giovedì 18 maggio 2017 11:52

Abusi edilizi: nessuna sanzione in caso di inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti sottoposti a sequestro penale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 17.5.2017

La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17 maggio 2´17 ha affermato che "Risulta, in particolare, fondata l’argomentazione, svolta soprattutto nel terzo motivo di appello, con cui la società appellante sostiene l’inapplicabilità delle sanzioni previste per l’inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti abusivi, nelle ipotesi, quale quella in esame, in cui l’immobile sia sottoposto a sequestro penale. La questione, quindi, si risolve nella disamina della validità o dell’efficacia dei provvedimenti sanzionatori adottati sulla base del rilievo dell’omessa esecuzione di presupposti ordini di demolizione (o di riduzione in pristino) di opere abusive, che esulano, tuttavia, dalla disponibilità del destinatario dell’ordinanza rimasta inattuata, in quanto sequestrati dal giudice penale. Tale problema, tuttavia, implica anche la soluzione della (logicamente) presupposta questione della validità (e dell’efficacia) dell’ordine di demolizione, per la cui inottemperanza sono state irrogate le misure sanzionatorie previste dall’art. 31 del d.P.R. n.380 del 2001. Il Collegio non ignora che l’indirizzo giurisprudenziale prevalente, sia amministrativo (cfr. ex multis Cons. St., sez. VI, 28 gennaio 2016, n.283), sia penale (Cass. Pen., sez. III, 14 gennaio 2009, n.9186), ritiene irrilevante la pendenza di un sequestro, ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione, della sua eseguibilità e, quindi, della validità dei conseguenti provvedimenti sanzionatori, sulla base della non qualificabilità della misura cautelare reale quale impedimento assoluto all’attuazione dell’ingiunzione, in ragione della possibilità, per il destinatario dell’ordine, di ottenere il dissequestro del bene ai sensi dell’art.85 disp. att. c.p.p.; ma reputa di dissentire da tale orientamento, per le ragioni di seguito sinteticamente (tenendo conto, per quanto possibile, della forma semplificata della presente sentenza) esposte. Con una prima, e, per certi versi, dirimente, argomentazione, l’ordine di demolizione di un immobile colpito da un sequestro penale dovrebbe essere ritenuto affetto dal vizio di nullità, ai sensi dell’art.21-septies l. n.241 del 1990 (in relazione agli artt. 1346 e 1418 c.c.), e, quindi, radicalmente inefficace, per l’assenza di un elemento essenziale dell’atto, tale dovendo intendersi la possibilità giuridica dell’oggetto del comando. In altri termini, l’ingiunzione che impone un obbligo di facere inesigibile, in quanto rivolto alla demolizione di un immobile che è stato sottratto alla disponibilità del destinatario del comando (il quale, se eseguisse l’ordinanza, commetterebbe il reato di cui all’art. 334 c.p.), difetta di una condizione costituiva dell’ordine, e cioè, l’imposizione di un dovere eseguibile (C.G.A.R.S., Sezioni Riunite, parere n. 1175 del 9 luglio 2013 – 20 novembre 2014, sull’affare n.62/2013). In quest’ordine di idee, l’ordine di una condotta giuridicamente impossibile si rivela, quindi, privo di un elemento essenziale e, come tale, affetto da invalidità radicale, e, in ogni caso, per quanto qui rileva, inidoneo a produrre qualsivoglia effetto di diritto. A tale conclusione si ritiene potersi pervenire con riguardo ai casi in cui – come in quello di specie – l’ordine di demolizione (o di riduzione in pristino stato) sia stato adottato nella vigenza di un sequestro penale (di qualsiasi genere; ma sulla distinzione tra i diversi tipi di sequestro del processo penale si tornerà infra). L’affermazione dell’eseguibilità dell’ingiunzione di demolizione di un bene sequestrato, per quanto tralatiziamente ricorrente nella giurisprudenza amministrativa, non può, infatti, essere convincentemente sostenuta sulla base dell’assunto della configurabilità di un dovere di collaborazione del responsabile dell’abuso, ai fini dell’ottenimento del dissequestro e della conseguente attuazione dell’ingiunzione. Tale argomentazione dev’essere, infatti, radicalmente rifiutata: sia perché riferisce a un’eventualità futura, astratta e indipendente dalla volontà dell’interessato la stessa possibilità (giuridica e materiale) di esecuzione dell’ingiunzione, mentre, come si è visto, l’impossibilità dell’oggetto attiene al momento genetico dell’ordine e lo vizia insanabilmente all’atto della sua adozione; sia perché, assiomaticamente, finisce per imporre al privato una condotta priva di qualsivoglia fondamento giuridico positivo; sia, infine, perché si risolve nella prescrizione di una iniziativa processuale (l’istanza di dissequestro) che potrebbe contraddire le strategie difensive liberamente opzionabili dall’indagato (o dall’imputato) nel processo penale, peraltro interferendo inammissibilmente nell’esercizio di un diritto costituzionalmente protetto, quale quello di difesa (basti porre mente, in proposito, al caso che il mantenimento del sequestro penale –sub specie probatorio, ex art. 253 c.p.p. – risulti funzionale ad assicurare, per il seguito delle indagini o per il dibattimento, la prova che quanto realizzato non fosse abusivo, o non fosse conforme a quanto contestato o ritenuto dalla pubblica accusa, ovvero avesse altre caratteristiche scriminanti o anche solo attenuanti l’illiceità penale del fatto ascritto). Si aggiunga, ancora, che le misure contemplate dall’art. 31, commi 3 e 4-bis, del d.P.R. n.380 del 2001, rivestono carattere chiaramente sanzionatorio e, come tali, esigono, per la loro valida applicazione, l’ascrivibilità dell’inottemperanza alla colpa del destinatario dell’ingiunzione rimasta ineseguita, in ossequio ai canoni generali ai quali deve obbedire ogni ipotesi di responsabilità. Sennonchè, nella situazione considerata, non è dato ravvisare alcun profilo di rimproverabilità nella condotta (necessariamente) inerte del destinatario dell’ordine di demolizione, al quale resta, infatti, preclusa l’esecuzione del comando da un altro provvedimento giudiziario che gli ha sottratto la disponibilità giuridica e fattuale del bene. Come si vede, quindi, l’irrogazione di una sanzione (chè di questo si tratta) per una condotta che non può in alcun modo essere soggettivamente ascritta alla colpa del soggetto colpito dalla sanzione stessa, non può che essere giudicata illegittima per il difetto del necessario elemento psicologico della violazione. Fermo restando il carattere assorbente delle considerazioni appena svolte, resta da aggiungere un argomento, tutt’altro che secondario, di equità (ma, come tosto si dirà, non solo equitativo): non può esigersi – e, giuridicamente, non lo si può soprattutto in difetto di un’espressa previsione di legge in tal senso, stante anche il divieto di prestazioni imposte se non che per legge, ex art. 23 Cost. – che il cittadino impieghi tempo e risorse economiche per ottenere la restituzione di un bene di sua proprietà, ai soli fini della sua distruzione. Si tratta di un’argomentazione la cui valenza logica e intuitiva esime da ogni ulteriore spiegazione, restando immediatamente percepibile l’iniquità dell’imposizione di un dispendioso onere di diligenza, finalizzato solo alla distruzione del bene (ancora) di proprietà del destinatario dell’ingiunzione. Per ulteriori considerazioni critiche in proposito – se il dissequestro, più o meno legittimamente, fosse negato, vi sarebbe anche un onere di gravame? E fino a che grado? O andrebbe riproposta l’istanza? E quando, e quante volte? – può rinviarsi al cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013; del quale però merita condividersi la conclusione, nel senso che “la tesi [qui avversata] si appalesa, quindi, poco approfondita in punto di diritto e apoditticamente sostenuta”. Essa implica, infatti, l’imposizione di un onere di diligenza per il quale – al di là della sua assertiva invocazione ad opera di alcune prospettazioni giuridiche, che potrebbero forse sembrare più inopinatamente zelanti nella repressione degli abusi edilizi che adeguatamente attente al rispetto dei principi fondanti dell’ordinamento giuridico (ivi incluso quello ex art. 23 Cost., che si è già richiamato supra) – risulterebbe davvero complicato rinvenire un convincente fondamento normativo positivo; che, anzi, sembra da escludere, purché si tenga in adeguata considerazione l’esigenza che le sanzioni (non solo quelle penali: nemo tenetur se detergere; ma anche quelle amministrative) siano, almeno tendenzialmente, strutturate per essere applicate dai pubblici poteri, piuttosto che autoeseguite a proprio danno dallo stesso soggetto destinatario di esse. Nondimeno – sia per l’ipotesi che si ritenesse di poter prescindere dalla più persuasiva prospettazione, che si è sin qui illustrata, che qualifica in termini di nullità il vizio che affligge l’ordinanza di demolizione emanata nella pendenza del sequestro dell’immobile di cui trattasi; sia, comunque, con riferimento ai casi in cui l’ordine demolitorio o ripristinatorio sia stato adottato (e, in tal caso, validamente) in un momento in cui il bene non fosse sequestrato, ma venga invece sequestrato successivamente e nella pendenza del termine assegnato per ottemperare all’ingiunzione de qua – va ulteriormente indagato, per completezza di sistema, il tema dell’incidenza del sequestro penale (se non, in queste ipotesi, sulla validità) sull’efficacia dell’ordine di demolire e, derivativamente, sulla decorrenza o meno del termine a tal fine assegnato fintanto che il sequestro permanga efficace. Limitandocisi in questa sede a un mero richiamo delle argomentazioni dogmatiche più approfonditamente svolte nel più volte cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013 – in tema di distinzione tra nullità, come difetto strutturale originario di uno degli elementi essenziali dell’atto giuridico (sub specie, qui, di possibilità dell’oggetto), e inefficacia, allorché tali elementi essenziali (e qui, dunque, la ridetta possibilità), originariamente sussistenti, vengano meno successivamente in modo temporaneo o definitivo, in quest’ultimo caso dandosi adito a una causa estintiva degli efficacia dell’atto (per impossibilità sopravvenuta) e invece nel primo solamente a una temporanea sospensione di tale efficacia – occorre evidenziare che, finché il sequestro perdura, la demolizione (anche se validamente ingiunta: vuoi perché disposta anteriormente al sequestro, ossia in un momento in cui il suo destinatario, essendo in bonis, aveva la possibilità giuridica di ottemperarvi; vuoi, ipoteticamente, perché non si condivida la tesi, invero dogmaticamente più coerente, della nullità per impossibilità giuridica dell’oggetto del provvedimento che abbia ingiunto la demolizione in costanza di sequestro) certamente non può eseguirsi. A questo semplice rilievo consegue necessariamente – e perfino a prescindere dall’incoerente assunto, che pure si è già confutato, secondo cui il destinatario dell’ordine demolitorio sarebbe tenuto ad attivarsi per chiedere il dissequestro ai soli fini della demolizione: giacché certamente non lo si potrebbe pure onerare del fatto del terzo, ossia di ottenere tale risultato entro il termine di 90 giorni normalmente assegnatogli – che, per tutto il tempo in cui il sequestro perdura (e, qui si aggiunge, indipendentemente dalla condotta attiva o passiva serbata dall’autore dell’abuso rispetto al sequestro stesso), la non ottemperanza all’ordine di demolizione non può qualificarsi non iure, appunto a causa della già rilevata oggettiva impossibilità giuridica di procedervi. Ciò non può non implicare, come conseguenza giuridicamente necessaria, l’interruzione o, quantomeno, la sospensione del decorso del termine assegnato per demolire, per tutto il tempo in cui il sequestro rimane efficace. Detto termine, dunque, inizierà nuovamente a decorrere – per intero ovvero per la sua parte residua, secondo che si opti per l’interruzione o per la sospensione di esso in costanza di sequestro – solo allorché il sequestro venga meno, per qualunque ragione. Merita evidenziarsi che l’assunto, qui propugnato, che il destinatario dell’ordine di demolizione non possa considerarsi giuridicamente onerato di richiedere il dissequestro per poter demolire non implica affatto né che ciò gli sia precluso (potrebbe, infatti, avervi interesse, per esempio per azzerare la situazione di abusivismo e poter così richiedere ex novo un titolo edilizio urbanisticamente conforme per riprendere l’attività edificatoria secundum legem); né che il dissequestro non possa essere richiesto all’Autorità giudiziaria penale da parte di chiunque altro vi abbia interesse: ossia, in primis, dalla stessa Amministrazione che abbia ingiunto (prima del sequestro, secondo la tesi qui condivisa) o che intenda ingiungere (non appena venuto meno il sequestro) la demolizione, con l’effetto di far ripartire prima possibile il decorso del termine per demolire e di far produrre, in difetto, le ulteriori conseguenze (acquisitive) che la legge riconnette all’inutile decorso di detto termine; ma anche, nei congrui casi, ai soggetti pubblici e privati controinteressati al mantenimento dell’opera edilizia abusiva, che abbiano comunanza di intenti e di interessi con l’Amministrazione procedente. Infatti, il venir meno del sequestro – da chiunque provocato o indotto, e anche se spontaneamente disposto dall’Autorità giudiziaria procedente – consente ex se all’Amministrazione di ingiungere, o di reiterare, la demolizione; ovvero produce, parimenti in via automatica, l’effetto di far cessare la causa di sospensione (o interruzione) del decorso del termine entro cui deve essere eseguita la demolizione, con ogni ulteriore conseguenza di legge in difetto. Sicché, come ognun vede, si riduce a una mera petizione di principio – non suffragata, però, da adeguati indici normativi a suo supporto – l’assunto che il sistema non possa prescindere dall’onerare il proprietario di richiedere, contra se, il dissequestro al fine di demolire, e che perciò tale onere sia necessariamente insito nel sistema stesso. Tutto all’opposto, non solo di tale onere non è dato rinvenire alcun fondamento positivo – e neppure nell’art. 85 disp. att. al c.p.p., che viene solitamente invocato a tal fine, giacché esso contempla un’ipotesi, e peraltro soltanto “se l’interessato consente”, ma non radica alcun obbligo in proposito – ma anzi i principi fondamentali dell’ordinamento sembrano deporre nel senso della sua esclusione: viepiù ove si consideri che la funzionalità dell’istituto in discorso (ossia dell’ordine di demolizione) è comunque assicurata, pur di fronte all’inerzia dell’Autorità giudiziaria procedente, dalla facoltà di attivarsi per richiedere a quest’ultima il dissequestro che deve riconoscersi all’Amministrazione, oltre che a ogni altro soggetto che possa vantare analogo interesse. Beninteso, l’Autorità giudiziaria adita da un’istanza di dissequestro, da chiunque proposta, potrebbe disporlo – benché “ai soli fini della demolizione” – solo laddove il mantenimento del sequestro non sia (più) funzionale alle pertinenti esigenze processuali penali: ossia, fisiologicamente, solo in casi tendenzialmente abbastanza limitati e particolari. Come è noto, infatti, il codice di procedura penale conosce essenzialmente tre tipologie di sequestro: quello (c.d. probatorio penale) ex art. 253 c.p.p., che disciplina “il sequestro del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato necessarie per l´accertamento dei fatti”; quello (c.d. preventivo) ex art. 321 c.p.p., che è volto a prevenire “che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati”; e quello (c.d. conservativo) ex art. 316 c.p.p., che è volto a evitare “che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della pena pecuniaria, delle spese di procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario dello Stato”. È del tutto evidente che solo il sequestro preventivo può considerarsi normalmente “cedevole” rispetto alle esigenze della demolizione (giacché essa tendenzialmente elide le conseguenza del reato e ne previene la commissione di ulteriori); laddove, almeno in linea di massima, le esigenze probatorie del sequestro penale e quelle di garanzia del sequestro conservativo dovrebbero essere considerate prevalenti su ogni altra. In tal senso pare in effetti disporre, abbastanza univocamente, l’art. 262 c.p.p., che disciplina la “Durata del sequestro e restituzione delle cose sequestrate” (“1. Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza. Se occorre, l´autorità giudiziaria prescrive di presentare a ogni richiesta le cose restituite e a tal fine può imporre cauzione. 2. Nel caso previsto dal comma 1, la restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle cose appartenenti all´imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati nell´articolo 316. 3. Non si fa luogo alla restituzione e il sequestro è mantenuto ai fini preventivi quando il giudice provvede a norma dell´articolo 321”) Dall’esame congiunto dei suoi tre commi pare potersi cogliere, dunque, una comprensibile prevalenza delle esigenze sottese al c.d. sequestro probatorio penale, rispetto alle quali sono accessorie quelle tutelate dal sequestro conservativo; mentre risultano sostanzialmente residuali quelle sottese al sequestro preventivo. Nella misura in cui queste considerazioni colgano nel segno, risulterebbe fortemente svalutata nel sistema la tematica connessa alle istanze di dissequestro; il che costituirebbe un ulteriore argomento esegetico nel senso della fallacia delle tesi che non solo vorrebbero onerare (quantomeno praeter legem) il destinatario dell’ordine demolitorio a richiederlo, ma che tendono altresì a sanzionare l’inottemperanza a tale preteso onere con l’acquisizione. La quale, invece, sembra essere prevista dalla legge solo a fronte di una condotta, parimenti omissiva, ma ben diversa: ossia per chi, ovviamente potendolo giuridicamente fare, non demolisca l’immobile (e non anche per chi, assertivamente tenuto a chiedere al giudice il dissequestro, ometta di formulare istanze in tal senso). Sicché è anche il fondamentale principio di tipicità delle sanzioni a ulteriormente confortare la conclusione cui il Collegio qui perviene. Per approfondire vai alla sentenza.

