dal dipendente per diritto allo studio con quelle di lavoro effettivamente prestate, anche ai fini del riconoscimento di eventuali prestazioni di lavoro straordinario,

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Un dipendente, con orario di lavoro 9,00-13,00 e 13,30-16,30, fruisce del diritto allo studio (le 150 ore, ai sensi dell’art.15 del CCNL del 14.9.2000), entrando alle ore 11,18 (quindi fruendo del permesso dalle 9 alle 11,18) e lavorando fino alle 17,00. Ha diritto di vedersi riconosciuti 30 minutidi lavoro straordinario (dalle 16,30 alle 17,00)?

 
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Un dipendente, con orario di lavoro 9,00-13,00 e 13,30-16,30, fruisce del diritto allo studio (le 150 ore, ai sensi dell’art.15 del CCNL del 14.9.2000), entrando alle ore 11,18 (quindi fruendo del permesso dalle 9 alle 11,18) e lavorando fino alle 17,00. Ha diritto di vedersi riconosciuti 30 minuti ... Continua a leggere

 
GIURISPRUDENZA

Processo amministrativo: possibile il ricorso collettivo solo in presenza di requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.2.2015

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Il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi – e dell’assenza di un conflitto di interessi tra le parti. È questo il principio sancito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 18.2.2015 che ha rigettato l'appello proposto da un gruppo di 211 docenti. In primo grado il T.a.r. per il Lazio ha dichiarato inammissibile il ricorso collettivo dei 211 docenti, i quali avevano presentato in termini relativa domanda di inserimento in graduatoria, per il riconoscimento del loro diritto all’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento di cui al decreto ministeriale 1° aprile 2014, n. 235, per il personale docente ed educativo, utilizzabili per gli anni scolastici 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017. Il T.a.r. ha fondato la pronuncia di inammissibilità sul rilievo della non omogeneità delle posizioni dei vari gruppi di ricorrenti, ostativa alla proposizione di un ricorso collettivo. Il Consiglio di Stato ha rigettato l'appello n quanto: - in linea di diritto, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale condiviso da questo Collegio, il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi – e dell’assenza di un conflitto di interessi tra le parti (v. sul punto, ex plurimis, Cons. St., Sez. III, 20 maggio 2014, n. 2581; Cons. St., Sez. IV, 29 dicembre 2011, n. 6990); - nel caso di specie, hanno proposto ricorso quattro distinti gruppi di docenti: (a) docenti in possesso di abilitazione, che non hanno richiesto l’aggiornamento della graduatoria ad esaurimento per il triennio precedente; (b) docenti in possesso di diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002; (c) docenti in possesso dell’abilitazione per la scuola acquisita tramite i percorsi formativi abilitanti o la laurea in Scienza della Formazione; (d) docenti in possesso dell’idoneità conseguita al concorso della scuola di cui al decreto del direttore generale per il personale scolastico 24 settembre 2012, n. 82; - risulta palese, da quanto sopra, che le domande proposte dagli appartenenti ai vari gruppi di ricorrenti, sebbene tutte dirette al riconoscimento del diritto all’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento, si fondano su ragioni, di fatto e di diritto, diverse in ragione dell’appartenenza all’una o all’altra delle quattro categorie, come puntualmente osservato nell’appellata sentenza con particolare riferimento alle categorie sub (a) e sub (d), connotate da profonde divergenze sul piano del relativo regime giuridico; - le domande soggettivamente cumulate, proposte dagli originari ricorrenti, oltre che per la rilevata eterogeneità della causa petendi in ragione dell’appartenenza all’una o all’altra delle menzionate categorie, si differenziano anche per parziale diversità di petitum, risultando impugnati anche i singoli provvedimenti – peraltro, dichiaratamente non noti – di mancato inserimento dei singoli ricorrenti nelle varie graduatorie ad esaurimento emanate ai sensi del d.m. n. 235 del 2014, ovvero in corso di emanazione, dai vari Uffici scolastici regionali evocati in giudizio; - oltre alla evidenziata eterogeneità delle domande proposte con il ricorso collettivo, correttamente rilevata nell’impugnata sentenza, è ravvisabile anche un potenziale conflitto d’interessi tra gli appartenenti alle varie categorie dei soggetti ricorrenti, conseguendo gli appartenenti alle categorie in ipotesi non escluse un vantaggio dall’eventuale esclusione degli altri ricorrenti, attesa la riduzione del numero dei soggetti inclusi nelle rispettive graduatorie; - in assenza delle condizioni di ammissibilità del ricorso collettivo, l’appellata pronuncia assolutoria in rito merita quindi conferma, con impedimento dell’ingresso delle questioni di merito.

