giovedì 18 maggio 2017 11:52

Abusi edilizi: nessuna sanzione in caso di inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti sottoposti a sequestro penale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 17.5.2017

La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17 maggio 2´17 ha affermato che "Risulta, in particolare, fondata l’argomentazione, svolta soprattutto nel terzo motivo di appello, con cui la società appellante sostiene l’inapplicabilità delle sanzioni previste per l’inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti abusivi, nelle ipotesi, quale quella in esame, in cui l’immobile sia sottoposto a sequestro penale. La questione, quindi, si risolve nella disamina della validità o dell’efficacia dei provvedimenti sanzionatori adottati sulla base del rilievo dell’omessa esecuzione di presupposti ordini di demolizione (o di riduzione in pristino) di opere abusive, che esulano, tuttavia, dalla disponibilità del destinatario dell’ordinanza rimasta inattuata, in quanto sequestrati dal giudice penale. Tale problema, tuttavia, implica anche la soluzione della (logicamente) presupposta questione della validità (e dell’efficacia) dell’ordine di demolizione, per la cui inottemperanza sono state irrogate le misure sanzionatorie previste dall’art. 31 del d.P.R. n.380 del 2001. Il Collegio non ignora che l’indirizzo giurisprudenziale prevalente, sia amministrativo (cfr. ex multis Cons. St., sez. VI, 28 gennaio 2016, n.283), sia penale (Cass. Pen., sez. III, 14 gennaio 2009, n.9186), ritiene irrilevante la pendenza di un sequestro, ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione, della sua eseguibilità e, quindi, della validità dei conseguenti provvedimenti sanzionatori, sulla base della non qualificabilità della misura cautelare reale quale impedimento assoluto all’attuazione dell’ingiunzione, in ragione della possibilità, per il destinatario dell’ordine, di ottenere il dissequestro del bene ai sensi dell’art.85 disp. att. c.p.p.; ma reputa di dissentire da tale orientamento, per le ragioni di seguito sinteticamente (tenendo conto, per quanto possibile, della forma semplificata della presente sentenza) esposte. Con una prima, e, per certi versi, dirimente, argomentazione, l’ordine di demolizione di un immobile colpito da un sequestro penale dovrebbe essere ritenuto affetto dal vizio di nullità, ai sensi dell’art.21-septies l. n.241 del 1990 (in relazione agli artt. 1346 e 1418 c.c.), e, quindi, radicalmente inefficace, per l’assenza di un elemento essenziale dell’atto, tale dovendo intendersi la possibilità giuridica dell’oggetto del comando. In altri termini, l’ingiunzione che impone un obbligo di facere inesigibile, in quanto rivolto alla demolizione di un immobile che è stato sottratto alla disponibilità del destinatario del comando (il quale, se eseguisse l’ordinanza, commetterebbe il reato di cui all’art. 334 c.p.), difetta di una condizione costituiva dell’ordine, e cioè, l’imposizione di un dovere eseguibile (C.G.A.R.S., Sezioni Riunite, parere n. 1175 del 9 luglio 2013 – 20 novembre 2014, sull’affare n.62/2013). In quest’ordine di idee, l’ordine di una condotta giuridicamente impossibile si rivela, quindi, privo di un elemento essenziale e, come tale, affetto da invalidità radicale, e, in ogni caso, per quanto qui rileva, inidoneo a produrre qualsivoglia effetto di diritto. A tale conclusione si ritiene potersi pervenire con riguardo ai casi in cui – come in quello di specie – l’ordine di demolizione (o di riduzione in pristino stato) sia stato adottato nella vigenza di un sequestro penale (di qualsiasi genere; ma sulla distinzione tra i diversi tipi di sequestro del processo penale si tornerà infra). L’affermazione dell’eseguibilità dell’ingiunzione di demolizione di un bene sequestrato, per quanto tralatiziamente ricorrente nella giurisprudenza amministrativa, non può, infatti, essere convincentemente sostenuta sulla base dell’assunto della configurabilità di un dovere di collaborazione del responsabile dell’abuso, ai fini dell’ottenimento del dissequestro e della conseguente attuazione dell’ingiunzione. Tale argomentazione dev’essere, infatti, radicalmente rifiutata: sia perché riferisce a un’eventualità futura, astratta e indipendente dalla volontà dell’interessato la stessa possibilità (giuridica e materiale) di esecuzione dell’ingiunzione, mentre, come si è visto, l’impossibilità dell’oggetto attiene al momento genetico dell’ordine e lo vizia insanabilmente all’atto della sua adozione; sia perché, assiomaticamente, finisce per imporre al privato una condotta priva di qualsivoglia fondamento giuridico positivo; sia, infine, perché si risolve nella prescrizione di una iniziativa processuale (l’istanza di dissequestro) che potrebbe contraddire le strategie difensive liberamente opzionabili dall’indagato (o dall’imputato) nel processo penale, peraltro interferendo inammissibilmente nell’esercizio di un diritto costituzionalmente protetto, quale quello di difesa (basti porre mente, in proposito, al caso che il mantenimento del sequestro penale –sub specie probatorio, ex art. 253 c.p.p. – risulti funzionale ad assicurare, per il seguito delle indagini o per il dibattimento, la prova che quanto realizzato non fosse abusivo, o non fosse conforme a quanto contestato o ritenuto dalla pubblica accusa, ovvero avesse altre caratteristiche scriminanti o anche solo attenuanti l’illiceità penale del fatto ascritto). Si aggiunga, ancora, che le misure contemplate dall’art. 31, commi 3 e 4-bis, del d.P.R. n.380 del 2001, rivestono carattere chiaramente sanzionatorio e, come tali, esigono, per la loro valida applicazione, l’ascrivibilità dell’inottemperanza alla colpa del destinatario dell’ingiunzione rimasta ineseguita, in ossequio ai canoni generali ai quali deve obbedire ogni ipotesi di responsabilità. Sennonchè, nella situazione considerata, non è dato ravvisare alcun profilo di rimproverabilità nella condotta (necessariamente) inerte del destinatario dell’ordine di demolizione, al quale resta, infatti, preclusa l’esecuzione del comando da un altro provvedimento giudiziario che gli ha sottratto la disponibilità giuridica e fattuale del bene. Come si vede, quindi, l’irrogazione di una sanzione (chè di questo si tratta) per una condotta che non può in alcun modo essere soggettivamente ascritta alla colpa del soggetto colpito dalla sanzione stessa, non può che essere giudicata illegittima per il difetto del necessario elemento psicologico della violazione. Fermo restando il carattere assorbente delle considerazioni appena svolte, resta da aggiungere un argomento, tutt’altro che secondario, di equità (ma, come tosto si dirà, non solo equitativo): non può esigersi – e, giuridicamente, non lo si può soprattutto in difetto di un’espressa previsione di legge in tal senso, stante anche il divieto di prestazioni imposte se non che per legge, ex art. 23 Cost. – che il cittadino impieghi tempo e risorse economiche per ottenere la restituzione di un bene di sua proprietà, ai soli fini della sua distruzione. Si tratta di un’argomentazione la cui valenza logica e intuitiva esime da ogni ulteriore spiegazione, restando immediatamente percepibile l’iniquità dell’imposizione di un dispendioso onere di diligenza, finalizzato solo alla distruzione del bene (ancora) di proprietà del destinatario dell’ingiunzione. Per ulteriori considerazioni critiche in proposito – se il dissequestro, più o meno legittimamente, fosse negato, vi sarebbe anche un onere di gravame? E fino a che grado? O andrebbe riproposta l’istanza? E quando, e quante volte? – può rinviarsi al cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013; del quale però merita condividersi la conclusione, nel senso che “la tesi [qui avversata] si appalesa, quindi, poco approfondita in punto di diritto e apoditticamente sostenuta”. Essa implica, infatti, l’imposizione di un onere di diligenza per il quale – al di là della sua assertiva invocazione ad opera di alcune prospettazioni giuridiche, che potrebbero forse sembrare più inopinatamente zelanti nella repressione degli abusi edilizi che adeguatamente attente al rispetto dei principi fondanti dell’ordinamento giuridico (ivi incluso quello ex art. 23 Cost., che si è già richiamato supra) – risulterebbe davvero complicato rinvenire un convincente fondamento normativo positivo; che, anzi, sembra da escludere, purché si tenga in adeguata considerazione l’esigenza che le sanzioni (non solo quelle penali: nemo tenetur se detergere; ma anche quelle amministrative) siano, almeno tendenzialmente, strutturate per essere applicate dai pubblici poteri, piuttosto che autoeseguite a proprio danno dallo stesso soggetto destinatario di esse. Nondimeno – sia per l’ipotesi che si ritenesse di poter prescindere dalla più persuasiva prospettazione, che si è sin qui illustrata, che qualifica in termini di nullità il vizio che affligge l’ordinanza di demolizione emanata nella pendenza del sequestro dell’immobile di cui trattasi; sia, comunque, con riferimento ai casi in cui l’ordine demolitorio o ripristinatorio sia stato adottato (e, in tal caso, validamente) in un momento in cui il bene non