martedì 18 aprile 2017 14:30

Falsa dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà: le conseguenze penali

segnalazione della sentenza della Corte di Cassazione Sez. V Penale pubblicata in data 7.4.2017,

La giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che al soggetto autore di una falsa dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà siano effettivamente applicabili le sanzioni previste dall´art. 483 cod. pen.: ciò, ad esempio, laddove vengano rese false attestazioni circa gli stati, le qualità personali ed i fatti indicati nell´art. 46 del d.P.R. n. 445/2000 al fine di partecipare a una gara di appalto (Cass., Sez. V, n. 20570 del 10/05/2006, Esposito), oppure si affermi in difformità dal vero di aver completato opere edilizie entro i termini utili per la concessione in sanatoria (Cass., Sez. V, n. 21209 del 25/05/2006, Bartolazzi), ovvero ancora si dichiari falsamente di non avere mai riportato condanne penali con atto allegato ad un´istanza di iscrizione nel registro dei praticanti geometri (Cass., Sez. V, n. 48681 del 06/06/2014, Sola). Occorre, quale presupposto per l´applicazione della norma de qua, che la dichiarazione sostitutiva sia destinata a provare la verità dei fatti oggetto di rappresentazione al pubblico ufficiale, vale a dire che esista l´obbligo del privato di attestare il vero in base a disposizioni di legge che ricolleghino «specifici effetti all´atto-documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente» (v. Cass., Sez. V, n. 18279 del 02/04/2014, Scalici, nonché Cass., Sez. V, n. 39215 del 04/06/2015, Cremonese, dove la configurabilità del delitto è stata esclusa in casi dove le false dichiarazioni erano state rese ad un curatore fallimentare, sull´avvenuta distruzione di documentazione contabile e societaria, e ad un notaio, sul precedente acquisto a titolo di usucapione di un bene oggetto di successiva vendita) ...Questa Corte, al riguardo, ha già messo in evidenza che le false dichiarazioni del privato concernenti la sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge o dagli strumenti urbanistici per il rilascio di concessione edilizia, essendo destinate a dimostrare la verità dei fatti cui si riferiscono e ad essere "recepite" quali condizioni per la emanazione o per la efficacia dell´atto pubblico, producendo cioè immediati effetti rilevanti sul piano giuridico, sono idonee ad integrare, se ideologicamente false, il delitto di cui all´art. 483 cod. pen. [...]. Della ricorrenza del requisito in parola non hanno dubitato nemmeno le Sezioni Unite le quali, in una fattispecie in tutto analoga (presentazione di dichiarazione di privato circa il possesso dei requisiti per la partecipazione ad una gara d´appalto), hanno confermato la sussistenza del reato di cui all´art. 483 cod. pen. (Cass., Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi). Ad avviso della consolidata giurisprudenza, in conclusione, la dichiarazione del privato resa con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, in presenza di una norma che preveda il ricorso a tale procedura, vale a far ritenere integrate anche l´ulteriore requisito richiesto dall´art. 483 cod. pen. (dichiarazione "in atto pubblico") ogni volta in cui la dichiarazione stessa sia destinata ad essere poi "trasfusa" in un atto pubblico. Viceversa e specularmente si è escluso, ad esempio, che integri il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la condotta del privato che attesti falsamente, con dichiarazione diretta al sindaco, l´ultimazione dei lavori di un fabbricato, quando tale dichiarazione non sia destinata a confluire in un atto pubblico e, quindi, a provare la verità dei fatti in essa attestati, come verificatosi nella ipotesi di dichiarazione finalizzata ad ottenere il rilascio del certificato di abitabilità» (Cass., Sez. V, n. 2978/2010 del 26/11/2009, Urso). Nella motivazione della pronuncia appena richiamata si legge altresì che non risulta sostenibile l´assunto secondo cui il requisito dato dalla necessità che il falso ideologico sia commesso dal privato "in atto pubblico" non sarebbe integrato dalla verifica che la falsa dichiarazione sia, in alternativa, "destinata ad essere trasfusa in atto pubblico", stante la diversità ontologica dei due concetti e l´esistenza - nel corpo dell´art. 495 cod. pen. - di una autonoma sanzione per l´ipotesi di "destinazione della dichiarazione ad essere riprodotta in atto pubblico". A tali osservazioni la sentenza Urso ribatte che «la ipotesi del falso ideologico commesso dal privato ai sensi dell´art.483 cod. pen. deve ritenersi integrata in tutti i suoi requisiti anche ulteriori per il combinato rilievo che l´atto si intende [...] ricevuto dal pubblico ufficiale nell´esercizio delle sue funzioni con la stessa attitudine a produrre gli effetti giuridici connessi alla dichiarazione dalla norma specifica che gli attribuisce l´obbligo di affermare il vero. Come già affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., Sez. U, n. 6 del 17/02/1999, Lucarotti) "oggetto della tutela penale in relazione al reato di cui all´art. 483 cod. pen. è l´interesse di garantire il bene giuridico della pubblica fede in quanto si attiene alla pubblica fede documentale attribuita agli atti pubblici non in relazione a ciò che vi attesta per suo fatto e di sua scienza il pubblico ufficiale documentante, ma per quello che vi assevera, mediante la documentazione del pubblico ufficiale, il dichiarante. Talché, è palese che il reato postula che il dichiarante abbia il dovere giuridico di esporre la verità" [...]. La situazione non è sostanzialmente mutata, ad avviso del Collegio, a seguito dell´abrogazione della legge n. 15 del 1968, attuata in via generale, da ultimo, dal d.lgs. n. 445 del 2000, art. 77, in seguito alla quale la sottoscrizione della dichiarazione sostitutiva di atto notorio non deve più essere autenticata dal pubblico ufficiale, in quanto, come sopra precisato, quel che rileva, ai fini della sussistenza del delitto in questione, è la destinazione e lo scopo della falsa dichiarazione del privato e gli effetti di essa sul piano giuridico, che impongono una particolare tutela. Quanto alla particolare menzione, contenuta nell´art. 495 cod. pen. [...], è appena il caso di ricordare come si tratti di un inciso che reca un contributo assai opinabile alla tesi che qui si esclude. Infatti quell´inciso è stato eliminato dal legislatore nel testo vigente dell´art. 495 cod. pen., (come modificato con d.l. n. 92 del 2008), assieme alla menzione, separata, della dichiarazione "in atto pubblico", senza peraltro che tale modifica abbia impedito alla giurisprudenza di sostenere, pur in presenza del nuovo lessico normativo, che la condotta di "attestazione falsa", nonostante l´eliminazione del riferimento all´atto pubblico, continua a incriminare tuttora il soggetto che renda false dichiarazioni "attestanti", ovvero tese a garantire, il proprio stato od altre qualità della propria od altrui persona, destinate ad essere riprodotte in un atto fidefaciente idoneo a documentarle». La linea interpretativa ora illustrata, in chiara antitesi rispetto alle tesi sostenute nella sentenza oggetto di ricorso, risulta ribadita anche in pronunce successive (v. Cass., Sez. V, n. 42524 del 12/07/2012, Picone). Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