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.2.2015

 
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Il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli a ... Continua a leggere

 

Il Giudice può disattendere le risultanze della CTU

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI del 9.2.2015

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Secondo il consolidato principio, nel nostro ordinamento vige il principio del ‘iudex peritus peritorum’, in virtù del quale è consentito al Giudice di merito valutare la complessiva attendibilità delle conclusioni peritali e, se del caso, disattenderne le sottese argomentazioni tecniche laddove queste risultino intimamente contraddittorie (sul punto –ex plurimis -: Cass. Civ., I, 22 novembre 2010, n. 23592; id., III, 11 giugno 2009, n. 13530; id., III, 18 novembre 1997, n. 11440).

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Giudizio sul silenzio: il giudice amministrativo non può andare di regola andare oltre la declaratoria di illegittimità dell'inerzia e l'ordine di provvedere

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di stato Sez. IV del 12.2.2015

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Trattandosi di un giudizio su silenzio, il Consiglio di Stato nella sentenza del 12.2.2015 ha premesso che l'obbligo giuridico di provvedere - ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18 giugno 2009, n. 69 - sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (cfr. Cons. Stato, sez. V, 3 giugno 2010, n. 3487). Nei giudizi di tale natura, il giudice amministrativo non di regola può andare oltre la declaratoria di illegittimità dell'inerzia e l'ordine di provvedere; gli resta precluso il potere di accertare direttamente la fondatezza della pretesa fatta valere dal richiedente, sostituendosi all'Amministrazione stessa. Le disposizioni relative, ove interpretate diversamente, attribuirebbero illegittimamente, in modo indiscriminato, una giurisdizione di merito (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 maggio 2010, n. 3270). Tuttavia, nell'ambito del giudizio sul silenzio, il giudice potrà conoscere dell’accoglibilità dell'istanza: a) nelle ipotesi di manifesta fondatezza, allorché siano richiesti provvedimenti amministrativi dovuti o vincolati in cui non c'è da compiere alcuna scelta discrezionale che potrebbe sfociare in diverse soluzioni e fermo restando il limite della impossibilità di sostituirsi all'Amministrazione; b) nell'ipotesi in cui l'istanza sia manifestamente infondata, sicché risulti del tutto diseconomico obbligare l’Amministrazione a provvedere laddove l'atto espresso non potrebbe che essere di rigetto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 12 marzo 2010, n. 1468).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di stato Sez. IV del 12.2.2015

 
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Trattandosi di un giudizio su silenzio, il Consiglio di Stato nella sentenza del 12.2.2015 ha premesso che l'obbligo giuridico di provvedere - ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18 giugno 2009, n. 69 - sussiste in tutte quelle fattispeci ... Continua a leggere

 