fosse sequestrato, ma venga invece sequestrato successivamente e nella pendenza del termine assegnato per ottemperare all’ingiunzione de qua – va ulteriormente indagato, per completezza di sistema, il tema dell’incidenza del sequestro penale (se non, in queste ipotesi, sulla validità) sull’efficacia dell’ordine di demolire e, derivativamente, sulla decorrenza o meno del termine a tal fine assegnato fintanto che il sequestro permanga efficace. Limitandocisi in questa sede a un mero richiamo delle argomentazioni dogmatiche più approfonditamente svolte nel più volte cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013 – in tema di distinzione tra nullità, come difetto strutturale originario di uno degli elementi essenziali dell’atto giuridico (sub specie, qui, di possibilità dell’oggetto), e inefficacia, allorché tali elementi essenziali (e qui, dunque, la ridetta possibilità), originariamente sussistenti, vengano meno successivamente in modo temporaneo o definitivo, in quest’ultimo caso dandosi adito a una causa estintiva degli efficacia dell’atto (per impossibilità sopravvenuta) e invece nel primo solamente a una temporanea sospensione di tale efficacia – occorre evidenziare che, finché il sequestro perdura, la demolizione (anche se validamente ingiunta: vuoi perché disposta anteriormente al sequestro, ossia in un momento in cui il suo destinatario, essendo in bonis, aveva la possibilità giuridica di ottemperarvi; vuoi, ipoteticamente, perché non si condivida la tesi, invero dogmaticamente più coerente, della nullità per impossibilità giuridica dell’oggetto del provvedimento che abbia ingiunto la demolizione in costanza di sequestro) certamente non può eseguirsi. A questo semplice rilievo consegue necessariamente – e perfino a prescindere dall’incoerente assunto, che pure si è già confutato, secondo cui il destinatario dell’ordine demolitorio sarebbe tenuto ad attivarsi per chiedere il dissequestro ai soli fini della demolizione: giacché certamente non lo si potrebbe pure onerare del fatto del terzo, ossia di ottenere tale risultato entro il termine di 90 giorni normalmente assegnatogli – che, per tutto il tempo in cui il sequestro perdura (e, qui si aggiunge, indipendentemente dalla condotta attiva o passiva serbata dall’autore dell’abuso rispetto al sequestro stesso), la non ottemperanza all’ordine di demolizione non può qualificarsi non iure, appunto a causa della già rilevata oggettiva impossibilità giuridica di procedervi. Ciò non può non implicare, come conseguenza giuridicamente necessaria, l’interruzione o, quantomeno, la sospensione del decorso del termine assegnato per demolire, per tutto il tempo in cui il sequestro rimane efficace. Detto termine, dunque, inizierà nuovamente a decorrere – per intero ovvero per la sua parte residua, secondo che si opti per l’interruzione o per la sospensione di esso in costanza di sequestro – solo allorché il sequestro venga meno, per qualunque ragione. Merita evidenziarsi che l’assunto, qui propugnato, che il destinatario dell’ordine di demolizione non possa considerarsi giuridicamente onerato di richiedere il dissequestro per poter demolire non implica affatto né che ciò gli sia precluso (potrebbe, infatti, avervi interesse, per esempio per azzerare la situazione di abusivismo e poter così richiedere ex novo un titolo edilizio urbanisticamente conforme per riprendere l’attività edificatoria secundum legem); né che il dissequestro non possa essere richiesto all’Autorità giudiziaria penale da parte di chiunque altro vi abbia interesse: ossia, in primis, dalla stessa Amministrazione che abbia ingiunto (prima del sequestro, secondo la tesi qui condivisa) o che intenda ingiungere (non appena venuto meno il sequestro) la demolizione, con l’effetto di far ripartire prima possibile il decorso del termine per demolire e di far produrre, in difetto, le ulteriori conseguenze (acquisitive) che la legge riconnette all’inutile decorso di detto termine; ma anche, nei congrui casi, ai soggetti pubblici e privati controinteressati al mantenimento dell’opera edilizia abusiva, che abbiano comunanza di intenti e di interessi con l’Amministrazione procedente. Infatti, il venir meno del sequestro – da chiunque provocato o indotto, e anche se spontaneamente disposto dall’Autorità giudiziaria procedente – consente ex se all’Amministrazione di ingiungere, o di reiterare, la demolizione; ovvero produce, parimenti in via automatica, l’effetto di far cessare la causa di sospensione (o interruzione) del decorso del termine entro cui deve essere eseguita la demolizione, con ogni ulteriore conseguenza di legge in difetto. Sicché, come ognun vede, si riduce a una mera petizione di principio – non suffragata, però, da adeguati indici normativi a suo supporto – l’assunto che il sistema non possa prescindere dall’onerare il proprietario di richiedere, contra se, il dissequestro al fine di demolire, e che perciò tale onere sia necessariamente insito nel sistema stesso. Tutto all’opposto, non solo di tale onere non è dato rinvenire alcun fondamento positivo – e neppure nell’art. 85 disp. att. al c.p.p., che viene solitamente invocato a tal fine, giacché esso contempla un’ipotesi, e peraltro soltanto “se l’interessato consente”, ma non radica alcun obbligo in proposito – ma anzi i principi fondamentali dell’ordinamento sembrano deporre nel senso della sua esclusione: viepiù ove si consideri che la funzionalità dell’istituto in discorso (ossia dell’ordine di demolizione) è comunque assicurata, pur di fronte all’inerzia dell’Autorità giudiziaria procedente, dalla facoltà di attivarsi per richiedere a quest’ultima il dissequestro che deve riconoscersi all’Amministrazione, oltre che a ogni altro soggetto che possa vantare analogo interesse. Beninteso, l’Autorità giudiziaria adita da un’istanza di dissequestro, da chiunque proposta, potrebbe disporlo – benché “ai soli fini della demolizione” – solo laddove il mantenimento del sequestro non sia (più) funzionale alle pertinenti esigenze processuali penali: ossia, fisiologicamente, solo in casi tendenzialmente abbastanza limitati e particolari. Come è noto, infatti, il codice di procedura penale conosce essenzialmente tre tipologie di sequestro: quello (c.d. probatorio penale) ex art. 253 c.p.p., che disciplina “il sequestro del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato necessarie per l´accertamento dei fatti”; quello (c.d. preventivo) ex art. 321 c.p.p., che è volto a prevenire “che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati”; e quello (c.d. conservativo) ex art. 316 c.p.p., che è volto a evitare “che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della pena pecuniaria, delle spese di procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario dello Stato”. È del tutto evidente che solo il sequestro preventivo può considerarsi normalmente “cedevole” rispetto alle esigenze della demolizione (giacché essa tendenzialmente elide le conseguenza del reato e ne previene la commissione di ulteriori); laddove, almeno in linea di massima, le esigenze probatorie del sequestro penale e quelle di garanzia del sequestro conservativo dovrebbero essere considerate prevalenti su ogni altra. In tal senso pare in effetti disporre, abbastanza univocamente, l’art. 262 c.p.p., che disciplina la “Durata del sequestro e restituzione delle cose sequestrate” (“1. Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza. Se occorre, l´autorità giudiziaria prescrive di presentare a ogni richiesta le cose restituite e a tal fine può imporre cauzione. 2. Nel caso previsto dal comma 1, la restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle cose appartenenti all´imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati nell´articolo 316. 3. Non si fa luogo alla restituzione e il sequestro è mantenuto ai fini preventivi quando il giudice provvede a norma dell´articolo 321”) Dall’esame congiunto dei suoi tre commi pare potersi cogliere, dunque, una comprensibile prevalenza delle esigenze sottese al c.d. sequestro probatorio penale, rispetto alle quali sono accessorie quelle tutelate dal sequestro conservativo; mentre risultano sostanzialmente residuali quelle sottese al sequestro preventivo. Nella misura in cui queste considerazioni colgano nel segno, risulterebbe fortemente svalutata nel sistema la tematica connessa alle istanze di dissequestro; il che costituirebbe un ulteriore argomento esegetico nel senso della fallacia delle tesi che non solo vorrebbero onerare (quantomeno praeter legem) il destinatario dell’ordine demolitorio a richiederlo, ma che tendono altresì a sanzionare l’inottemperanza a tale preteso onere con l’acquisizione. La quale, invece, sembra essere prevista dalla legge solo a fronte di una condotta, parimenti omissiva, ma ben diversa: ossia per chi, ovviamente potendolo giuridicamente fare, non demolisca l’immobile (e non anche per chi, assertivamente tenuto a chiedere al giudice il dissequestro, ometta di formulare istanze in tal senso). Sicché è anche il fondamentale principio di tipicità delle sanzioni a ulteriormente confortare la conclusione cui il Collegio qui perviene. Per approfondire vai alla sentenza.