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sabato 9 febbraio 2013 08:44

La stazione appaltante, in presenza di una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non ritualmente resa perché per esempio priva di sottoscrizione, non può ricavare le attestazioni in essa contenute dagli altri documenti presentati dall’impresa

Consiglio di Stato

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L’art. 38 d.P.R. n. 445 del 2000 prevede che: “Le istanze e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre agli organi della amministrazione pubblica o ai gestori o esercenti di pubblici servizi sono […] sottoscritte e presentate unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento di identità del sottoscrittore”. E’ evidente, quindi, che in assenza di sottoscrizione la dichiarazione sostitutiva non produce effetti perché risulta priva di un elemento essenziale. Non si tratta di una semplice dichiarazione incompleta: la mancanza della sottoscrizione, anche se relativa solo al secondo dei due fogli di cui essa si compone, rende la dichiarazione presentata inimputabile e dunque totalmente inidonea ad attestare le circostanze in essa menzionate. Con riferimento a tali attestazioni, quindi, la dichiarazione deve considerarsi mancante e tale, pertanto, da determinare l’esclusione dalla gara. Non vale in senso contrario obiettare che nel caso di specie le attestazioni contenute nel foglio privo di sottoscrizioni potevano essere ricavate aliunde, dagli altri documenti presentati dall’impresa. Anche ad ammettere tale possibilità, ciò non incide sulla cogenza dell’obbligo dichiarativo espressamente sanzionato a pena di esclusione. A tale conclusione si giunge non in forza di un ingiustificato formalismo, ma, al contrario, in applicazione del fondamentale principio della par condicio tra i partecipanti che verrebbe violato ove le imprese che hanno presentato dichiarazioni complete e regolari venissero trattate nello stesso modo del concorrente che, a causa di una negligenza facilmente evitabile, non ha, invece rispettato, nel rendere la dichiarazione, le chiare previsioni della lex specialis e delle disposizioni normative in essa richiamate. Del resto, non si può pretendere che la stazione appaltante, in presenza di una dichiarazione non ritualmente resa, debba ricavare le attestazioni in essa contenute dagli altri documenti presentati dall’impresa. In tal modo, infatti, verrebbe frustrato la stessa esigenza sostanziale sottesa alla previsione della lex specialis che impone l’obbligo dichiarativo: quello di consentire alla stazione appaltante di avere, attraverso la richiesta di una dichiarazione specifica ed omnicomprensiva, un’immediata e certa assunzione di autoresponsabilità da parte di ciascun concorrente in ordine alla mancanza di cause di esclusione, anche al fine di evitare complesse verifiche preliminari in ordine alla sussistenza dei requisiti per partecipare, così accelerando e semplificando lo svolgimento della procedura. In questo quadro, è evidente che la mancata sottoscrizione della dichiarazione (o, come nel caso di specie, di uno dei due fogli di cui essa si componeva), non rappresenta una mera irregolarità sanabile, ma integra pienamente la violazione di una puntuale e non irragionevole previsione espressamente sanzionata a pena di esclusione.

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L’art. 38 d.P.R. n. 445 del 2000 prevede che: “Le istanze e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre agli organi della amministrazione pubblica o ai gestori o esercenti di pubblici servizi sono […] sottoscritte e presentate unitamente a copia fotostatica non autenticata di un d ... Continua a leggere

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venerdì 5 aprile 2013 09:50

La dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non è utilizzabile nel processo amministrativo non avendo alcun valore probatorio e può costituire solo un mero indizio che, in mancanza di altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è idoneo a scalfire l'attività istruttoria dell'Amministrazione

Consiglio di Stato

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Sotto il profilo della colpa dell'Amministrazione, in sede di risarcimento del danno derivante da procedimento amministrativo illegittimo, il privato danneggiato può limitarsi ad invocare l'illegittimità dell'atto quale indice presuntivo della colpa, perché resta a carico dell'Amministrazione l'onere di dimostrare che si è trattato di un errore scusabile derivante da contrasti giurisprudenziali sull'interpretazione della norma o dalla complessità dei fatti, ovvero ancora dal comportamento delle parti del procedimento (cfr., Consiglio di Stato, sez. IV, 14 novembre 2012, n. 5761; sez. V, 31 luglio 2012 n. 4337). In definitiva, l'azione amministrativa, nel caso di specie, può ritenersi, in assenza di detta dimostrazione, che stata tale da rendere la stessa non conforme ai principi di buon andamento ed imparzialità dell'Amministrazione affermati dall'art. 97 Cost., con la conseguenza che la stessa deve essere qualificata colposa. Sulla base delle suesposte premesse, la condotta amministrativa, cristallizzatasi con l'adozione di un atto illegittimo, consente di apprezzare la presenza di un danno ingiusto idoneo a determinare la risarcibilità della posizione giuridica lesa, quale conseguenza della stessa. Accertata l'esistenza di un danno ingiusto e l'ascrivibilità al Comune resistente della relativa responsabilità, la Sezione deve spostare l'indagine sulla valutazione, in concreto, del danno subito. Il titolare dell'interesse pretensivo al provvedimento che lamenta di avere patito un danno ingiusto da ritardo deve, invero, provare con rigore, ai sensi dell'art. 2697 c.c., la sussistenza del pregiudizio economico asseritamente derivante dal ritardo, che può essere riconosciuto quando sia dimostrato innanzitutto che si è verificata una lesione economicamente valutabile alla sfera giuridica del soggetto, poiché tale lesione è direttamente connessa con la violazione delle regole procedimentali da parte dell'Amministrazione. La sussistenza di un danno, infatti, non può presumersi "iuris tantum" quale automatica conseguenza della tardiva adozione di un provvedimento favorevole all'interessato nei tempi ritenuti congrui da quest'ultimo, ma occorre che il ricorrente dimostri di non avere potuto rivolgere le proprie energie alla cura di altri interessi e attività lavorative (che determinerebbero la detrazione dell'” aliunde perceptum” secondo il principio della “compensatio lucri cum damno”). In proposito la generica affermazione di non aver lavorato nel periodo di riferimento, non può considerarsi sufficiente per escludere anche l'esercizio di altre attività da cui il ricorrente potrebbe comunque aver tratto un utile (incluso quello non patrimoniale). Nel caso di specie l’attuale appellante si è limitata in primo grado a dedurre in ricorso la sussistenza del danno ingiusto subito a causa degli atti comunali dichiarati illegittimi e, con memoria difensiva, che il danno si è concretizzato nella mancata percezione degli emolumenti che sarebbero spettati in caso di tempestiva assunzione in servizio, nonché a depositare dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con cui attestava che, negli anni 1993/1995 non aveva espletato attività lavorativa e non aveva percepito alcun reddito, dichiarazione sostitutiva di certificazione del padre attestante che era stata aiutata dallo stesso e un certificato di stato di famiglia. La dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non è invero utilizzabile nel processo amministrativo, trattandosi in sostanza di un mezzo surrettizio per introdurre in quest'ultimo un'atipica prova testimoniale, non ha alcun valore probatorio e può costituire solo un mero indizio che, in mancanza di altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è idoneo a scalfire l'attività istruttoria dell'Amministrazione (cfr., Consiglio di Stato, sez. IV, 7 agosto 2012, n. 4527).