Avanzamento di Militari: dall’elevato grado di discrezionalità delle valutazioni compiute dall’Amministrazione sulla carriera degli ufficiali scrutinandi discende l’ammissibilità del sindacato del giudice solo per manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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Nel giudizio in esame veniva impugnata la mancata iscrizione nel quadro d'avanzamento al grado superiore. Il Consiglio di Stato con la sentenza del 12 febbraio 2015 ha premesso che: - da un lato, costituisce orientamento consolidato di questo Consiglio di Stato che dall’elevato grado di discrezionalità che connota le valutazioni compiute dall’Amministrazione sulla carriera degli ufficiali scrutinandi (le quali, comportando un attento apprezzamento delle capacità e delle attitudini proprie della vita militare dimostrate in concreto, impingono direttamente nel merito dell’azione amministrativa) discende l’ammissibilità del sindacato giurisdizionale solo entro i limiti dei vizi di manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto, non essendo in questo caso il giudice amministrativo munito di cognizione di merito (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 19 febbraio 2010, n. 999; sez. IV, 19 febbraio 2010, n. 1000 ; sez. IV, 31 dicembre 2009, n. 9293; sez. IV, 28 dicembre 2005, nr. 7427; id., 14 febbraio 2005, nr. 440; id., 14 dicembre 2004, nr. 7949; id., 27 aprile 2004, nr. 2559; id., 17 dicembre 2003, nr. 8278; id., 18 ottobre 2002, nr. 5741; id., 30 luglio 2002, nr. 4074; id., 3 maggio 2001, nr. 2489); - dall’altro lato, è ugualmente acquisito il criterio di giudizio, secondo il quale sono apprezzabili quelle palesi disfunzioni dell’esercizio del potere valutativo, in presenza delle quali il vizio della valutazione di merito trasmoda in eccesso di potere per manifesta irrazionalità in cui si esterna il cattivo esercizio del potere amministrativo, sì da far ritenere che i punteggi siano frutto di errori ovvero il risultato di criteri impropri, non atti alla selezione - trasparente, oggettiva ed imparziale - degli ufficiali più idonei alle funzioni del grado superiore da conferire (Cons. Stato, sez. IV, 24 dicembre 2009, n. 8758). Su quest’ultimo punto la Sezione ha avuto modo di precisare, dopo un’ampia ricostruzione del quadro normativo regolante la materia dell’avanzamento degli ufficiali delle FF. AA., che, seppure, in applicazione del principio di discrezionalità, si ritiene di norma precluso al giudice amministrativo di valutare l’importanza degli incarichi rivestiti dagli ufficiali, al fine di giustificare un diverso giudizio dei candidati oggetto dello scrutinio, in quanto lo stesso giudice deve basare il suo esame sulle risultanze della documentazione caratteristica senza passare ad apprezzamenti di merito riservati all’Amministrazione (Cons. St., sez. IV, 31/3/2009, n. 1901; id., n. 3339/2008 ), siffatto orientamento non deve tradursi in una rinuncia all’esercizio del sindacato giurisdizionale ed in una presa d’atto di un’area di immunità riservata all’amministrazione. In buona sostanza, il principio della tendenziale insindacabilità della discrezionalità tecnica va applicato con grande cautela ai singoli casi, per evitare che quella discrezionalità si trasformi in abuso nell’esercizio del potere. Il principio di discrezionalità, infatti, non comporta l’attribuzione alla Commissione superiore di avanzamento di un potere insindacabile e di puro arbitrio o, comunque, esclusivo ed ermetico, atteso che i principi giurisprudenziali seguiti dal giudice amministrativo non tendono affatto a prefigurare la intangibilità dei giudizi in questione, bensì a precisare i limiti del proprio sindacato, segnati dalla necessità di rispettare la linea che comunque separa il giudizio di legittimità dalla valutazione di merito, squisitamente discrezionale, demandata in via esclusiva all’apprezzamento del competente organo valutatore (Cons. St., sez. IV, 10 dicembre 2009 , n. 7736; cfr. anche sez. IV, 17 dicembre 2008, n. 6248).

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Un atto amministrativo è meramente confermativo, e perciò non impugnabile, se è stato adottato senza una nuova istruttoria e una nuova ponderazione degli interessi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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Per costante giurisprudenza "l'adozione di un nuovo atto, quando non sia meramente confermativo di un provvedimento precedente già oggetto di impugnazione giurisdizionale ma costituisca (nuova) espressione di una funzione amministrativa, comporta la pronuncia d'improcedibilità del giudizio in corsoper sopravvenuta carenza di interesse, trasferendosi l'interesse del ricorrente dall'annullamento dell'atto impugnato, sostituito dal nuovo provvedimento, all'annullamento di quest'ultimo". Ciò non già perché satisfattorio, ma per ragioni esattamente contrarie: ove esso rimanga non gravato, ovvero il gravame articolato nei confronti di detto atto sia inammissibile, l’impugnante non avrebbe alcun interesse a che il mezzo proposto nei confronti dell’atto "confermato" sia deciso, e financo accolto: l’assetto di interessi resterebbe disciplinato dal "secondo" provvedimento, parimenti lesivo, ma ormai immodificabile, ed egli non ricaverebbe alcun giovamento dall’annullamento del "primo", con correlativo spreco di attività giurisdizionale. Allo scopo di stabilire se un atto amministrativo è meramente confermativo , e perciò non impugnabile, o di conferma in senso proprio e, quindi, autonomamente lesivo e da impugnarsi nei termini, occorre verificare se l'atto successivo è stato adottato o meno senza una nuova istruttoria e una nuova ponderazione degli interessi; in particolare, non può considerarsi meramente confermativo rispetto ad un atto precedente l'atto la cui adozione sia stata preceduta da un riesame della situazione che aveva condotto al precedente provvedimento, giacché solo l'esperimento di un ulteriore adempimento istruttorio, sia pure mediante la rivalutazione degli interessi in gioco e un nuovo esame degli elementi di fatto e di diritto che caratterizzano la fattispecie considerata, può dare luogo a un atto propriamente confermativo in grado, come tale, di dare vita ad un provvedimento diverso dal precedente e quindi suscettibile di autonoma impugnazione; ricorre invece l'atto meramente confermativo quando l'amministrazione, a fronte di un'istanza di riesame si limita a dichiararne l'esistenza di un suo precedente provvedimento senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova motivazione (giurisprudenza costante: ex aliis di recente Cons. Stato Sez. IV, 14-04-2014, n. 1805).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

