venerdì 21 aprile 2017 17:31

I rapporti a scavalco negli Enti Locali: il parere della Corte dei Conti sullo scavalco "condiviso" e "d´eccedenza"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti Sezione regionale di controllo per il Molise depositata il 7.4.2017

Sintesi parere: Nello “scavalco condiviso” il dipendente, pur rivolgendo parzialmente le proprie prestazioni lavorative a favore di due enti pubblici, resta legato ad un unico rapporto di lavoro alle dipendenze del soggetto pubblico principale. Pertanto, anche in presenza di una convenzione tra enti ai sensi dell’art.14 del CCNL del 22/01/2004, il Comune può assicurarsi, in riferimento allo stesso dipendente (che giuridicamente è considerato comunque “dipendente a tempo pieno di altro ente”) le prestazioni lavorative oltre le 36 ore settimanali d’obbligo ed entro la durata massima consentita dal D.lgs. n.66/2003 di 48 ore settimanali, a condizione che le prestazioni lavorative aggiuntive non rechino pregiudizio al corretto svolgimento del rapporto di lavoro presso l’ente di appartenenza e siano rispettati i limiti di spesa per il personale previsti dall’art.1 commi 557 o 562 della L. n.296/2006 e dall’rt.9, comma 28, del D.L. n.78/2010 (cfr. anche Orientamento ARAN, RAL 1554) ********** La questione sottoposta all’esame della Corte dei Conti Sezione regionale di controllo per il Molise si incentra sull’analisi della normativa che disciplina, negli enti locali, una particolare ipotesi di rapporti “a scavalco” (cioè a favore di più enti contemporaneamente) che hanno la peculiarità di consentire – all’interno dell’orario di lavoro, ovvero, al di fuori dello stesso orario di lavoro – lo svolgimento di funzioni presso altri enti locali. Passando all’analisi dei singoli istituti, si osserva che, come già delineato da questa Sezione nella deliberazione n.105/2016/PAR, l’istituto dello “scavalco condiviso” è espressamente disciplinato dall’ordinamento generale del pubblico impiego che – nell’ottica dell’attenuazione del vincolo di esclusività della prestazione – riconosce ai lavoratori a tempo parziale la possibilità di svolgere attività lavorativa per altri enti (art.53, comma 1, D.lgs. n.165/2001; per gli enti locali, l’art.1, comma 58 bis della Legge n.662/1996). Per gli enti locali, esiste, tra l’altro, una precipua norma contrattuale che disciplina tale istituto, ovvero l’art.14 del CCNL enti locali del 22/01/2004, recante il titolo “Personale utilizzato a tempo parziale e servizi in convenzione” (su cui cfr. orientamento ARAN RAL670, Sezione controllo Lombardia SRCLOM/676/2010/PAR e SRCLOM/998/2010/PAR). In particolare, l’art.14, comma 1, del CCNL del 22/01/2004 dispone che “Al fine di soddisfare la migliore realizzazione dei servizi istituzionali e di conseguire una economica gestione delle risorse, gli enti locali possono utilizzare, con il consenso dei lavoratori interessati, personale assegnato da altri enti cui si applica il presente CCNL per periodi predeterminati e per una parte del tempo di lavoro d’obbligo mediante convenzione”. Come di recente precisato dalla Sezione delle autonomie (deliberazione n.23/2016/QMIG), “trattasi di fattispecie concreta a sé stante che individua una modalità di utilizzo reciproco del dipendente pubblico da parte di più enti, mediante il quale, ‘rimanendo legato all’unico rapporto d’impiego con l’ente locale originario, il lavoratore rivolgerebbe parte delle proprie prestazioni