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sabato 12 gennaio 2013 09:11

In presenza di dichiarazione sostitutiva di atto notorio presentata dall'interessato, l'Amministrazione può respingere la domanda di condono edilizio se non vi sono elementi univoci sull'ultimazione dell'edificio entro la data prescritta dalla legge

Consiglio di Stato

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Per univoca giurisprudenza ”l'onere della prova dell'ultimazione dei lavori edilizi entro la data utile per ottenere il condono grava sul richiedente la sanatoria ; ciò perché mentre l'amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territorio alla data indicata dalla normativa sul condono, colui che richiede la sanatoria può fornire qualche documentazione da cui si desuma che l'abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data predetta, come ad es. fatture, ricevute, bolle di consegna, relative all'esecuzione dei lavori e/o all'acquisto dei materiali ecc.”(Cons. Stato Sez. IV, 02-02-2011, n. 752). La giurisprudenza di merito si è peraltro spinta ad affermare, sul solco di tale orientamento, che “anche in presenza di dichiarazione sostitutiva di atto notorio presentata dall'interessato, l'Amministrazione può legittimamente respingere la domanda di condono edilizio ove non riscontri elementi dai quali risulti univocamente l'ultimazione dell'edificio entro la data prescritta dalla legge, atteso che la semplice produzione della dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non può in alcun modo assurgere al rango di prova, seppur presuntiva, sull' epoca dell' abuso.” (T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 08-01-2010, n. 27). Nel caso di specie, a fronte dell’autodichiarazione dell’appellante, v’è una assoluta assenza di elementi probatori indiretti di rilievo assoluto che ne comprovino la veridicità (tali non possono essere considerate le tardive dichiarazioni testimoniali asseritamente supportanti detta tesi, siccome sostenuto negli scritti difensivi e nella relazione comunale). Al contempo (oltre alle contrarie asserzioni dell’originario ricorrente), si rinviene in atti un argomento assai pregnante e di valenza assoluta (appunto, l’atto notarile di donazione nel quale l’incremento volumetrico per cui è causa non era punto menzionato), che ne smentisce la rispondenza al vero (si rammenta sul punto il consolidato orientamento della Cassazione Civile secondo il quale: “nell'interpretazione dei contratti di compravendita immobiliare, ai fini della determinazione della comune intenzione delle parti circa l'estensione dell'immobile compravenduto, i dati catastali, emergenti dal tipo di frazionamento approvato dai contraenti ed allegato nell'atto notarile trascritto, e l'indicazione dei confini risultante dal rogito assurgono al rango di risultanze di pari grado.” Cass. civ. Sez. II, 14-12-1994, n. 10698).

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martedì 15 aprile 2014 22:04

Lotta agli abusi sui minori: i chiarimenti del Ministero del Lavoro sul certificato penale del casellario del datore di lavoro

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi della circolare del Ministero del Lavoro n. 9/2014

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Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale Attività Ispettiva – ha emanato, in data 11/4/2014, la circolare n.9/2014 inerente chiarimenti sui nuovi obblighi, in capo ai datori di lavoro, di richiesta del certificato penale del Casellario giudiziale, prevista dall’art. 2 del d.lgs. n.39/2014, riguardante le persone impiegate professionalmente o attraverso attività volontaria, tali da comportare contatti diretti o regolari con minori, in ossequio alla Direttiva Europea 2011/93/EU. In particolare, detta Circolare, richiama interpretazioni dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia che vengono declinate dal Ministero del Lavoro quali indicazioni operative per il personale Ispettivo delle Direzioni territoriali del Lavoro. Punti salienti risultano essere la non applicabilità dell’adempimento in parola per i rapporti di lavoro già in essere alla data del 6/4/2014. Rimangono fuori dalla norma, dal punto di vista sanzionatorio, i rapporti definibili di volontariato. Rispetto alla dizione “impiego di lavoro” deve intendersi estensivamente anche le tipologie di lavoro atipico. Viene altresì ammessa la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, in caso di ispezioni e in attesa del certificato definitivo del Casellario. Per scaricare la circolare cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi della circolare del Ministero del Lavoro n. 9/2014

 
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Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale Attività Ispettiva – ha emanato, in data 11/4/2014, la circolare n.9/2014 inerente chiarimenti sui nuovi obblighi, in capo ai datori di lavoro, di richiesta del certificato penale del Casellario giudiziale, prevista dall’art. 2 ... Continua a leggere

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domenica 27 luglio 2014 21:10

Appalti: l’obbligo di allegazione del documento di identità stabilito dall’art. 38, comma 3, del testo unico, richiamato dall’art. 47 per le dichiarazioni sostitutive di un atto notorio, “non può essere imposto alle dichiarazioni di volontà di natura negoziale"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 8.7.2014

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Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha ritenuto infondato il motivo diretto a censurare la mancata allegazione del documento di identità del sottoscrittore della fideiussione presentata dalla società che, in applicazione del § 5.3 del disciplinare di gara, aveva autodichiarato ai sensi dell’art. 47 d.p.r. n. 445 del 2000 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”), il proprio nominativo, la qualifica da esso rivestita e di avere il potere di impegnare validamente il soggetto fideiussore. In primo luogo, come osservato dal TAR, tale mancanza non era sanzionata da alcuna comminatoria espulsiva di lex specialis. Inoltre, come recentemente stabilito da questa Sezione, l’obbligo di allegazione del documento di identità stabilito dall’art. 38, comma 3, del citato testo unico, richiamato dall’art. 47 per le dichiarazioni sostitutive di un atto notorio, si riferisce appunto a questa tipologia di documenti e pertanto “non può essere imposto alle dichiarazioni di volontà di natura negoziale” (sentenza 20 dicembre 2013, n. 6125). Occorre peraltro precisare che nel caso deciso dal precedente ora citato si discuteva sulla mancata allegazione del documento di identità del sottoscrittore dell’offerta economica dell’impresa concorrente. Il principio affermato in detta pronuncia è tuttavia applicabile anche al caso di specie, nel quale viene comunque in rilievo un atto di natura negoziale, comportante in ogni caso un’assunzione di responsabilità, anche per il falsus procurator, laddove privo di potere rappresentativo, in virtù dell’art. 1398 cod. civ. Deve poi evidenziarsi che la dichiarazione sostitutiva in contestazione ha natura di atto di giustificazione del potere rappresentativo ai sensi dell’art. 1393 cod. civ., strumentale all’acquisizione della necessaria certezza, in capo alla controparte pubblica, che la dichiarazione negoziale sia imputabile all’ente rappresentato. La certezza (comunque relativa) nel caso di specie può dirsi conseguita, visto che la dichiarazione è stata chiaramente resa ed espressa nelle forme di legge, cosicché vi è l’assunzione di responsabilità, anche penale, del soggetto dichiarante, sul quale la stazione appaltante deve poter confidare. L’art. 47, comma 1, d.p.r. n. 445 del 2000 prevede infatti che le qualità personali “che siano a diretta conoscenza dell'interessato”, tra le quali quella “di legale rappresentante di persone fisiche o giuridiche” (ai sensi dell’art. 46, lett. “u”), possono essere comprovate dall’interessato, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, “mediante dichiarazione resa e sottoscritta dal medesimo”. La norma opera quindi un rinvio integrale all’art. 38, il cui comma 3 prevede testualmente che “Le istanze e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre agli organi della amministrazione pubblica (…) sono sottoscritte dall’interessato in presenza del dipendente addetto ovvero sottoscritte e presentate unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento di identità del sottoscrittore”. Da quest’ultima disposizione si ricava quindi che la dichiarazione sostitutiva e l’allegazione del documento di identità del dichiarante costituiscono adempimenti distinti, che hanno una funzione diversa, sebbene complementare. La prima serve a fornire all’amministrazione l’informazione di cui necessita e sulla cui rispondenza al vero deve potere confidare, grazie alla sottostante assunzione di responsabilità del dichiarante. La seconda, per contro, attiene non già al perfezionamento della dichiarazione sostitutiva di atto notorio, ma all’identificazione del soggetto dichiarante, e dunque all’imputazione giuridica della responsabilità conseguente alla dichiarazione sostitutiva. In base a questa considerazione emerge come l’accertamento dell’identità del dichiarante può in ipotesi risultare aliunde mediante altri documenti a ciò idonei, oltre che avvenire a posteriori. Pertanto, del tutto correttamente la stazione appaltante ha ritenuto che la mancanza potesse essere regolarizzata, senza pregiudicare in modo definitivo la Manutencoop attraverso la sua esclusione dalla gara. Quest’ultima si sarebbe atteggiata infatti come una sanzione sproporzionata rispetto all’interesse sostanziale perseguito mediante l’imposizione della cauzione provvisoria. L’assunto dell’odierna appellante incidentale condurrebbe infatti all’esclusione in ogni caso, e dunque anche nell’ipotesi di effettiva titolarità del potere rappresentativo. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 8.7.2014