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martedì 6 dicembre 2011 10:17

TFS e TFR: ulteriori chiarimenti e istruzioni operative sui nuovi termini di pagamento dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto

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"Dipendente di un comune che cessa per dimissioni successivamente al 12 agosto 2011, ma a quella data aveva già maturato il requisito pensionistico (ad esempio pensione di anzianità con quota 96): il termine per la liquidazione della prestazione TFS/TFR non è di 24 mesi ma il previgente di 6 mesi". "Dipendente di un ministero che cessa dal servizio per limiti di età successivamente al 12 agosto 2011 ma a tale data aveva già maturato il diritto alla pensione (di vecchiaia): il termine per la liquidazione del TFS/TFR non è sei mesi ma quello previgente di 105 giorni". Questi ed altri gli esempi forniti dall'Inpdap nelle istruzioni operative sui nuovi termini di pagamento dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto ai sensi dell’art. 1, co 22 e 23, d.l. n. 138/2011 convertito in legge dall'art. 1, co 1, legge 14 settembre 2011, n. 148.

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lunedì 23 settembre 2013 16:49

Collocamento a riposo del personale della scuola: rigettato dal Consiglio di Stato il ricorso contro la nuova disciplina in materia di trattamenti pensionistici

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato conferma con la sentenza in esame il proprio difetto di giurisdizione sul ricorso presentato dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC - CGIL) con il quale impugnava innanzi al Tar del Lazio la circolare del Ministero della Funzione Pubblica n.2/12, avente ad oggetto:“decreto legge n. 201 del 2011 convertito in legge n.214/2011 art.24 - limiti massimi per la permanenza in servizio nelle pubbliche amministrazioni”, illustrativa della nuova disciplina in materia di trattamenti pensionistici, nonché la circolare n.23 del 12/3/2012 del Ministero della Istruzione, dell’Università e della Ricerca.L'Organizzazione sindacale, nel rilevare il contenuto irrazionale, ingiustamente penalizzante e discriminatorio delle disposizioni recate dall’art. 24 della legge n.214 /2011, che, per il personale della scuola, ha introdotto un cambiamento delle modalità e dei requisiti del collocamento a riposo, senza alcuna gradualità e previsione transitoria, contestava la legittimità delle impugnate circolari, recanti, a suo dire, misure organizzative e concrete per l’applicazione della legislazione de qua, incorrendo tali atti nei vizi di eccesso di potere per disparità di trattamento e di violazione di legge, in particolare sotto l’aspetto della violazione della precedente disciplina, che attribuiva ai docenti il diritto di andare in pensione all’inizio dell’anno scolastico 2012-2013.L’adito Tribunale amministrativo, con sentenza n.6120/2012, dichiarava il proprio difetto di giurisdizione, sul rilievo che la controversia ha ad oggetto rapporti di lavoro di personale contrattualizzato, con riferimento alla materia dei requisiti per il diritto soggettivo al collocamento a riposo, per la quale il giudice amministrativo difetta di giurisdizione, con conseguente devoluzione della domanda davanti al giudice ordinario.Ad avviso del Consiglio di Stato ai fini dell’individuazione del discrimen, occorre fare riferimento, come sancito dalla Corte regolatrice (cfr. Cass. SS. UU. 27 marzo 2007 n. 7388) al c.d. criterio sostanziale della causa petendi e cioè alla intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio come individuata in relazione al rapporto giuridico disciplinato dalla norma.Con riferimento al primo aspetto, l'appellante contesta la legittimità degli atti impugnati (circolari ministeriali) sul rilievo che gli stessi avrebbero introdotto, per i docenti dipendenti della pubblica istruzione, un regime penalizzante per quanto riguarda i termini e le modalità di acquisizione del diritto ad essere collocati a riposo, venendo ingiustificatamente ritardato il pensionamento, anche di diversi anni. In tal modo vengono in rilievo posizioni giuridiche soggettive inerenti il rapporto di lavoro contrattualizzato aventi la dignità di diritti soggettivi, che, come tali, devono trovare la loro tutela innanzi al giudice istituzionalmente dotato della relativa giurisdizione, quello ordinario.Il difetto di giurisdizione del plesso giurisdizionale amministrativo è peraltro rilevabile avuto riguardo anche al criterio del petitum, cioè l’oggetto della richiesta di annullamento.Invero oggetto di “impugnativa” sono due circolari, l’una della Presidenza del Consiglio dei Ministero, l’altra del Ministero dell’Istruzione: trattasi, dal punto di vista formale, di atti amministrativi a contenuto generale, ma che non recano misure di tipo organizzativo e neppure hanno contenuto autoritativo e/o dispositivo, atteggiandosi, invece, ad atti esplicativi o meramente applicativi delle disposizioni recate da una normativa di rango primario costituita dall’art. 24 del dl n.201/ 2011, alle quali unicamente è da rapportare la definizione del rapporto giuridico in contestazione.Sotto tale “versante” (quello della natura e portata contenutistica degli atti in contestazione) non ci si trova di fronte a poteri discrezionali e/o organizzativi della P.A., la quale, con le “istruzioni” dettate a mezzo delle prefate circolari, si limita a meglio esplicare il contenuto e la portata applicativa delle disposizioni legislative dettate in subjecta materia, sicché in mancanza di manifestazioni di attività amministrativa tout court ed in assenza di correlate posizioni qualificabili come interessi legittimi di tipo pretensivo, va esclusa la possibilità di ravvisare la sussistenza della cognizione del giudice amministrativo quale l’organo giurisdizionale deputato a conoscere delle questioni introdotte con la controversia all’esame.Per non dire poi che, anche sotto un ulteriore dato, quello di diritto positivo, va esclusa la giurisdizione del g.a: infatti, attenendo la pretesa qui rivendicata ad un rapporto di lavoro privatizzato, lo stesso legislatore ha avuto cura, con il decreto legislativo n.80 del 1998, prima, e con il dlgs n.165/2001, dopo, di individuare l’organo giurisdizionale chiamato ad occuparsi delle relative controversie (il g.o.)In forza delle suestese considerazioni, il Collegio ha ritenuto corrette le osservazioni e prese conclusioni del primo giudice in ordine al rilevato difetto di giurisdizione del giudice amministrativo,in favore dell’autorità giudiziaria ordinaria, innanzi alla quale la domanda potrà essere riproposta.

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

 
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Il Consiglio di Stato conferma con la sentenza in esame il proprio difetto di giurisdizione sul ricorso presentato dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC - CGIL) con il quale impugnava innanzi al Tar del Lazio la circolare del Ministero della Funzione Pubblica n.2/12, avente ad oggetto: ... Continua a leggere

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venerdì 9 dicembre 2011 08:30

Domanda per permanere in servizio un biennio oltre il limite di età stabilito per il collocamento a riposo

Consiglio di Stato

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L’art. 16 del D.Lgs n. 503/1992 nel testo attualmente vigente prevede che “la disponibilita' al trattenimento (in servizio) va presentata all'amministrazione di appartenenza dai ventiquattro ai dodici mesi precedenti il compimento del limite di eta' per il collocamento a riposo previsto dal proprio ordinamento”. La comunicazione assolve ad una finalità di carattere organizzativo, rendendo possibile all’Amministrazione l’esercizio della facoltà, riconosciuta espressamente dalla norma nella nuova disciplina, di decidere il prolungamento del servizio, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti e in funzione dell'efficiente andamento dei servizi, per una migliore allocazione delle proprie risorse umane. Relativamente alla prova di avvenuta presentazione della domanda qualora la domanda sia stata inoltrata a mezzo fax deve essere fornita prova certa della sua ricezione da parte dell’Azienda, ovvero dell’acquisizione ad un protocollo, od ancora se inviata deve essere dimostrata la spedizione a mezzo posta. In presenza di contestazione da parte dell’Azienda, non vale a dimostrare l’efficacia della trasmissione per fax, in via presuntiva, la circostanza che le altre istanze, che l’Azienda dichiara di aver ricevuto, siano state trasmesse con lo stesso mezzo. Le presunzioni che costituiscono prova devono presentare, infatti, precisi caratteri: essere gravi, precise e concordanti ( art. 2729 c.c.).

Consiglio di Stato

 
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lunedì 29 ottobre 2012 08:38

Età di collocamento a riposo del docente universitario: il limite di settanta anni non può essere superato, anche con l'avvenuta fruizione del biennio