lavorative anche di detto comune in forza dell’autorizzazione dell’ente di appartenenza, di cui la convenzione regolativa dei rapporti giuridici tra i due enti assumerebbe carattere accessivo”. Ne consegue che, come già evidenziato da questa Sezione nelle precedenti deliberazioni n.35/2015/PAR e n.105/2016/PAR, nel caso di scavalco c.d. condiviso, a differenza della ipotesi dello scavalco d’eccedenza, “se, da un lato, permane la titolarità dell’originario rapporto lavorativo con l’ente di appartenenza, dall’altro non può essere rilevata – dal punto di vista dell’utilizzatore – la costituzione di un nuovo rapporto di lavoro”. Si osserva altresì che nell’ipotesi di scavalco condiviso le spese sostenute pro quota dall’ente di destinazione per la prestazione lavorativa condivisa con l’ente di appartenenza saranno da computarsi, in ogni caso, nella spesa per il personale ai sensi dell’art.1, commi 557 o 562, della legge n.296/2006 e, conseguentemente, saranno soggette alle relative limitazioni (cfr. Sezione delle Autonomie deliberazione n.23/2016; Sezione Regionale Molise deliberazione n. 105/2016/PAR; Linee guida per il rendiconto della gestione 2014, Sezione quinta, quesiti 6.6.3 - 6.2). La fattispecie denominata “scavalco d’eccedenza” trova disciplina, invece, nell’art.1, comma 577, della Legge n.311/2004 che stabilisce: “I comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, i consorzi tra enti locali gerenti servizi a rilevanza non industriale, le comunità montane e le unioni di comuni possono servirsi dell´attività lavorativa di dipendenti a tempo pieno di altre amministrazioni locali purché autorizzati dall´amministrazione di provenienza”. Occorre evidenziare che, a proposito della fattispecie in parola, la Sezione di Controllo per il Piemonte chiamata a pronunciarsi in ordine ad un quesito propostole da un comune, rilevato che sulla stessa questione le Sezioni regionali di controllo avevano adottato degli orientamenti diversi e discordanti tra loro, con la deliberazione n.33/2016/SRCPIE/QMIG ha sospeso la pronuncia e ha sottoposto al Presidente della Corte dei conti la valutazione sull’opportunità di deferire alla Sezione delle autonomie o alle Sezioni riunite in sede di controllo la seguente questione di massima: “se i rapporti di lavoro instaurati da un comune con i dipendenti di altre amministrazioni locali ai sensi dell’art. 1, comma 557, della L. n.311/2004 possano ritenersi esclusi dall’ambito di applicazione dell’art.9, comma 28, del D.L. 78/2010”. La Sezione delle autonomie con la citata deliberazione n.23/2016/QMIG ha conseguentemente chiarito che “se l’Ente decide di utilizzare autonomamente la prestazione di un dipendente a tempo pieno presso altro ente locale al di fuori del suo ordinario orario di lavoro, la prestazione aggiuntiva andrà ad inquadrarsi all’interno di un nuovo rapporto di lavoro autonomo o subordinato a tempo parziale, i cui oneri dovranno essere computati ai fini del rispetto dei limiti di spesa imposti dall’art. 9, comma 28, per la quota di costo aggiuntivo”.   