 
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Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha ritenuto infondato il motivo diretto a censurare la mancata allegazione del documento di identità del sottoscrittore della fideiussione presentata dalla società che, in applicazione del § 5.3 del disciplinare di gara, aveva autodichiarato ai sensi dell ... Continua a leggere

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domenica 7 giugno 2015 18:12

Sanatoria edilizia: ai fini della prova della data dell'ultimazione dei lavori non basta la dichiarazione sostitutiva di atto notorietà e, senza altri elementi probatori, è inammissibile la prova testimoniale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2014

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"In materia di abusivismo edilizio l’onere della prova circa l’ultimazione dei lavori entro la data utile per ottenere la sanatoria grava in capo al richiedente. Ciò perché, solo colui che richiede la sanatoria può fornire qualche documentazione da cui si desuma che l’abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data predetta, non potendosi ritenere sufficiente, la sola allegazione della dichiarazione sostitutiva di atto notorietà”. È questo il principio ribadito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5.6.2015 nella quale si evidenzia altresì che il contenuto della prova testimoniale deve poter essere valutato alla luce di altri elementi probatori che nel caso di specie non sono stati forniti. Per completezza di esposizione il Collegio non può non rilevare che la sentenza impugnata ha indicato lo strumento probatorio (rilievi aerofotogrammetrici) che avrebbe potuto usare il ricorrente, che, al contrario, nulla ha dedotto sul punto.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2014

 
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"In materia di abusivismo edilizio l’onere della prova circa l’ultimazione dei lavori entro la data utile per ottenere la sanatoria grava in capo al richiedente. Ciò perché, solo colui che richiede la sanatoria può fornire qualche documentazione da cui si desuma che l’abuso sia stato effettivamente ... Continua a leggere

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sabato 19 ottobre 2013 13:35

Abusi edilizi: è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Costituisce ius receptum del Consiglio di Stato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti (v. sul punto, ex plurimis, Cons. St., sez. V, 3 giugno 2013, n. 3034; Cons. St., sez. IV, 27 novembre 2010, n. 8298).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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Costituisce ius receptum del Consiglio di Stato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ult ... Continua a leggere

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mercoledì 19 aprile 2017 11:00

Giudizio elettorale: la dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, prodotta a sostegno di un ricorso elettorale, è principio di prova idoneo a legittimare la richiesta rivolta al giudice di disporre acquisizioni istruttorie

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.4.2017

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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato depositata in data 19 aprile 2017 resa in materia elettorale con la quale è stata respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso, in riferimento alla presunta natura esplorativa del ricorso originario, che si appoggerebbe a dichiarazioni sostitutive di atto notorio dei rappresentanti di lista alquanto generiche e inverosimili. Sul punto il Collegio ha richiamato il principio secondo cui la dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, prodotta a sostegno di un ricorso elettorale, può validamente considerarsi principio di prova idoneo a legittimare la richiesta, rivolta al giudice, di disporre acquisizioni istruttorie. Più in particolare, come è noto, l’Adunanza plenaria di questo Consiglio ha ormai definitivamente superato la tesi per la quale la mancata verbalizzazione di osservazioni o contestazioni dei rappresentanti di lista, in dissenso dalle decisioni del seggio, assumerebbe il valore di una sostanziale acquiescenza non più ritrattabile a mezzo della sostituzione dichiarativa dell’atto notorio, in quanto la rilevanza probatoria della dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, rilasciata dai rappresentanti di lista ai sensi del d.P.R. n. 445 del 2000, non può essere esclusa ipotizzando un onere con effetto decadenziale che non trova conforto in alcuna disposizione e risulta, anzi, incompatibile con la facoltatività sia della presenza del rappresentante di lista (art. 32, comma 9, n. 4, del d.P.R. n. 570 del 1960) sia della contestazione immediata di eventuali rilievi o dissensi (artt. 54 e 68 del medesimo d.P.R. n. 570 del 1960) (Cons. St., Ad. Plen., 20 novembre 2014, n. 32). La circostanza che i rappresentanti di lista non abbiano tempestivamente contestato le operazioni o non fossero presenti ad alcune o gran parte di esse, dunque, non priva di valore probatorio il loro contenuto, ai fini che qui rilevano e, cioè, quelli di fornire un idoneo principio di prova che assista la proposizione del ricorso elettorale. Per approfondire vai alla sentenza.