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sabato 20 aprile 2013 22:22

I criteri di equipollenza dei titoli di studio validi per l’ammissione ai pubblici concorsi debbono risultare dal bando o da disposizioni normative

Consiglio di Stato

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Mentre i criteri di equipollenza dei titoli di studio, validi per l’ammissione ai pubblici concorsi, debbono risultare dal bando o da disposizioni normative, l’affinità tra materie d’insegnamento - ove valutabile ai fini dell’esperienza maturata - può essere oggetto di apprezzamento discrezionale, sindacabile sotto gli ordinari profili della corretta rappresentazione della realtà e della ragionevolezza (cfr., in tal senso, per il principio, Cons. St., sez. VI, sent. 11 ottobre 1990 n. 903 e sent. 28 dicembre 2011 n. 6898).

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mercoledì 11 gennaio 2012 16:47

Solo il legislatore può fissare il valore legale dei titolo di studio

Consiglio di Stato

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L’equipollenza fra titoli di studio può essere stabilita dalle norme, primarie o secondarie, non, invece, ad opera dell’amministrazione o del giudice, in base a valutazioni sull’ampiezza degli esami sostenuti o sull’eventuale assorbenza di un titolo rispetto ad un altro (cfr. C.S., sezione VI, dec. 3 marzo 1953 n. 99, in base alla quale la dichiarazione di equipollenza dei titoli di studio può essere fatta soltanto dal legislatore, per cui, in mancanza di norme che la consentano, la p.a. non può procedere a valutazioni discrezionali dei titoli di studio né pronunciarne l’equipollenza; inoltre, quanto all’eccezionalità dell’equipollenza dei titoli di studio, ai fini della partecipazione ai concorsi, cfr. C.S., sezione VI, dec. 26 aprile 2000 n. 2492); il che induceva il Tribunale amministrativo territoriale a disattendere il contrario orientamento (cfr. C.S., sezione V, dec. 22 febbraio 2000 n. 931, circa la riconoscibilità, ad opera dello stesso giudice, dell’assorbenza di un titolo di studio in un altro), spettando solo al legislatore fissare il valore legale di ciascun titolo di studio e potendo soltanto ritenersi l’assorbenza di un titolo in un altro, senza necessità di apposita norma, qualora uno costituisca presupposto necessario dell’altro, onde il possesso di questo denoterebbe inequivocamente quello dell’altro.

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martedì 17 aprile 2012 14:31

Concorsi pubblici: l’amministrazione gode di un ampio potere discrezionale nell’individuazione dei titoli di studio ritenuti indispensabili per l’ammissione ad un concorso pubblico

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sussiste in capo all’amministrazione un ampio potere discrezionale nell’individuazione dei titoli di studio ritenuti indispensabili per l’ammissione ad un concorso pubblico, potere sindacabile sotto il profilo della legittimità solo nell’ipotesi di manifesta inadeguatezza, irragionevolezza, illogicità o arbitrarietà di tale scelta rispetto alle funzioni inerenti al posto messo a concorso, fattispecie che non si rinviene nel caso di specie. Inoltre quando un bando "richieda il possesso di un determinato titolo di studio per l'ammissione ad un pubblico concorso, senza prevedere il rilievo del titolo equipollente, non è consentita la valutazione di un titolo diverso, salvo che l'equipollenza non sia stabilita da una norma di legge. Il principio poggia sul dovuto riconoscimento in capo all'Amministrazione che indice la procedura selettiva di un potere discrezionale nella individuazione della tipologia del titolo stesso, da esercitare tenendo conto della professionalità e della preparazione culturale richieste per il posto da ricoprire" (Cons. di Stato, VI, 3 maggio 2010, n. 2494; 19 agosto 2009, n. 4994).

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martedì 23 ottobre 2012 08:40

Concorso pubblico: non possono essere valutati titoli di studio diversi da quelli indicati nel bando

Consiglio di Stato

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Qualora il bando di concorso richieda tassativamente il possesso di un determinato titolo di studio (o equipollente) per l’ammissione ad un concorso pubblico, non è consentita la valutazione di un titolo di studio diverso. Il principio poggia sul dovuto riconoscimento in capo all’Amministrazione che indice la procedura selettiva – ferma la definizione del livello del titolo, affidata alla legge o ad altra fonte normativa – di un potere discrezionale nell’individuazione della tipologia del titolo stesso, da esercitare tenendo conto della professionalità e della preparazione culturale richieste per il posto da ricoprire (Consiglio di Stato, Sez. VI, 19.8.2009, n. 4994).

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Qualora il bando di concorso richieda tassativamente il possesso di un determinato titolo di studio (o equipollente) per l’ammissione ad un concorso pubblico, non è consentita la valutazione di un titolo di studio diverso. Il principio poggia sul dovuto riconoscimento in capo all’Amministrazione ch ... Continua a leggere

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lunedì 7 aprile 2014 19:50

Ricorso straordinario: Il Consiglio di Stato risolve il problema dell'impugnabilità delle decisioni

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.3.2014

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato osserva che il punto critico della sentenza appellata è quello nel quale, partendo dal presupposto della natura “sostanzialmente giurisdizionale” della decisione del ricorso straordinario, se ne fa discendere automaticamente la conseguenza che resti esclusa ogni possibilità di impugnazione ulteriore. Invece tale conseguenza non è automatica né scontata. Se la sentenza di un giudice sia suscettibile o meno di impugnazione – e in quale sede - è questione che si risolve unicamente sulla base del diritto positivo e del regime specifico di quel tipo di provvedimento. Ci si chiede, quindi, quale sia la disciplina specifica del ricorso straordinario, in particolare per quanto riguarda il problema dell’impugnazione delle relative decisioni. Com’è noto (la sentenza ora appellata si basa apertamente su questo) l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con sentenza n. 9/2013, ha affermato che la decisione del ricorso straordinario ha assunto, a seguito delle più recenti modifiche normative, un carattere “sostanzialmente giurisdizionale”. Va notato che l’Adunanza Plenaria usa ripetutamente l’avverbio “sostanzialmente” - e ciò non può essere casuale - lasciando così intendere che sul piano “formale” le conclusioni potrebbero essere diverse, se non altro per quanto riguarda quell’atto che “formalmente” conclude il procedimento e dà efficacia giuridica alla decisione, che è il decreto del Presidente della Repubblica. Peraltro, il thema decidendum nel caso deciso da A.P. n. 9/2013 era se, nel sistema dell’art. 112 c.p.a., il ricorso per ottemperanza si debba proporre davanti al T.A.R. o piuttosto davanti al Consiglio di Stato in unico grado. La questione riguardava, cioè, un aspetto particolare della disciplina specifica del ricorso straordinario; e dava per presupposto che dalla decisione del ricorso straordinario possa derivare un “giudicato” nel senso stretto del termine. Ma non toccava il punto delle impugnazioni eventualmente esperibili contro quella decisione; a parte un accenno all’eventualità che il decreto decisorio presidenziale possa essere affetto da vizi propri; il che, si può aggiungere, implicherebbe logicamente la possibilità di un’impugnazione. Non è questa la sede per un ulteriore approfondimento teorico della natura giurisdizionale della decisione resa sul ricorso straordinario; e per quanto qui interessa ci si può riferire senza riserve all’orientamento dell’Adunanza Plenaria. Ma resta il fatto che l’istituto del ricorso straordinario è connotato da una disciplina positiva del tutto peculiare, il che impone di ricercare innanzi tutto all’interno della stessa disciplina gli strumenti e i rimedi, solo in via del tutto residuale ricorrendo a (supposti) princìpi generali. Tali peculiarità, conviene sottolinearlo, non sono state cancellate (anzi in qualche modo risultano confermate) dalle innovazioni normative citate da A.P. n. 9/2013. Fra le più vistose peculiarità vi è che il procedimento, pur culminando nel parere del Consiglio di Stato (già semivincolante in base alla normativa originaria e reso totalmente vincolante dall’art. 69, legge n. 69/2009) si articola anche in una fase antecedente (l’istruttoria svolta dal Ministero competente per materia, con il conclusivo inoltro di una relazione che di solito si risolve in una motivata proposta di decisione) e in una fase successiva (l’emanazione del decreto presidenziale decisorio) alle quali entrambe è impossibile riconoscere natura giurisdizionale. Una seconda peculiarità è che in quella stessa fase del procedimento cui si vuole riconoscere natura giurisdizionale – e cioè la fase del parere del Consiglio di Stato – mancano alcune delle modalità che ordinariamente si considerano necessarie in sede giurisdizionale, come un vero e proprio confronto dialettico fra le parti, la loro comparizione davanti al giudice e la discussione in (pubblica) udienza. La terza peculiarità (logicamente connessa alle precedenti, in quanto ne rappresenta la contropartita che le rende accettabili nel sistema) è che il procedimento del ricorso straordinario si pone come “opzionalmente alternativo” al procedimento giurisdizionale propriamente detto. Si tratta della ben nota regola dell’alternatività, con l’ulteriore precisazione che ciascuna delle parti della controversia (ricorrente, autorità emanante, controinteressato) ha il diritto di optare per il procedimento giurisdizionale propriamente detto. In sostanza, dunque, il ricorso straordinario può giungere alla decisione, e la decisione acquista la sua efficacia imperativa nei confronti delle parti, solo se ed in quanto tutte le parti necessarie della controversia abbiano volontariamente scelto (se si tratta del ricorrente) o accettato (se si tratta delle controparti) che la controversia sia decisa in quella sede e con quelle forme. Mentre basta che una sola delle parti opti ritualmente per la sede giurisdizionale propriamente detta, perché le altre restino vincolate a questa scelta (cfr. art. 10, d.P.R. n. 1199/1971). La rilevanza della libertà di opzione è tale, che Corte Cost. n. 148/1982 ha dichiarato incostituzionale l’art. 10, comma 1, d.P.R. n. 1199/1971, nella parte in cui, mentre l’attribuiva ai controinteressati , non la estendeva all’autorità emanante diversa dalle amministrazioni dello Stato (secondo A.P. n. 9/2013, l’art. 48 c.p.a. la estende ulteriormente anche alle amministrazioni dello Stato). Riassumendo: nella misura in cui la decisione del ricorso straordinario è qualificabile come (o equiparabile a) una decisione giurisdizionale, ciò è vero solo a condizione che quella procedura sia stata accettata da tutte le parti. 10. Si può passare ora al problema dell’impugnabilità della decisione. 10.1. Com’è noto, sino a che era comunemente condivisa l’opinione che il ricorso straordinario avesse natura amministrativa, era pacifico – in linea di principio – che la decisione fosse impugnabile davanti al giudice amministrativo. Tuttavia era ugualmente condivisa l’opinione che il parere reso dal Consiglio di Stato fosse, in sé, insindacabile: anche come implicazione logica del principio dell’alternatività, inteso come divieto di adire la via giurisdizionale una volta scelto il ricorso straordinario. Di ciò è un riflesso l’art. 10, terzo comma, d.P.R. n. 1199/1971. Esso dispone che la parte che non abbia esercitato l’opzione per la sede giurisdizionale propriamente detta può impugnare la decisione solo per vizi di forma e di procedura suoi propri. Sull’art. 10, terzo comma, la giurisprudenza si è da tempo consolidata nel senso che i vizi di forma e di procedura suscettibili di essere dedotti come mezzi di impugnazione del decreto decisorio sono solo quelli verificatisi nella fase successiva alla pronuncia del parere del Consiglio di Stato (Adunanza Plenaria n. 22/1980; IV Sezione n. 800/1996; VI Sezione n. 3831/2006). Tuttavia tale limitazione è opponibile solo alle parti che abbiano scelto, o accettato, che la controversia fosse decisa nella sede straordinaria: ossia al ricorrente da un lato, e dall’altro lato alle controparti che, avendo avuto la possibilità di chiedere la trasposizione alla sede giurisdizionale, non se ne siano avvalse. Se ne ricava che il controinteressato non ritualmente evocato può impugnare la decisione senza quelle limitazioni e preclusioni che sono opponibili al controinteressato evocato, e, in genere, a tutte le parti che abbiano accettato la procedura in sede straordinaria. Può dunque impugnare il decreto decisorio davanti al giudice amministrativo anche per vizi inerenti al parere del Consiglio di Stato (e, s’intende, alle fase procedurali anteriori). Quanto alla individuazione del giudice amministrativo competente a giudicare su tale impugnazione, si osserva che l’art. 10, terzo comma, del d.P.R. n. 1199/1971 contiene un riferimento esplicito al Consiglio di Stato. Tuttavia è opinione corrente che in quel contesto il Consiglio di Stato sia menzionato in quanto al momento della emanazione del decreto legislativo (24 novembre 1971) non era ancora promulgata la legge istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali (6 dicembre 1971). Di fatto, la prassi giurisprudenziale consolidata è nel senso che l’impugnazione si propone davanti al Tribunale amministrativo regionale. La competenza del T.A.R. è, comunque, confermata da considerazioni sistematiche, quanto meno con riferimento all’ipotesi che l’impugnazione venga proposta (come nel caso attuale) dal controinteressato che lamenti di non essere stato ritualmente evocato: proponendola, infatti, il controinteressato non fa altro che esercitare (si direbbe ora per allora) la facoltà di opzione per la sede giurisdizionale e le inerenti garanzie, fra le quali il doppio grado, usufruendo così di una restitutio in integrum. Da questo punto di vista solo l’impugnazione davanti al T.A.R. (con l’inerente possibilità del doppio grado, etc.) appare interamente restitutoria per il controinteressato pretermesso, più di quanto avverrebbe con altri rimedi pure ipotizzabili, quali la revocazione o l’opposizione di terzo. Sin qui, la disciplina positiva dell’impugnazione del decreto decisorio, come legificata e interpretata prima della c.d. giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario. Ci si chiede ora se essa sia tuttora vigente ed applicabile. Ad avviso del Collegio, la risposta non può essere che positiva. La recente evoluzione del ricorso straordinario non ha eliminato la disciplina previgente né le peculiarità dell’istituto, se non nella misura in cui singole disposizioni siano state abrogate o modificate. Fra le disposizioni abrogate non vi è l’art. 10, con tutto ciò che esso implica anche sotto il profilo della impugnabilità del decreto decisorio. Non si può neppure dire che le vecchie regole (esplicite e implicite) concernenti l’impugnabilità debbano intendersi abrogate per incompatibilità con le nuove disposizioni. Si è visto invece come esse siano coerenti con la disciplina generale dell’istituto. In particolare sono coerenti con quel carattere di “opzionalità” che permane inalterato. Inoltre, va considerato che le recenti innovazioni normative sono state concepite con lo scopo di accrescere le garanzie e le possibilità di difesa, a beneficio delle parti. L’esclusione di ogni possibilità di impugnazione (fino al punto di sacrificare il controinteressato che, come nella specie, eccepisca di non aver ricevuto la notifica del ricorso) sarebbe un effetto perverso che appare del tutto estraneo alle intenzioni del legislatore.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.3.2014