 
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Per costante giurisprudenza "l'adozione di un nuovo atto, quando non sia meramente confermativo di un provvedimento precedente già oggetto di impugnazione giurisdizionale ma costituisca (nuova) espressione di una funzione amministrativa, comporta la pronuncia d'improcedibilità del giudizio in corso ... Continua a leggere

 

Processo amministrativo: i vizi della notificazione e l’effetto di sanatoria derivante dalla costituzione in giudizio dell'amministrazione intimata

segnalzione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

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In vigenza dell’art. 17 del r.d. 642/1907, in tema di nullità del ricorso, si è ritenuto che il comma 3, secondo cui "La comparizione dell’intimato sana la nullità e la irregolarità dell’atto salvo i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione", fissasse un limite al principio della sanatoriaper effetto del conseguimento dello scopo, nel senso che questo risultato si producesse nel solo caso in cui la costituzione del soggetto intimato fosse avvenuta prima della scadenza del termine decadenziale per la proposizione del ricorso (cfr. Cons. Stato, IV, n. 526/1979; V, n. 1218/1978 e n. 60/1998). In mancanza di un’esplicita disciplina della nullità della notificazione del ricorso nel processo amministrativo, un orientamento risalente riconduceva all’art. 17, comma 3, cit., anche la nullità della notificazione del ricorso, e riteneva che la comparizione della parte intimata non fosse idonea a sanare le irregolarità della notificazione, rientrando tra i diritti acquisiti fatti salvi dalla norma anche quello di chiedere la declaratoria di inammissibilità del ricorso per irrituale notificazione (cfr. Cons. Stato, IV, n. 947/1973 e n. 49/1971; V, n. 1258/1968). Un diverso orientamento, limitando l’ambito di applicazione dell’art. 17 ai vizi del ricorso, riteneva che la costituzione in giudizio della parte intimata con ricorso notificato irregolarmente sanasse in ogni caso il vizio di notifica, dovendosi applicare il principio generale dell’art. 156, comma 3, c.p.c., secondo il quale il conseguimento dello scopo cui l’atto è preordinato ne sana la nullità (cfr. Cons. Stato, IV, n. 1145/1977 e n. 435/1974). Il contrasto giurisprudenziale è stato affrontato dall’Adunanza Plenaria, la quale ha affermato che l’art. 17 è applicabile soltanto alla sanatoria dei vizi di nullità del ricorso, mentre l’invalidità della notificazione non è regolata nello speciale ordinamento del processo amministrativo e resta disciplinata dalle norme generali in materia di notificazioni di cui agli artt. 156 e 160, c.p.c., con la conseguenza che il vizio di notificazione del ricorso è sanato con effetto ex tunc dalla costituzione in giudizio dell’Amministrazione, e che non può ritenersi verificata la decadenza dei ricorrenti dall’impugnazione quando l’Amministrazione si sia costituita in giudizio, ancorché dopo la scadenza del termine (cfr. Cons. Stato, A.P., n. 52/1980). In questa prospettiva si è mossa la giurisprudenza successiva, ma sempre sulla base del presupposto della non applicabilità dell’art. 17, cit., all’ipotesi di invalidità della notificazione, e della correlata applicabilità degli artt. 156 e 160 c.p.c. (cfr. Cons. Stato, VI, n. 85/1986; V, n. 265/1985; IV, n. 531/1984; più recentemente, IV, n. 3019/2009; VI, n. 4094/2008 e n. 3233/2008). Non mancano, peraltro, pronunce nel senso che la comparizione in giudizio del destinatario di una notificazione nulla sana tale nullità, fatti salvi i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione stessa, per cui, se quest'ultima si verifica dopo la scadenza del termine entro cui la regolare notificazione doveva essere effettuata, il ricorso non si salva dalla nullità (cfr. Cons. Stato, IV, n. 1737/1998; V, n. 1328/1996). 14.2. Oggi, l’art. 44, comma 3, cod. proc. amm. ("Vizi del ricorso e della notificazione"), stabilisce che "La costituzione degli intimati sana la nullità della notificazione del ricorso, salvi i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione, nonché le irregolarità di cui al comma 2". La formulazione riproduce sostanzialmente quella dell’art. 17, comma 3, del r.d. 642/1907, e sembra logico interpretarla secondo il significato che la giurisprudenza ha attribuito a detta disposizione. Dunque, anche riguardo ai vizi della notificazione, l’effetto di sanatoria derivante dalla costituzione in giudizio dell'amministrazione intimata non opera più ex tunc, come (in assenza di una specifica disposizione che, riguardo ai vizi della notificazione, facesse salvi i diritti acquisiti) si riteneva in passato, ma ex nunc, cosicché restano ferme le eventuali decadenze già maturate, in danno del notificante, prima della costituzione in giudizio del destinatario della notifica. Ne consegue che la costituzione dell'Amministrazione intimata, avvenuta dopo la scadenza del termine di legge per la proposizione dell'azione di annullamento, non opera retroattivamente e non fa venir meno la possibilità di eccepire l’inammissibilità del ricorso.