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.4.2017

 
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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato depositata in data 19 aprile 2017 resa in materia elettorale con la quale è stata respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso, in riferimento alla presunta natura esplorativa del ricorso originario, che si appoggerebbe a dich ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 09:49

L'efficacia nel giudizio amministrativo della sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3556

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Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen.. In base a tale previsione, la sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato: - nel giudizio civile o amministrativo, quando in questo si controverta intorno a un diritto o a un interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale; - nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo penale; - purché i fatti accertati siano stati ritenuti rilevanti ai fini della decisione penale e purché la legge civile o amministrativa non ponga limitazioni alla prova della situazione soggettive controversa. In disparte la condizione (negativa), rappresentata dall’assenza di limiti alla prova della situazione giuridica controversa (limiti che nel processo amministrativo sono in gran parte venuti meno con l’introduzione della prova testimoniale e della consulenza tecnica d’ufficio anche nei giudizi relativi ad interessi legittimi), l’art. 654 Cod. proc. pen., nel delineare l’efficacia extra moenia del giudicato penale prevede, comunque, due limiti fondamentali, uno soggettivo e l’altro oggettivo. Sotto il profilo soggettivo, il giudicato è vincolante solo nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo civile. Non, quindi, nei confronti di altri soggetti che siano rimasti estranei al processo penale, pur essendo in qualche misura collegati alla vicenda penale (ad esempio, il danneggiato che non si sia costituito parte civile, la persona offesa dal reato, il responsabile civile che non sia intervenuto o non si sia costituito). Sotto il profilo oggettivo, il vincolo copre solo l’accertamento dei “fatti materiali” e non anche la loro qualificazione o valutazione giuridica, che rimane circoscritta al processo penale e non può condizionare l’autonoma valutazione da parte del giudice amministrativo o civile. Da ciò deriva che l’eventuale qualificazione giuridica in termini di invalidità (annullabilità o nullità) che il giudice penale dovesse attribuire al provvedimento amministrativo rilevante nella fattispecie di reato esulerebbe, in quanto tale, dal vincolo del giudicato, atteso che il giudizio di invalidità non riguarda l’accertamento del fatto, ma la sua qualificazione giuridica.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3556

 
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Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen. ... Continua a leggere

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sabato 4 ottobre 2014 17:12

Abusi edilizi: non e' sufficiente la sola produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio per provare l'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 3.10.2014

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La giurisprudenza del Consiglio di Stato è concorde nell’affermare che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti (Cons. St., sez. VI, 5 agosto 2013, 4075; Sez. IV, 14 febbraio 2012, n. 703; Sez. V, 6 giugno 2001, n. 3067).Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.Ciò comporta che in questa sede, tanto l’atto impugnato in primo grado quanto la sentenza criticata, si configurino esenti dalle censure mosse, in particolare da quelle di difetto di istruttoria e di motivazione perché, nella mancanza di allegazioni idonee a smentire i presupposti di fatto dell'ordinanza e in assenza della querela di falso, erroneamente le ricorrenti pretendono, con inammissibile inversione dell'onere della prova, che sia l'Amministrazione a provare giudizialmente i fatti posti a base della sua azione. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 3.10.2014

 
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La giurisprudenza del Consiglio di Stato è concorde nell’affermare che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in asse ... Continua a leggere

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lunedì 16 gennaio 2012 08:55

Effetti della sentenza penale di patteggiamento nel giudizio innanzi alla Corte dei Conti

Corte dei Conti

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Il giudice contabile nella sentenza in esame procede ad una ampia disamina del quadro normativo e giurisprudenziale afferente la valenza nel giudizio contabile della sentenza penale di patteggiamento giungendo ad affermare che non solo la sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento può essere oggetto di autonoma valutazione da parte del Giudice contabile che, nell’esercizio del suo prudente apprezzamento, può ritenerla atta fondare il proprio convincimento, ma anzi la giurisprudenza ha riconosciuto a tale pronuncia di condanna un particolare valore probatorio vincibile solo attraverso specifiche prove contrarie.

Corte dei Conti

 
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Il giudice contabile nella sentenza in esame procede ad una ampia disamina del quadro normativo e giurisprudenziale afferente la valenza nel giudizio contabile della sentenza penale di patteggiamento giungendo ad affermare che non solo la sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento può esser ... Continua a leggere

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martedì 25 settembre 2012 11:08

Sanatoria di abusi edilizi: la dichiarazione sostitutiva di notorietà dell’intervenuta ultimazione delle opere entro la data rilevante ai fini della condonabilita' dell'abuso edilizio non ha alcuna valenza privilegiata e non preclude all’amministrazione la possibilità di raccogliere nel corso del procedimento elementi di segno contrario, senza che a ciò consegua, in sede processuale, l’inversione dell’onere della prova a carico dell’amministrazione medesima

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame relativamente alla problematica afferente alla collocazione temporale dell’opera abusiva, rilevante ai fini dell’individuazione della disciplina urbanistica dell’epoca e delle correlative eventuali ipotesi d’insanabilità, ha affermato che secondo i principi generali che presiedono alla determinazione del tempo di realizzazione delle opere ammesse a condono occorre aver riguardo alla data di ultimazione delle opere, da ancorare, per gli edifici, al momento di esecuzione del rustico e di completamento della copertura, e, per le opere interne agli edifici già esistenti ed a quelle non destinate alla residenza, al momento del loro completamento funzionale (v. artt. 1, comma 1, l. prov. n. 15 del 1995 e 25, comma 2, l. prov. n. 4 del 1987, corrispondenti alla previsione dell’art. 31, comma 2, l. n. 47 del 1985). Sotto il profilo processuale, secondo il criterio della vicinanza della fonte e dei mezzi di prova alla sfera delle rispettive parti processuali, l’onere della prova dell’ultimazione dei lavori grava sul richiedente la sanatoria (in termini, C.d.S., Sez. VI, 20 marzo 2012, n. 1563), in quanto, mentre l’amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territorio alla data indicata dalla normativa sul condono, colui che lo richiede può, di regola, procurasi la documentazione da cui si possa desumere che l’abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data rilevante (come ad es. fatture, ricevute, bolle di consegna, relative all’esecuzione dei lavori e/o all’acquisto dei materiali). In tale contesto, la dichiarazione sostitutiva di notorietà dell’intervenuta ultimazione delle opere entro la data rilevante non ha alcuna valenza privilegiata e non preclude all’amministrazione, in sede di esame della pratica, la possibilità di raccogliere nel corso del procedimento elementi di segno contrario e di pervenire a risultanze diverse, senza che a ciò consegua, in sede processuale, l’inversione dell’onere della prova a carico dell’amministrazione medesima.

Consiglio di Stato

 
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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame relativamente alla problematica afferente alla collocazione temporale dell’opera abusiva, rilevante ai fini dell’individuazione della disciplina urbanistica dell’epoca e delle correlative eventuali ipotesi d’insanabilità, ha affermato che secondo i prin ... Continua a leggere

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domenica 9 giugno 2013 20:07

E' onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti

Consiglio di Stato

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Ai fini del condono edilizio la realizzazione dell’opera abusiva, alla data del 31 dicembre 1993, è identificabile se l’immobile è già eseguito, sia pure al rustico in tutte le sue strutture essenziali, fra le quali devono essere comprese le tamponature che sono necessarie per stabilire la relativa volumetria e la sagoma esterna (C.d.S., sez. V, 18 novembre 2004, n. 7547), aggiungendosi che, per quanto riguarda le opere interne o quelle non destinate ad uso non residenziale, la loro ultimazione è da ricollegare al loro completamento funzionale, inteso nel senso della sussistenza delle opere indispensabili a rendere effettivamente possibile l’uso per il quale sono state realizzate (o l’uso diverso da quello a suo tempo assentito o incompatibile con l’originaria destinazione d’uso, nel caso di mutamento di quest’ultimo) (C.d.S., sez. IV, 9 febbraio 2012, n. 683; 9 maggio 2011, n. 2750; sez. V, 21 maggio 1999, n. 587; 18 novembre 2004, n. 7547; 23 maggio 2005, n. 2578; 4 ottobre 2007, n. 5153). Posto poi che la distinzione tra ultimazione a rustico e completamento funzionale deve essere eseguita in concreto e non in astratto, non essendo sufficiente la qualificazione della parte a determinare oggettivamente il contenuto dei lavori eseguiti (C.d.S., sez. V 18 dicembre 2002, n. 702l), sempre ai fini del condono edilizio, è stato sottolineato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti (C.d.S., sez. IV, 6 giugno 2001, n. 3067; così del resto anche sez. V, 14 marzo 2007, n. 1249, secondo cui la prova del completamento dell’edificio entro la data prevista dalla legge può essere validamente fornita, in alternativa alla dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, attraverso la produzione della documentazione, munita di data certa, delle fatture e delle bolle di accompagnamento dei materiali necessari per la realizzazione dell’opera).

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Ai fini del condono edilizio la realizzazione dell’opera abusiva, alla data del 31 dicembre 1993, è identificabile se l’immobile è già eseguito, sia pure al rustico in tutte le sue strutture essenziali, fra le quali devono essere comprese le tamponature che sono necessarie per stabilire la relativa ... Continua a leggere

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lunedì 8 maggio 2017 11:07

Condono edilizio: il valore probatorio della dichiarazione del direttore dei lavori sulla data di ultimazione dei lavori

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 5.5.2015

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La Quarta sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affrontato la questione del valore probatorio della dichiarazione sostitutiva rilasciata dal direttore dei lavori ai sensi degli artt. 47 e 76 d.p.r. n. 445/2000 sulla data di ultimazione dei lavori. In particolare si legge nella sentenza che "tale dichiarazione come già ampiamente affermato anche dalla Suprema Corte, sebbene non costituisca elemento probatorio dirimente in ordine alla data di ultimazione dei lavori, rappresenta un importante elemento di valutazione che, unitamente ad altri elementi, anche indiziari, possono indurre a concludere per l’accoglimento dell’una o dell’altra interpretazione (Cassazione civile, sez. I, sentenza 21 maggio 2014, n. 11223)". Per approfondire scarica la sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 5.5.2015

 
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La Quarta sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affrontato la questione del valore probatorio della dichiarazione sostitutiva rilasciata dal direttore dei lavori ai sensi degli artt. 47 e 76 d.p.r. n. 445/2000 sulla data di ultimazione dei lavori. In particolare si legge nella s ... Continua a leggere

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mercoledì 21 maggio 2014 21:45

Compravendita immobiliare: i chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate sulle modalità di pagamento del prezzo successive alla stipula dell'atto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della risoluzione dell'Agenzia delle Entrate n. 53/E del 20.5.2014

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Finalità antievasive e di prevenzione del riciclaggio di proventi derivanti da attività illecite sono alla base della tracciabilita' e, quindi, dell'obbligo di indicazione analitica delle modalità di pagamento del prezzo relativamente al quale e' intervenuta apposita risoluzione dell'Agenzia delle Entrate diretta a chiarire le modalità di determinazione delle base imponibile delle imposte di registro, ipotecaria e catastale. In particolare precisa l'Agenzia come in materia di adempimenti fiscalmente rilevanti da porre in essere in occasione della formazione di atti di compravendita immobiliare, l'articolo 35, comma 22, del decreto legge del 4 luglio 2006, n. 223, prevede l'obbligo delle parti contraenti di rendere, all'atto della cessione di un immobile, seppur assoggettata ad IVA, apposita dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà recante, tra l'altro, l'indicazione analitica delle modalità di pagamento del corrispettivo. La corretta osservanza di tale obbligo è stata presidiata dalla comminazione, in caso di sua violazione, di una sanzione amministrativa da 500 a 10.000 euro e, ai fini dell'imposta di registro, dall'assoggettamento dell'atto alla procedura di accertamento di valore ex articolo 52, primo comma, del TUR. Oltre a tali sanzioni di carattere amministrativo, all'autore della dichiarazione mendace redatta mediante dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà si rende applicabile la norma contenuta nell'articolo 76 del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000 n. 445, a mente del quale "chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia". Considerata la portata generale della disposizione recata dal comma 22 dell'articolo 35 predetto, che investe tutte le cessioni di immobili a titolo oneroso, anche se rientranti nel campo di applicazione dell'IVA, la preclusione dell'accertamento di valore ex articolo 52, primo comma, del TUR viene meno anche con riferimento alle vendite di abitazioni nei confronti di privati di cui all'articolo 1, comma 497, della legge 266 del 2005, qualora in atto non siano indicate in modo analitico le modalità di pagamento del corrispettivo (cfr. circolare dell'Agenzia delle entrate del 6 febbraio 2007, n. 6). Sulla base della richiamata normativa deve, quindi, ritenersi che l'obbligo dell'indicazione analitica delle modalità di pagamento del prezzo, rispondendo a precise finalità antievasive e di prevenzione del riciclaggio di proventi derivanti da attività illecite sussista, in linea generale, per tutti i pagamenti afferenti ad atti di compravendita immobiliareCon particolare riferimento al quesito posto, occorre, tuttavia, considerare che la tracciabilità, nel senso di indicazione analitica delle modalità di pagamento, non può essere pretesa, evidentemente, in relazione a pagamenti che saranno effettuati successivamente rispetto all'atto di cessione immobiliare. Benché, infatti, la chiara formulazione normativa del comma 22 esiga tale indicazione proprio nel momento della cessione, manca la possibilità per le parti contraenti di fornire, in detto momento, gli estremi di tutti i pagamenti che compongono il corrispettivo complessivamente pattuito (in quanto si verificheranno solo in data successiva alla firma dell'atto di cessione). Quanto sopra induce a ritenere che, in relazione ai pagamenti rinviati ad un momento successivo rispetto al perfezionamento degli atti di cessione di diritti immobiliari, l'obbligo di indicazione analitica delle modalità di pagamento del corrispettivo possa essere assolto fornendo in atto gli elementi utili alla identificazione, in termini di tempi, importi ed eventuali modalità di versamento, di quanto dovuto a saldo. Del resto, è nella piena facoltà dell'Amministrazione Finanziaria, nell'ambito dei poteri di controllo di competenza, di procedere comunque a verificare la coerenza tra le corrispondenti movimentazioni finanziarie, una volta manifestatesi, e i patti conclusi tra acquirente e venditore. In tali casi, l'indicazione nell'atto degli elementi relativi ai pagamenti futuri esclude che possa essere irrogata la sanzione amministrativa e la correlata sanzione impropria, ossia l'assoggettamento dell'atto alla procedura di accertamento di maggior valore ex articolo 52, primo comma, del TUR, con sostanziale disapplicazione del regime del 'prezzo-valore'. Conclude l'Agenzia che le Direzioni regionali vigileranno affinché le istruzioni fornite e i principi enunciati con la presente risoluzione vengano puntualmente osservati dalle Direzioni provinciali e dagli Uffici dipendenti. Per scaricare la risoluzione cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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domenica 7 giugno 2015 17:55