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato osserva che il punto critico della sentenza appellata è quello nel quale, partendo dal presupposto della natura “sostanzialmente giurisdizionale” della decisione del ricorso straordinario, se ne fa discendere automaticamente la conseguenza che resti esclusa o ... Continua a leggere

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domenica 20 ottobre 2013 11:10

Concorsi pubblici: se il candidato allega alla domanda di partecipazione l'elenco dei titoli prodotti in copia l'ufficio deve protocollari distintamente e segnalare mancanze e difformità

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Quando ai fini della partecipazione ad un concorso pubblico viene presentata la domanda con indicazione analitica dei titoli posseduti e viene allegato l’elenco dei titoli prodotti in copia sorge l’onere dell’ufficio che li riceve di verificare senza indugio l’effettiva presenza dei titoli elencati, di protocollarli distintamente, e di segnalare eventuali mancanze o difformità. Il rilascio di copia della domanda o dell’elenco, debitamente protocollati in ricezione, fa nascere correlativamente una presunzione di effettiva avvenuta allegazione dei titoli elencati. Aggiunge il Consiglio di Stato che tale modalità va adottata quanto meno, qualora non sia stata prevista una modalità di attestazione “per ricevuta” estesa anche alla presenza degli allegati (poiché altrimenti non vi sarebbe modo di provare l’avvenuta consegna e di cautelarsi rispetto a smarrimenti o disfunzioni nelle protocollazioni), e qualora il numero dei concorrenti e/o dei titoli non sia talmente cospicuo da rendere difficoltoso l’adempimento burocratico.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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domenica 22 novembre 2015 11:38

Ritardato versamento degli oneri di urbanizzazione e costruzione: il Consiglio di Stato interviene sul contrasto giurisprudenziale stabilendo che il Comune è obbligato all'escussione della fideiussione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.11.2015 n. 5287

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La controversia giunta all'attenzione del Consiglio di Stato riguarda l'impugnazione proposta da una Società degli atti con cui il Comune gli aveva ingiunto ex art. 3 l. n. 47/1985 (“Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia. Sanzioni amministrative e penali”) il pagamento di sanzioni per ritardato versamento del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione secondaria relativi ad una serie di costruzioni residenziali realizzate nell’ambito di un piano particolareggiato. La società si doleva in via principale del fatto che l’amministrazione non avesse prevenuto il ritardato versamento escutendo la fideiussione a prima richiesta da essa prestata a garanzia dell’esatto adempimento dei propri obblighi, ed in via subordinata contestava la sanzione con riguardo ad uno dei lotti edificati, affermando di avere pagato gli oneri di urbanizzazione ad esso relativi nel rispetto delle scadenze previste. Con la sentenza in epigrafe il TAR adito respingeva l’impugnativa, statuendo, con riguardo alla censura svolta in via principale, che la garanzia fideiussoria «non si estende anche all’obbligazione sanzionatoria» scaturente dal ritardato pagamento delle sanzioni, poiché la fonte di quest’ultima non è data dal titolo ad edificare, ma dalla distinta ingiunzione conseguentemente emessa dall’amministrazione, e dichiarando generica la doglianza svolta in via subordinata. La Società ha appellato la decisione di primo grado ed il Consiglio di Stato Sez. V nella sentenza del 20.11.2015 n. 5287 ha segnalato alcune pronunce anche recenti poste su posizioni divergenti. L’orientamento prevalente si pone in continuità con l’indirizzo fatto proprio dal TAR ed afferma quindi che l’amministrazione non è obbligata ma solo facoltizzata ad escutere la fideiussione prestata a garanzia del pagamento dei contributi concessori (da ultimo: Sez. IV, 17 febbraio 2014, n. 731, e giurisprudenza ivi richiamata). L’opposto orientamento invocato dalla società appellante a sostegno delle proprie tesi è stato invece riproposto con la sentenza 21 novembre 2014, n. 5734 di questa Sezione, a mente della quale nel caso di ritardato pagamento dei contributi dovuti a fronte del rilascio di un titolo edilizio, l’ente locale creditore è invece tenuto ad escutere la garanzia rilasciata dal privato per il caso di inadempimento, al fine di evitare che quest’ultimo incorra nelle sanzioni previste per il caso in questione dal citato art. 3 l. n. 47/1985, con importi crescenti a seconda dell’entità del ritardo. Come precisato dalla pronuncia ora richiamata, l’obbligo dell’amministrazione di attivarsi in questo senso ha un duplice fondamento normativo. In primo luogo, esso discende dal dovere di origine civilistica di correttezza nell’attuazione del rapporto obbligatorio sancito dall’art. 1175 cod. civ., secondo il quale il creditore ha il dovere di cooperare con il debitore per il puntuale adempimento dell’obbligazione. In secondo luogo, la pronuncia in esame ha affermato che nella medesima direzione si pone anche il principio costituzionale di imparzialità dell’azione amministrativa (art. 97 Cost.), dal momento che le sanzioni pecuniarie previste dal citato art. 3 l. n. 47/1985 «si giustificano con la necessità, per l'ente locale, di disporre tempestivamente delle somme spettanti, atteso l'interesse pubblico alla celere realizzazione e completamento delle opere di urbanizzazione», e che la garanzia, con i conseguenti maggiori oneri economici che il privato sostiene per il relativo rilascio, viene in questo caso prestata proprio per evitare il ritardato pagamento (così la sentenza 21 novembre 2014, n. 5734, sopra richiamata). Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha ritenuto di dare continuità a quest’ultimo indirizzo. "Ciò segnatamente per la funzione della garanzia, debitamente lumeggiata nel precedente cui si aderisce, di tutela delle ragioni creditorie dell’ente concedente, il quale viene in tal modo preservato dai rischi di inadempimento del privato concessionario, ossia dai rischi che il precetto sanzionatorio mira a prevenire. Pertanto, sebbene sia indiscutibile che la fonte della sanzione è distinta da quella in virtù del quale è dovuto il contributo concessorio - la prima risiedendo direttamente nella legge ed il secondo nel titolo edilizio - è del pari incontroverso che la garanzia prestata per l’adempimento delle obbligazioni pecuniarie discendenti da quest’ultimo pone l’amministrazione anche nelle condizioni se non di impedire quanto meno di limitare le conseguenze legislativamente previste per il caso in cui si verifichi l’evento garantito, e cioè l’applicazione delle sanzioni pecuniarie". Interessante è altresì il passaggio motivazione con il quale il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta dell'appellante che invoca per il caso di rideterminazione delle sanzioni dovute la più favorevole normativa sopravvenuta nel corso del giudizio, e cioè le sanzioni oggi previste nel testo unico dell’edilizia di cui al d.p.r. n. 380/2001, dopo la contestuale abrogazione dell’art. 3 l. n. 47/1985. In virtù di questo assunto, la percentuale di aumento sulle somme dovute da applicare a titolo sanzionatorio dovrebbe essere pari al 10% e non già al 20% [art. 42, comma 2, lett. a) del testo unico]. Sul punto, infatti,mil Collegio evidenzia come in materia di sanzioni amministrative vige in via generale il principio di legalità, in virtù del quale non si può essere sanzionati se non in forza di una legge entrata in vigore prima della commissione dell’illecito (art. 1 l. n. 689/1981 - “Modifiche al sistema penale”), ma non già l’ulteriore principio di retroattività delle disposizioni sanzionatorie più favorevoli. Quest’ultimo, espressione del favor rei, è invece circoscritto al solo sistema sanzionatorio penale (art. 2 cod. pen.), nonché, per scelta discrezionale del legislatore, ad alcune tipologie specifiche di illeciti amministrativi, come ad esempio per quelli in materia tributaria (art. 2, comma 3, d.lgs. n. 472/1997 – “Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662”). Per contro, una regola analoga a quest’ultima non è riscontrabile nel settore edilizio, il cui sistema sanzionatorio è nel suo complesso informato ad esigenze di carattere ripristinatorio più che di afflizione dei responsabili degli illeciti.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.11.2015 n. 5287

 
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giovedì 5 aprile 2012 10:31

L’equiparazione tra i diplomi di laurea in Architettura v.o. e la laurea specialistica n.o. relativa alla classe 4/S –Architettura ed Ingegneria Civile va interpretata solo “ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi" e non può ritenersi operante anche nei confronti degli esami di abilitazione professionale

CGA Regione Siciliana

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Il Collegio nella sentenza in esame ha rilevato come il DPR n. 328/2001 ha previsto che la laurea specialistica in Architettura ed Ingegneria Civile - classe 4/S (nuovo ordinamento) costituisce titolo idoneo per l’ammissione agli esami di Stato per l’abilitazione sia all’esercizio della professione di ingegnare, che a quella di architetto; ma nulla ha disposto in tal senso per le lauree in Architettura vecchio ordinamento, che sotto questo profilo non sono menzionate come titolo idoneo per l’accesso agli esami di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione. Il senso di tale omissione e conseguente esclusione si precisa alla stregua di quanto disposto dall’art. 8 dello stesso DPR n. 328/2001 e dalle note di applicazione contenute nella nota n. 2126 del 22.5.2002 del MIUR, la quale, per un verso, ha voluto sottolineare che “per coloro che sono in possesso di titoli rilasciati secondo l’ordinamento previgente … tutti i titoli che precedentemente davano la possibilità di accedere ad uno specifico esame di Stato continuano ad essere titoli validi per l’accesso allo stesso, secondo quanto previsto dall’art. 8 del DPR n. 328/2001”; e, per altro verso, ha voluto precisare che “al contrario le lauree … del previgente ordinamento non costituiscono titolo idoneo per sostenere i nuovi esami, a meno che non esistano espresse previsioni in tal senso nel DPR n. 328/2001 …”. L’orientamento così formulato risulta riaffermato sia dal D.L. n. 107/2002 (conv. in legge n. 173/2002) contenente “Disposizioni urgenti in materia di accesso alle professioni”, sia, poi, dall’art. 7 dell’Ordinanza del MIUR 22.1.2007 per le due sessioni di esami di Stato per il 2007, dove si è ribadito che “i possessori di titoli conseguiti secondo l’ordinamento previgente alla riforma … svolgono le prove degli esami di Stato secondo l’ordinamento previgente al decreto del Presidente della Repubblica 5 giugno 2001 n. 328”. La formulazione  di questa disciplina  attesta con ragionevole evidenza il tipo di problema che essa ha inteso risolvere, e cioè quello di consentire l’ammissione agli esami di abilitazione dei soggetti in possesso di titoli di studio rilasciati secondo il vecchio ordinamento, che in tal modo non dovranno subire alcun pregiudizio a seguito della riforma del sistema universitario circa le pregresse possibilità professionali che i vecchi titoli gli garantivano. La disciplina de qua, dunque, nel passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento degli studi universitari, ha inteso risolvere essenzialmente un problema di salvaguardia dei titoli di vecchio ordinamento, ma non quello di equiparare in via di principio percorsi di studio e professionali che viceversa si vuole in via di principio tenere distinti. In questo senso, infatti, depone la più attenta giurisprudenza del Consiglio di Stato citata dalla difesa della parte appellante, sia quando, in un caso particolare, ha escluso che “il diploma di laurea in biotecnologie mediche conseguito in base all’ordinamento previgente … che non dava accesso alla professione di biologo nel precedente ordinamento, tantomeno lo consente nel sistema disciplinato dal DPR n. 328/2001 ...”; sia quando ha voluto ribadire che l’art. 8 del DPR n. 328/2001 costituisce “una disposizione di salvaguardia, che proprio perché diretta a conservare il valore dei titoli di studio del passato ordinamento didattico non può attribuire a detti titoli un valore maggiore di quello che era loro proprio” (Cons. Stato, VI, n. 1548/2007).