Invero, con tale normativa il legislatore ha compiuto una precisa scelta, prevedendo una specifica limitazione volta a ridurre il ricorso alternativo a forme di lavoro flessibili in senso ampio (cioè diverse dal tempo pieno e subordinato di cui all’art.36, comma 1, del D.lgs. n.165 del 2001), ricomprendendo tutte le prestazioni che vengono svolte al di fuori di un rapporto esclusivo, indeterminato e “burocratizzato” in senso tradizionale. Pertanto il comune dovrà ridurre la spesa complessiva per i contratti “a tempo determinato” o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa”, in una misura pari al 50% di quella sostenuta nel 2009 (cfr. Sezione di controllo Lombardia, deliberazione n.303/2014/PAR). Tanto esposto, in riferimento alla specifica richiesta avanzata dal comune di Pescolanciano, si ritiene di poter affermare che la normativa vigente, anche alla luce dei recenti orientamenti espressi dalla giurisprudenza contabile, non escluda la possibilità che un ente locale possa fare ricorso contestualmente e, con riferimento al medesimo dipendente, ai due diversi istituti giuridici del cd. “scavalco condiviso” e del c.d. “scavalco d’eccedenza”. L’operazione sopra descritta è ammissibile se si considera la configurazione giuridica che la giurisprudenza contabile ha attribuito all’istituto del c.d. “scavalco condiviso”; come visto, infatti, in tale fattispecie il dipendente, pur rivolgendo parzialmente le proprie prestazioni lavorative a favore di due enti pubblici, resta legato ad un unico rapporto di lavoro alle dipendenze del soggetto pubblico principale. Dunque il rapporto di lavoro del personale utilizzato a tempo parziale rimane giuridicamente unico tanto che, ad esempio, la disciplina sulle progressioni verticali e sulle progressioni economiche orizzontali è gestita dall’ente di provenienza titolare del rapporto stesso. Da quanto detto si deve ritenere che, anche in presenza di una convenzione tra enti ai sensi dell’art.14 del CCNL del 22/01/2004, il comune di Pescolanciano possa assicurarsi, in riferimento allo stesso dipendente (che giuridicamente è considerato comunque “dipendente a tempo pieno di altro ente”) le prestazioni lavorative oltre le 36 ore settimanali d’obbligo ed entro la durata massima consentita dal D.lgs. n.66/2003 di 48 ore settimanali, a condizione che le prestazioni lavorative aggiuntive non rechino pregiudizio al corretto svolgimento del rapporto di lavoro presso l’ente di appartenenza. Ne consegue che, come sopra evidenziato, il comune istante dovrà verificare sul piano contabile che nella concreta fattispecie:   - in relazione alla spesa sostenuta pro quota dall’ente per le prestazioni del dipendente a “scavalco condiviso” siano rispettati gli obblighi di riduzione della spesa per il personale previsti dall’art.1 commi 557 o 562 della legge n.296/2006; - in relazione alla spesa sostenuta dall’ente per le prestazioni del dipendente a “scavalco d’eccedenza”, la stessa sia correttamente computata, ai fini del rispetto del vincolo ex art.9, comma 28, del D.L. n.78/2010. Peraltro, nello stesso senso sembra essere anche l’orientamento dell’ARAN, il quale ha ritenuto che, in presenza di utilizzo di un dipendente a tempo parziale tra due enti in base all’art.14 del CCNL del 22/01/2004, la possibilità di ricorrere ad un autonomo contratto di lavoro a tempo determinato, al di là dell’orario di obbligo già ripartito in sede di convenzione, pone dubbi di legittimità a causa dei vincoli di incompatibilità di più rapporti di lavoro in capo al medesimo soggetto contemporaneamente, ai sensi dell’art.53 del D.Lgs. n.165/2001, facendo salva la sola particolare ipotesi di cui all’art. 1, comma 557, della legge n.311/2004 (RAL 1554 Orientamenti applicativi). Per approfondire scarica il testo integrale della deliberazione.