Procedimento disciplinare a carico del dipendente pubblico: gli effetti della sentenza penale irrevocabile e la motivazione per relationem del provvedimento disciplinare

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

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Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguente preclusione di ogni correlativo potere di differente valutazione della rilevanza penale del fatto in questione in sede disciplinare, ma fermo restando che il medesimo fatto va apprezzato nel diverso contesto disciplinare. Al riguardo si osserva che, secondo consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato, l'Amministrazione è titolare di un'ampia discrezionalità in ordine alla valutazione dei fatti addebitati al dipendente, circa il convincimento sulla gravità delle infrazioni addebitate e sulla conseguente sanzione da infliggere, in considerazione degli interessi pubblici che devono essere tutelati attraverso tale procedimento. In tale quadro, il provvedimento disciplinare sfugge ad un pieno sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo, non potendo in nessun caso quest'ultimo sostituire le proprie valutazioni a quelle operate dall'Amministrazione, salvo che le valutazioni siano inficiate da travisamento dei fatti ovvero il convincimento non risulti formato sulla base di un processo logico e coerente (cfr. Cons. St., sez. III, 2 luglio 2014 n. 3324 nonché, ex multis, sez. IV, 9 maggio 2014 n. 2381)....D’altronde, sotto un aspetto più generale, è ben noto che la motivazione del provvedimento disciplinare non deve contenere una contestazione analitica della tesi difensiva, essendo sufficiente che l'Amministrazione abbia esplicitato, ancorché sinteticamente, l'autonomo percorso valutativo seguito nel corso dell'iter disciplinare svoltosi in contraddittorio con il soggetto interessato, per il resto dovendo ritenersi che il provvedimento sia legittimamente motivato per relationem agli atti ed alla documentazione sottostante (cfr., ad es., Cons. St., sez. V, 21 gennaio 2011 n. 425).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

 
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Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguent ... Continua a leggere

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martedì 24 novembre 2015 10:55

Abusi edilizi: l'ordine di demolizione impartito dal giudice penale non deve essere eseguito dal Comune

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 24.11.2015 n. 5324

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La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione (Cass., SS.UU., 24 luglio 1996, n. 15; III, 12 dicembre 2006; 8 settembre 2010, n. 32952; 21 novembre 2012, n. 3456) ha chiarito che l’ordine di demolizione delle opere abusive impartito dal giudice penale in sentenza di condanna per violazioni alla normativa urbanistico-edilizia non deve essere eseguito dalla pubblica amministrazione ma, al contrario, la caratterizzazione che tale provvedimento riceve dalla sede in cui viene adottato conferma la giurisdizione del giudice ordinario riguardo alla pratica esecuzione dello stesso. La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione ha affermato la natura autonoma dell’ordine di demolizione contenuto nella sentenza penale di condanna, rilevando l’assenza di norme specifiche che riconducano all’autorità amministrativa l’esecuzione dell’ordine di demolizione emesso dal giudice penale e, dunque, l’assoggettamento della demolizione alla disciplina dell’esecuzione prevista dal Codice di procedura penale. Questi i principi sanciti dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza n. 5324 del 24.11.2015 con la quale conseguentemente ha affermato che, non essendo ipotizzabile che l'esecuzione d'un provvedimento adottato dal giudice venga affidata alla pubblica amministrazione, salvo che la legge non disponga altrimenti in modo espresso, l'organo promotore dell'esecuzione, secondo la citata giurisprudenza, va identificato nel Pubblico ministero, con connessa parallela funzione del giudice dell'esecuzione per quanto di specifica competenza. Aggiunge il Collegio che ordine di demolizione irrogato in sentenza, costituendo una misura amministrativa caratterizzata dalla natura giurisdizionale dell'organo istituzionale al quale ne è appunto attribuita l'applicazione, non passa in giudicato essendo sempre possibile la sua revoca quando risulti assolutamente incompatibile con atti amministrativi della competente autorità intervenuti anche successivamente. È però compito esclusivo del giudice penale (anche dell'esecuzione) verificare la sussistenza dei presupposti per un’eventuale revoca della sanzione . Nel caso oggetto del presente giudizio, peraltro, tali conclusioni sono avvalorate dalla circostanza che l’esecuzione in sede penale risulta, peraltro, già in corso. L’iniziativa assunta dall’Amministrazione con l’adozione delle ordinanze impugnate, pertanto, oltre a rappresentare di per sé un ipotesi di sconfinamento e di indebito esercizio di competenze riservate alla giurisdizione penale, rischia anche di sovrapporsi ed interferire sull’incidente di esecuzione pendente in sede penale. I provvedimenti amministrativi impugnati sono stati, quindi, adottati in carenza di potere da parte del Comune e vanno, pertanto, annullati.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 24.11.2015 n. 5324

 
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La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione (Cass., SS.UU., 24 luglio 1996, n. 15; III, 12 dicembre 2006; 8 settembre 2010, n. 32952; 21 novembre 2012, n. 3456) ha chiarito che l’ordine di demolizione delle opere abusive impartito dal giudice penale in sentenza di condanna per violazioni all ... Continua a leggere

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domenica 12 marzo 2017 16:51

Cassazione: il conducente deve esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. IV Penale del 9.3.2017

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«Il conducente di un veicolo è tenuto, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza ed, in caso di sua renitenza, anche a rifiutarne il trasporto o ad omettere l'intrapresa della marcia. Ciò a prescindere dall'obbligo e dalla sanzione a carico di chi deve fare uso della detta cintura» È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 9.3.2017 (Presidente: ROMIS Relatore: CENCI - Data Udienza: 09/02/2017) in virtù del quale è stato rigettato il motivo di ricorso del conducente di un veicolo che, a seguito di un sinistro nel quale perdeva la vita la trasportata, si difendeva sostenendo l'impossibilità o difficoltà di constatare, in ragione del buio, il mancato uso della cintura di sicurezza da parte della trasportata, sbalzata fuori dall'auto nel corso dell'incidente. Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. IV Penale del 9.3.2017

 
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«Il conducente di un veicolo è tenuto, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza ed, in caso di sua renitenza, anche a rifiutarne il trasporto o ad omettere l'intrapresa della marcia. Ciò a prescindere dall'obbligo e dalla sa ... Continua a leggere

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giovedì 29 marzo 2012 11:42

Il Giudice amministrativo può utilizzare come fonte anche esclusiva del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale conclusosi con sentenza non esplicante autorità di giudicato nei confronti di tutte le parti della causa amministrativa