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venerdì 29 giugno 2012 09:11

Concorsi pubblici: il criterio di preferenza fondato sull’età e' applicabile solo quando, all’esito delle operazioni di valutazione dei titoli e delle prove, vi siano casi di ex aequo fra i candidati

Consiglio di Stato

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Nel giudizio in esame la Provincia di Salerno bandiva un concorso pubblico per la selezione di n. 3 funzionari direttivi tecnici dell’ambiente. All’esito di tale procedura due candidati ottenevano lo stesso punteggio finale, entrambi in posizione utile per l’assegnazione del terzo posto messo a concorso. Tra i due candidati veniva dichiarato vincitore quello di più giovane d’età, in ritenuta applicazione del disposto dell’art. 3, comma 7, della legge n. 127/1997. La graduatoria finale di approvazione del concorso veniva quindi impugnata dall'altro candidato innanzi al TAR il quale ha ritenuto che l’Amministrazione Provinciale avesse omesso di valutare i titoli di preferenza di cui all’art. 5, comma 4, del D.P.R. 487/1994, dichiarati dallo stesso ricorrente nella domanda di partecipazione al bando di concorso. In particolare, secondo il T.A.R., l’Amministrazione Provinciale applicando non correttamente il disposto dell’art. 3, comma 7, della legge n. 127/1997, non aveva considerato che il criterio di preferenza fondato sull’età sarebbe applicabile solo quando, all’esito delle operazioni di valutazione dei titoli e delle prove, si fossero presentati casi di ex aequo fra i candidati di guisa che la più giovane età non poteva essere ritenuta prevalente, rispetto al titolo di preferenza dichiarato dall'altro candidato nella domanda di partecipazione al concorso di coniugato con figli a carico, titolo questo previsto al n. 18 del comma 4 dell’art. 5 del D.P.R. citato. Appellata la sentenza, il Consiglio di Stato, dopo aver richiamato la normativa vigente in materia, ha rigettato l'appello rilevando che il criterio della minore età viene introdotto nell’ordinamento quale elemento preferenziale nel reclutamento nel pubblico impiego, a parità di merito e degli altri titoli (di preferenza indicati nel comma 4 dell’art.5). Né il legislatore, né la Corte Costituzionale hanno d’altra parte messo in forse la vigenza del comma 4 dell’art. 5 del D.P.R. 487/1994, che elenca i titoli di preferenza valutabili con precedenza rispetto alla preferenza accordata, in via subordinata dal successivo comma 5. Tra i titoli di preferenza valutabili al n. 18 del comma 4 sono presi in considerazione il numero dei figli a carico del candidato, indipendentemente di un rapporto di coniugio esistente. Come correttamente ritenuto dal TAR, l’Amministrazione Provinciale, nell’approvare la graduatoria finale del concorso aveva l’obbligo di valutare i titoli di preferenza di cui al comma 4 dell’art. 5 del D.P.R. 487/1994 e, nel caso di interesse, il titolo previsto al n. 18 del comma 4 e cioè lo stato di soggetto con figli a carico del candidato. Le fattispecie relative alla minore età e al servizio prestato in amministrazione diversa da quella che ha bandito il concorso, non dovevano invece essere oggetto di considerazione, in quanto previste dal successivo comma 5 dell’art. 4 e quindi solo eventuali.

Consiglio di Stato

 
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domenica 24 marzo 2013 08:26

Dipendenti della P.A.: borse di studio per la partecipazione a Master e Corsi universitari di perfezionamento

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

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Pubblicati i bandi INPS in favore dei dipendenti della Pubblica amministrazione e dei loro figli. Il Ministero rende noto che nell’ambito delle iniziative Homo Sapiens Sapiens, azioni a sostegno della formazione universitaria, post universitaria e professionale, l’INPS Gestione Ex INPDAP seleziona, a livello nazionale e internazionale, Master Universitari di primo e secondo livello e Corsi Universitari di Perfezionamento, nonché Master o Corsi formativi equivalenti promossi da Atenei stranieri, di specifiche caratteristiche qualitative e ad elevate opportunità occupazionali, al fine di permetterne la partecipazione ai propri utenti. Attraverso specifici bandi, l'INPS mette a disposizione borse di studio in favore dei dipendenti della Pubblica amministrazione, iscritti alla Gestione ex INPDAP, e dei giovani figli e orfani di iscritti e di pensionati della medesima Gestione ex INPDAP, a copertura integrale o parziale dei costi di partecipazione. Nell'ambito delle diverse iniziative formative in corso di attivazione, viene segnalato in particolare il Master di primo livello "Lavorare nel Non Profit: Management, Comunicazione e Finanza", promosso dall'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, la cui scadenza per le iscrizioni è prorogata al prossimo 3 aprile. Per visualizzare i bandi cliccare sul titolo sopra linkato.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

 
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mercoledì 24 settembre 2014 01:17

Accesso ai documenti: il Consiglio di Stato interviene sul rapporto tra diritto di cronaca nell’esercizio dell’attività giornalistica e diritto di accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 22.9.2014

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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza in esame evidenzia come in linea generale, ferma restando la delicatezza della questione riguardante il rapporto tra diritto di cronaca nell’esercizio dell’attività giornalistica e diritto di accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione, la Sezione è ben consapevole del particolare valore che assume la libertà di informazione (Corte Costituzionale nn.126/95; idem 225/1077 e 105/1972), così come è ben a conoscenza di un preciso orientamento giurisprudenziale di questo stesso consesso (sentenza Sez. VI 5 marzo - 6 maggio 1996 n.570) circa la posizione qualificata e differenziata della stampa in relazione alla conoscenza degli atti detenuti dalla pubblica Amministrazione. Parimenti, sempre in linea di principio , vanno rammentati i nuovi approdi dell’ordinamento comunitario in subjecta materia circa una compiuta evoluzione verso una società dell’informazione e della conoscenza (cfr Direttiva 2003/98/CE) . Ciò preliminarmente precisato, occorre però pur sempre tener presente l’ambito soggettivo e quello oggettivo prescritti dalla legge entro i quali va riconosciuta la tutela sottesa all’accesso, presupponendo, un siffatto diritto (art.22 della legge n.241/90 - legge sul procedimento amministrativo e art.2 comma 1 del DPR n.352/92 - regolamento di attuazione) un interesse personale e concreto , strumentale all’accesso, in quanto volto alla tutela di situazioni giuridicamente rilevanti (in tal senso Cons. Stato VI 13/7/2000 n.2109; idem 22/5/1998 n.820). Ora, se in linea di principio non si può equiparare la posizione di una testata giornalistica o di un operatore della stampa a quella di un qualunque soggetto giuridico per quanto attiene al diritto di accesso ai documenti amministrativi, nondimeno,nella specie non è consentito dilatare l’ambito applicativo della normativa di tipo garantista di cui al citato art.22 della legge n.241/90 nei confronti del sig. *ove si consideri che : a) il numero dei documenti variamente chiesti di conoscere nonché la genericità della richiesta avanzata alle Amministrazioni complessivamente coinvolte nella vicenda lasciano intravvedere un intento che si pone al di fuori della portata della norma di cui al citato art.22, e cioé quello di esercitare un controllo generalizzato sull’attività della P.A. il che equivale a introdurre una inammissibile azione popolare sulla trasparenza dell’azione amministrativa; b) chiedere genericamente atti e documenti riguardanti “l’organizzazione, le attività, le competenze e le attribuzioni delle Autorità coinvolte” vuol dire formulare istanze che , in definitiva si estendono indiscriminatamente ad atti e documenti che possono essere del tutto indifferenti ai fini della richiesta, tramutandosi la domanda di conoscenza in un aggravamento dell’attività amministrativa, senza che possa essere non consentito, tenuto conto agli interessi (pubblici e privati) coinvolti; c) nella specie l’esercizio del diritto di cronaca viene in rilievo non in quanto tale oggettivamente, ma nella misura in cui è strumentale ad altra finalità, quella di reperire materiale documentale utile alla difesa in giudizio e se così è, il diritto d’accesso non può non essere limitato a quei documenti (esattamente individuati dal Tar in sede di accoglimento parziale) correlati direttamente alla situazione giuridicamente rilevante (il diritto di difesa) e per la quale sussiste l’esigenza concreta ed attuale di accordare la relativa tutela (Cons. Stato Sez. VI 2/3/2003 n.1122), senza che possa parlarsi di quale che sia la lesione al diritto di informazione d) il giornalista- pubblicista può attingere conoscenza degli atti e documenti non strettamente funzionali al diritto di difesa e rientranti nel concetto di informazioni da rendersi all’opinione pubblica attraverso lo strumento informatico di consultazione di dati e notizie presenti sui siti istituzionali esistenti. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 22.9.2014

 
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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza in esame evidenzia come in linea generale, ferma restando la delicatezza della questione riguardante il rapporto tra diritto di cronaca nell’esercizio dell’attività giornalistica e diritto di accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione ... Continua a leggere

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mercoledì 12 dicembre 2012 14:10

La laurea specialistica o il diploma di laurea in «ingegneria civile» sono equipollenti a quella quinquennale in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»?

Consiglio di Stato

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Nel giudizio in esame l’unica questione sottesa al gravame in trattazione consiste nello stabilire se la laurea specialistica (nel nuovo ordinamento universitario) o il diploma di laurea (nel previgente ordinamento universitario) in «ingegneria civile» siano equipollenti ex lege a quella in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» in relazione all’accesso ai pubblici concorsi. Si premette che in base al d.m. 28 novembre 2000 ed all’art. 4 del d.m. n. 509 del 1999, la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» appartiene alla classe 38/S (G.U. 23 gennaio 2001 n.18), e quella in «ingegneria civile» alla classe 28/S; mentre il diploma di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» era disciplinato dalla Tabella XXIX del r.d. n. 1652 del 30 settembre 1938, come modificata dal d.m. 22 maggio 1995, che lo distingueva dal diploma di laurea in «ingegneria civile». Il Consiglio di Stato dopo aver richiamato i principi giurisprudenziali valevoli in termini di regole generali precisa poi, in relazione ai titoli di studio conseguibili a conclusione dei corsi di studio in ingegneria nel sistema ante-riforma (cfr. d.m. n. 509 del 1999 che lo ha messo a regime), che: a) il corso di laurea quinquennale in «ingegneria per l’ambiente e il territorio», operante presso svariate università già dai primi anni ’90 ha assicurato una formazione differenziata rispetto a quella del corso di laurea in «ingegneria civile»: mentre infatti il primo ha fornito (e fornisce) specifiche competenze di natura geologica, chimica ambientale e tecnologica su processi, macchine e tecniche di scavo ed intervento sul territorio, nonché conoscenze ed esperienze sulle tecniche di misura di parametri geologici ed ambientali, attribuendo al laureato specifiche competenze in materia di progettazione di un sistema complesso, costituito dall’opera e dalla sua interazione con l’ambiente circostante, la formazione dell’ingegnere civile è stata focalizzata (e si focalizza) sulla singola opera, si da consentire al laureato di risolvere le problematiche connesse alla progettazione, realizzazione e gestione di edifici civili ed industriali nonché di infrastrutture (ponti, strade, gallerie, ecc.) che rispondano alle esigenze di trasformazione e sviluppo della società; b) oltre ai decreti interministeriali del 7 maggio 1992 e 25 maggio 1991, che hanno equiparato espressamente il corso di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» ai corsi di laurea in «ingegneria forestale e in ingegneria mineraria», non è dato rinvenire alcuna altra norma che, come sostenuto dall’appellante, abbia equiparato il corso di laurea in «ingegneria civile» a quello in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»; c) la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente o il territorio», classificata in classe 38/S si è aggiunta, e non ha sostituito il già esistente corso di laurea in «ingegneria ambientale», di durata quinquennale, istituito con d.P.R. 20 maggio 1989 (tanto che, ancora oggi, è possibile conseguire il diploma di laurea in tale corso di studi e, in aggiunta, la laurea specialistica nella stessa materia); di conseguenza, non può in alcun modo ritenersi che, per il periodo precedente alla riforma, il corso di laurea in «ingegneria civile» potesse essere considerato un percorso di formazione onnicomprensivo o, detto in parole più semplici, una sorta di contenitore generale atto a recepire la preparazione e le competenze specifiche, successivamente andate a confluire nei singoli corsi di laurea specialistici e nelle c.d «lauree magistrali». A diverse conclusioni non si perviene in relazione ai titoli di studio conseguibili a conclusione dei corsi di studio in ingegneria nel sistema post – riforma (successivamente, cioè al d.m. n. 509 del 1999); invero: a) il d.m. 5 maggio 2004 ha stabilito la sola equipollenza fra: I) il diploma di laurea in «ingegneria civile» e la laurea specialistica appartenente alla classe 28/S (ovvero quella in «ingegneria civile»); II) il diploma di laurea in «ingegneria per l’ambiente e il territorio» e la classe delle lauree di livello specialistico 38/S, ovvero la laurea specialistica in «ingegneria per l’ambiente e il territorio»; b) la medesima separazione si registra, in relazione alle lauree magistrali introdotte dal d.m. n. 270 del 22 ottobre 2004, avuto riguardo alla laurea magistrale in «ingegneria civile» inserita nella classe di laurea magistrale LM 23 ed a quella ambientale divisata dalla classe di laurea LM 35 (cfr. parere del C.U.N. prot. n. 613 del 23 aprile 2009); c) è irrilevante l’equiparazione dei due corsi di laurea effettuata con d.m. 4 agosto 2000; tale equiparazione, infatti può valere solo con riferimento ai due corsi di laurea (ora divenuti triennali) nella medesima classe e si giustifica in virtù della contemporanea introduzione di corsi di laurea specialistici, di durata biennale, da frequentare successivamente, atti a consentire agli studenti già laureati l’acquisizione di ulteriori e specifiche competenze (che nel sistema previgente potevano essere ottenuti – seppur a un livello “inferiore”- mediante la frequenza dei due diversi corsi di «ingegneria civile e ingegneria per l’ambiente e il territorio» ciascuno caratterizzato da proprie peculiarità); l’equiparazione, pertanto, non può estendersi alle lauree specialistiche quinquennali (il cui possesso è richiesto dal bando a pena di esclusione); d) parimenti irrilevante è il richiamo al d.P.R. n.328 del 2001 che, con riferimento all’iscrizione all’Albo degli ingegneri, accomuna nella sezione A, settore a), le lauree in «ingegneria civile ed ambientale»; si tratta all’evidenza di equiparazione operata, da una norma regolamentare, a fini del tutto diversi da quelli propri dell’ordinamento universitario unico abilitato a classificare il valore dei titoli di studio; invero, come si evince dal combinato disposto degli artt. 2, 7 e 47 del d.P.R. n. 328 cit.: I) per l’iscrizione alla sezione A degli Albi degli ingegneri è necessario superare specifico esame di Stato cui si accede solo dopo aver conseguito il titolo di laurea specialistica; II) per l’ammissione all’esame di Stato, i titoli universitari conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello hanno identico valore se appartenenti alla medesima classe; III) le classi 28/S – ingegneria civile e 38/S – ingegneria per l’ambiente e per il territorio sono diverse e sono accomunate nel superiore settore a) «civile e ambientale» (unitamente alla classe 4/S – architettura e ingegneria edile), ai soli fini dell’ammissione all’esame di Stato; e) irrilevante, infine, deve ritenersi anche il parere di equipollenza espresso dal C.U.N. in quanto non solo si tratta di parere generico e di data antecedente a successive determinazioni del M.I.U.R sul medesimo concorso ma, in ogni caso, di mera valutazione proveniente da autorità amministrativa e non di fonte normativa, dotata della forza giuridica sufficiente ad integrare le prescrizioni della procedura di selezione come richiamate dal bando (che come è noto ha valore di lex specialis), il quale espressamente rinvia, nel caso in esame, a titoli equipollenti esclusivamente ex lege.