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lunedì 1 maggio 2017 11:50

Revisori degli Enti Locali: in Gazzetta Ufficiale le linee guida della Corte dei Conti con il questionario

segnalazione della delibera della Corte dei Conti pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28.4.2017

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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28.4.2017 - Supplemento Ordinario n. 21 la DELIBERA 30 marzo 2017 della Corte dei Conti recante "Linee guida e relativo questionario per gli organi di revisione economico-finanziaria degli enti locali per l'attuazione dell'articolo 1, commi 166 e seguenti della legge 23 dicembre 2005, n. 266. Rendiconto della gestione 2016. (Delibera n. 6/SEZAUT/2017/INPR). Per approfondire scarica il testo integrale del provvedimento.

segnalazione della delibera della Corte dei Conti pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28.4.2017

 
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lunedì 2 novembre 2015 21:13

Revisori degli Enti Locali: sì della Corte dei Conti alla riduzione dei compensi

segnalazione della deliberazione della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte n. 155/2015/SRCPIE/PAR del 21.10.2015

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Si segnala il parere reso dalla Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte n. 155/2015/SRCPIE/PAR del 21.10.2015 che ha risposto alla richiesta del sindaco del comune di Salerano Canavese (TO) in ordine alla corretta interpretazione dell’articolo 6, commi 1 e 3, del d.l. n. 78/2010. In particolare, il Sindaco ricordava di aver ricevuto dal proprio revisore richiesta di restituzione di quanto trattenutogli ai sensi della menzionata normativa. Ricordava, inoltre, la deliberazione n. 4/2014 con cui la Sezione delle Autonomie ha affermato la non applicabilità di tali disposizioni agli Enti locali. Risposta: "La questione proposta, astraendola dal merito della vicenda, concerne la corretta interpretazione del comma 3, articolo 6, del decreto n. 78/2010 ed in particolare la sua applicabilità agli organi di revisione degli enti locali. La disposizione in parola prevede quanto segue: “Fermo restando quanto previsto dall'art. 1 comma 58 della legge 23 dicembre 2005 n. 266, a decorrere dal 1° gennaio 2011 le indennità, i compensi, i gettoni, le retribuzioni o le altre utilità comunque denominate, corrisposti dalle pubbliche amministrazioni di cui al comma 3 dell'articolo 1 della legge 31 dicembre 2009 n.196, incluse le autorità indipendenti, ai componenti di organi di indirizzo, direzione e controllo, consigli di amministrazione e organi collegiali comunque denominati ed ai titolari di incarichi di qualsiasi tipo, sono automaticamente ridotte del 10 per cento rispetto agli importi risultanti alla data del 30 aprile 2010. Sino al 31 dicembre 2015, gli emolumenti di cui al presente comma non possono superare gli importi risultanti alla data del 30 aprile 2010, come ridotti ai sensi del presente comma.…”. Tale normativa, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza contabile, è stata ritenuta applicabile ai compensi corrisposti ai revisori degli enti locali (cfr. deliberazione di questa stessa Sezione n. 60 del 2011; Campania deliberazione n. 173/2011/PAR; Lombardia deliberazione 13/2011/PAR; Lombardia deliberazione 26/2015/PAR). Come ricordato nello stesso corpo dell’istanza di parere, lo stesso Ministero dell’Economia e Finanze, con nota n. 12175 del 25 febbraio 2013, si è espresso in tal senso. Tale quadro sembrava essere mutato in seguito alla pronuncia della Sezione delle Autonomie n. 4 del 10 febbraio 2014. La deliberazione in oggetto, invero, concerneva altra questione e cioè l'applicabilità dell'art. 5, comma 7, ultimo periodo, del d.l. 31 maggio 2010, n. 78 del 2010 ai componenti dei Consigli di amministrazione dei Consorzi di Enti locali che siano partecipati anche dalle Regioni. Tuttavia, nel corpo della delibera si affermava espressamente che “le disposizioni dettate dall’art. 6, commi da 1 a 3 non si riferiscono agli enti territoriali”. La questione, meritando una presa di posizione sul punto, veniva nuovamente deferita alla Sezione delle Autonomie la quale, con la deliberazione n. 29/SEZAUT/2015/QMIG del 14 settembre 2015 (al cui contenuto si rimanda) escludeva l’esistenza di un contrasto interpretativo, affermando che nel precedente costituito dalla deliberazione della Sezione delle Autonomie n. 4 del 10 febbraio 2014“non si affrontava la questione di carattere generale ora posta e cioè se l’art. 6, co. 3 del d.l. 78/2010, si applichi o meno per gli emolumenti corrisposti ai componenti degli organi collegiali degli apparati amministrativi degli enti locali”. Ciò posto, la Sezione delle Autonomie concludeva confermando l’orientamento consolidato della giurisprudenza contabile sopra richiamata da cui, allo stato, non vi è motivo di discostarsi. Va dunque ribadita l’applicabilità agli organi di revisione degli enti locali dell’articolo 6, comma 3, del decreto n. 78/2010".

segnalazione della deliberazione della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte n. 155/2015/SRCPIE/PAR del 21.10.2015

 
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Si segnala il parere reso dalla Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte n. 155/2015/SRCPIE/PAR del 21.10.2015 che ha risposto alla richiesta del sindaco del comune di Salerano Canavese (TO) in ordine alla corretta interpretazione dell’articolo 6, commi 1 e 3, del d.l. n. 78/2 ... Continua a leggere

