Gazzetta Informa News 2 Aprile 2013 - Area Amministrativa


NORMATIVA

I diritti del passeggero a portata di un click: l'UE chiarisce il quadro dei diritti che in caso di problemi durante un viaggio tutelano i cittadini europei

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L’UE si è impegnata a mettere i passeggeri al centro della sua politica dei trasporti ed ha creato un'apposita pagina web sui "diritti del passeggero" per informarli dei propri diritti qualora si verifichino dei problemi durante un viaggio, indipendentemente dal mezzo di trasporto scelto o dal fatto che tale viaggio venga effettuato completamente all’interno di uno stesso Paese, in seno all’Unione europea oppure oltrepassando i suoi confini. Imbarco negato? Cancellazione? Lunghi ritardi? Bagaglio smarrito? Bisogno di assistenza? Se viaggiate in Europa o anche al di fuori dell'Unione, i cittadini europei sono titolari di un insieme di diritti e l'obiettivo della UE e' di farli conoscere prima di partire per poterli esercitare qualora qualche problema dovesse verificarsi durante il viaggio. Per accedere alla pagina web ed approfondire l'argomento cliccare sul titolo sopra linkato. (Commissione europea, I Tuoi diritti di passeggero in mano, 2.4.2013)

 
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La Bulgaria nel made in Italy dei dolci pasquali: i Carabinieri del NAS sventano una frode sulle "Schiacciate di Pasqua", dolce tipico toscano

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I Carabinieri dei NAS - in prossimità delle feste pasquali - hanno intensificato i controlli nel settore alimentare, con particolare riferimento al settore dolciario, al fine di tutelare la sicurezza degli alimenti e la salute dei consumatori. Il Ministero della Salute rende noto che nel corso delle ispezioni svolte, i Carabinieri del NAS di Livorno hanno impedito la commercializzazione di prodotti tipici delle festività pasquali etichettati in maniera tale da frodare il consumatore. L’ispezione eseguita presso un panificio della provincia di Pisa, ha consentito infatti di accertare che l’azienda aveva prodotto e distribuito centinaia di confezioni di "Schiacciate di Pasqua" (dolce toscano tipico di questo periodo) indicando nell’etichettatura la presenza - tra gli ingredienti - di "miele italiano". In realtà i Carabinieri del Nucleo livornese hanno appurato che il dolce veniva preparato utilizzando miele originario della Bulgaria. La fraudolenta indicazione apposta sulle confezioni consentiva all’azienda di attribuire un valore aggiunto alle "schiacciate", con conseguente maggiorazione del prezzo di vendita al consumatore, che veniva ingannato sulla qualità di uno degli ingredienti del tipico prodotto. I Carabinieri del NAS attivavano immediatamente ulteriori controlli, individuando i supermercati dove il prodotto era stato distribuito (tutti siti nella provincia pisana). Le attività svolte hanno consentito di sequestrare - presso gli esercizi commerciali e l’azienda di produzione - 30 kg di miele e 434 confezioni di "Schiacciate di Pasqua". I due amministratori del panificio sono stati denunciati per frode nell’esercizio del commercio. (Ministero della Salute, comunicato del 2.4.2013)

 
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Biscotti al latte in polvere scaduto, sequestrate oltre 3 tonnellate di latte tedesco in polvere scaduto da tre mesi destinato alla produzione di biscotti

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I militari del NAS di Padova, nel corso di un’ispezione presso un’azienda veneta, hanno accertato che nel magazzino delle materie prime erano stoccati circa 130 sacchi da 25 kg di "latte intero in polvere", il cui termine di conservazione era scaduto da circa 3 mesi. Il prodotto rinvenuto, di provenienza tedesca, era destinato alla produzione di biscotti, che sarebbero stati distribuiti a supermercati ed esercizi commerciali dell’intero territorio nazionale. (Ministero della Salute, comunicato del 2.4.2013)

 
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UE: la Croazia dal 1 luglio diventerà il 28esimo Paese dell'Unione Europea

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Il prossimo 1° luglio la Croazia diventerà il ventottesimo Paese membro dell'Unione Europea. Lo ha annunciato la Commissione europea che ha presentato il rapporto finale sull'adesione del Paese all'UE. Per saperne di più cliccare sul titolo sopra linkato. (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dip. Politiche Europee, comunicato del 26.3.2013)

 
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Anticorruzione: il termine del 31 marzo 2013 per l'adozione del Piano triennale di prevenzione della corruzione non e' perentorio