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mercoledì 12 marzo 2014 21:40

Corsi di Laurea in ‘Odontoiatria e protesi dentaria’: no del Consiglio di Stato all'iscrizione ‘per saltum’ al secondo anno dei corsi di studio di laureati in medicina e chirurgia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI

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Giunge alla decisione del Collegio il ricorso in appello proposto dal Ministero per l’Istruzione, l’università e la ricerca avverso la sentenza del T.A.R. per la Lombardia con cui è stato accolto il ricorso proposto da due laureati in Medicina e chirurgia e, per l’effetto, è stato annullato il diniego loro opposto dall’Università degli Studi dell’Insubria all’iscrizione diretta al secondo anno del corso di studi della Facoltà di odontoiatria. L’appello è fondato. Va premesso al riguardo che i ricorrenti in primo grado, laureati in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze, avevano presentato istanza di iscrizione diretta al secondo anno del corso di laurea in Odontoiatria in base alla previsioni di cui al d.P.R. 28 febbraio 1980, n. 135 (recante ‘Istituzione del corso di laurea in odontoiatria e protesi dentaria presso la facoltà di Medicina e Chirurgia’). E’ noto al riguardo che il decreto in questione, nel prevedere l’istituzione del richiamato Corso di laurea, aveva altresì aggiunto, nell’ambito del R.D. 30 settembre 1938, n. 1652 (‘Disposizioni sul’ordinamento didattico universitario’) la tabella XVIII-bis (rubricata, appunto, ‘Laurea in odontoiatria e protesi dentaria’). La tabella in questione disponeva in effetti la possibilità per i laureati in Medicina e Chirurgia di ottenere l’iscrizione diretta al secondo anno del corso di laurea in Odontoiatria (“Per il trasferimento degli studenti iscritti al corso di laurea in medicina e chirurgia le abbreviazioni di corso non possono superare l'ammissione oltre il secondo anno, subordinatamente al numero di posti resisi disponibili all'inizio del secondo anno (…)”. Ora, se per un verso è vero che il pregresso sistema di cui al d.P.R. 135 del 1980 consentiva tale particolare forma di iscrizione ‘per saltum’ alla sola condizione della sussistenza di posti vacanti rispetto alla programmazione annuale, è pur vero che il sistema stesso di cui al medesimo d.P.R. 135 è stato profondamente inciso dalla riforma in tema di accesso programmato al corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria di cui alla l. 2 agosto 1999, n. 264 (recante ‘Norme in materia di accessi ai corsi universitari’). Tale nuovo sistema, nell’introdurre in modo generalizzato un regìme di ‘numero chiuso’ volto all’ottimizzazione dei posti disponibili per l’accesso alla Facoltà di Odontoiatria, ha determinato il superamento dei pregressi regìmi di vantaggio, fra cui quello di cui al d.P.R. 135, cit., espressamente richiamato dagli odierni appellati. Sotto tale aspetto deve essere qui puntualmente confermato il contenuto dell’ordinanza cautelare della Sezione, n. 2553 del 23 magio 2006 (correttamente richiamato dalla Difesa erariale), con cui si è affermato che la disciplina in tema di accesso programmato al corso di laurea in ‘Odontoiatria e protesi dentaria’, previa procedura selettiva dei soggetti interessati, ha esplicato effetto abrogativo di ogni pregressa disposizione in ordine alle modalità di iscrizione al corso di laurea in parola, ivi compresa quella inerente al canale di accesso per i laureati in medicina e chirurgia. Del resto, la giurisprudenza di questo Consiglio ha già avuto modo di escludere che il rapporto fra il pregresso sistema di cui al d.P.R. 135 del 1980 e quello di cui alla successiva legge n. 264 del 1999 possa essere governato dal principio di specialità (‘lex posterior generalis non derogat priori speciali’). Al riguardo si è affermato che la normativa di cui al d.P.R. 135 del 1980 si limita a disciplinare l'iscrizione ad un nuovo Corso di laurea di soggetti già laureati e che abbiano già superato esami contemplati nell'ordinamento del nuovo Corso, consentendo la possibilità di un'iscrizione diretta al secondo anno, o superiore, previo riconoscimento degli esami sostenuti (Cons. Stato, VI, 14 novembre 2003, n. 7278). Del tutto diverso è l'ambito di applicazione della legge n. 264 del 1999 che attiene alla programmazione degli accessi a taluni Corsi di laurea per i quali è reputato necessario fissare un "numero chiuso" di iscrizioni, onde garantire standard formativi adeguati, in conformità anche a quanto stabilito dalle direttive comunitarie. Non v'è dunque tra le due normative poste a confronto un rapporto di genere e specie, mancando affatto un comune denominatore, e non sussistono pertanto i presupposti per applicare il principio della prevalenza della norma speciale su quella generale (ivi). La richiamata giurisprudenza di questo Consiglio ha altresì chiarito che la novella del 1999 ha istituito un sistema volto a valutare l’attitudine per l’ammissione a un certo corso di laurea, ma pur sempre in funzione della definizione del numero ottimale di iscritti nei vari anni di corso. La richiamata giurisprudenza ha quindi chiarito che, questa essendo la finalità della legge, “[è] palese che il problema dell'accesso programmato prescinde totalmente dal "curriculum" percorso dallo studente ed è perciò irrilevante, ai fini di stabilire il numero ottimale per la frequenza del corso, che si tratti di studente già in possesso di una laurea in Medicina e Chirurgia” (sentenza n. 7278 del 2003, cit.). Il Collegio non rinviene nel caso di specie ragioni sistematiche o fattuali per discostarsi da quanto stabilito dalla richiamata giurisprudenza. Pertanto, i ricorrenti in primo grado non avrebbero avuto alcun titolo alla più volte richiamata iscrizione ‘per saltum’ al secondo anno del corso di studi. Sotto tale aspetto, il richiamo alla sussistenza o meno di posti in organico (al quale risultava limitato – e in modo effettivamente discutibile – il diniego di iscrizione impugnato in primo grado) non sortiva alcun effetto ai fini della spettanza del vantato titolo all’iscrizione al corso di laurea.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI

 
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domenica 6 aprile 2014 12:44

Consulenza dei dipendenti pubblici: il problema della retribuibilità accessoria per la consulenza di parte, prestata in favore dell’Amministrazione, dal dipendente in procedimenti arbitrali

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 14.3.2014

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Nel giudizio in esame il ricorrente e appellante, dipendente del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato con il IX livello funzionale, ha impugnato innanzi il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio le determinazioni di rigetto della sua richiesta di intesa ad ottenere la liquidazione delle competenze professionali per la consulenza di parte, prestata in favore dell’Amministrazione medesima in procedimenti arbitrali. Il Consiglio di Stato ha rilevato come nel contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto ministeri non v’è una disposizione che indichi la possibilità per l’amministrazione di appartenenza di nominare periti. Dovrebbe quindi semplicemente inferirsene che nessun dipendente potrebbe mai essere nominato perito. La potestà di nominare un perito ha in realtà fondamento nell’art. 61, secondo comma, d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, invocato dal medesimo ricorrente ed estraneo alla disciplina contrattuale, che non pone limite alla scelta dell’amministrazione, né in ordine alla qualifica posseduta, né in ordine all’esperienza acquisita. In ogni caso poi, quanto dedotto dal ricorrente circa la limitata rilevanza della propria attività lavorativa, da valutarsi solo all’interno della amministrazione, è contraddetto dalle stesse previsioni contrattuali invocate, le quali, nelle specifiche professionali, indicavano la possibilità di trattenere “relazioni esterne”. Un problema di retribuibilità accessoria potrebbe porsi solo quando tra le mansioni svolte all’interno dell’amministrazione e il contenuto dell’incarico non vi fosse alcuna attinenza. Nel caso di specie, invece, il ricorrente è stato nominato consulente nei procedimenti arbitrali e giurisdizionali proprio perché in qualità di dipendente aveva trattato le relative questioni. La circostanza, pure dedotta, che l’attività sia stata svolta fuori dell’orario di servizio e in località di versa dalla sede di servizio, è tema che esula dal presente giudizio, dove si richiede un compenso ancorato alle tariffe professionali invece di soli imborsi o indennità di missione. Per approfondire cliccare su "Accedi al provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 14.3.2014

 
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Nel giudizio in esame il ricorrente e appellante, dipendente del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato con il IX livello funzionale, ha impugnato innanzi il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio le determinazioni di rigetto della sua richiesta di intesa ad ottenere la ... Continua a leggere

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venerdì 6 giugno 2014 17:55

Concorsi pubblici: la problematica dell'equipollenza dei titoli professionali e l'esclusione in particolare per quella di "infermiere generico” con quella dell’ “ausiliario – operatore socio assistenziale” (ASA o OSA) ovvero dell’OTA, dell’OSS o dell’OSSC