TAR Lazio

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Il punto cruciale della presente controversia è da individuare nell'età di collocamento a riposo di un docente universitario ai sensi dell'art.1, comma 17, della l. n.230/2005. Secondo l'interpretazione dell'Università, che ha fatto proprio un orientamento espresso dal Ministero dell'Università e dall'Avvocatura dello Stato, la norma deve essere letta nel senso che il limite ordinario di collocamento a riposo è stato previsto dalla legge Moratti al compimento dei sessantotto anni ( alla fine dell'anno accademico nel quale sono stati compiuti i sessantotto anni), salva l'applicazione del prolungamento biennale, peraltro ora non più obbligatorio ma discrezionale a seguito del d.l. 112 del 2008. Il Collegio, in linea con quanto precedentemente statuito in materia con la sentenza n.35018/2010, non condivide tale interpretazione. A parte il netto contrasto con il dato testuale della norma, che prevede il limite di età dei settanta anni, va rilevato che la legge Moratti ha introdotto radicali modifiche nell'assetto dell'organizzazione universitaria ed in particolare nel rapporto dei professori universitari, tanto da dover salvaguardare con una norma, come quella del comma 19, il regime precedente. In particolare, ai fini dell'età per il collocamento a riposo sono stati equiparati i professori ordinari e associati, per i quali ultimi prima era previsto il limite di età di sessantacinque anni. È evidente dunque che la legge Moratti ha voluto prevedere un limite (70 anni) unico per tutti. Pertanto, l'espressione "ivi compreso il biennio", deve essere interpretata in relazione alla situazione vigente al momento di entrata in vigore della legge Moratti, per cui alcuni professori, in particolare gli associati, avevano già usufruito del biennio di prolungamento dopo il compimento dei sessantacinque anni. La norma è, quindi, chiara, oltre che sotto il profilo testuale, anche in relazione a tale contesto, nel volere parificare tutte le posizioni, con un limite unico ed invalicabile indipendentemente dalla avvenuta fruizione del biennio. Il riferimento al biennio indica, quindi, che il limite di settanta anni non può essere in alcun caso superato, anche con la avvenuta fruizione del biennio, non che il limite massimo sia costituito dai sessantotto anni (cfr. in termini CdS, VI, ordinanze n. 2000-2001-2002/2010; vedi anche Tar Campania, NA, n. 17 e n. 18 del 2010; Tar Lombardia, MI, n. 5295/2009 e n. 46/2010). Tale interpretazione è confermata dal fatto che il biennio è regolato dalla legge n° 503 del 1992 per tutti i dipendenti pubblici e come tale poteva, così come è avvenuto, essere oggetto di modifiche legislative. Sarebbe stato, inoltre, del tutto irragionevole far dipendere un regime introdotto ex novo, proprio al fine di uniformare le varie situazioni create dalla stratificazione di varie leggi nel tempo, dalla previsione di un limite di età introdotto per relationem ad una altra disciplina legislativa. È evidente, dunque, che la norma fondamentale posta dal comma 17 sia costituita dalla previsione del limite di età di settanta anni; mentre il riferimento al biennio di cui all'art. 16 della legge n 503 del 1992 serve solo ad evitare il superamento di tale limite di età a seguito del prolungamento biennale del servizio.

TAR Lazio

 
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mercoledì 27 marzo 2013 13:38

Trattenimento in servizio dei dipendenti civili dello Stato per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo: attualmente la normativa prevede la possibilità, da parte dell'interessato, di domandare all'Amministrazione il trattenimento in servizio e non più un diritto a permanere nell'ufficio

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha analizzato la novella introdotta dall’art. 72 del d.l. 112 del 2008 sull'istituto del trattenimento in servizio dei dipendenti civili dello Stato (anche in regime di diritto pubblico) delineato dall'art. 16 del d.lgs. 503 del 1992. Come puntualizzato in numerose pronunce (per tutte, sez. VI, 2 maggio 2012, n. 2518 e 24 gennaio 2011, n. 479), tale norma si propone di risolvere la delicata questione del bilanciamento fra l'interesse privato al trattenimento in servizio e l'interesse pubblico alla salvaguardia delle esigenze organizzative e funzionali dell'amministrazione di appartenenza, tenuto anche conto dell'evidente finalità di contenimento dei costi del personale nel settore pubblico che caratterizzano i più recenti interventi normativi in subjecta materia, prima regolata dall'art. 16 d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, che - affermando semplicemente che "è in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio (...) per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi" - riconosceva ai dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici (compresi i professori universitari) un vero e proprio diritto potestativo a permanere in servizio per il periodo riposo descritto" (Cons. Stato, IV, 21 febbraio 2005, n. 573). Il comma 7 dell'articolo 72 del d.l. 112 del 2008 ha profondamente modificato le previsioni di cui al richiamato articolo 16, il quale così recita: "è in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio, con effetto dalla data di entrata in vigore della legge 23 ottobre 1992, n. 421, per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti. In tal caso è data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, di accogliere la richiesta in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi. La domanda di trattenimento va presentata all'amministrazione di appartenenza dai ventiquattro ai dodici mesi precedenti il compimento del limite di età per il collocamento a riposo previsto dal proprio ordinamento". Questa normativa sopravvenuta non riconosce più un diritto soggettivo alla permanenza in servizio del pubblico dipendente, ma prevede che l'istanza, che egli ha facoltà di presentare, vada valutata discrezionalmente dall'Amministrazione, la quale, a sua volta, ha facoltà di accoglierla, e possa trovare accoglimento solo in concreta presenza degli specifici presupposti individuati dalla disposizione, i primi dei quali sono legati ai profili organizzativi generali dell'amministrazione medesima ("in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali") e i seguenti alla situazione specifica soggettiva e oggettiva del richiedente ("in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi"). Alla luce della richiamata disciplina è dato ricavare che l'istituto del trattenimento in servizio ha ormai assunto un carattere di eccezionalità in considerazione delle generali esigenze di contenimento della spesa pubblica che hanno ispirato e informato l'intero impianto normativo sotteso alla disciplina di cui al d.l. 112, cit., e, segnatamente, alla disciplina di cui al Capo II di tale decreto, nel cui ambito è collocato il più volte richiamato art. 72 (in tal senso: Cons. Stato, sent. 479/2011, cit.). Poichè è questa la ratio sottesa al richiamato intervento normativo, ne consegue che l'ipotesi ordinaria è quella della mancata attivazione dell'istituto del trattenimento (ipotesi ricorrendo la quale l'onere motivazionale gravante sull'amministrazione sarà limitata all'insussistenza di particolari esigenze organizzative e funzionali le quali inducano a decidere in tal senso), mentre all'ipotesi del trattenimento sarà da riconoscere carattere di eccezionalità, con la necessità di esplicitare in modo adeguato le relative ragioni giustificatrici, conferendo rilievo preminente alle esigenze dell'amministrazione lato sensu intese. Ebbene, rispetto a tali esigenze "la particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti" rappresenta - se del caso - un criterio giustificativo necessario, ma non già la ragione determinante della scelta. Si tratta infatti di dar corso ad un'ipotesi eccezionale di provvista di personale docente, che deve essere adeguatamente giustificata da oggettivi e concreti fatti organizzativi, tali da imporre che si faccia ricorso ad un tale particolare strumento eccettuale. L'esternazione della giustificazione di una tale scelta - insieme a quella sugli altri elementi richiesti, a seguire, dalla disposizione - è necessaria per dar conto del come e perché l'Amministrazione si determini, derogando alle esigenze di risparmio perseguite dalla legge, a seguire questa speciale via. Non così è quando l'Amministrazione si determini in senso negativo, ricorrendo allora la situazione ordinaria di normale estinzione del rapporto lavorativo per raggiungimento dei limiti di età, che non richiede una speciale esternazione circa la particolare esperienza professionale dell'interessato. È stata dunque, con l'innovazione del 2008, introdotta nuova disciplina, che ha invertito il rapporto tra regola ed eccezione della legislazione del 1992. L'uso del termine "facoltà" descrive attualmente null'altro, se non la possibilità, da parte dell'interessato, di domandare all'Amministrazione il trattenimento in servizio, ma non più un diritto a permanere nell'ufficio. La struttura della fattispecie definita dalla nuova disposizione configura come eccezionale e soggetto a rigorose condizioni l'accoglimento dell'istanza di trattenimento.

Consiglio di Stato

 
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giovedì 15 marzo 2012 15:33

Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici e di trattamenti di fine servizio e fine rapporto per gli iscritti alle casse gestite dall’ex-Inpdap

INPS

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L'Inps ha diramato la circolare n. 37 del 14 marzo 2012 con la quale vengono fornite le indicazioni per quanto concerne le disposizioni in materia di trattamenti pensionistici e di trattamenti di fine servizio e fine rapporto per gli iscritti alle casse gestite dall’ex-Inpdap. In particolare, sono descritte in dettaglio le nuove disposizioni legislative che regolamentano il riconoscimento dell’equo indennizzo e delle pensioni privilegiate, i requisiti per il diritto alla pensione di vecchiaia e alla pensione anticipata e i termini di pagamento dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto in relazione a cessazioni dal servizio connesse a pensionamenti con 40 anni di anzianità.

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venerdì 11 novembre 2011 17:31

Allungati i termini per il pagamento dei TFR e TFS

INPDAP circolare n. 16/2011

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L'INPDAP fornisce indicazioni sulle novità introdotte dalla Legge 14.9.2011 n. 148 precisando che l'allungamento dei termini di pagamento della buona uscita ai lavoratori del comparto pubblico si applica a coloro che sono cessati o che cesseranno dal servizio successivamente al 12 agosto 2011. Vengono previsti tre termini di erogazione che variano in base alla causa di cessazione del rapporto di lavoro: 1) 105 giorni (termine breve) dalla cessazione del rapporto in caso di cessazione del servizio per inabilita' o decesso; 2) 6 mesi dalla cessazione del rapporto in caso di raggiungimento dei limiti di eta' o di servizio, estinzione del rapporto di lavoro a tempo determinato. Decorso il termine l'Inpdap deve mettere in pagamento la prestazione entro 3 mesi e decorsi i due periodi per un totale di 270 giorni sono dovuti gli interessi; 3) 24 mesi dalla cessazione del rapporto in tutti gli altri casi (per es. dimissioni, licenziamento). Scaduto il termine l'istituto deve mettere in pagamento entro 3 mesi e decorso il periodo complessivo di 27 mesi sono dovuti gli interessi.

INPDAP circolare n. 16/2011

 
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giovedì 15 novembre 2012 17:36

Pensionati: rateizzazione del canone RAI

Inps

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Scade oggi 15.11.2012 il termine per presentare la domanda di rateizzazione del canone RAI per l'anno 2013. Possono usufruire della rateizzazione i pensionati, titolari di un reddito complessivo da pensione di importo lordo pari o inferiore a € 18.000. La richiesta del pensionato va presentata alla Sede Inps gestione ex Inpdap di competenza e ha validità annuale.