segnalzione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

 
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In vigenza dell’art. 17 del r.d. 642/1907, in tema di nullità del ricorso, si è ritenuto che il comma 3, secondo cui "La comparizione dell’intimato sana la nullità e la irregolarità dell’atto salvo i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione", fissasse un limite al principio della sanatoria ... Continua a leggere

 

Procedimento amministrativo: è inammissibile la censura del privato che si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio del procedimento, senza allegare le circostanze che intendeva sottoporre all’amministrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 21.1.2015

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Come affermato più volte da questo Consiglio di Stato in relazione a vizi non invalidanti attinenti alla partecipazione al procedimento amministrativo, poiché l’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, ai sensi dell’art. 7 della legge 241/90, è strumentale ad esigenze diconoscenza effettiva e, conseguentemente, di partecipazione all’azione amministrativa da parte del cittadino nella cui sfera giuridica l’atto conclusivo è destinato ad incidere, in modo che egli sia in grado d’influire sul contenuto del provvedimento, si è frequentemente rilevato che l’omissione di tale formalità non vizia il procedimento nelle ipotesi in cui il contenuto di quest’ultimo sia interamente vincolato, nonché tutte le volte in cui la conoscenza sia comunque intervenuta, sì da ritenere già raggiunto in concreto lo scopo cui tende siffatta comunicazione (v., da ultimo Cons. Stato, III, n.3048/2013 e giurisprudenza ivi richiamata). Corollario di tale impostazione è che ove il privato si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio del procedimento, senza essere in grado di allegare le circostanze che intendeva sottoporre all’amministrazione per contestare detto vincolo, il motivo con cui si lamenta la mancata comunicazione è inammissibile.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 21.1.2015

 
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Come affermato più volte da questo Consiglio di Stato in relazione a vizi non invalidanti attinenti alla partecipazione al procedimento amministrativo, poiché l’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, ai sensi dell’art. 7 della legge 241/90, è strumentale ad esigenze di ... Continua a leggere

 

Processo amministrativo: il giudice dell'impugnazione non può rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