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Civit rende noto che sono pervenute alla Commissione reiterate richieste, con le quali, si chiede se il termine del 31 marzo 2013, entro il quale l’organo di indirizzo politico deve adottare il Piano triennale di prevenzione della corruzione, sia perentorio o possa essere considerato ordinatorio, in attesa del Piano nazionale anticorruzione e, per quanto riguarda le regioni e gli enti locali, delle intese previste dal comma 60 dell’art. 1 della legge n. 190/2012 e di ulteriori e più specifici indirizzi. La Commissione, in proposito, si è espressa nel senso che il termine del 31 marzo 2013 non può essere considerato perentorio (nel senso che il Piano adottato dopo la scadenza del termine è comunque valido), con la conseguenza che, per quanto riguarda le amministrazioni centrali e gli enti nazionali, il Piano triennale dovrà essere adottato entro il tempo strettamente necessario e secondo le linee indicate nel Piano nazionale anticorruzione, dopo l’approvazione dello stesso da parte della Commissione. Come già indicato dalla Commissione, ciò non esclude che, nell’attesa, le singole amministrazioni, su proposta del responsabile della prevenzione della corruzione, procedano alla prevista valutazione del diverso livello di esposizione degli uffici al rischio di corruzione, alla previsione di procedure per selezionare e formare i dipendenti e a introdurre opportune forme di rotazione. Le amministrazioni potranno, se lo ritengono, adottare il Piano triennale di prevenzione della corruzione, fatte salve le successive integrazioni e modifiche per adeguarlo ai contenuti del Piano nazionale anticorruzione come approvato dalla Commissione. Quanto sopra osservato può valere anche per le Regioni e gli Enti locali, specie dopo la scadenza del termine di quattro mesi, previsto dall’art. 1 comma 60 della legge n. 190/2012, per definire in sede di Conferenza Unificata gli adempimenti e i relativi termini volti alla "piena e sollecita attuazione delle disposizioni" della legge. (Civit, comunicato 27.3.2013)

 
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GIURISPRUDENZA

Il ricorso per l’esecuzione del giudicato – strumento processuale previsto dall’ordinamento per l’esecuzione coattiva delle pronunce passate in giudicato – non è utilizzabile per l’esecuzione delle pronunce di rigetto

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Per orientamento ripetutamente seguito dal Consiglio di Stato "il ricorso per l’esecuzione del giudicato – strumento processuale previsto dall’ordinamento per l’esecuzione coattiva delle pronunce passate in giudicato – non è utilizzabile per l’esecuzione delle pronunce di rigetto, anche in mancanzadi un’espressa regola che circoscriva l’ottemperanza alle sole decisioni di accoglimento" (in tal senso Cons. Stato, VI, 13 dicembre 2001, n. 6532; cfr., inoltre, Cons. Stato, VI, 1° settembre 2009, n. 5114). E’ stato, infatti, chiarito, a tale riguardo, che, relativamente alle decisioni del giudice amministrativo, sono le statuizioni preordinate ad una pronuncia di accoglimento a far nascere per l’amministrazione destinataria un obbligo di ottemperanza, che può dirsi adempiuto solo se vengono posti in essere atti completamente sattisfattivi rispetto a quelle statuizioni. Viceversa, la pronunce di rigetto lasciano invariato l’assetto giuridico dei rapporti precedente alla radicazione del giudizio, rimanendo indifferente che la sentenza di rigetto sia stata pronunciata in primo grado ovvero in appello, con una sentenza di riforma della pronuncia di accoglimento emessa dal primo giudice. Come, invero, già sostenuto dal Cons. Stato, VI, 19 settembre 2008, n. 4523, non assume rilievo, in senso contrario, il principio desumibile dall’articolo 336, comma 2, cod. proc. civ. secondo cui "la riforma o la cassazione della sentenza estende i suoi effetti ai provvedimenti e agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata", in quanto la disposizione, come anche evidenziato dalla richiamata sentenza n. 6532 del 2011, riguarda i provvedimenti e gli atti del giudice e comunque non fornisce alcuna indicazione riguardante le modalità attraverso le quali far valere gli effetti della riforma sui provvedimenti amministrativi (ovvero sugli adempimenti di obbligazioni pecuniarie), posti in essere in esecuzione della sentenza di primo grado. Ciò comporta che non può essere disposta in via coattiva nella presente sede di ottemperanza l’adeguamento della situazione di fatto a quella di diritto coerente con l’assetto dei rapporti esistente anteriormente al giudizio. Non essendovi, in presenza di pronuncia di rigetto, l’ammissibilità del giudizio di ottemperanza, neppure sussistono i presupposti per l’esame della richiesta di chiarimenti sulle modalità di tale ottemperanza. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.3.2013, n. 1675)

 
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Per orientamento ripetutamente seguito dal Consiglio di Stato "il ricorso per l’esecuzione del giudicato – strumento processuale previsto dall’ordinamento per l’esecuzione coattiva delle pronunce passate in giudicato – non è utilizzabile per l’esecuzione delle pronunce di rigetto, anche in mancanza ... Continua a leggere

 

Nel caso di ritardata assunzione in servizio conseguente ad un comportamento della p.a. dichiarato definitivamente illegittimo, la controversia instaurata dall'impiegato assunto in servizio con effetto retroattivo ai soli fini giuridici e non anche economici ed avente ad oggetto la pretesa ad una somma equivalente alle retribuzioni non percepite, a titolo di risarcimento del danno, appartiene alla giurisdizione amministrativa esclusiva