Inps

 
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lunedì 23 aprile 2012 11:08

Notizie utili sulla pensione

INPS

Come calcolare la pensione, come riscuoterla, come cambiare l'Ufficio pagatore, come delegare la riscossione, come ottenere un prestito con la pensione, queste ed altre le informazioni rese dall'Inps per fare chiarezza.

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lunedì 20 febbraio 2012 03:19

La legittimità del provvedimento di liquidazione dell'indennità di buonuscita va valutata in base alla normativa vigente al momento della sua emanazione

Consiglio di Stato

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Il provvedimento con cui la pubblica amministrazione dispone il collocamento a riposo di un proprio dipendente è atto conclusivo del rapporto di impiego, attinente allo status ed alla stessa qualità di dipendente del soggetto interessato, con natura autoritativa dell’atto non dissimile da quella dell’inquadramento; la legittimità di tale provvedimento e di quelli strettamente consequenziali (come la liquidazione dell’indennità di buonuscita) deve quindi essere valutata in base alla normativa vigente alla data della relativa emanazione, senza che disposizioni legislative, successivamente intervenute, possano incidere sul trattamento già definito (con ogni questione di esatta quantificazione o riliquidazione della pensione rimessa alla giurisdizione della Corte dei Conti, fatte salve pretese strettamente connesse al rapporto di impiego intercorso o riferite all’indennità di buonuscita, in ogni caso con applicazione del noto principio “tempus regit actum”: cfr. Cons. St., sez. VI, 18.12.2007, n. 6514). Qualsiasi nuova normativa, pertanto, deve considerarsi normalmente applicabile solo ai trattamenti, anche a carattere continuativo, da definire dopo la relativa entrata in vigore, a meno di dichiarato effetto retroattivo della normativa stessa, dovendo trovare applicazione l’art. 11, comma 1, disp. prelim. al codice civile, secondo cui la legge non dispone che per l’avvenire (cfr. anche, per il principio Cons. St., sez. VI, 22.10.2002, n. 5794, 29.7.2004, n. 5354 e 5339, 29.9.2010, n. 7187, 2.3.2011, n. 1303, 29.3.2011, n. 1900; Cass. civ., sez. III, 24.3.2010,n. 7119).

Consiglio di Stato

 
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lunedì 9 giugno 2014 15:36

Mantenimento in servizio oltre il 65° anno di età: e' sufficientemente motivato un diniego di trattenimento in servizio che si fondi sulla sola valutazione della scarsità delle risorse finanziarie

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

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L’art. 16, co. 1, del d. lgs. 30 dicembre 1992 n. 503 (nel testo modificato dall’art. 72, co. 7, d. l. 25 giugno 1998 n. 112, conv. in l. 6 agosto 2008 n. 133), recante “Prosecuzione del rapporto di lavoro”, prevede “È in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio, con effetto dalla data di entrata in vigore della legge 23 ottobre 1992, n. 421, per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti. In tal caso è data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, di trattenere in servizio il dipendente in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal dipendente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi. La disponibilità al trattenimento va presentata all'amministrazione di appartenenza dai ventiquattro ai dodici mesi precedenti il compimento del limite di età per il collocamento a riposo previsto dal proprio ordinamento. I dipendenti in aspettativa non retribuita che ricoprono cariche elettive esprimono la disponibilità almeno novanta giorni prima del compimento del limite di età per il collocamento a riposo. La giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (sez. VI, 24 ottobre 2013 n. 5148; 27 luglio 2011, n. 4501; 24 gennaio 2011, n. 479) ha già più volte affermato che la ratio dell’art. 16 citato è essenzialmente di contenimento finanziario. La disposizione non contempla più un diritto soggettivo alla permanenza in servizio del pubblico dipendente, ma prevede che l’istanza, che egli ha facoltà di presentare, sia valutata discrezionalmente dall’amministrazione (la quale ha facoltà, non obbligo) di accoglierla, e possa trovare accoglimento solo in concreta presenza degli specifici presupposti individuati dalla disposizione, i primi dei quali legati ai profili organizzativi generali dell’amministrazione medesima (“in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali”) e i seguenti alla situazione specifica soggettiva e oggettiva del richiedente( “ in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti”). E’, quindi, in relazione alle esigenze organizzative e funzionali dell’amministrazione che va incentrata la scelta, non richiedendosi, ove tali esigenze non vengano ravvedute, una speciale esternazione circa la particolare esperienza professionale dell’interessato. Da quanto esposto consegue che le valutazioni di ordine finanziario – ritenute dalla sentenza impugnata insufficienti a sorreggere il diniego di mantenimento in servizio – al contrario ben possono motivare il rigetto dell’istanza dell’interessato al trattenimento. E ciò sia in quanto tali esigenze si connettono pienamente a quelle organizzative e funzionali, che proprio sulla disponibilità finanziaria trovano la propria concreta conformazione; sia in quanto è la ratio stessa della norma (già evidenziata dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato) a richiedere alle singole amministrazioni una valutazione in ordine alle proprie disponibilità economiche, onde definire quelli che sono i migliori e più efficienti assetti organizzativi e far fronte ai compiti ad esse affidati dall’ordinamento. Ne consegue che ben può essere ritenuto sufficientemente motivato un diniego di trattenimento in servizio che si fondi (anche solo) sulla valutazione della scarsità delle risorse finanziarie, ovvero sulla migliore allocazione delle medesime, in luogo della prosecuzione del pagamento del trattamento retributivo, conseguente al trattenimento biennale in servizio. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

 
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L’art. 16, co. 1, del d. lgs. 30 dicembre 1992 n. 503 (nel testo modificato dall’art. 72, co. 7, d. l. 25 giugno 1998 n. 112, conv. in l. 6 agosto 2008 n. 133), recante “Prosecuzione del rapporto di lavoro”, prevede “È in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economic ... Continua a leggere

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giovedì 23 febbraio 2017 12:02

Impugnazione della sentenza: il termine lungo e la tardiva comunicazione da parte della cancelleria del deposito della sentenza

segnalazione del Prof. Avv. enrico michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.2.2017

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Nella controversia in esame l’appello è stato dichiarato irricevibile per tardività, essendo esso stato notificato in data 7 aprile 2016, mentre la sentenza impugnata è stata depositata il 25 luglio 2015, quindi è inutilmente spirato il termine “lungo” di sei mesi decorrenti dalla data del deposito della sentenza ( peraltro dimidiato nel caso di specie a tre mesi ai sensi del combinato disposto degli articoli 92 e 119, commi 1, lettera b) e 6, del c.p.a.). La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nel dichiarare l'irrecivibilità dell'appello ha altresì affermato che "La tardiva comunicazione del deposito della sentenza da parte della cancelleria del TAR non è idonea a differire il decorso del termine lungo. Ai sensi dell’art. 92, comma 3, c.p.a., «[i]n difetto della notificazione della sentenza», l’appello e le altre impugnazioni «devono essere notificati entro sei mesi dalla pubblicazione della sentenza» (analogamente dispone l’art. 327, comma 1, c.p.c.). In base all’art. 89, comma 2, c.p.a., la sentenza, dopo la sua sottoscrizione, «è immediatamente resa pubblica mediante deposito nella segreteria del giudice che l’ha pronunciata» (così anche l’art. 133, comma 1, c.p.c.). Di tale deposito il segretario dà atto apponendo in calce alla sentenza data e firma (art. 89, comma 3, c.p.a.). La previsione di un termine decadenziale di impugnazione indipendente dalla notificazione della sentenza (e da ogni altra comunicazione) trova fondamento nella necessità di sottrarre la pronuncia del giudice ad ogni discussione sulla sua incontrovertibilità. L’ampiezza del termine semestrale consente al soccombente di informarsi tempestivamente della decisione che lo riguarda, facendo uso della diligenza dovuta “in rebus suis”, a meno che la parte rimasta contumace non dimostri di non avere avuto alcuna conoscenza del processo. Del resto, quando ha voluto, il legislatore ha espressamente attribuito rilievo processuale alla comunicazione del provvedimento ad opera della cancelleria, quale adempimento da cui decorre il termine di decadenza per il gravame (cfr. l’art. 1, comma 62, della l. n. 92 del 2012; l’art. 348-ter, comma 3, c.p.c.; l’art. 18, comma 13, l. fall.). Il carattere derogatorio e speciale di tali disposizioni risulta anche dal nuovo testo dell’art. 133, comma 2, c.p.c., secondo cui: «la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c.» (quindi a maggior ragione non è idonea a far decorrere il termine “lungo”). Anche secondo la giurisprudenza costante della Corte di Cassazione, il termine annuale di impugnazione previsto dall’art. 327 c.p.c. è stabilito a pena di decadenza e decorre in ogni caso dalla pubblicazione della sentenza mediante deposito in cancelleria, senza che rilevi l’omessa comunicazione da parte del cancelliere, a carico del quale può dar luogo solo ad una sanzione disciplinare (Cass., sentenze n. 17704 del 2010; n. 16004 del 2009; n. 11910 del 2003, n. 15778 del 2007, le quali hanno anche condivisibilmente ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 327 c.p.c. in riferimento all’art. 24 Cost.). Da ultimo, la decadenza da un termine processuale, ivi compreso quello per impugnare, non può ritenersi incolpevole e giustificare, quindi, la rimessione in termini, ove sia avvenuta (come nella specie) per errore di diritto.". Per approfondire scarica la sentenza

segnalazione del Prof. Avv. enrico michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.2.2017