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domenica 13 gennaio 2013 19:39

Pensione del dipendente pubblico: sulle controversie relative all’an ovvero al quantum del trattamento di pensione decide la Corte dei Conti

TAR Calabria

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Nel caso di specie il giudice rileva come trattandosi di pensione di dipendente pubblico, la controversie relative all’an ovvero al quantum del trattamento di pensione, sono di stretta competenza e giurisdizione della Corte dei Conti. La giurisdizione della Corte dei conti, infatti, si esercita nella materia delle pensioni dei dipendenti pubblici secondo il combinato disposto degli artt. 13 e 62 del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214. La giurisdizione speciale si fonda non tanto sul carattere pubblico o privato del rapporto d'impiego, quanto sul rilievo che il trattamento pensionistico dei soggetti che si trovano nelle condizioni prima indicate continua a gravare, in tutto o in parte, sul bilancio pubblico se le amministrazioni pubbliche sono tenute a riversare le contribuzioni previste dalla legge. La giurisdizione della Corte dei conti ora indicata non è venuta meno per effetto dell'art. 68 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, che ha devoluto alla giurisdizione del giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, fatta eccezione delle controversie specificamente indicate.

TAR Calabria

 
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Nel caso di specie il giudice rileva come trattandosi di pensione di dipendente pubblico, la controversie relative all’an ovvero al quantum del trattamento di pensione, sono di stretta competenza e giurisdizione della Corte dei Conti. La giurisdizione della Corte dei conti, infatti, si esercita nel ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 14:35

Riconoscibilità di compensi a componenti di Amministrazioni in società pubbliche: il parere della Corte dei Conti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 50 del 13.7.2015

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Il Commissario Straordinario della Provincia di Cagliari ha chiesto il seguente parere: “se il combinato disposto dell’articolo 1, comma 725, della legge 296/2006 con la nuova formulazione dell’art. 4, comma 4 del decreto legge n. 90/2014 possa essere interpretato nel senso che il limite dell’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nel 2013 debba essere riferito al compenso lordo annuale, onnicomprensivo, attribuito al presidente e ai componenti del consiglio di amministrazione in quanto membri dell’organo collegiale di direzione, mentre l’indennità di risultato, essendo eventuale e distribuibile solo al raggiungimento di un determinato risultato (nel caso di produzione di utili) e per importi da determinarsi entro parametri prefissati [(non superiore al doppio del compenso onnicomprensivo (compenso più rimborsi spese documentati)] possa essere comunque attribuito anche in eccedenza del valore pari all’80 per cento conseguito nel 2013 (riferito alla sola quota fissa ). La Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna nel parere n. 50 del 13.7.2015 ha evidenziato come la richiesta di parere verte sul significato da attribuire alla riduzione disposta dall’art. 4, comma 4, del D.L. n. 95 del 2012, come modificato dall’art. 16 del D.L. n. 90 del 2014 convertito nella legge n. 114 del 2014. Nella parte che rileva per il presente esame, tale norma prevede che, con riferimento alle società controllate direttamente o indirettamente dalle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 che abbiano conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di amministrazioni pubbliche superiore al 90 per cento dell’intero fatturato, “a decorrere dal 1° gennaio 2015, il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori di tali società …. non può superare l’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nell’anno 2013.” Il successivo comma 5 estende l’applicazione di questo tetto di spesa alle società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta. La norma si inserisce nel disegno del legislatore di contenere la spesa sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per le società partecipate.Medesima finalità persegue l’altra norma richiamata nella richiesta di parere (art. 1, comma 725, della legge n. 296 del 2006, come modificato dal comma 12 dell’art. 61 del D.L. n. 112 del 2008). Peraltro, come già affermato da altre Sezioni della Corte dei conti (Sez. Lombardia deliberazione n. 88/2015/PAR) è diverso l’ambito delle due discipline, infatti “la finanziaria 2007 introduce un limite al compenso del singolo amministratore (presidente o componente di c.d.a.) di società partecipate da comuni e province”, mentre il D.L. n. 95/2012 “pone un limite ai costi complessivamente sostenuti dalle amministrazioni pubbliche per gli amministratori delle società controllate, o interamente partecipate, riferendolo alla spesa storica sostenuta per l’intero organo di amministrazione nel 2013”. Di conseguenza entrambe le norme devono essere applicate. Infatti, nella logica complessiva di progressivo contenimento dei costi degli organismi partecipati dagli enti locali perseguita dal legislatore, la normativa più recente chiude spazi lasciati aperti da quella più risalente nel tempo. La Sezione ritiene, pertanto, che non vi siano elementi per discostarsi dall’interpretazione fornita nel precedente sopra richiamato e ribadisce che il limite dell’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nel 2013 si applica al trattamento economico complessivamente considerato, comprensivo del compenso fisso e dell’eventuale indennità da corrispondere sulla base degli utili realizzati.Pertanto l’indennità di risultato potrà essere riconosciuta, nei limiti di cui all’art. 1, comma 725 della legge n. 296/2006, solo se l’onere complessivo, così determinato, a carico dell’ente non superi l’80 per cento di quello sostenuto nel 2013.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 50 del 13.7.2015