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Nel caso di ritardata assunzione in servizio conseguente ad un comportamento della p.a. dichiarato definitivamente illegittimo con sentenza passata in giudicato, la controversia instaurata dall'impiegato assunto in servizio con effetto retroattivo ai soli fini giuridici e non anche economici ed avente ad oggetto la pretesa ad una somma equivalente alle retribuzioni non percepite, a titolo di risarcimento del danno, appartiene alla giurisdizione amministrativa esclusiva, atteso che la causa petendi si collega pur sempre, e non occasionalmente, al pubblico impiego, il che esclude la configurabilità di un diritto patrimoniale consequenziale (cfr. Cons. Stato, 10 maggio 2010, n. 2750, che cita Cass. civ. SS.UU. 10 maggio 1996, n. 4396 e 7 maggio 1991, n. 5432 - ).L’appellante avrebbe pertanto potuto, oltre a chiedere l’annullamento degli atti di utilizzazione delle diverse graduatorie, in quanto comportanti la sua non assunzione, chiedere contestualmente, o comunque tempestivamente, al TAR anche il risarcimento dei danni per il periodo trascorso dall’indebita assunzione di altri soggetti. Non l’ha fatto a suo tempo, e non poteva più farlo dopo il termine del 15 settembre 2000, previsto dall’art. 45, comma 17, del d.lgs. 80/1998, e poi dall’art. 69, comma 7, citato, trattandosi (la giurisprudenza, sul punto, è da tempo consolidata: cfr. Cons. Stato, A.P., 21 febbraio 2007, n. 4; III, 7 maggio 2012, n. 2619; V, 11 novembre 2011, n. 5061 e 18 gennaio 2011, n. 309; IV, 22 marzo 2011, n. 1753) di termine che non ha natura processuale, ma rappresenta un termine di decadenza sostanziale per la proponibilità della domanda giudiziale, il cui infruttuoso decorso comporta l’estinzione del diritto. D’altro canto, come ha sottolineato anche la sentenza appellata, la Corte Costituzionale ha più volte affermato che la previsione del predetto termine perentorio non è incostituzionale, risultando ispirata a coerenti esigenze organizzative connesse al trapasso da una giurisdizione all’altra (cfr. Corte Cost., ordd. nn. 214/2004, 213/2005, 382/2005 e 197/2006). (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 26.3.2013, n. 1692)

 
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Il difetto di giurisdizione del giudice adito in primo grado non può essere prospettato dalla parte che vi ha dato luogo agendo in primo grado mediante la scelta del giudice del quale poi in appello disconosce e contesta la giurisdizione

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Il difetto di giurisdizione del giudice adito in primo grado non può essere prospettato dalla parte che vi ha dato luogo agendo in primo grado mediante la scelta del giudice del quale poi, nel contesto dell'appello, disconosce e contesta la giurisdizione; ritenere il contrario si porrebbe in contrasto con i principi di correttezza e affidamento che modulano il diritto di azione e significherebbe, in caso di domanda proposta a giudice carente di giurisdizione, e qualora la carenza non sia rilevata d'ufficio, attribuire alla parte la facoltà di ricusare la giurisdizione a suo tempo prescelta, in ragione dell'esito negativo della controversia, e si porrebbe in contrasto con il divieto di abuso del diritto (cfr. Cons. Stato, III, 17 maggio 2012, n. 2857). (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 26.3.2013, n. 1694)

 
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Nel processo amministrativo sono inammissibili le censure dedotte in memoria non notificata alla controparte sia nell'ipotesi in cui risultino completamente nuove e non ricollegabili ad argomentazioni espresse nel ricorso introduttivo sia quando, pur richiamandosi ad un motivo già ritualmente dedotto, introducano elementi sostanzialmente nuovi, ovvero in origine non indicati

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Si legge nella sentenza attenzionata il seguente principio "Nel processo amministrativo sono inammissibili le censure dedotte in memoria non notificata alla controparte sia nell'ipotesi in cui risultino completamente nuove e non ricollegabili ad argomentazioni espresse nel ricorso introduttivo siaquando, pur richiamandosi ad un motivo già ritualmente dedotto, introducano elementi sostanzialmente nuovi, ovvero in origine non indicati, con conseguente violazione del termine decadenziale e del principio del contraddittorio, essendo affidato alla memoria difensiva il solo compito di una mera illustrazione esplicativa dei precedenti motivi di gravame senza possibilità di ampliare il "thema decidendum" (da ultimo Consiglio di Stato, sez. III, 17 maggio 2012 n. 2878). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.3.2013, n. 1715)

 
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Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente

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Il Consiglio di Stato nel giudizio in esame ha rigettato l’eccezione concernente l’inammissibilità dell’appello per mancata produzione dell’autorizzazione della Giunta Municipale, prevista per evitare possibili "abusi". A parte che, in materia di tutela dei propri interessi, è comunque difficilmente comprensibile il riferimento agli "abusi" di cui parlano gli appellati, si deve osservare che, a partire dall'art. 36 comma 1, l. 8 giugno n. 142 del 1990, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, compete esclusivamente al Sindaco il potere di conferire al difensore del Comune la procura alle liti, senza alcuna necessità di autorizzazione della Giunta municipale. La titolarità esclusiva del potere di rappresentanza processuale del Comune è dunque conferita direttamente dalla legge all'organo monocratico (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V 11 maggio 2012 n. 2730). Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ai sensi dell'art. 50 comma 2 d.lg. 18 agosto 2000 n. 267, è dunque l'organo che lo rappresenta in giudizio ed ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.3.2013, n. 1700)