 
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Nella controversia in esame l’appello è stato dichiarato irricevibile per tardività, essendo esso stato notificato in data 7 aprile 2016, mentre la sentenza impugnata è stata depositata il 25 luglio 2015, quindi è inutilmente spirato il termine “lungo” di sei mesi decorrenti dalla data del deposito ... Continua a leggere

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mercoledì 7 maggio 2014 15:24

Revoca dell'incarico all'assessore: le valutazioni di opportunità politico-amministrative sono sufficienti per l'adozione del provvedimento

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. II del 5.5.2014

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Il vaglio, in termini di sufficienza ed idoneità delle ragioni della revoca dell’incarico di assessore a sorreggerne la relativa determinazione, e la conseguente delimitazione del perimetro dell’obbligo di motivazione, vanno condotti alla stregua della natura di tale di atto, tenuto conto che l’affidamento e la revoca dell’incarico di assessore vanno annoverati tra quelli aventi carattere fiduciario, con la conseguenza che il venir meno del rapporto fiduciario – sulla base di valutazioni necessariamente caratterizzate da ampia latitudine discrezionale - giustifica di per sé la revoca dello stesso. Sulla base del consolidato orientamento giurisprudenziale, dal quale non ravvisa il Collegio ragioni per discostarsi, la revoca dell’incarico di assessore non riveste natura di atto sanzionatorio e, trattandosi di revoca di incarico fiduciario, la stessa può basarsi su ampie valutazioni di opportunità politico-amministrative rimesse in via esclusiva al vertice politico, non essendo conseguentemente richiesta – così come per l’affidamento dell’incarico - alcuna particolare motivazione, venendo in rilievo valutazioni ampiamente e sostanzialmente discrezionali, e quindi attinenti alla rilevanza di fattori non normativamente predeterminati, tenendo conto sia di esigenze di carattere generale, quali i rapporti con l’opposizione o i rapporti interni alla maggioranza consiliare, sia di particolari esigenze di maggiore operosità ed efficienza di specifici settori dell’Amministrazione, ovvero per l’affievolirsi del rapporto fiduciario tra il capo dell’Amministrazione e il singolo assessore, potendo le relative motivazioni fare rinvio anche a semplici ragioni di opportunità politica. Con la conseguenza che la sindacabilità di tale atto in sede di legittimità è limitata ai profili formali ed estrinseci, suscettibili di evidenziare l’arbitrarietà della decisione, in relazione all’ampia discrezionalità spettante al capo dell’Amministrazione locale (ex multis, Consiglio di Stato, Sez. V, 3 aprile 2004, n. 1042; 5 dicembre 2012 n. 6228; 23 febbraio 2012 n. 1053; TAR Lazio, Roma, 17 giugno 2009 n. 5732). Posto, quindi, che gli atti di revoca degli assessori degli enti territoriali – analogamente agli atti di nomina - sono sostanzialmente rivolti al miglioramento della compagine di ausilio al vertice dell’ente e sono sottoposti unicamente alle eventuali specifiche prescrizioni dettate dalle fonti primarie e secondarie, ivi compresi gli statuti degli enti medesimi, dovendo pertanto escludersi la loro natura politica in quanto non sono liberi nella scelta dei fini, e tenuto conto che la valutazione degli interessi coinvolti nel procedimento di revoca di un assessore è rimessa in via esclusiva al titolare politico dell’amministrazione, cui competono in via autonoma la scelta e la responsabilità della compagine di cui avvalersi per l’amministrazione dell’ente nell’interesse della comunità locale, il carattere ampiamente discrezionale che connota il provvedimento di revoca dell’incarico di assessore si riflette sulla portata della relativa motivazione, che può consistere nel richiamo a valutazioni di opportunità politico-amministrativa rimesse in via esclusiva al vertice dell’ente, in ragione della natura fiduciaria dell’incarico. Peraltro, dal paradigma normativo di riferimento, come recato dall’art. 46 del D. Lgs. n. 267 del 2000, il quale impone unicamente la comunicazione della revoca dell’incarico di assessore al Consiglio, si trae la conferma di come tale atto sia frutto di scelte altamente discrezionali del vertice istituzionale sottoposte unicamente alla valutazione dell’organo consiliare di controllo, il quale potrebbe opporsi, tramite una mozione di sfiducia, all’atto di revoca. Ne discende che nella materia in questione il giudice amministrativo è sfornito del sindacato di merito, tassativamente previsto dalla legge per altre ipotesi (art. 134 c.p.a.) ed il suo controllo sull’esercizio della funzione pubblica è condizionato dal connotato latamente politico della scelta che, pertanto, è insindacabile in sede di legittimità se non per profili puramente formali concernenti la violazione di specifiche disposizioni normative dettate per la nomina e la revoca degli assessori e la manifesta abnormità e discriminatorietà del provvedimento di revoca, profili questi che, nella fattispecie in esame, non ricorrono. Applicando le suesposte coordinate interpretative alla controversia in esame, ritiene il Collegio che le motivazioni poste a sostegno del gravato provvedimento siano pienamente idonee a sorreggere la contestata revoca dell’incarico, integrando i comportamenti addebitati al ricorrente ragioni sufficienti a far ritenere venuto meno il rapporto fiduciario che deve intercorrere con il vertice dell’articolazione amministrativa, adeguatamente esternate in un sufficiente apparato motivazionale. Né il giudice può procedere alla verifica, sollecitata da parte ricorrente, in ordine alla congruità delle ragioni sottese alla contestata revoca, essendo il sindacato su tale atto, come sopra ricordato, limitato ai soli profili estrinseci, tenuto conto della natura dello stesso e dell’ampia discrezionalità che lo caratterizza. Negativamente delibate, nel senso di cui sopra, le censure volte a lamentare l’assenza dei presupposti e di motivazione della contestata ordinanza di revoca dell’incarico di assessore, deve parimenti essere rigettata l’ulteriore censura con la quale viene denunciata la mancata comunicazione dell’avvio del procedimento di revoca. Al riguardo, deve osservarsi, in adesione a consolidato orientamento giurisprudenziale (Consiglio di Stato, Sez. V, 23 gennaio 2007 n. 209; 5 dicembre 2012 n. 6228; 23 febbraio 2012 n. 1053), che la revoca dell’incarico di assessore comunale è esente dalla previa comunicazione dell’avvio del procedimento in considerazione del fatto che, in un contesto normativo nel quale la valutazione degli interessi coinvolti è rimessa in modo esclusivo al vertice dell’Amministrazione, cui compete in via autonoma la scelta e la responsabilità della compagine di cui avvalersi nell’interesse della comunità locale, con sottoposizione del merito del relativo operato unicamente alla valutazione dell’organo consiliare, non c’è spazio logico, prima ancora che normativo, per dare ingresso all’applicazione dell’istituto partecipativo di cui al citato art. 7, il cui scopo è quello di consentire l’apporto procedimentale da parte del destinatario dell’atto finale al fine di condizionarne il relativo contenuto. Ed invero, le prerogative della partecipazione possono essere invocate quando l’ordinamento prende in qualche modo in considerazione gli interessi privati in quanto ritenuti idonei ad incidere sull’esito finale per il migliore perseguimento dell’interesse pubblico, mentre tale partecipazione diventa indifferente in un contesto normativo nel quale la valutazione degli interessi coinvolti è rimessa in modo esclusivo al vertice dell’Amministrazione, cui compete in via autonoma la scelta e la responsabilità della compagine di cui avvalersi, risultando il relativo procedimento modellato su scansioni semplificate per consentire un’immediata soluzione della crisi intervenuta nell’ambito del governo locale, che si articola nella valutazione della situazione da parte del vertice al quale compete la scelta in ordine alla modificazione della compagine della giunta e nella comunicazione motivata di ciò all’organo consiliare, senza l’interposizione della comunicazione dell’avvio del procedimento all’assessore assoggettato alla revoca, la cui opinione è irrilevante per la normativa attuale salvo che non venga fatta propria dal consiglio. Deve inoltre rilevarsi che, essendo il procedimento in esame semplificato al massimo per consentire un’immediata soluzione della crisi intervenuta nell’ambito del governo locale, l’interposizione della comunicazione dell’avvio del procedimento osterebbe a tale finalità, potendo quindi tale adempimento essere legittimamente omesso. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. II del 5.5.2014

 
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Il vaglio, in termini di sufficienza ed idoneità delle ragioni della revoca dell’incarico di assessore a sorreggerne la relativa determinazione, e la conseguente delimitazione del perimetro dell’obbligo di motivazione, vanno condotti alla stregua della natura di tale di atto, tenuto conto che l ... Continua a leggere

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mercoledì 23 novembre 2011 16:42

Le modificazione della sagoma del bene non possono essere assentite con DIA

TAR Lazio

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La modificazione del piano di campagna si sostanzia in una modificazione della sagoma del rialzato, rientrante negli interventi disciplinati dall’art. 10, co 1 lett. c) del d.P.R. n. 380/2001 cui fa riferimento l’art. 22 del medesimo decreto presidenziale, che escludere l'applicabilità dello strumento della DIA a quelli che comportano una modifica della sagoma del bene con conseguente modificazione sostanziale dell’assetto preesistente del suolo.