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L'articolo 9 del codice del processo amministrativo non consente più al giudice dell'appello di rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, dal momento che è onere della parte interessata sollevare la questione con apposito motivo d'appello, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla giurisdizione, con la conseguente irrilevanza della eccezione formulata con una memoria. Ciò in quanto, in difetto di uno specifico motivo di appello, risulta evidente l'acquiescenza della parte interessata a sollevare la carenza di giurisdizione. La giurisprudenza di questo Consiglio, da cui non vi è motivo per discostarsi, (ex multis,Sezione VI, 15 dicembre 2010, n. 8925) ha precisato, del resto, come nei processi in corso alla data di entrata in vigore del codice, operi immediatamente la regola richiamata secondo cui il giudice dell'impugnazione non possa rilevare il difetto di giurisdizione se non sia stato eccepito dalla parte nell'appello. Ha, altresì, precisato contestualmente che debba escludersi che il giudice possa dichiarare inammissibile un'eccezione che, rispetto alla normativa in vigore al momento della sua proposizione, risultava ritualmente proposta, coerentemente con il principio del "tempus regit actum". Ciò considerando che, prima dell'entrata in vigore del codice, l'eccezione di difetto di giurisdizione poteva riproporsi in appello anche con semplice memoria. Se ne deduce che per gli appelli in corso alla data di entrata in vigore del codice, il citato articolo 9 del codice, consente, in applicazione del richiamato principio del "tempus regit actum" che il motivo riguardante il difetto di giurisdizione già sollevato in primo grado, possa introdursi con memoria successiva alla proposizione dell'appello, senza che possa farsi questione di giudicato interno implicito sulla questione di giurisdizione trattata, seppure tacitamente, dal giudice di primo grado (in tal senso, Sezione III, 13 marzo 2012, n. 1415 e Sezione VI, 23 aprile 2012, n. 2390, secondo cui la questione del giudicato interno implicito era già immanente nel sistema quanto meno a far data dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 9 ottobre 2008, n. 24883 che ha affermato il principio per cui la decisione di merito contiene anche un'implicita statuizione sulla giurisdizione idonea a passare in giudicato se non viene specificamente impugnata). Da qui, per il giudice dell'appello, di fronte a un giudicato implicito sulla giurisdizione, l’impossibilità di un esame della relativa eccezione senza che venga fatto valere uno specifico motivo di appello (così, Cass. SS. UU.. 8 febbraio 2010, n. 2715).

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L'articolo 9 del codice del processo amministrativo non consente più al giudice dell'appello di rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, dal momento che è onere della parte interessata sollevare la questione con apposito motivo d'appello, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in mod ... Continua a leggere

 

Giudizio di ottemperanza: l'Amministrazione non può sottrarsi all'obbligo di eseguire il giudicato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 9.2.2015

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Il giudizio di ottemperanza ha lo scopo di far conseguire al ricorrente vittorioso gli effetti favorevoli della pronuncia giurisdizionale illegittimamente negati dall’amministrazione con un comportamento – apertamente o velatamente – omissivo, incombendo l’obbligo dell’amministrazione di conformarsi ad essa e consistendo il contenuto di tale obbligo nell’attuazione di quel risultato pratico, tangibile, riconosciuto come giusto e necessario dal giudice (Corte Cost., 8 settembre 1995, n. 419). L’oggetto del giudizio di ottemperanza consiste, appunto, nella verifica della corretta attuazione del giudicato (art. 34, co. 1, lett. e, art. 112, co. 1, c.p.a.; v. Cons. Stato, Ad. Plen., 10 aprile 2012, n. 2) e, quindi, nella verifica se il soggetto obbligato ad eseguire la sentenza vi abbia o meno dato puntuale esecuzione (Cons. Stato, sez. VI, 21 dicembre 2011, n. 6773; sez. IV, 15 novembre 2010, n. 8053), essendo l’amministrazione, in via generale, sempre tenuta ad eseguire il giudicato e non potendo per nessuna ragione, di ordine pubblico, di opportunità amministrativa o di difficoltà pratica (ad es., difficoltà economiche e finanziarie), sottrarsi a tale obbligo, non avendo in proposito alcuna discrezionalità per quanto concerne l’an ed il quando, ma al più una limitata discrezionalità per ciò che concerne il quomodo (Cons. St., sez. IV, 7 maggio 2002, n. 2439). Nella specie, la puntuale verifica, da parte di questo giudice dell’ottemperanza, dell’esatto adempimento dell’amministrazione dell’obbligo di conformarsi al giudicato per far conseguire all’interessato l’utilità o il bene della vita già riconosciutogli in sede di cognizione, ha avuto esito negativo, essendo contrastante con il giudicato la mera inerzia dell’amministrazione, cioè il non facere (c.d. inottemperanza in senso stretto). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 9.2.2015

 
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Il giudizio di ottemperanza ha lo scopo di far conseguire al ricorrente vittorioso gli effetti favorevoli della pronuncia giurisdizionale illegittimamente negati dall’amministrazione con un comportamento – apertamente o velatamente – omissivo, incombendo l’obbligo dell’amministrazione di conformars ... Continua a leggere

 