 
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Il Consiglio di Stato nel giudizio in esame ha rigettato l’eccezione concernente l’inammissibilità dell’appello per mancata produzione dell’autorizzazione della Giunta Municipale, prevista per evitare possibili "abusi". A parte che, in materia di tutela dei propri interessi, è comunque difficilmen ... Continua a leggere

 

In caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente

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Nel caso di specie il Consiglio di Stato ha rilevato che, contrariamente a quanto sostengono gli appellati, in caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente. In tali casi non può infatti sussistere alcuna incertezza sulla persona fisica firmataria a cui fare riferimento per l’imputazione degli effetti giuridici del gravame (cfr. Consiglio Stato sez. V 21 aprile 2009 n. 2402). La mancata indicazione del nominativo e l' illeggibilità della firma del Sindaco nella procura rilasciata dal Comune al difensore, non determina affatto l’invalidità della procura stessa, atteso che la persona fisica che riveste pro tempore detta qualità è un dato di pubblico dominio, accertabile senza alcuna difficoltà presso lo stesso ente. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.3.2013, n. 1700)

 
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Nel caso di specie il Consiglio di Stato ha rilevato che, contrariamente a quanto sostengono gli appellati, in caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso m ... Continua a leggere

 

Non può essere configurato nell’ambito del procedimento amministrativo un generalizzato dovere di astensione del responsabile di un settore solo perché egli si sia in precedenza già espresso sulla fattispecie

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In linea generale (fatta salva la materia degli appalti per l’espressa previsione di cui al 7° comma del d.lgs. n.163/2006 e smi), l'istituto dell'astensione obbligatoria, in quanto comunque riconducibile al principio generale di cui all'art. 97 Cost., trova applicazione indipendentemente da un'espressa previsione normativa qualunque sia l'attività di uno specifico organo amministrativo e la sua natura individuale o collegiale, di amministrazione attiva, di controllo o consultiva, nelle ipotesi riconducibili all’art. 51 c.p.c. . Ciò che rileva ai fini della violazione del principio di imparzialità è la sussistenza di una situazione - anche solo potenziale - di possibile conflitto di interessi, per cui deve presumersi che, in tal caso, chi agisce non possa assicurare la necessaria serenità e imparzialità. In applicazione dei principi di buon andamento e di non contraddittorietà dell’azione amministrativa deve dunque concludersi che, al di fuori delle cause di incompatibilità riconducibili ad una delle situazioni previste dal ricordato art. 51 c.p.c. per cui ogni agente pubblico, direttamente od indirettamente, comunque interessato o contrario al provvedimento deve necessariamente astenersi dal partecipare alla formazione dello stesso, non può essere configurato nell’ambito del procedimento amministrativo un generalizzato dovere di astensione del responsabile di un settore solo perché egli si sia in precedenza già espresso sulla fattispecie. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.3.2013, n. 1702)

 
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In linea generale (fatta salva la materia degli appalti per l’espressa previsione di cui al 7° comma del d.lgs. n.163/2006 e smi), l'istituto dell'astensione obbligatoria, in quanto comunque riconducibile al principio generale di cui all'art. 97 Cost., trova applicazione indipendentemente da un'esp ... Continua a leggere

 

Arruolamento nelle Forze Armate: l'indagine del Giudice Amministrativo in ordine alla legittimità dei giudizi espressi in relazione all'idoneità psico-attitudinale dei candidati è limitata alla verifica della sussistenza degli elementi, della congruenza dei presupposti oggetto di valutazione, e soprattutto della logicità e dell’imparzialità delle conclusioni

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Le selezioni attitudinali per l'arruolamento non attengono alla verifica del profilo sanitario dei candidati, ma sono dirette all'accertamento del possesso da parte dei concorrenti dell'attitudine all'espletamento degli specifici e peculiari molteplici compiti degli appartenenti dell’Arma. In taleprospettiva acquistano particolare rilievo i valori della personalità come il controllo dei propri impulsi, l’equilibrio, la fermezza, l’autostima; la capacità di esprimere in modo sereno, chiaro ed efficace le proprie opinioni; la percezione esatta del proprio ruolo e dei propri doveri. Ha ragione dunque il Ministero quando ricorda che le predette operazioni ed indagini attitudinali afferiscono al merito dell'azione amministrativa in quanto sono tipica espressione di discrezionalità -- alla stregua delle cognizioni tecniche di settore-- relativa alla valutazione della sussistenza, o meno, dell'idoneità a ricoprire un certo ruolo, che è richiesta dalla legge quale presupposto per l'arruolamento,. In tali ipotesi l'indagine del Giudice Amministrativo in ordine alla legittimità dei giudizi espressi in relazione all'idoneità psico-attitudinale dei candidati all'arruolamento nelle Forze Armate è dunque limitata alla verifica della sussistenza degli elementi, della congruenza dei presupposti oggetto di valutazione, e soprattutto della logicità e dell’imparzialità delle conclusioni (cfr. Consiglio di Stato sez. IV 16 dicembre 2011 n. 6627; Consiglio di Stato sez. IV; 14 ottobre 2011 n. 5540). Il Giudice deve verificare che l’accertamento vocazionale - proprio per la sua amplissima discrezionalità - nella realtà delle cose non finisca per essere arbitrariamente utilizzato per far luogo ad esclusioni conseguenti a illegittime ragioni discriminatorie o comunque del tutto estranee allo stretto aspetto attitudinale. (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.3.2013, n. 1703)