TAR Lazio

 
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domenica 6 ottobre 2013 08:20

Nel giudizio in materia di accesso il termine "lungo" per proporre appello in assenza della notificazione della sentenza è di tre mesi decorrenti dalla pubblicazione della sentenza di primo grado

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza Consiglio di Stato

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Nel ‘rito dell’accesso’, disciplinato all’articolo 116 del c.p.a., opera la dimidiazione di tutti i termini processuali stabilita per la generalità dei riti camerali dal comma 3 dall’articolo 87 del c.p.a. (con la sola eccezione – che qui non ricorre – del termine per la notificazione del ricorso di primo grado). Nei giudizi quale quello di specie, in materia di accesso, tutti i termini processuali sono dunque dimezzati, salvo che nei giudizi di primo grado, limitatamente alla notificazione del ricorso introduttivo, del ricorso incidentale e dei motivi aggiunti. Tale previsione di dimezzamento dei termini è espressamente applicabile, quindi, ai giudizi di appello ai sensi dell’art. 116, comma 5, c.p.a. ed in tal senso si è di recente espresso, ripetutamente questo Consiglio di Stato ( Sez. VI n. 2516/2012, sez. VI n. 1403/2012) Il termine, cosiddetto lungo, per proporre appello in assenza della notificazione della sentenza è, pertanto, di tre mesi decorrenti dalla pubblicazione della sentenza di primo grado essendo, come si è detto, la deroga al dimezzamento limitata ai soli giudizi in prima istanza. La notificazione, tardivamente intervenuta oltre il termine lungo di tre mesi determina, quindi, la conseguente irricevibilità del presente appello.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza Consiglio di Stato

 
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lunedì 5 marzo 2012 12:43

L'utilizzazione di un immobile ad ufficio pubblico non ne determina la modificazione della destinazione d'uso

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che l’utilizzazione di fatto di un immobile ad ufficio pubblico in forza di un contratto di diritto privato non può essere fonte di modificazione della destinazione d’uso derivante questa, infatti, da provvedimenti classificatori di natura autoritativa non modificabili o estinguibili da determinazioni negoziali: queste, per loro natura - contratto di locazione – hanno incorporata in sé una logica transitoria.

Consiglio di Stato

 
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domenica 24 marzo 2013 08:05

Conosci la tua pensione: in arrivo il "Calcolatore della pensione", il "Simulatore della pensione" e "l’Estratto Conto Integrato"

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

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Sono i tre nuovi servizi in corso di attivazione con i quali si avvia un percorso verso una maggiore trasparenza e una più completa informazione sul futuro previdenziale dei lavoratori italiani. Il percorso è scandito da un calendario preciso, articolato in tre distinte fasi: la prima riguarda l’operazione 'Estratto Conto Integrato'; la seconda è il rilascio del servizio 'Calcolatore della pensione; la terza sarà la definizione del servizio 'Simulatore della pensione. 1) L’Estratto Conto Integrato (ECI): In Italia esiste una platea stimata di 5-6 milioni di lavoratori che hanno contributi previdenziali versati in differenti gestioni Inps o presso diverse Casse previdenziali. Per assicurare una completa informazione (e un possibile controllo) dello stato della loro contribuzione previdenziale è stato avviato il progetto 'Estratto conto integrato' (ECI), che fornirà la visione completa della contribuzione previdenziale individuale, con un’unica operazione di consultazione. L’ECI potrà essere consultato sui portali degli enti che forniscono le informazioni previdenziali al Casellario dei Lavoratori Attivi, istituito presso l’Inps (Inps, Enasarco e Casse previdenziali degli ordini professionali). Ciascun contribuente potrà verificare la propria posizione contributiva on line, con accesso personalizzato, sul portale dell’ultimo Ente in cui risulta iscritto. Il servizio è interattivo e permette la segnalazione di eventuali problemi e incongruenze, che vengono indirizzate all’ente di competenza. 2) Il "Calcolatore della pensione": a partire dal prossimo mese di aprile sarà attivata sul sito dell’Inps (tra i servizi online) una procedura denominata 'Calcolatore della pensione' che consentirà agli iscritti all’Inps di conoscere in via previsionale la data del proprio pensionamento e l’importo presuntivo della pensione; 3. Il "Simulatore della pensione": per i lavoratori più giovani, per i quali la lontananza dal momento della pensione non consente di formulare ipotesi sufficientemente attendibili di calcolo della pensione (troppe le variabili: l’evoluzione retributiva individuale, gli anni e la continuità del lavoro, la scelta del periodo di pensionamento, etc.), è in corso di realizzazione una procedura che consentirà comunque di eseguire una simulazione del calcolo della propria pensione. Il rilascio del servizio avverrà entro la fine del corrente anno. Partendo dall’estratto conto dei contributi effettivamente versati all’Inps, il 'Simulatore della pensione' fornirà ai lavoratori più giovani uno strumento in grado di elaborare differenti scenari previdenziali (sulla base di profili codificati) proiettando ipotesi collegate all’atteso futuro lavorativo. I lavoratori più giovani avranno così a disposizione, entro la fine dell’anno, uno strumento fondamentale di educazione al risparmio previdenziale e di grande valore formativo, che potrà fornire indicazioni utili per compiere con maggiore consapevolezza le scelte che si troveranno a dover compiere nel loro futuro lavorativo e nell’eventuale scelta di forme di integrazione previdenziale.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

 
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martedì 17 giugno 2014 12:21

Pensione: nessun recupero, a seguito di conguaglio tra trattamento provvisorio e definitivo, della prestazione pensionistica indebitamente erogata se l'errore in cui è incorsa l'amministrazione non era percepibile dal pensionato ed è trascorso un lungo lasso temporale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti Sez. Puglia del 16.6.2014