Corte dei Conti: obbligo di riduzione dei costi del personale degli organismi partecipati dagli enti pubblici, sia in termini di contenimento degli oneri contrattuali che di quelli derivanti da assunzioni di personale

Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Campania deliberazione del 15.12.2014

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Il Sindaco del comune di Macerata Campania, dopo avere premesso che insieme ad altro ente, ha costituito una società in house providing, con capitale interamente pubblico, e dopo avere elencato varie disposizioni legislative riguardanti la gestione del personale delle pubbliche amministrazioni e relative società partecipate, chiede di conoscere "se i dipendenti della società in house, interamente controllata da enti pubblici, sono soggetti al "blocco" dei contratti, come i dipendenti degli enti locali, sia per la retribuzione individuale che per la retribuzione accessoria nel rispetto dei vincoli della spesa del personale nonostante la sottoscrizione del contratto nazionale di lavoro (Federambiente)". La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Campania con il parere del 15 dicembre u.s. ha osservato che la variegata e ripetutamente modificata legislazione in tema di società partecipate (cfr., in proposito Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per l’Emilia Romagna, 7 luglio 2014 n. 170, che ne ha eseguito una accurata ricostruzione), è di recente approdata nella modifica (operata dal d. l. 24 aprile 2014 n. 66, convertito dalla l. 23 giugno 2014 n. 89 e dal d. l. 24 giugno 2014 n. 90, convertito dalla l. 11 agosto 2014, n. 114), di cui al comma 2 bis, articolo 18, del d. l. n. 112/2008, convertito dalla l. n. 133/2008, che sembra essere più che mai volta in modo chiaro e semplice, ferma restando ogni altra disposizione vigente in materia, non specificamente abrogata, ad un pieno coinvolgimento sia degli enti partecipanti sia delle società partecipate, nelle decisioni in merito al prescritto obbligo di contenimento dei costi del personale di queste ultime. L’articolo 18 sopramenzionato prevede, infatti, che "le aziende speciali, le istituzioni e le società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo si attengono al principio di riduzione dei costi del personale, attraverso il contenimento degli oneri contrattuali e delle assunzioni di personale. A tal fine l’ente controllante, con proprio atto di indirizzo, tenuto anche conto delle disposizioni che stabiliscono, a suo carico, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale, definisce, per ciascuno dei soggetti di cui al precedente periodo, specifici criteri o modalità di attuazione del principio di contenimento dei costi del personale, tenendo conto del settore in cui ciascun soggetto opera. Le aziende speciali, le istituzioni e le società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo adottano tali indirizzi con propri provvedimenti e, nel caso del contenimento degli oneri contrattuali, gli stessi vengono recepiti in sede di contrattazione di secondo livello…." Inoltre il d. l. n. 90/2014 ha modificato la disciplina applicabile alle regioni ed enti locali sottoposti al patto di stabilità interno nella materia de qua prevedendo: a) la possibilità di assunzione di personale a tempo indeterminato con limite di spesa percentuale differente rispetto quella relativa al personale di ruolo cessato negli anni precedenti, e pari al 60%, 80% e 100%, rispettivamente negli anni 2014-2015, 2016-2017 e negli anni successivi a partire dal 2018; b) la permanenza delle disposizioni previste dall’articolo 1, commi 557, 557 bis e 557 ter, della l. n. 296/2006, con conseguente obbligo, per gli enti locali assoggettati alla disciplina del patto di stabilità interno, di computare anche la quota relativa al personale occupato presso organismi partecipati, variamente denominati, ai fini del rispetto della riduzione e del contenimento del trend della spesa in serie storica; c) l’abrogazione dell’articolo 76, comma 7, del d. l. n. 112/2008 che regolava il rapporto di incidenza tra spesa per il personale e spesa corrente ai fini delle nuove capacità assunzionali degli enti locali sottoposti alla disciplina del patto di stabilità interno; d) il coordinamento, da parte degli enti locali, delle politiche assunzionali dei soggetti indicati nell’articolo 18, comma 2bis, del d. l. n.112/2008 (tra cui le società partecipate) al fine di garantire, anche per i medesimi soggetti, una graduale riduzione della percentuale tra spese di personale e spese correnti. Dal raffronto tra vecchia e nuova normativa emerge, a parere di questa Sezione (pur se si evidenzia la eliminazione della immediata e diretta applicazione alle aziende speciali, istituzioni