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 27.5.2014

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Il Consiglio di Stato ha ribadito nella sentenza in esame che il bando costituisce la lex specialis del pubblico concorso, da interpretare in termini strettamente letterali, con la conseguenza che le regole in esso contenute vincolano rigidamente l’operato dell'Amministrazione, obbligata alla loro applicazione senza alcun margine di discrezionalità: e ciò in forza sia dei principi dell’affidamento e di tutela della parità di trattamento tra i concorrenti, la quale sarebbe per certo pregiudicata ove si consentisse la modifica delle regole di gara cristallizzate nella lex specialis medesima, sia del più generale principio che vieta la disapplicazione del bando quale atto con cui l’amministrazione si è originariamente auto vincolata nell’esercizio delle potestà connesse alla conduzione della procedura selettiva (così, ad es., Cons. Stato, Sez. V, 10 aprile 2013 n. 1969). Da ciò discende pertanto discende che le clausole del bando di concorso per l’accesso al pubblico impiego non possono essere assoggettate a procedimento ermeneutico in funzione integrativa, diretto ad evidenziare in esse pretesi significati impliciti o inespressi (così, ad es., Cons. Stato, Sez. V, 19 novembre 2012 n. 5825), ma vanno interpretate secondo il significato immediatamente evincibile dal tenore letterale della parole e dalla loro connessione (cfr. art. 12, primo comma, disp. prel. cod. civ.). Soltanto qualora il dato testuale presenti evidenti ambiguità deve essere prescelto dall’interprete il significato più favorevole all’ammissione del candidato alle prove, essendo conforme al pubblico interesse - e sempreché non si oppongano a ciò interessi pubblici diversi e di maggior rilievo - che alla procedura selettiva partecipi il più elevato numero di candidati (così, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. V, 10 novembre 2003 n.7134). Nel caso di specie, tuttavia, il su riportato punto 3, lett. g) del bando concorsuale, laddove inderogabilmente imponeva ai partecipanti di possedere il titolo di “ausiliario socio-assistenziale” senza contemplare equipollenze o deroghe al riguardo, introduceva nella lex specialis una disposizione normativa del tutto inequivoca nel suo significato letterale e, perciò, di stretta interpretazione, sia per la commissione giudicatrice, sia per questo stesso giudice, con conseguente impossibilità per l’interprete di utilizzare al riguardo le tecniche ermeneutiche dell’estensione e dell’analogia (cfr. artt. 14 e 12 disp. prel. cod. civ.). Per il vero, la giurisprudenza afferma pure che, nell’evenienza di mancata specificazione di equipollenza tra titoli professionali richiesti per l’ammissione al pubblico concorso - e, quindi, di univoca ed espressa volontà della P.A. di limitare l’accesso ai soli titoli indicati nella lex specialis - le previsioni del bando medesimo debbano essere integrate dall’interprete nel senso di consentire la partecipazione per i possessori di titoli equipollenti ex lege: ma ciò, per l’appunto, avviene nelle sole ipotesi in cui si rinvengano nell’ordinamento norme di legge cc.dd. “autoesecutive” , le quali puntualmente e direttamente sanciscano l’equipollenza tra i titoli anzidetti, e non necessitino pertanto per la loro concreta applicazione dell’intermediazione di altre disposizioni normative dello stesso grado o di grado subordinato, ovvero di provvedimenti amministrativi (così Cons. Stato, Sez. V, 3 giugno 2010 n.3484). Sul punto necessita pertanto un’indagine sulla figura dell’ “infermiere generico” e sulle figure professionali ad esso contigue sviluppatesi nel tempo, al fine di acclarare se nell’ordinamento sussiste tra di esse un’equiparazione ex lege nel senso ora indicato. Come correttamente ha puntualizzato la stessa appellante, la disciplina della figura professionale dell’ “infermiere generico” si rinviene ab initio nella L. 23 giugno 1924 n. 1267 sulle arti ausiliarie delle professioni sanitarie e nel suo regolamento di esecuzione approvato con R.D. 31 maggio 1928 n. 334; essa peraltro è stata resa ben distinta e resa subordinata rispetto a quella dell’infermiere professionale dapprima per effetto dell’art. 4 del R.D. 2 maggio 1940 n. 100 (cfr. ivi: “L’attività degli infermieri generici dev’essere limitata alle seguenti mansioni, per prescrizione del medico, nell'ambito ospedaliero, sotto la responsabilità dell’infermiera professionale …”) e, poi, per effetto dell’art. 6 del D.P.R. 14 marzo 1974 n. 225 (cfr. ivi: “L’infermiere generico coadiuva l’infermiere professionale in tutte le sue attività e su prescrizione del medico provvede direttamente alle seguenti operazioni …”). La figura dell’infermiere generico è, ormai da tempo, divenuta di fatto “ad esaurimento”, come a ragione ha denotato dalla stessa appellante. Infatti, per effetto della progressiva attuazione all’interno del nostro ordinamento dell’Accordo europeo sull’istruzione e formazione delle infermiere, adottato a Strasburgo il 25 ottobre 1967 e reso operante nel nostro ordinamento con L.15 novembre 1973 n. 795, l’accesso alla qualifica di “infermiere professionale” è stato riservato ai soli titolari di diploma di laurea triennale in scienze infermieristiche, ferma peraltro restando l’equipollenza con la laurea medesima dei diplomi di “infermiere professionale” conseguiti nel precedente ordinamento presso le scuole infermieristiche già istituite presso gli enti ospedalieri (cfr. al riguardo la L. 19 novembre 1990 n. 341, l’art. 6, comma 3, del D.L.vo 30 dicembre 1992 n. 504 e succ. mod., l’art. 4 della L. 26 febbraio 1999 n. 42 nonché il D.M. 14 settembre 1994 n. 73). Tali scuole hanno quindi proseguito la loro attività secondo i programmi approvati ai sensi della L. 29 ottobre 1954 n. 1046 con D.M. 15 febbraio 1972 soltanto per la formazione degli infermieri generici, la cui utilizzazione nel contesto delle strutture del Servizio sanitario nazionale è progressivamente risultata recessiva, anche e soprattutto in dipendenza dell’incentivazione data dal legislatore alla riqualificazione del titolo di infermiere generico in quello di infermiere professionale mediante la frequenza di appositi corsi organizzati dalle Regioni ovvero presso le Università (cfr., rispettivamente, la L. 3 giugno 1980 n. 243, nonché l’art. 80, ultimo comma, della L. 11 luglio 1980 n. 312) e, da ultimo, dalla soppressione delle scuole anzidette disposta in via generale dall’art. 3 della predetta L. 243 del 1980. Nell’ambito personale non medico, è stata quindi istituita e collocata in posizione inferiore rispetto a quella dell’infermiere professionale una nuove figura di operatori professionali: l’ “operatore tecnico assistenziale” (OTA), istituito per effetto dell’art. 40, comma 3, del D.P.R. 28 novembre 1990 n. 384, con percorso formativo approvato con D.M. 26 luglio 1991 n.295 e affidato alle Regioni mediante corsi professionali organizzati ai sensi dell’art. 14 della L. 21 dicembre 1978 n. 845 per il tramite delle aziende sanitarie locali (cfr. art. 2 D.M. 295 cit.). Ai sensi del mansionario allegato al D.P.R. 384 del 1990, l’OTA svolge la propria attività sia all’interno delle strutture sanitarie, pubbliche che private coadiuvando l’infermiere professionale in tutte le attività assistenziali, dirette ed indirette, ed assicurando anche prestazioni di natura domestico alberghiera relative alla degenza, il trasporto dei materiali e attività igienico-sanitarie Inoltre, su prescrizione assicura interventi di natura assistenziale agli utenti direttamente per le attività che gli competono. Nel contempo, il riordino del sistema assistenziale pubblico e privato introdotto dalla L. 8 novembre 2000 n. 328 e dal D.L.vo 4 maggio 2001 n. 207 nonché dalla relativa legislazione regionale di attuazione e dalla sua separazione per effetto del D.M. 8 agosto 1985 con le strutture proprie del Servizio sanitario nazionale (ma comunque con esse correlato in sede di distretto socio sanitario: cfr. artt. 3-quater e 3-quinquies del D.L.vo 20 dicembre 1992 n. 502, aggiunti per effetto dell’art. 3, comma 1, del D.L.vo 19 giugno 1999 n. 229) ha parimenti favorito l’istituzione di nuove figure professionali operanti nelle strutture assistenziali pubbliche e private accreditate: e ciò in evoluzione a quella, risalente nel tempo, dell’ “ausiliario socio-assistenziale” (ASA), poi correntemente denominato “operatore socio-assistenziale” (OSA), istituito ab origine nell’ambito sanitario con D.M. 10 febbraio 1984 quale figura “nuova atipica” o di “dubbia iscrizione” nei ruoli del personale del S.S.N. ai sensi dell’art. 1, quarto comma, del D.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761 ma ben presto diffusosi rapidamente nelle strutture pubbliche e private accreditate con mansioni di assistenza non infermieristica per le persone anziane ivi ospitate. Si tratta, in particolare, dell’ “Operatore socio-sanitario” (OSS), istituito per effetto dell’art. 3-octies del D.L.vo 502 del 1992 come introdotto dall’art. 3, comma 1, del D.L.vo 19 giugno 1999 n. 229 e modificato dall’art. 8, comma 3, lettera e), del D.L.vo 28 luglio 2000 n. 254. Il percorso formativo di tale figura professionale è stato disciplinato con provvedimento dd. 22 febbraio 2001 adottato in sede di Conferenza permanente Stato – Regioni. La figura medesima riunisce la professionalità dell’operatore assistenziale con nozioni sanitarie di base proprie dell’OTA; essa – anzi - solitamente proviene dall’evoluzione formativa dell’OTA estesa anche all’ambito socio-assistenziale. Tale personale, dopo aver completato una specifica formazione professionale organizzata dalle Regioni, svolge attività indirizzata all’assistenza diretta e di supporto all’utente sia ricoverato che presso il suo domicilio o presso strutture residenziali pubbliche o private, su indicazione del personale medico e infermieristico professionale. Ulteriore evoluzione dell’OSS è l’ “Operatore socio-sanitario complementare” (OSSC), figura sorta per effetto dell’art.1 del D.L. 12 novembre 2001 n. 402, convertito, con modificazioni, dalla L. 8 gennaio 2002 n.1, che conferma le disposizioni di cui all’anzidetto provvedimento della Conferenza Stato – Regioni e che prevede la stessa procedura per disciplinare la formazione complementare in assistenza sanitaria al fine di consentire all’OSS ulteriormente formato di collaborare con l’infermiere o con l’ostetrica e di svolgere alcune attività assistenziali in base all’organizzazione dell’unità funzionale di appartenenza e conformemente alle direttive dell’assistenza infermieristica o ostetrica, o comunque sotto la supervisione di tali figure sanitarie non mediche. Orbene, avuto riguardo a tutto ciò, la disamina dell’ordinamento consente di acclarare che nessuna disposizione di legge sancisce equiparazioni di sorta tra la figura professionale dell’ “infermiere generico” con quella dell’ “ausiliario – operatore socio assistenziale” (ASA o OSA) ovvero con quella dell’OTA, dell’OSS o dell’OSSC: e, in conseguenza di ciò, per l’interprete non risultava possibile all’epoca dei fatti di causa - né risulta possibile a tutt’oggi - integrare le previsioni del bando concorsuale che richieda quale requisito di partecipazione il diploma ASA (OSA), ovvero OTA, o OSS o OSSC nel senso di consentire anche ai titolari del diploma di “infermiere generico” di partecipare al relativo concorso. Essendo quindi il giudizio di equiparabilità dei relativi percorsi formativi devoluto al discrezionale apprezzamento dell’amministrazione che bandisce il concorso, avuto riguardo - anche, e soprattutto - alle proprie concrete esigenze assistenziali, ne consegue che la mancata considerazione nella lex specialis delle aree di sovrapposizione tra le competenze proprie dell’ “infermiere generico” con quelle proprie delle predette nuove figure di operatori socio-assistenziali può, ove del caso, legittimare l’ “infermiere generico” medesimo ad impugnare sul punto la “lex specialis” anzidetta, richiamandosi anche alla difformità della determinazione attuale della P.A. rispetto a quelle pregresse assunte in senso eventualmente diverso, ma non a chiedere al giudice amministrativo – in difetto di tale onere del deducente medesimo – di espletare al riguardo il proprio sindacato sulla clausola del bando non impugnata. Deve dunque per tutto ciò concludersi nel senso che il giudice di primo grado ha rettamente dichiarato inammissibili i tre primi motivi di ricorso ivi proposti. Va soggiunto che, come è ben noto, il giudice amministrativo ben può interpretare nel suo insieme il contenuto del ricorso innanzi a lui proposto, in modo da poter addivenire - sia pure attraverso un’operazione più o meno complessa d'interpretazione del suo testo, alla precisa individuazione del bene giuridico cui l’interessato tende e le ragioni a fondamento della pretesa (cfr. al riguardo, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. V, 20 agosto 2013 n. 4188), sempreché con tale operazione ermeneutica il giudice non si sostituisca al richiedente (cfr. ibidem): e, in tal senso, l’interpretazione costantemente data da questo giudice è nel senso dell’insufficienza dell’utilizzo delle mere formule di stile (come, per l’appunto, quella genericamente riferita ad “ogni atto presupposto, connesso e consequenziale”, nella specie usata nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado) per affermare che si era voluto espressamente chiedere l’annullamento di un determinato atto (cfr. sul punto, ad es., la già citata sentenza di Cons. Stato, Sez. VI, n. 4998 del 2011), soprattutto allorquando non sono state formulate puntuali censure su di esso. Per scaricare la sentenza clicca su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 27.5.2014

 
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Il Consiglio di Stato ha ribadito nella sentenza in esame che il bando costituisce la lex specialis del pubblico concorso, da interpretare in termini strettamente letterali, con la conseguenza che le regole in esso contenute vincolano rigidamente l’operato dell'Amministrazione, obbligata alla loro ... Continua a leggere

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venerdì 13 giugno 2014 10:47

Il Consiglio di Stato blocca i tentativi di eludere i test d'ingresso alle Università italiane con corsi di studio avviati all’estero

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

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Nella controversia in esame l’Università degli studi Tor Vergata e il Ministero dell’istruzione hanno impugnato innanzi al Consiglio di Stato la sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio che ha accolto il ricorso presentato da una studentessa avverso il diniego opposto dal rettore all’istanza di ammissione al quarto anno del corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia e in odontoiatria e protesi dentaria, previo trasferimento dall’ateneo Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana. La Sesta Sezione del Consiglio di Stato con sentenza n. 2829/2014 ha accolto l'appello ribadendo i principi sanciti dalla giurisprudenza (da ultimo, sez. VI, 22 aprile 2014, n. 2028) a tenore dei quali è legittima l’esclusione da un qualsiasi anno di corso degli studenti di università estere, che non superino la prova selettiva di primo accesso, eludendo con corsi di studio avviati all’estero la normativa nazionale (Cons. Stato, sez.VI, 15 ottobre 2013, n. 5015; 24 maggio 2013, n. 2866 e 10 aprile 2012, n. 2063). Tale disciplina prevede una programmazione a livello nazionale degli “accessi”, senza distinzione fra il primo anno di corso e gli anni successivi (art. 1, comma 1, e 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264, in rapporto alle previsioni del d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, recante la disciplina dell'autonomia didattica delle università): di conseguenza, è legittimo il bando impugnato in primo grado, che prevede per il rilascio di nulla osta al trasferimento da atenei straneri e per l’iscrizione agli anni di corso successivi al primo il superamento della prova nazionale, ed è legittimo anche il conseguente diniego di immatricolazione. Tale conclusione, valevole per la generalità dei casi in cui si tratti di trasferimento da ateneo straniero senza previo superamento dei test d’accesso in Italia, è tanto più evidente nel caso di specie, in cui il corso di studi è stato frequentato, sia pure con brillanti risultati, in un Paese non facente parte dell’Unione europea; né, in contrario, può valere l’accordo di collaborazione sottoscritto dall’Ateneo di Roma Tor Vergata con l’Università frequentata dalla ricorrente in primo grado, accordo al quale va riconosciuto valore di intesa per favorire lo sviluppo della formazione universitaria in Albania, ma non produce la parificazione tra i rispettivi percorsi di studi, come pretende l’interessata. Perciò, neppure il superamento del test di ammissione al corso di laurea in Albania, dalla stessa conseguito, può costituire titolo per l’ammissione al corrispondente corso italiano, posto che quel che rileva, come si è detto, è la coerenza con la disciplina nazionale e il conseguente superamento del concorso dalla stessa previsto. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 30.5.2014

 
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domenica 22 novembre 2015 10:24

Installazione di impianti di radiotelefonia: il Consiglio di Stato interviene sui divieti o limitazioni generalizzate contenuti nel Regolamento Comunale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 17.11.2015 n. 5260

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"Se è vero che dal punto di vista urbanistico i Comuni possono incidere sulla localizzazione degli impianti di telefonia mobile a patto che la regolamentazione non abbia l’effetto di vietare indiscriminatamente l’istallazione degli stessi su tutto il territorio comunale, tenendo anche conto della minimizzazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici, è altrettanto vero che i Comuni non possono introdurre nei piani regolatori e negli altri strumenti pianificatori –regolamento comunale per gli impianti – divieti o limitazioni generalizzate o, comunque, estese ad intere zone comunali con l’effetto di non assicurare i livelli essenziali delle prestazioni che l’Amministrazione è tenuta a garantire su tutto il territorio nazionale". È questo il principio sancito dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza n. 5260 del 17 novembre 2015 nella quale il Supremo Consesso ha evidenziato come tale affermazione derivi sia dell’art. 117, secondo comma, della Costituzione che riserva nelle materie di legislazione concorrente, la potestà legislativa alle Regioni, salva la determinazione dei principi fondamentali, spettante alla legislazione dello Stato, sia delle normative statali, medio tempore introdotte dal legislatore - L.n. 36/2001 e D.lgs. n. 259/2003 sulla disciplina delle comunicazioni elettroniche. Nella specie, inoltre, precisa il Collegio "non appare violato, come deduce il Comune,l’art. 8 dellaL. n. 36/2001, in quanto l’impugnato regolamento aveva previsto l’esclusione di ogni impianto per le classi “0” e “1” e cioè per tutte le zone, rispettivamente: del centro storico ad elevata densità edilizia ed abitativa, aree residenziali e di completamento, aree destinate ad attrezzature e servizi d’interesse generale ed insediamenti produttivi ed inoltre aree destinate ad uso prevalentemente residenziale caratterizzate da significativa densità edilizia ed abitativa. Ora dal contenuto della predetta elencazione emerge in modo fin troppo evidente, oltre la genericità della descrizione dei siti esclusi, anche una generalizzazione degli stessi, con riferimento alla loro effettiva estensione, tali, come afferma la decisione del Tar, da rendere del tutto incerti ed immotivati i criteri di localizzazione degli impianti, circoscritti e si potrebbe dire “confinati” ad aree destinate ad insediamenti produttivi e terziari".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 17.11.2015 n. 5260

 
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lunedì 1 luglio 2013 20:09

L'obbligo ex d.l. n. 95/2012 alla p.a. titolare della partecipazione o di poteri di indirizzo e vigilanza, di nominare propri dipendenti nei C.d.A. delle società partecipate non contrasta con il d.lgs n. 39/2013 e comporta che i nominandi membri del consiglio di amministrazione possono anche essere dirigenti, purché non investiti della carica di presidente con deleghe gestionali dirette o di amministratore delegato