 
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Qualora la p.a., sulla scorta di una rinnovata istruttoria e di una nuova motivazione, dimostri di voler confermare un precedente provvedimento, quello successivo ha valore di atto di conferma, e non di atto meramente confermativo, con la conseguenza che deve essere dichiarato improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso diretto avverso il provvedimento che, in pendenza del giudizio, sia stato sostituito dal provvedimento di conferma

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La costante giurisprudenza insegna che qualora la p.a., sulla scorta di una rinnovata istruttoria e sulla base di una nuova motivazione, dimostri di voler confermare la volizione espressa in un precedente provvedimento, quello successivo ha valore di atto di conferma, e non di atto meramente confermativo, con la conseguenza che deve essere dichiarato improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso diretto avverso il provvedimento che, in pendenza del giudizio, sia stato sostituito dal provvedimento di conferma innovativo e dotato di autonoma efficacia lesiva della sfera giuridica del suo destinatario, come tale idoneo a rendere priva di ogni utilità la pronuncia sul ricorso proposto avverso il precedente provvedimento (Cons. St., sez. V, 25.8.2011, n. 4807). Si ha atto meramente confermativo (c.d. conferma impropria), invece, allorché l’amministrazione, di fronte ad un’istanza di riesame, si limiti a dichiarare l’esistenza di un suo precedente provvedimento, senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova motivazione, e dunque senza riaprire i termini per l’impugnazione. Con la conferma la p.a. entra, diversamente dall’atto meramente confermativo, nel merito di una nuova istanza e, dopo aver riconsiderato i fatti e i motivi prospettati dal richiedente, si esprima in senso negativo con provvedimento autonomamente impugnabile (Cons. St., sez. VI, 11.5.2007, n. 2315). (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 25.3.2013, n. 1655)

 
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La costante giurisprudenza insegna che qualora la p.a., sulla scorta di una rinnovata istruttoria e sulla base di una nuova motivazione, dimostri di voler confermare la volizione espressa in un precedente provvedimento, quello successivo ha valore di atto di conferma, e non di atto meramente confer ... Continua a leggere

 

E' inammissibile il ricorso diretto all'accertamento dell'illegittimità del silenzio della P.A. su un'istanza dell'interessato allorché il Giudice amministrativo sia privo di giurisdizione in ordine al rapporto giuridico sottostante ovvero si verta, comunque, nell’ambito di posizioni di diritto soggettivo, anche laddove sia riscontrabile un'ipotesi di giurisdizione esclusiva