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sebbene la sentenza penale dibattimentale di assoluzione non può esplicare autorità di cosa giudicata nel giudizio amministrativo ex art. 654 cod. proc. pen., non essendosi il Comune costituito parte civile nel processo penale, né essendo provato che lo stesso sia stato posto in grado di costituirsi in tale veste, tuttavia, secondo i principi generali che presiedono alla valutazione delle risultanze istruttorie, enunciati dall’art. 116 cod. proc. civ. ed oggi espressamente codificati nel processo amministrativo dall’art. 64 cod. proc. amm., il giudice amministrativo (o civile) ben può utilizzare – in mancanza di qualsiasi divieto di legge e in ossequio al principio dell’atipicità delle prove – come fonte anche esclusiva del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale conclusosi con sentenza non esplicante autorità di giudicato nei confronti di tutte le parti della causa amministrativa (o civile), e ricavare gli elementi di fatto dalla sentenza e dagli altri atti del processo penale, purché le risultanze probatorie siano sottoposte a un autonomo vaglio critico svincolato dall’interpretazione e dalla valutazione che ne abbia già dato il giudice penale, e purché la valutazione del materiale probatorio sia effettuata in modo globale e non frammentaria e limitata a singoli elementi di prova (v. in tal senso, per tutte, Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200; Cass. 2 marzo 2009, n. 5009; Cass. 7 febbraio 2005, n. 2409).

Consiglio di Stato

 
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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sebbene la sentenza penale dibattimentale di assoluzione non può esplicare autorità di cosa giudicata nel giudizio amministrativo ex art. 654 cod. proc. pen., non essendosi il Comune costituito parte civile nel processo penale, né essen ... Continua a leggere

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lunedì 30 dicembre 2013 07:55

Appalti: e' illegittima la clausola che sanziona con l’esclusione il concorrente che ha omesso di allegare all’offerta economica copia del documento d’identità

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

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L’obbligo di allegazione del documento di identità stabilito dall’art. 38 comma 3 del D.P.R. n. 445/2000 si riferisce alle istanze e dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre alla Pubblica Amministrazione e, pertanto, un tale obbligo non può in linea di principio essere imposto per le dichiarazioni di volontà di natura negoziale, tra le quali rientra l’offerta economica. In altri termini, l’offerta economica non ha natura di dichiarazione sostitutiva né di istanza diretta all’Amministrazione, essendo la volontà di partecipazione al procedimento già stata espressa con separato atto, esso sì soggetto alla prescrizione dell’allegazione di copia del documento d’identità con effetti preclusivi. Da tali premesse la Quinta Sezione del Consiglio di Stato, fa discendere che, qualora venga esteso alla parte economica dell’offerta l’obbligo di allegazione del documento di identità, tale incombente si traduce in una formalità eccessiva e superflua, sia perché l’offerta in questione non possiede valore giuridico di “autocertificazione” come già precisato, sia perché l’allegazione di copia del documento di identità è ordinariamente già prescritta all’interno delle altre buste, sigillate e controfirmate sui lembi di chiusura, così come il plico generale che le contiene. E dette formalità scongiurano ogni possibile incertezza sull’attribuibilità delle dichiarazioni e degli altri atti ivi acclusi. Tale clausola, che sanziona con l’esclusione il concorrente per il solo fatto di aver omesso l’allegazione all’offerta economica di copia del documento d’identità, si appalesa illegittima, imponendo un onere non giustificato. Tali conclusione non mutano neppure qualora la clausola non sia stata inserita direttamente in una specifica norma del bando di gara, ma in un suo allegato, nella specie le istruzioni contenute nel modello allegato al bando. Rileva il Collegio che nella specie, peraltro,è incontroverso che l'impresa abbia comunque allegato una copia del documento d’identità sia alla documentazione tecnica, sia alla documentazione amministrativa contenente l’istanza di partecipazione alla gara. Non v’è dubbio, pertanto, come la sua esclusione risulti non solo frutto di una illegittima applicazione all’offerta economica di un adempimento previsto dal D.P.R. n. 445/2000 per altra fattispecie, ma altresì illogica ed irragionevole, siccome frutto di un mero formalismo contrario al generale principio del favor partecipationis che presidia la materia de qua. Del resto, la giurisprudenza della Sezione ha già avuto modo di precisare più volte che “l’offerta economica non è né una istanza, né una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, tal ché l’art. 38, comma 3, del d.P.R. n. 445/00, secondo cui le dichiarazioni sostitutive debbono essere presentate unitamente a copia fotostatica di un documento di identità del dichiarante, non può trovare applicazione ”, per cui “ l’avvenuta produzione della fotocopia del documento di identità del sottoscrittore della offerta economica “in altro plico “ è idonea a soddisfare l’interesse della stazione appaltante di disporre di un’adeguata certezza in ordine alla provenienza della offerta economica –e delle contestuali incorporate dichiarazioni di impegno- del firmatario della offerta medesima” , con la conseguenza che è “ illegittima l’esclusione di una ditta ….con riferimento al fatto che, contrariamente a quanto prescritto dal bando, all’offerta economica non è stata acclusa una copia del documento d’identità, nel caso in cui la mancanza della copia…..possa essere compensata dalla presenza di due copie di tale documento nella documentazione allegata alla domanda di partecipazione della ditta stessa…..In tale ipotesi infatti l’Amministrazione….non può escludere la ditta …costituendo l’omissione una mera irregolarità,potendo invece chiedere un’integrazione della documentazione” (Cons. Stato, Sez. V, 6 giugno 2012, n. 3339 ; 5 marzo 2001,n. 1267 ). Correttamente pertanto il primo giudice,dopo aver osservato che in presenza di una clausola equivoca “soccorre,nella materia de qua, il principio del favor partecipationis”, ha comunque precisato che “nella fattispecie…sono stati introdotti nel procedimento,ancorchè a riguardo di altra documentazione pure prescritta,due documenti d’identità che, in assenza di elementi contrari, non v’è ragione per negare la loro riconducibilità anche alla documentazione relativa all’offerta economica senza incorrere in un vieto formalismo”. Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

 
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L’obbligo di allegazione del documento di identità stabilito dall’art. 38 comma 3 del D.P.R. n. 445/2000 si riferisce alle istanze e dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre alla Pubblica Amministrazione e, pertanto, un tale obbligo non può in linea di principio essere imposto per ... Continua a leggere

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mercoledì 7 marzo 2012 09:30

Il sequestro penale del manufatto abusivo non impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi

Consiglio di Stato

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Il sequestro penale del manufatto abusivo non impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi In tema di tutela penale del territorio, l'esistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo oggetto di ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi non determina la sospensione del termine di novanta giorni, il cui decorso comporta, in caso di inottemperanza, l'acquisizione gratuita di diritto al patrimonio del comune (art. 31 d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380). (In motivazione la Corte, nell'enunciare il predetto principio, ha precisato che il sequestro non rientra tra gli "impedimenti assoluti" che non consentono di dare esecuzione all'ingiunzione, stante il disposto dell'art. 85 disp. att. c.p.p.).”(Cassazione penale , sez. III, 14 gennaio 2009 n. 9186).

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Il sequestro penale del manufatto abusivo non impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi In tema di tutela penale del territorio, l'esistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo oggetto di ingiunzione comunale di demolizione e di ... Continua a leggere

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