Civit

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La Civit con la delibera n. 47/2013 interviene - in risposta ai numerosi quesiti di seguito riportati - a chiarire rispetto il rapporto tra le previsioni dell’art. 4 del d. l. n. 95/2012, convertito, con modificazioni, in l. n. 135/2012, e gli artt. 9 e 12 del d. lgs. n. 39/2013: "1. Nota del 5 giugno 2013 del Segretario generale della Provincia di Milano, con la quale si chiede, fra l’altro, se vi sia contrasto tra l’art. 4, commi 4 e 5 del d.l. 95/2012, che impone alla p.a. titolare della partecipazione o di poteri di indirizzo e vigilanza, di nominare propri dipendenti nei C.d.A. delle società partecipate, e gli artt. 9 e 12 del d.lgs. 39/2013, che prevedono ipotesi di incompatibilità tra incarichi e cariche in enti di diritto regolati o finanziati (art. 9), e tra incarichi dirigenziali interni e esterni e cariche di componenti degli organi di indirizzo nelle amministrazioni statali, regionali e locali (art. 12). 2. Nota del 30 maggio 2013 del Commissario Straordinario della Provincia Regionale di Catania, con la quale si pone la questione del coordinamento tra l’art. 4, commi 4 e 5 del d.l. 95/2012, che impone alla p.a. titolare della partecipazione o di poteri di indirizzo e vigilanza, di nominare propri dipendenti nei C.d.A. delle società partecipate, e gli artt. 9 e 12 del d.lgs. 39/2013, che prevedono ipotesi di incompatibilità tra incarichi e cariche in enti di diritto regolati o finanziati (art. 9), e tra incarichi dirigenziali interni e esterni e cariche di componenti degli organi di indirizzo nelle amministrazioni statali, regionali e locali (art. 12). 3. Nota dell’8 maggio 2013 del Segretario generale del Comune di Brescia, con la quale si sollevano problemi interpretativi e di coordinamento tra la disciplina prevista dall’art. 4, comma 5, del d.l. n. 95/2012 e gli artt. 9 e 12 del d.lgs. n. 39/2013. 4. Nota del 17 maggio 2013 del Presidente della Provincia di Savona, con la quale si chiede – alla luce delle difficoltà di coordinamento della disciplina prevista dall’art. 4, commi 4 e 5 del d.l. n. 95/2012 con il d.lgs. n. 39/2013 – se sia possibile conferire al Segretario generale della Provincia l’incarico di componente del consiglio di amministrazione in una società pubblica controllata dalla provincia medesima. 5. Nota del Segretario generale della Città di Alessandria, con la quale si sollevano problemi interpretativi e di coordinamento tra la disciplina prevista dall’art. 4, comma 5, del d.l. n. 95/2012 e gli artt. 9 e 12 del d.lgs. n. 39/2013. 6. Nota del 14 maggio 2013 del Segretario generale del Comune di Rovigo, con la quale si chiede un parere in ordine al rapporto fra art. 4, commi 4 e 5, d.l. n. 95/2012 e art. 12, comma 4, lett. c), d.lgs. n. 39/2013, con riferimento a organi collegiali di amministrazione in società partecipate. 7. Nota del 19 giugno 2013 del Segretario generale della Città di san Donà di Piave (VE), con la quale si segnala, fra l’altro, la questione del rapporto che intercorre tra il d.l. n. 95/2012 e il d.lgs. n. 39/2013;" RISPOSTA: "La Commissione, esaminate le richieste di parere sopra elencate, nelle quali viene segnalato un possibile contrasto tra le previsioni dell’art. 4 del d.l. n. 95/2012, convertito, con modificazioni, in l. n. 135/2012, e quanto previsto dagli artt. 9 e 12 del d. lgs. n. 39/2013, ha espresso il seguente avviso: “Premesso che, nel rapporto tra l’art. 4 del d. l. n. 95/2012 e gli artt. 9 e 12 del d. lgs. n. 39/2013, non si ha piena coincidenza degli enti interessati (è possibile che alcuni degli enti non rientrino nella previsione dell’art. 4), la Commissione ritiene che le norme in esame non si pongano, comunque, in diretto e integrale contrasto. Il d.l. n. 95/2012, infatti, prevede in generale l’obbligatorietà della nomina nei consigli di amministrazione di “dipendenti” senza specificarne qualifica o funzione, mentre il d. lgs n. 39/2013, con riferimento alle amministrazioni centrali, si occupa esclusivamente di dirigenti – salvo il caso di incarichi di funzione dirigenziale nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione (secondo quanto previsto dalle lettere j) e k) del comma 2 dell’art. 1 del d. lgs. n. 39/2013) – e, con riferimento agli enti locali, anche di incarichi dirigenziali affidati al personale non dirigente (ai sensi dell’art. 2, c. 2, d. lgs. n. 39/2013). Ne deriva che, con riferimento ai soggetti, un parziale contrasto tra le norme in esame può ravvisarsi per quanto riguarda la possibilità di nominare dirigenti in enti di diritto privato in controllo pubblico. A un attento esame, peraltro, il problema va affrontato non in termini di abrogazione delle disposizioni del d.l. n. 95/2012 o di loro integrale vigenza in base al richiamato principio di specialità, ma soltanto nel senso che la disciplina sopravvenuta (d. lgs. n. 39/2013) ha delimitato l’ambito soggettivo cui si riferiscono gli obblighi di nomina previsti dall’art. 4 del d.l. n. 95/2012; vale a dire che, nel caso dell’art. 4, comma 4, del d.l. n. 95/2012, i due nominandi membri del consiglio di amministrazione possono anche essere dirigenti, purché non investiti della carica di presidente con deleghe gestionali dirette o di amministratore delegato. Per quanto riguarda, poi, l’art. 4, comma 5, del d.l. n. 95/2012, si giunge a conclusioni analoghe, nel senso che, nel caso di cinque componenti, i tre designandi da parte delle amministrazioni non possono rivestire le summenzionate funzioni. A queste conclusioni, infatti, si può giungere sulla base delle considerazioni che seguono. L’art. 9, comma 1, del d. lgs. n. 39/2013 si applica a “incarichi e cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati”, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 1, comma 2, lett. e), del d. lgs. n. 39/2013, l’incompatibilità prevista riguarda esclusivamente le cariche di “presidente con deleghe gestionali dirette, amministratore delegato, le posizioni di dirigente, lo svolgimento stabile di attività di consulenza a favore dell’ente”. Alla luce di tale premessa deriva che, in base alla previsione dell’art. 9, non è preclusa la nomina dei soggetti ivi elencati, che non siano investiti di tali deleghe o funzioni, a componenti del consiglio di amministrazione degli enti. In una prospettiva solo in parte in parte diversa si pone il problema dell’incompatibilità prevista dall’art. 12 del d. lgs. n. 39/2013, con riferimento alle cariche negli enti di diritto privato in controllo pubblico. Per quanto riguarda il comma 1 del detto articolo, l’incompatibilità è limitata alle cariche di presidente e amministratore delegato; ed è da ritenere che il generico riferimento a “presidente” debba essere integrato con la previsione della titolarità di “deleghe gestionali dirette” (ai sensi della lettera e) dell’art. 1, comma 2, del d. lgs. n. 39/2013), come si può desumere, del resto, dall’abbinamento della carica di presidente con quella di amministratore delegato. In questo quadro, residua il problema dell’interpretazione della lettera c) del comma 4 dell’art. 12 del d. lgs. n. 39/2013. Tuttavia, sul piano della ricostruzione del sistema, alla Commissione sembra evidente che la carica di “componente di organi di indirizzo negli enti di diritto privato in controllo pubblico” ivi prevista coincide con la carica di presidente con delega e di amministratore delegato. In conclusione, la Commissione ritiene che le soluzioni sopra indicate e frutto di un primo esame consentono pienamente di realizzare un adeguato contemperamento tra l’esigenza di contenimento della spesa (art. 4, commi 4 e 5, d.l. n. 95/2012) (atteso che devono essere nominati due o tre componenti del C.d.A. scegliendoli, oltre che tra i dipendenti, anche tra i dirigenti, con il conseguente contenimento della spesa) e l’esigenza, perseguita dalla l. n. 190/2012 e dal legislatore delegato, di prevenire possibili casi di corruzione che potrebbero essere favoriti dal protrarsi nel tempo, in capo alle medesime persone, di funzioni di gestione e amministrazione presso l’ente conferente l’incarico e l’ente sottoposto a controllo, regolato o finanziato."

Civit

 
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La Civit con la delibera n. 47/2013 interviene - in risposta ai numerosi quesiti di seguito riportati - a chiarire rispetto il rapporto tra le previsioni dell’art. 4 del d. l. n. 95/2012, convertito, con modificazioni, in l. n. 135/2012, e gli artt. 9 e 12 del d. lgs. n. 39/2013: "1. Nota del 5 gi ... Continua a leggere

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martedì 18 febbraio 2014 20:40

False dichiarazioni sul possesso dei requisiti di partecipazione alle gare pubbliche: il Consiglio di Stato precisa che non vanno dichiarate le pronunce di condanna per cui è intervenuta la riabilitazione o l’estinzione del reato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 17.2.2014

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Nessuna esclusione dalla gara in caso di omessa dichiarazione di condanne per cui è intervenuta la riabilitazione o l’estinzione del reato, questo in sintesi il principio dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato che nella sentenza in esame ha evidenziato che se, in linea generale, le false dichiarazioni sul possesso dei requisiti necessari per la partecipazione a gare pubbliche, relativamente all'assenza di sentenze penali di condanna, si configurano come causa autonoma di esclusione dalla procedura comparativa, nondimeno l’art. 38, comma 1, lettera c), Cod. contr. pubbl., per cui “resta salva in ogni caso l’applicazione dell’articolo 178 del codice penale e dell’articolo 445, comma 2, del codice di procedura penale”; esprime un principio di diritto in base al quale non è giustificata l'esclusione dalla gara in caso di mancata dichiarazione:-- delle condanne per le quali sia intervenuta la riabilitazione ex art. 178 c.p. con pronuncia dichiarativa del tribunale di sorveglianza all’esito delle indagini concernenti, tra l’altro, la buona condotta del condannato e l’avvenuto risarcimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato(ex art. 179 c.p.); ovvero-- delle pronunce di patteggiamento per le quali sia decorso il prescritto periodo di tempo (dei cinque anni o due anni rispettivamente per delitti o contravvenzioni) senza che l’imputato abbia commesso altro reato della stessa indole.E’ dunque evidente il chiaro intento del legislatore di estendere inequivocabilmente alla materia dei requisiti generali per la partecipazione alle gare d’appalto anche gli effetti -- di estinzione delle pene accessorie ed ogni altro effetto penale della condanna – conseguenti al sopravvenire di una pronuncia della riabilitazione ai sensi dell'art. 178 c.p. e dell’estinzione di cui al 445. II co c.p.p (cfr. anche Consiglio di Stato, Sez. V 25/01/2011 n. 5139).Di conseguenza, una volta affermata l’irrilevanza delle suddette condanne ai fini dell’art. 38 del d.lgs n. 163 cit. deve coerentemente concludersi per l’inesistenza di un obbligo di dichiarare le pronunce di condanna per cui è intervenuta la riabilitazione o l’estinzione del reato, in quanto da tale dichiarazione non avrebbe comunque potuto sortire alcuna conseguenza sul piano procedimentale.L'art. 38, comma 1, lett. c) del d.lgs. n. 163/2006, nel far salvo in ogni caso l'applicazione dell'art. 178 del c.p., comporta dunque che, nel caso, debba essere esclusa la legittimità della disposizione del punto 3, lett. h), del disciplinare di gara, nei limiti dell’interesse della ricorrente, nella parte relativa alla necessità di dichiarare le sentenze per le quali siano intervenuti “eventuali provvedimenti di riabilitazione”.Nel caso in esame, per le considerazioni espresse in precedenza, l'intervenuta riabilitazione escludeva dunque la rilevanza della condanna ai fini di un’eventuale esclusione, e quindi non vi sia stata alcuna falsa o omessa dichiarazione sulla cui base potesse essere posta a base dell’esclusione dalla gara e dei successivi provvedimenti.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 17.2.2014

 
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martedì 11 agosto 2015 10:32

Facoltà di Medicina e Chirurgia: non può essere negata l’iscrizione ai corsi di laurea in Italia a studenti che, in quanto iscritti al primo anno in un’Università di altro Paese membro, non si sono sottoposti ai test di accesso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.8.2015 n. 3908