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Osserva il Consiglio di Stato che, perché sia consentito il ricorso avverso il silenzio dell'Amministrazione, è essenziale che esso riguardi l'esercizio di una potestà amministrativa e che la posizione del privato si configuri come interesse legittimo, con la conseguenza che il ricorso è inammissibile allorché la posizione giuridica azionata dal ricorrente consista in un diritto soggettivo; il silenzio - rifiuto può infatti formarsi esclusivamente in ordine all’inerzia dell'Amministrazione su una domanda intesa ad ottenere l'adozione di un provvedimento ad emanazione vincolata ma di contenuto discrezionale e, quindi, necessariamente incidente su posizioni di interesse legittimo, e non già nell'ipotesi in cui viene chiesto il soddisfacimento di posizioni aventi natura sostanziale di diritti.La formazione del silenzio – rifiuto, o lo speciale procedimento giurisdizionale oggi disciplinato dall'art. 117 del c.p.a., non risulta, infatti, compatibile con le pretese che solo apparentemente abbiano per oggetto una situazione di inerzia, in quanto concernono diritti soggettivi la cui eventuale lesione è direttamente accertabile dall'autorità giurisdizionale competente.Ai sensi dell'art. 31 del c.p.a. è inammissibile il ricorso diretto all'accertamento dell'illegittimità del silenzio su un'istanza dell'interessato allorché il Giudice amministrativo sia privo di giurisdizione in ordine al rapporto giuridico sottostante ovvero si verta, comunque, nell’ambito di posizioni di diritto soggettivo, anche laddove sia riscontrabile un'ipotesi di giurisdizione esclusiva.Il ricorso avverso il silenzio - rifiuto costituisce, infatti, un'azione che richiede al Giudice di esercitare una cognizione sul merito della causa, che, in taluni casi, può spingersi sino alla condanna dell'Amministrazione all'adozione di un provvedimento di contenuto predeterminato; si deve, pertanto, concludere nel senso che la giurisdizione del G.A. in materia di silenzio - rifiuto si arresta laddove l'istanza inevasa abbia ad oggetto una materia devoluta alla giurisdizione esclusiva di altra autorità giudiziaria.Invero, secondo nota e consolidata giurisprudenza (Consiglio Stato, Sez. V, 17 gennaio 2011, n. 210), l'art. 2 della l. n. 205/2000, che ha introdotto l'art. 21 bis della l. n. 1034/1971 in tema di ricorso avverso il silenzio serbato dall'amministrazione, poi confluito nell'art. 31 del c.p.a., non ha inteso creare un rimedio di carattere generale, esperibile in tutte le ipotesi di comportamento inerte della pubblica amministrazione, e pertanto sempre ammissibile indipendentemente dalla giurisdizione del G.A. (il quale si configurerebbe quindi come giudice del silenzio dell'Amministrazione), ma soltanto un istituto giuridico relativo alla esplicazione di potestà pubblicistiche correlate alle sole ipotesi di mancato esercizio dell'attività amministrativa discrezionale.Ne consegue che, nell'ipotesi che il procedimento attivato afferisca alla tutela di un diritto soggettivo, l'azione di annullamento del silenzio-rifiuto della pubblica Amministrazione non è esperibile, poiché il giudizio sul silenzio presuppone l'esercizio di una potestà amministrativa, rispetto alla quale la posizione del privato si configura come interesse legittimo.E che nel caso in esame si verta in materia di diritto soggettivo è indubbio, atteso che non può riconoscersi altra natura all’obbligo, scaturente dall’art. 19 del d.lgs. n. 504/1992, di versamento del tributo di cui trattasi alla tesoreria della Provincia, nei termini e secondo le modalità previste dal d.P.R. n. 43/1988, senza che sia previsto l’esercizio di alcun potere discrezionale idoneo a degradare il diritto soggettivo a mero interesse legittimo, suscettibile di tutela solo dinanzi al G.A.Stabilisce infatti il comma 7 di detto art. 19 che "L’ammontare del tributo, riscosso in uno alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, previa deduzione della corrispondente quota del compenso della riscossione, è versato dal concessionario direttamente alla tesoreria della provincia" nei previsti termini e modalità.La tariffa è unica e non costituisce, invero, frutto di una scelta discrezionale del Comune; peraltro, l'addizionale provinciale, essendo costituita da una percentuale fissa, pari al 15%, da computarsi sull'importo della tassa principale, è determinabile sulla base di un semplice calcolo aritmetico, e non possono insorgere difficoltà nella determinazione del suo ammontare.È, quindi, inammissibile la impugnazione del silenzio-rifiuto, qualora, come nel caso che occupa, la controversia attenga a posizioni di diritto soggettivo, a prescindere dagli atti adottati dalla pubblica amministrazione e, quindi, anche nel caso in cui non sia stato emanato alcun atto, nonostante il decorso dei termini prescritti per la conclusione del relativo procedimento (Consiglio Stato, Sez. V, 17 settembre 2010, n. 6947), dovendo in questo caso la tutela dell'interessato essere fatta valere mediante l'apposita azione di accertamento (Consiglio Stato, sez. V, 6 luglio 2010, n. 4320). (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.3.2013, n. 1754)

 
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Osserva il Consiglio di Stato che, perché sia consentito il ricorso avverso il silenzio dell'Amministrazione, è essenziale che esso riguardi l'esercizio di una potestà amministrativa e che la posizione del privato si configuri come interesse legittimo, con la conseguenza che il ricorso è inammissib ... Continua a leggere

 

L'Amministrazione deve collaborare con il giudice al fine di accertare la verità dei fatti ed è pertanto consentito al giudice amministrativo di richiedere alla stessa amministrazione che ha emanato il provvedimento impugnato gli opportuni chiarimenti

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Come rilevato dalla giurisprudenza, "è consentito al giudice amministrativo di richiedere alla stessa amministrazione che ha emanato il provvedimento impugnato gli opportuni chiarimenti, senza che ciò implichi violazione del principio di terzietà, del diritto di difesa e del contraddittorio" (Cons.di Stato, Sez. IV, 29 aprile 2004, n. 2609), in quanto "l’onere istruttorio viene diretto all’amministrazione non solo, e non tanto, perché parte processuale ma soprattutto in quanto autorità pubblica che, in tale specifica qualità deve collaborare con il giudice al fine di accertare la verità dei fatti" (Cons. di Stato, Sez. IV, 19 febbraio 2007, n. 881) Il giudice di prime cure, pertanto, ha correttamente affidato la originaria verificazione alla stessa Amministrazione che in relazione alle sue competenze aveva seguito l’intero procedimento autorizzatorio, consistendo l’incarico ad essa affidato in un mero accertamento volto a completare la conoscenza dei fatti oggetto dei documenti processuali. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.3.2013, n. 1671)

 
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Trattenimento in servizio dei dipendenti civili dello Stato per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo: attualmente la normativa prevede la possibilità, da parte dell'interessato, di domandare all'Amministrazione il trattenimento in servizio e non più un diritto a permanere nell'ufficio