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La Corte dei Conti, Sez. Giurisdizionale della Regione Puglia con la sentenza del 16.6.2014 e' stata chiamata a risolvere il giudizio avente ad oggetto il recupero, a seguito di conguaglio tra trattamento provvisorio e definitivo, di prestazioni pensionistiche indebitamente erogate. Tale materia è stato oggetto di notevoli contrasti giurisprudenziali per il coinvolgimento, nel relativo procedimento, del pensionato, quale soggetto economicamente debole del rapporto previdenziale. L’art. 2033 del codice civile disciplina il pagamento indebito non supportato da idonea giustificazione causale giuridicamente rilevante accordando al solvens la ripetizione di quanto pagato, indipendentemente da ogni altra considerazione circa la scusabilità dell’errore e la buona fede dell’accipiens. Nell’ambito previdenziale, invece, la giurisprudenza ha introdotto, progressivamente, il principio della tutela dell’affidamento ingenerato nel privato in buona fede dalla legittimità del provvedimento pensionistico provvisorio adottato, da valutarsi in concreto, tenendo conto delle peculiarità di ciascuna fattispecie; in particolare il lasso temporale intercorso tra la fruizione della prestazione pensionistica indebitamente erogata e il momento in cui ne è chiesta la ripetizione, nonché l’assenza di dolo dell’interessato nella causazione dell’errore o la riconoscibilità di quest’ultimo con l’ordinaria diligenza. All’uopo, sono stati richiamati gli insegnamenti espressi dalla Corte Costituzionale nelle sentenze n. 431/1993, n. 240/1994 e n. 166/1996 secondo i quali “...diversamente dalla generale regola codicistica di incondizionata ripetibilità dell’indebito, trova applicazione [nella materia pensionistica] la diversa regola, propria di tale sottosistema, che esclude la ripetizione in presenza di una situazione di fatto ... avente come minimo comune denominatore la non addebitabilità al percipiente dell’erogazione non dovuta”, nonché quelli della Corte di Giustizia Europea secondo cui “il principio di tutela dell’affidamento fa parte del diritto comunitario” (ex multis 3 maggio 1978, C 112/77). Ciò ha consentito di superare l’iniziale orientamento negativo delle Sezioni Riunite di questa Corte espresso nella sentenza n. 1/1999/QM ove si sosteneva l’incondizionata ripetibilità dell’indebito, negando rilievo alla buona fede dell’accipiens, nonché al lasso temporale trascorso tra l’adozione del decreto provvisorio e quello definitivo di pensione. Le citate Sezioni Riunite, infatti, nella sentenza n. 7/2007/QM nel mutare il precedente orientamento hanno stabilito che “in assenza di dolo dell’interessato, il disposto contenuto nell’art. 162 del d.p.r. n. 1092 del 1973, concernente il recupero dell’indebito formatosi sul trattamento pensionistico provvisorio, deve interpretarsi nell’ambito della disciplina sopravvenuta contenuta nella legge n. 241 del 1990, per cui, a decorrere dall’entrata in vigore di detta legge n. 241 del 1990, decorso il termine posto per l’emanazione del provvedimento definitivo sul trattamento di quiescenza, non può più effettuarsi il recupero dell’indebito, per il consolidarsi della situazione esistente, fondato sull’affidamento riposto nell’Amministrazione”, affidamento avente carattere “oggettivo” e non legato allo stato “soggettivo” di buona fede, “per sua natura variabile in relazioni alle mutevoli circostanze individuali di ciascun rapporto pensionistico, e, come tale, inidoneo a orientare con i necessari criteri di uniformità e di certezza sia le aspettative del privato, sia la condotta della pubblica amministrazione, sia, infine, l’operato del giudice di tale rapporto”. Il principio di cui sopra è stato, recentemente, rielaborato dalla Sezioni Riunite che nella sentenza n. 2/2012/QM, depositata il 02.07.2012, dopo avere richiamato anche quanto contenuto nella sentenza n. 7/2011/QM, hanno sostenuto: “Lo spirare di termini regolamentari di settore per l’adozione del provvedimento pensionistico definitivo non priva, ex se, l’amministrazione del diritto-dovere di procedere al recupero delle somme indebitamente erogate a titolo provvisorio; sussiste, peraltro, un principio di affidamento del percettore in buona fede dell’indebito che matura e si consolida nel tempo, opponibile dall’interessato in sede amministrativa e giudiziaria. Tale principio va individuato attraverso una serie di elementi quali il decorso del tempo, valutato anche con riferimento agli stessi termini procedimentali, e comunque al termine di tre anni ricavabile da norme riguardanti altre fattispecie pensionistiche, la rilevabilità in concreto, secondo l’ordinaria diligenza, dell’errore riferito alla maggior somma erogata sul rateo di pensione, le ragioni che hanno giustificato la modifica del trattamento provvisorio e il momento di conoscenza, da parte dell’amministrazione, di ogni altro elemento necessario per la liquidazione del trattamento definitivo”. L’organo di nomofilachia, prendendo spunto anche dai recenti interventi normativi sul corpo della legge n. 241/1990, ha inteso puntualizzare rispetto al precedente orientamento che l’affidamento del percipiente, legittimante nella sussistenza delle altre circostanze l’irripetibilità dell’indebito pensionistico, non si configura in maniera “automatica” e “presuntiva” alla scadenza del termine procedimentale previsto dalla legge n. 241/1990 e dai regolamenti attuativi di settore per l’adozione del provvedimento pensionistico definitivo. Ne consegue che l’interesse del privato al mantenimento di una situazione giuridica di vantaggio, quale quella conseguente ad un indebito pagamento pensionistico, è meritevole di tutela se da un lato l’errore in cui è in corsa l’amministrazione non è facilmente percepibile con l’ordinaria diligenza perché in tale ipotesi, a prescindere dal decorso del tempo, non vi può essere alcun affidamento da tutelare; dall’altro se la situazione giuridica di vantaggio si è protratta per un considerevole lasso temporale che giustifica l’affidamento, lasso temporale da valutare, come sopra già ricordato, “anche con riferimento agli stessi termini procedimentali, e comunque con riferimento al termine di tre anni ricavabile da norme riguardanti altre fattispecie”, sempre che l’amministrazione non “fosse già in possesso, ab origine, degli elementi necessari alla determinazione del trattamento pensionistico”. Nella fattispecie in esame, rileva il lungo tempo trascorso; infatti con la determina del 07.04.2004 con la quale era stato liquidato il trattamento pensionistico spettante al sig. G. C., veniva annullata e sostituita dalla determina n. LE012011582183 solo il 17.10.2O12. L’Inps, al quale il ricorso è stato regolarmente notificato, non ha in alcun modo confutato le circostanze di fatto dedotte dal ricorrente. Facendo applicazione dei principi sopra esposti, stante il lungo lasso temporale trascorso (con l’ampio superamento del termine triennale, tra il 2004 e il 2012) e la buona fede del pensionato che con l’ordinaria diligenza non avrebbe potuto percepire l’errore in cui è incorsa l’amministrazione nella liquidazione della pensione provvisoria deve essere dichiarata l’irripetibilità dell’indebito di cui è causa, con la conseguenza che l’istante ha diritto alla restituzione delle somme mensilmente trattenute. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti Sez. Puglia del 16.6.2014

 
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domenica 13 gennaio 2013 19:39

Pensione del dipendente pubblico: sulle controversie relative all’an ovvero al quantum del trattamento di pensione decide la Corte dei Conti

TAR Calabria

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Nel caso di specie il giudice rileva come trattandosi di pensione di dipendente pubblico, la controversie relative all’an ovvero al quantum del trattamento di pensione, sono di stretta competenza e giurisdizione della Corte dei Conti. La giurisdizione della Corte dei conti, infatti, si esercita nella materia delle pensioni dei dipendenti pubblici secondo il combinato disposto degli artt. 13 e 62 del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214. La giurisdizione speciale si fonda non tanto sul carattere pubblico o privato del rapporto d'impiego, quanto sul rilievo che il trattamento pensionistico dei soggetti che si trovano nelle condizioni prima indicate continua a gravare, in tutto o in parte, sul bilancio pubblico se le amministrazioni pubbliche sono tenute a riversare le contribuzioni previste dalla legge. La giurisdizione della Corte dei conti ora indicata non è venuta meno per effetto dell'art. 68 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, che ha devoluto alla giurisdizione del giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, fatta eccezione delle controversie specificamente indicate.

TAR Calabria

 
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domenica 23 marzo 2014 08:13

Inps, le nuove opportunità per i giovani per costruirsi una pensione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della Campagna informativa Inps marzo 2014

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La pensione si costruisce con i contributi versati nel corso dell’intera vita lavorativa ed è per questo che l'Inps ha realizzato un video che illustra le prestazioni Inps rivolte ai giovani, ai lavoratori saltuari e a coloro che hanno appena perso il lavoro. Nella sezione Multimedia Video/Campagne informative è stato pubblicato un Video che illustra le prestazioni Inps rivolte ai giovani, i quali possono cominciare a costruirsi la propria pensione con il riscatto della laurea o con i voucher per il lavoro accessorio o, se iscritti ad esempio alla Gestione separata, sapere a quale tipo di ammortizzatore sociale hanno diritto per legge, se perdono il lavoro. L’Inps offre l’opportunità, anche a chi non ha ancora iniziato a lavorare, di riscattare gli anni di studio universitario. Anche i lavori saltuari e discontinui se pagati con i buoni lavoro contribuiscono alla pensione: dei 10 euro di valore di ogni ora di lavoro, 2,5 servono a finanziare la copertura assicurativa Inps e Inail. Nella sezione Inps facile del sito dell’Istituto sono disponibili le Guide ‘Come fare per riscattare la laurea’ e ‘Come fare per Utilizzare i buoni lavoro’. L’INPS gestisce poi forme assicurative destinate a chi sta iniziando un’attività lavorativa parasubordinata o autonoma. E’ il caso della Gestione separata – un fondo a cui sono iscritti i collaboratori a progetto (i cosiddetti co.co.pro.) e i lavoratori senza cassa di categoria. Anche chi un lavoro l’ha appena perduto può trovare all’Inps tutele contro la disoccupazione, come l’Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego - cha dà diritto anche alla contribuzione figurativa valida per il diritto e la misura della pensione - e l’indennità per i co.co.pro. I servizi possono essere richiesti on line, direttamente dal portale dell’Inps.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della Campagna informativa Inps marzo 2014

 
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domenica 4 dicembre 2016 09:20

ANAC: la rettifica delle Linee Guida n.1 sull'affidamento dei servizi attinenti all'architettura e all'ingegneria

segnalazione della rettifica pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 30.11.2016

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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 30.11.2016 la delibera dell'AUTORITA' NAZIONALE ANTICORRUZIONE del 16 novembre 2016 recante "Rettifica delle Linee guida n. 1/2016 relative all'affidamento dei servizi attinenti all'architettura e all'ingegneria". In particolare, viene segnalata la presenza di un refuso nel testo delle Linee guida n. 1/2016 proponendo la sostituzione del punto 2.1 nella parte III (Indicazioni operative), par. 2, (omissis), con il seguente: «2.1. Per quanto riguarda la prima operazione, al fine di determinare l'importo del corrispettivo da porre a base di gara (come sara' precisato meglio oltre) per l'affidamento dei servizi di ingegneria ed architettura e gli altri servizi tecnici, occorre fare riferimento ai criteri fissati dal decreto del Ministero della giustizia 17 giugno 2016 (Approvazione delle tabelle dei corrispettivi commisurati al livello qualitativo delle prestazioni di progettazione adottato ai sensi dell'art. 24, comma 8, del decreto legislativo n. 50 del 2016). Cio' nel rispetto di quanto previsto dall'art. 9, comma 2, penultimo e ultimo periodo, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, cosi' come ulteriormente modificato dall'art. 5 della legge n. 134/2012.» Approvata dal Consiglio nella seduta del 16 novembre 2016.

segnalazione della rettifica pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 30.11.2016

 
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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 30.11.2016 la delibera dell'AUTORITA' NAZIONALE ANTICORRUZIONE del 16 novembre 2016 recante "Rettifica delle Linee guida n. 1/2016 relative all'affidamento dei servizi attinenti all'architettura e all'ingegneria". In particolare, viene segnal ... Continua a leggere

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