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La questione controversa attiene alla verifica della compatibilità comunitaria della scelta della Amministrazione universitaria di negare ( con revirement sollecitato da una nota ministeriale, pur essa oggetto di impugnazione di primo grado, rispetto alla prima determinazione di ammissione ai corsi) l’iscrizione ai corsi di laurea in Italia a studenti che, in quanto iscritti al primo anno in un’Università di altro Paese membro ( nella specie la Romania), non si sono sottoposti ai test di accesso previsti dalla legge 2 agosto 1999, n. 264, che ha introdotto per la Facoltà di Mecidina e Chirurgia il sistema del numero programmato. Sulla questione si è di recente pronunciata l’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato ( Ad.plen. 28 gennaio 2015 n. 1). Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 7.8.2015 n. 3908 ha richiamato tale autorevole precedente, condividendone l’impianto motivazionale. Al termine di una completa ed esaustiva disamina di tutte le questioni implicate, nella richiamata sentenza si è tra l’altro precisato come questo Consiglio abbia più volte ribadito ( da ultimo, sez. VI, 22 aprile 2014, n. 2028 e 30 maggio 2014, n. 2829 ) che è legittima l'esclusione da un qualsiasi anno di corso degli studenti di università estere, che non superino la prova selettiva di primo accesso, eludendo con corsi di studio avviati all'estero la normativa nazionale ( v. anche Cons. Stato, sez.VI, 15 ottobre 2013, n. 5015; 24 maggio 2013, n. 2866 e 10 aprile 2012, n. 2063 ). Secondo tale orientamento la disciplina recante la programmazione a livello nazionale degli "accessi" non farebbe distinzioni fra il primo anno di corso e gli anni successivi ( art. 1, comma 1, e 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264, in rapporto alle previsioni del d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, recante il regolamento sull'autonomia didattica degli atenei ); di conseguenza, il rilascio di nulla osta al trasferimento da atenei stranieri e l’iscrizione agli anni di corso successivi al primo richiederebbero comunque il previo superamento della prova nazionale di ammissione prevista dall’art. 4 citato ( ai fini, appunto, della “ammissione” ), sia per l’immatricolazione al primo anno accademico, sia, come dedotto appunto dall’Università odierna appellante, per l’iscrizione ad anni successivi in conseguenza del trasferimento. Tale conclusione, che assume la legittimità dei dinieghi adottati nei casi in cui si tratti di trasferimento da ateneo straniero senza previo superamento dei test d’accesso in Italia è stata tuttavia sottoposta ad un’attenta rimeditazione, sulla base delle attente osservazioni attinenti all’interpretazione logico-letterale della normativa di riferimento. Sul piano puramente letterale e sistematico è stato in particolare rilevato che: - a livello di normazione primaria e secondaria, le uniche disposizioni in materia di trasferimenti si rinvengono ai commi 8 e 9 dell’art. 3 del D.M. 16 marzo 2007 in materia di “Determinazione delle classi di laurea magistrale”, che, senz’alcun riferimento a requisiti per l’ammissione, disciplinano il riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente; - mentre con specifico riguardo ai trasferimenti nessuno specifico requisito di ammissione è previsto, l’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 subordina l’ammissione ai corsi i cui accessi sono programmati a livello nazionale ( art. 1 ) o dalle singole università ( art. 2 ) al “previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi”; - sebbene la norma non riferisca espressamente la locuzione “ammissione” al solo “primo accoglimento dell’aspirante nel sistema universitario”, a rendere sicuramente preferibile e privilegiata tale interpretazione può valere, nell’àmbito del corpus complessivo delle norme concernenti l’accesso ai corsi di studio universitari, l’art. 6 del D.M. 22 ottobre 2004, n. 270, che, nell’indicare i “requisiti di ammissione ai corsi di studio”, fa esclusivo riferimento, ai fini della ammissione ad un corso di laurea (di primo livello o magistrale: vedansi i commi dall’1 al 3), al “possesso del diploma di scuola secondaria superiore”, ch’è appunto il titolo imprescindibile previsto per l’ingresso nel mondo universitario; il che rende palese che quando il legislatore fa riferimento alla ammissione ad un corso di laurea, intende riferirsi appunto allo studente ( e solo allo studente ) che chieda di entrare e sia accolto per la prima volta nel sistema; Inoltre, sul piano logico-sistematico la Adunanza plenaria ha rilevato che : - se i contenuti della prova di ammissione di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 devono far riferimento ai “programmi della scuola secondaria superiore”, è evidente che la prova è rivolta a coloro che, in possesso del diploma rilasciato da tale scuola ( v. il già citato art. 6 del D.M. n. 270/2004 ), intendono affrontare gli studi universitari, in un logico continuum temporale con la conclusione degli studi orientati da quei “programmi” e dunque ai soggetti che intendono iscriversi per la prima volta al corso di laurea, sulla base, appunto, del titolo di studio acquisito e delle conoscenze ad esso sottostanti; - non a caso, in tale direzione, una ulteriore specificazione si ritrova nell’allegato “A” al già citato D.M. 28 giugno 2012 ( “Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2012-2013” ), che, nel definire i programmi relativi ai requisiti delle prove di ammissione ai corsi di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia, prevede che “le conoscenze e le abilità richieste fanno comunque riferimento alla preparazione promossa dalle istituzioni scolastiche che organizzano attività educative e didattiche coerenti con i Programmi Ministeriali”: ne risulta evidente, come correttamente sottolinea l’Ordinanza di rimessione, “il riferimento della norma ad un accertamento da eseguirsi al momento del passaggio dello studente dalla scuola superiore all’università e dunque la dichiarata funzione alla quale la prova risponde: verificare la sussistenza – nello studente che aspira ad essere ammesso al sistema universitario – di requisiti di cultura pre-universitaria” ( pagg. 25 – 26 ). - ancora, se la prova stessa è volta ad accertare la “predisposizione per le discipline oggetto dei corsi”, è vieppiù chiaro che tale accertamento ha senso solo in relazione ai soggetti che si candidano ad entrare da discenti nel sistema universitario, mentre per quelli già inseriti nel sistema ( e cioè già iscritti ad università italiane o straniere ) non si tratta più di accertare, ad un livello di per sé presuntivo, l’esistenza di una “predisposizione” di tal fatta, quanto piuttosto, semmai, di valutarne l’impegno complessivo di apprendimento ( v. art. 5 del D.M. n. 270/2004 ) dimostrato dallo studente con l’acquisizione dei crediti corrispondenti alle attività formative compiute; - non a caso, allora, i già richiamati commi 8 e 9 dell’art. 3 del D.M. 16 marzo 2007 danno rilievo esclusivo, in sede ed ai fini del trasferimento degli studenti da un’università ad un’altra, al riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente, “secondo criteri e modalità previsti dal regolamento didattico del corso di laurea magistrale di destinazione”; In assenza, in definitiva, di specifiche, contrarie disposizioni di legge ( atteso che, come risulta dall’excursus sopra compiuto, l’art. 4 della legge n. 264/1999 non è applicabile all’ipotesi del trasferimento di studenti universitarii da un Ateneo straniero ad uno nazionale ), potrà legittimamente dispiegarsi, nella materia de qua, la sola autonomia regolamentare di ciascun ateneo che, anche eventualmente condizionando l’iscrizione-trasferimento al superamento di una qualche prova di verifica del percorso formativo già compiuto: - stabilirà le modalità di valutazione dell’offerta potenziale dell’ateneo ai fini della determinazione, per ogni anno accademico ed in relazione ai singoli anni di corso, dei posti disponibili per trasferimenti, sulla base del rispetto imprescindibile della ripartizione di posti effettuata dal Ministero negli anni precedenti - nell’àmbito delle disponibilità per trasferimenti stabilirà le modalità di graduazione delle domande; - fisserà criteri e modalità per il riconoscimento dei crediti, anche prevedendo “colloqui per la verifica delle conoscenze effettivamente possedute” ( art. 3, comma 8, del D.M. 16 marzo 2007 ); - in tale àmbito determinerà i criteri, con i quali i crediti riconosciuti ( in termini di esami sostenuti ed eventualmente di frequenze acquisite ) si tradurranno nell’iscrizione ad un determinato anno di corso, sulla base del rispetto dei requisiti previsti dall’ordinamento didattico della singola università per la generalità degli studenti ai fini della iscrizione ad anni successivi al primo. Alla luce dei principi enunciati dalla Adunanza plenaria, il Consiglio di Stato ha rigettato l’appello in esame in quanto il diniego di iscrizione è stato opposto dall’Università de L’Aquila sulla base della mera circostanza secondo cui gli studenti universitari qui appellati non si erano sottoposti ai test di ingresso previsti per il primo anno di iscrizione dalla legislazione nazionale suindicata. Senonchè - precisa il Collegio - una tale interpretazione è contrastante con la normativa nazionale come interpretata dalla sentenza della Adunanza plenaria, che peraltro si pone in perfetta linea di coerenza con le coordinate desumibili dall’ordinamento comunitario. Ed infatti se è pur vero che l'ordinamento comunitario garantisce, a talune condizioni, il riconoscimento dei soli titoli di studio e professionali e non anche delle procedure di ammissione, che non risultano armonizzate ciò, tuttavia, lungi dal confermare la veduta tesi restrittiva, significa soltanto che il possesso dei requisiti di ammissione ad un ateneo europeo non dà di per sé “diritto” al trasferimento dello studente in qualsiasi altro Ateneo di diverso Stato dell’Unione Europea. Ma negare tout court il diritto al trasferimento in Italia degli studenti provenienti da Università di altri Paesi UE sarebbe contrario al principio di libertà di circolazione e soggiorno nel territorio degli Stati comunitari (art. 21 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), suscettibile di applicazione non irrilevante nel settore dell’istruzione tenuto conto delle competenze attribuite all’Unione per il sostegno e completamento dell’azione degli Stati membri in materia di istruzione e formazione professionale (art. 6, lettera e), del Trattato), nonché degli obiettivi dell’azione dell’Unione fissati dall’art. 165 n. 2 secondo trattino del Trattato stesso, teso proprio a “favorire la mobilità degli studenti …, promuovendo tra l’altro il riconoscimento accademico dei diplomi e dei periodi di studio”. Ferma, dunque, la non equipollenza delle competenze e degli standard formativi richiesti per l’accesso all’istruzione universitaria nazionale ( sì che non sarebbe predicabile l’equivalenza del superamento della prova di ammissione ad un’università straniera con quella prevista dall’ordinamento nazionale ), una limitazione, da parte degli Stati membri, all’accesso degli studenti provenienti da università straniere per gli anni di corso successivi al primo della Facoltà di medicina e chirurgia ( qual è indubbiamente la necessità del superamento, ai fini dell’accesso stesso, di una prova selettiva nazionale predisposta, come s’è visto, ai soli fini della iscrizione al primo anno, in quanto volta ad accertare la “predisposizione” ad un corso di studi in realtà già in parte compiuto da chi intenda iscriversi ad uno degli anni successivi ), si pone in contrasto con il predetto principio di libertà di circolazione. La stessa Corte di Giustizia ha confortato tale tesi con la sentenza 13 aprile 2010, n. 73 resa nel procedimento C-73/08, affermando che, se è pur vero che il diritto comunitario non arreca pregiudizio alla competenza degli Stati membri per quanto riguarda l'organizzazione dei loro sistemi di istruzione e di formazione professionale - in virtù degli artt. 165, n. 1, TFUE, e 166, n. 1, TFUE -, resta il fatto, tuttavia, che, nell'esercizio di tale potere, gli Stati membri devono rispettare il diritto comunitario, in particolare le disposizioni relative alla libera circolazione e al libero soggiorno sul territorio degli Stati membri (v., in tal senso, sentenze 11 settembre 2007, causa C-76/05, Schwarz e Gootjes-Schwarz, Racc. pag. I-6849, punto 70, nonché 23 ottobre 2007, cause riunite C-11/06 e C-12/06, Morgan e Bucher, Racc. pag. I-9161, punto 24). In definitiva, ciò che soltanto appare compatibile con l’ordinamento comunitario è che sia lasciata all’autonomia dell’università il riconoscimento dei periodi di studio svolti all’estero ( e dunque anche quelli non sfociati in un “titolo” ivi conseguito ), tenendo conto del dato sostanziale costituito dalla completezza, esaustività, corrispondenza dei corsi da accreditare con gli omologhi corsi nazionali, prendendo in considerazione i contenuti formativi del corso di studi seguito all’estero con riferimento alle discipline oggetto d'esame; potere, questo, rispetto al quale completamente ultronea risulta la pretesa di effettuazione di una preliminare verifica della “predisposizione” a studi già in parte compiuti. Detta norma consente anche di superare qualsiasi dubbio di discriminazione fra studenti universitari provenienti da università italiane ( che comunque hanno a suo tempo superato, ai fini dell’accesso all’università di provenienza, una prova di ammissione ex art. 4 della legge n. 264/1999 ) e studenti universitari provenienti da università straniere ( che una prova di ammissione alla stessa non abbiano sostenuto o che comunque abbiano superato una prova di tal fatta del tutto irrilevante per l’ordinamento nazionale ), giacché il trasferimento interviene, sia per lo studente che eserciti la sua “mobilità” in àmbito nazionale che per lo studente proveniente da università straniere, non più sulla base di un requisito pregresso di ammissione agli studi universitari ormai del tutto irrilevante perché superato dal percorso formativo-didattico già seguito in àmbito universitario, ma esclusivamente sulla base della valutazione dei crediti formativi affidata alla autonomia universitaria, in conformità con i rispettivi ordinamenti, sulla base del principio di autonomia didattica di ciascun ateneo ( art. 11 della legge n. 341 del 1990, che affida l'ordinamento degli studi dei corsi e delle attività formative ad un regolamento degli ordinamenti didattici, denominato "regolamento didattico di ateneo"; v. anche l'art. 2, comma 2, del d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, che dispone che - ai fini della realizzazione della autonomia didattica di cui all'art. 11 della legge n. 341 del 1990 - le università, con le procedure previste dalla legge e dagli statuti, disciplinano gli ordinamenti didattici dei propri corsi di studio in conformità con le disposizioni del medesimo regolamento, nonché l'art. 11, comma 9, dello stesso D.M., che, a proposito dei regolamenti didattici di ateneo, prevede che le università, con appositi regolamenti, riordinano e disciplinano le procedure amministrative relative alle carriere degli studenti in accordo con le disposizioni del regolamento statale).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.8.2015 n. 3908

 
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La questione controversa attiene alla verifica della compatibilità comunitaria della scelta della Amministrazione universitaria di negare ( con revirement sollecitato da una nota ministeriale, pur essa oggetto di impugnazione di primo grado, rispetto alla prima determinazione di ammissione ai corsi ... Continua a leggere

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domenica 25 ottobre 2015 21:07

Fondo sperimentale di riequilibrio: il Consiglio di Stato interviene sulle conseguenze dell'omessa comunicazione nei termini dell’entità delle risorse effettivamente utilizzate a riduzione delle posizioni debitorie

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 23.10.2015 n. 4895

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Il Consiglio di Stato Sez. III con sentenza del 23.10.2015 n. 4895 ha esaminato ed accolto l'appello proposto da un Comune con il quale impugnava la statuizione del Tar nella quale avevano formato oggetto di contestazione, unitamente agli atti di indirizzo e regolamentari, le determinazioni del Ministero dell’Interno con le quali - di applicazione delle disposizioni relative ai comuni assoggettati al patto di stabilità interno per l’esercizio finanziario 2012 - hanno escluso il Comune ricorrente dai benefici previsti dal fondo sperimentale di riequilibrio, per avere omesso di comunicare, entro il termine del 31 marzo 2013, l’entità delle risorse effettivamente utilizzate a riduzione delle posizioni debitorie, con comminatoria di restituzione dell’importo di euro 39.299,83 da destinarsi ai fini predetti. In particolare l’art. 16, comma 6 bis, della legge n. 135 del 2012, stabilisce che “i comuni comunicano al Ministero dell’ Interno, entro il termine perentorio del 31 marzo 2013… l’importo non utilizzato per l’estinzione e la riduzione anticipata del debito” e che“in caso di mancata comunicazione da parte dei comuni entro il predetto termine perentorio il recupero del 2013 è effettuato per un importo pari al totale del valore della riduzione non operata nel 2012”. Nella specie, precisa il Collegio, non è in contestazione la destinazione da parte del Comune di Massa Lombarda degli importi resi disponibili ai fini dell’estinzione e riduzione anticipata del debito. La lettera del comma 6 dell’art. 16 in precedenza richiamato impone l’obbligo di comunicazione entro il termine perentorio ivi previsto (31 marzo 2013), con le conseguenze patrimoniali in caso di mancato adempimento, per la sola ipotesi di “importo non utilizzato per l’estinzione e la riduzione anticipata del debito”. Il chiaro dato letterale della norma e l’affidamento su esso riposto dal Comune appellante non consente di dare ingresso a interpretazioni extratestuali, fondate sulla ratio di consentire al Ministero dell’ Interno di conoscere in ogni caso le modalità di impiego dei fondi. Il Comune ha reso edotto il Ministero, entro termine ristretto, di avere destinato alla riduzione del debito le complessiva somma di euro 43.958,96, in eccedenza alle risorse rese disponibili in base al patto di stabilità interna. Conclude, il Consiglio di Stato, aggiungendo che la natura sostanzialmente afflittiva della previsione di cui all’art. 16, comma 6 bis, sul recupero forzoso delle somme non utilizzate, porta ad escludere ogni interpretazione estensiva di applicazione della norma oltre i casi in essa espressamente contemplati.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 23.10.2015 n. 4895

 
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