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha analizzato la novella introdotta dall’art. 72 del d.l. 112 del 2008 sull'istituto del trattenimento in servizio dei dipendenti civili dello Stato (anche in regime di diritto pubblico) delineato dall'art. 16 del d.lgs. 503 del 1992. Come puntualizzato in numerose pronunce (per tutte, sez. VI, 2 maggio 2012, n. 2518 e 24 gennaio 2011, n. 479), tale norma si propone di risolvere la delicata questione del bilanciamento fra l'interesse privato al trattenimento in servizio e l'interesse pubblico alla salvaguardia delle esigenze organizzative e funzionali dell'amministrazione di appartenenza, tenuto anche conto dell'evidente finalità di contenimento dei costi del personale nel settore pubblico che caratterizzano i più recenti interventi normativi in subjecta materia, prima regolata dall'art. 16 d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, che - affermando semplicemente che "è in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio (...) per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi" - riconosceva ai dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici (compresi i professori universitari) un vero e proprio diritto potestativo a permanere in servizio per il periodo riposo descritto" (Cons. Stato, IV, 21 febbraio 2005, n. 573). Il comma 7 dell'articolo 72 del d.l. 112 del 2008 ha profondamente modificato le previsioni di cui al richiamato articolo 16, il quale così recita: "è in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio, con effetto dalla data di entrata in vigore della legge 23 ottobre 1992, n. 421, per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti. In tal caso è data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, di accogliere la richiesta in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi. La domanda di trattenimento va presentata all'amministrazione di appartenenza dai ventiquattro ai dodici mesi precedenti il compimento del limite di età per il collocamento a riposo previsto dal proprio ordinamento". Questa normativa sopravvenuta non riconosce più un diritto soggettivo alla permanenza in servizio del pubblico dipendente, ma prevede che l'istanza, che egli ha facoltà di presentare, vada valutata discrezionalmente dall'Amministrazione, la quale, a sua volta, ha facoltà di accoglierla, e possa trovare accoglimento solo in concreta presenza degli specifici presupposti individuati dalla disposizione, i primi dei quali sono legati ai profili organizzativi generali dell'amministrazione medesima ("in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali") e i seguenti alla situazione specifica soggettiva e oggettiva del richiedente ("in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi"). Alla luce della richiamata disciplina è dato ricavare che l'istituto del trattenimento in servizio ha ormai assunto un carattere di eccezionalità in considerazione delle generali esigenze di contenimento della spesa pubblica che hanno ispirato e informato l'intero impianto normativo sotteso alla disciplina di cui al d.l. 112, cit., e, segnatamente, alla disciplina di cui al Capo II di tale decreto, nel cui ambito è collocato il più volte richiamato art. 72 (in tal senso: Cons. Stato, sent. 479/2011, cit.). Poichè è questa la ratio sottesa al richiamato intervento normativo, ne consegue che l'ipotesi ordinaria è quella della mancata attivazione dell'istituto del trattenimento (ipotesi ricorrendo la quale l'onere motivazionale gravante sull'amministrazione sarà limitata all'insussistenza di particolari esigenze organizzative e funzionali le quali inducano a decidere in tal senso), mentre all'ipotesi del trattenimento sarà da riconoscere carattere di eccezionalità, con la necessità di esplicitare in modo adeguato le relative ragioni giustificatrici, conferendo rilievo preminente alle esigenze dell'amministrazione lato sensu intese. Ebbene, rispetto a tali esigenze "la particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti" rappresenta - se del caso - un criterio giustificativo necessario, ma non già la ragione determinante della scelta. Si tratta infatti di dar corso ad un'ipotesi eccezionale di provvista di personale docente, che deve essere adeguatamente giustificata da oggettivi e concreti fatti organizzativi, tali da imporre che si faccia ricorso ad un tale particolare strumento eccettuale. L'esternazione della giustificazione di una tale scelta - insieme a quella sugli altri elementi richiesti, a seguire, dalla disposizione - è necessaria per dar conto del come e perché l'Amministrazione si determini, derogando alle esigenze di risparmio perseguite dalla legge, a seguire questa speciale via. Non così è quando l'Amministrazione si determini in senso negativo, ricorrendo allora la situazione ordinaria di normale estinzione del rapporto lavorativo per raggiungimento dei limiti di età, che non richiede una speciale esternazione circa la particolare esperienza professionale dell'interessato. È stata dunque, con l'innovazione del 2008, introdotta nuova disciplina, che ha invertito il rapporto tra regola ed eccezione della legislazione del 1992. L'uso del termine "facoltà" descrive attualmente null'altro, se non la possibilità, da parte dell'interessato, di domandare all'Amministrazione il trattenimento in servizio, ma non più un diritto a permanere nell'ufficio. La struttura della fattispecie definita dalla nuova disposizione configura come eccezionale e soggetto a rigorose condizioni l'accoglimento dell'istanza di trattenimento. (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.3.2013, n. 1672)

 
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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha analizzato la novella introdotta dall’art. 72 del d.l. 112 del 2008 sull'istituto del trattenimento in servizio dei dipendenti civili dello Stato (anche in regime di diritto pubblico) delineato dall'art. 16 del d.lgs. 503 del 1992. Come puntualizzat ... Continua a leggere

 
PROVVEDIMENTI REGIONALI

I contratti a tempo determinato di cui all’art.110 del D.Lgs. 267/2000 sono soggetti ai limiti previsti dall’art. 9, co.28, del D.L. 78/2010