e società a partecipazione pubblica, di alcuni tipi di vincoli alle assunzioni e alle spese di personale previsti per le amministrazioni di riferimento - vincoli derivanti, peraltro, da previsioni normative oggetto di numerosi interventi di modifica da parte del legislatore statale tali da non renderli stabili né definitivamente certi), che il nuovo dettato legislativo obbliga al rispetto dell’inequivocabile principio della riduzione dei costi del personale degli organismi partecipati dagli enti pubblici, sia in termini di contenimento degli oneri contrattuali che di quelli derivanti da assunzioni di personale, in armonia con quanto disposto, in via generale, negli anni, in tema di riduzione globale della spesa pubblica. Il legislatore detta, inoltre, in maniera dettagliata, le modalità esecutive di attuazione della norma, prevedendo: - la predisposizione, da parte dell’ente controllante, di un proprio "atto di indirizzo" che, in conformità a quanto disposto, a suo carico in tema di divieti o limitazioni alle assunzioni di personale, definisca, per ciascun organismo partecipato, i criteri e le modalità per raggiungere l’obiettivo della riduzione dei costi, previa verifica dello specifico settore di appartenenza; - l’adozione, da parte di ogni ente partecipato, di propri provvedimenti di attuazione degli indirizzi espressi dall’ente controllante, con specifico obbligo, nel caso di riduzione degli oneri contrattuali, di recepimento degli stessi in sede di contrattazione di secondo livello. Appare chiaro come tale previsione sia ben più pregnante di quanto fino ad oggi predisposto in tema di riduzione dei costi del personale dei soggetti partecipati dagli enti pubblici, obbligando sia gli uni che gli altri (controllanti e controllati) ad una seria valutazione della propria situazione economico-finanziaria, nonchè delle reali e concrete necessità che a ciascuno di essi fanno capo, facendo emergere la responsabilità di ciascuno nel caso di mancata attuazione delle misure che conformino i propri costi in maniera coerente con la qualità dei servizi prestati. Ciò premesso, va osservato che la scelta preferenziale da esercitare, in concreto, nella prospettata fattispecie, non può che essere ispirata –in conformità alle esigenze di razionalizzazione e di economicità nella gestione di risorse pubbliche che sottendono proprio il sopra evidenziato quadro normativo- ad una coerente, completa e motivata applicazione di principi di sana gestione e di contenimento della spesa, mediante una previa valutazione di tutte le relative implicazioni, sia in termini di effettiva economicità, sia sotto il profilo dell’efficienza e del buon andamento dell’attività di amministrazione di che trattasi. Resta pertanto più che mai attuale quanto più volte sottolineato, in termini di doverosità del controllo e della riduzione della spesa da parte delle pubbliche amministrazioni, dalla Corte dei conti - cfr., per tutti, la Sezione di controllo Veneto - che, con delibera n. 903/2012, ha ricordato che "…l’utilizzo di risorse pubbliche, anche se adottato attraverso moduli privatistici, impone particolari cautele e obblighi in capo a tutti coloro che –direttamente o indirettamente– concorrono alla gestione di tali risorse, radicandone la giurisdizione e il controllo della Corte dei conti". Di conseguenza, sempre secondo tale Sezione, l’ente socio dovrà effettuare "un costante ed effettivo monitoraggio sull’andamento della società, con una verifica costante della permanenza dei presupposti valutativi che hanno determinato la scelta partecipativa iniziale", mettendo in atto, volta per volta, gli interventi correttivi che si rendano necessari nel corso della vita della società, per assicurare al meglio la remunerazione del capitale investito con l’impiego di consistenti risorse pubbliche. Su tali aspetti gestionali e decisionali la Sezione non può, peraltro, esprimere valutazioni tali da indirizzare, nello specifico, l’attività discrezionale dei competenti organi, soprattutto, perché le Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti non possono svolgere, in sede consultiva, una funzione di consulenza di tale latitudine da giungere ad inserirsi in attività gestionali amministrative e/o societarie, ovvero ad interferire con i poteri discrezionali di altri organi i quali siano titolari, in via esclusiva, del relativo esercizio e della conseguente applicazione (cfr. Corte dei conti, Sezione delle Autonomie, 17 febbraio 2006, n° 5 e Sezione regionale di controllo Campania, 24 luglio 2014, n. 187). Per scaricare il parere cliccare su "Accedi al provvedimento".

Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Campania deliberazione del 15.12.2014

 
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