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​Il Sindaco del Comune di Isca sullo Jonio, dovendo provvedere ad un’assunzione, ex art. 110 del D.lgs. 267/2000, di una figura professionale esterna cui affidare la responsabilità dell’area amministrativa, chiede di conoscere se ed entro quali limiti procedere in relazione a quanto disposto dall’art. 9, comma 28, del D.L. 78/2010. La Corte dei Conti precisa che l’art.110, comma 2, prevede che il regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi dell’ente locale, negli enti in cui è prevista la dirigenza, stabilisce i limiti, i criteri e le modalità con cui possono essere stipulati, al di fuori della dotazione organica, contratti a tempo determinato per i dirigenti e le alte specializzazioni, fermi restando i requisiti richiesti per la qualifica da ricoprire. Tali contratti sono stipulati in misura complessivamente non superiore al 5% del totale della dotazione organica della dirigenza e dell'area direttiva e comunque per almeno una unità. Negli altri enti, il regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi stabilisce i limiti, i criteri e le modalità con cui possono essere stipulati, al di fuori della dotazione organica e solo in assenza di professionalità analoghe presenti all'interno dell'ente, contratti a tempo determinato di dirigenti, alte specializzazioni o funzionari dell'area direttiva, fermi restando i requisiti richiesti per la qualifica da ricoprire. Tali contratti sono stipulati in misura complessivamente non superiore al 5% della dotazione organica dell'ente arrotondando il prodotto all'unità superiore o ad una unità negli enti con una dotazione organica inferiore alle 20 unità. Tali contratti, inoltre, non possono avere durata superiore al mandato elettivo del Sindaco o del Presidente della Provincia in carica. Il contratto a tempo determinato è risolto di diritto nel caso in cui l'ente locale dichiari il dissesto o venga a trovarsi nelle situazioni strutturalmente deficitarie. Nel merito, si osserva che in tema di assunzioni a tempo determinato, l’art.9, c.28, del D.L. 78/2010 stabilisce che a decorrere dall'anno 2011, le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le agenzie, incluse le Agenzie fiscali di cui agli articoli 62, 63 e 64 del D.Lgs. 300/1999, gli enti pubblici non economici, le università e gli enti pubblici di cui all’art.70, c.4, del D.Lgs. 165/2001, le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, fermo quanto previsto dall’art.7, c.6 e dall’art.36 del D.Lgs. 165/2001, possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009. Per le medesime amministrazioni, la spesa per personale relativa a contratti di formazione-lavoro, ad altri rapporti formativi, alla somministrazione di lavoro, nonché al lavoro accessorio di cui all’art.70, c.1, lett. D, del D.Lgs. 276/2003 non può essere superiore al 50% di quella sostenuta per le rispettive finalità nell'anno 2009. Le suddette disposizioni costituiscono principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, gli enti locali e gli enti del Servizio sanitario nazionale. Il riferimento agli enti locali è stato aggiunto dall’art.4, c.102, lett. B, della legge 183/2011 (legge di stabilità 2012). Per effetto di tale modifica le disposizioni contenute nell’art.9, c.28, del D.L. 78/2010, volte ad arginare il ricorso, tra l’altro, ad assunzioni di personale a tempo determinato costituiscono principi generali ai quali gli enti locali devono adeguarsi. In sede consultiva, la Corte dei conti si è occupata più volte della questione della applicabilità dei limiti di spesa indicati dall’art.9, co.28, del D.L. 78/2010 ai contratti previsti dall’art.110 del TUEL, e questa Sezione, con le deliberazioni n. 26, 117 e 169 del 2012, ha già affermato che i contratti di cui all’art.110 del D.Lgs. 267/2000, espressamente qualificati dal legislatore come "contratti a tempo determinato", sono tutti soggetti ai limiti previsti dall’art.9, co.28, del D.L. 78/2010. L’applicabilità dell’art.9, co.28, del D.L. 78/2010 alla fattispecie in argomento appare altresì giustificata dalla circostanza che la normativa in esame, rivolta a promuovere il contenimento delle spese in materia di pubblico impiego, non prevede eccezioni di sorta, soprattutto con riferimento ad ipotesi assunzionali, quale quella prevista dall’art. 110 TUEL, rivolta a conseguire assunzioni al di fuori della dotazione organica, e già ab origine sottoposta a rigidi vincoli e limiti, ancor prima che il legislatore adottasse le recenti ben note misure di contenimento della spesa del personale. Da ultimo, e sempre con riferimento ai contratti disciplinati dall’art.110, del Tuel, appare opportuno sottolineare che la limitazione quantitativa prevista dall’art.9, c.28, del D.L. 78/2010, come modificato dalla legge 183/2011, non sostituisce ma si aggiunge ai vincoli di spesa e alle limitazioni assunzionali già previste in materia, quali il rispetto del patto di stabilità (ove tenuti); il contenimento della spesa del personale rispetto a quella sostenuta nell’anno precedente (per gli enti sottoposti al patto di stabilità:art. 1, co. 557 della legge n. 296/2006) ovvero rispetto a quella relativa all’anno 2008 (per gli enti non sottoposti al patto di stabilità: art. 1, co. 562, L. 296/2006); il contenimento nella percentuale normativamente prevista del rapporto tra spesa del personale e spesa corrente (attualmente 50% articolo 76, comma 7, primo periodo, prima parte, d.l. 112/2008) (cfr. Sezione Autonomie n. 12/2012). (Corte dei Conti, Sez. Reg. Controllo Calabria, deliberazione n. 2 del 30.1.2013)

 
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