 
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Il Commissario Straordinario della Provincia di Cagliari ha chiesto il seguente parere: “se il combinato disposto dell’articolo 1, comma 725, della legge 296/2006 con la nuova formulazione dell’art. 4, comma 4 del decreto legge n. 90/2014 possa essere interpretato nel senso che il limite dell’80 pe ... Continua a leggere

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venerdì 19 aprile 2013 08:41

Autorizzazione all’utilizzo del mezzo proprio di trasporto da parte dei dipendenti pubblici: la Corte dei Conti consente agli enti locali, con un atto regolamentare, di adattare il vincolo imposto dall’art. 6, comma 12, della legge 122/2010 qualora esigenze di funzionamento rendessero gli effetti del divieto contrario al principio di buon andamento

Corte de Conti

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Il Comune di Barile - premesso che “…l’art. 6 comma 12 della legge 122/2010 … prevede che nei confronti del personale contrattualizzato di cui al d.lgs. 165 del 2001 non trova più applicazione la normativa che dava diritto al personale che si reca in missione con l’utilizzo del mezzo proprio alla corresponsione di un’indennità ragguagliata ad un quinto del prezzo di un litro di benzina super vigente nel tempo oltre il rimborso dei pedaggi autostradali (art. 15 della legge 18 dicembre 1973, n. 836, e art. 8 della legge 26 luglio 1978, n. 417)”. • che “ … sussistono tuttora difficoltà per individuare l’ambito applicativo della surriferita disposizione ed, in particolare, se la disapplicazione recata dal comma 12, coinvolga anche il rimborso delle spese di accesso agli uffici dell’Ente titolare dalla ordinaria sede di servizio, nel caso di personale utilizzato a tempo parziale di altra amministrazione e dei servizi in convenzione, secondo la disciplina dell’art. 14 del CCNL di comparto 22/01/2004 e del comma 557 dell’art. 1 della legge 311/04” - ha chiesto alla Corte dei Conti di conoscere l’avviso di questa Sezione regionale di controllo in ordine alla possibilità di prevedere “una forma di ristoro delle spese sostenute dal personale regolarmente autorizzato all’uso del mezzo proprio per raggiungere la sede dell’ente utilizzatore mediante “una indennità chilometrica” pari ad un quinto del costo della benzina verde per ogni chilometro, in analogia ad un’altra fattispecie relativa al segretario comunale titolare di sede convenzionata già esaminata dalla Corte dei Conti”. La risposta: Dopo aver ricostruito il quadro normativo che disciplina l’istituto dell’autorizzazione all’uso del mezzo proprio da parte dei dipendenti pubblici, la Corte ha rilevato come la formulazione letterale dell’art 6, comma 12, del decreto legge 78/2010 ha comportato da subito l’emersione di problemi interpretativi, in particolare per ciò che attiene all’estensione della norma alle Regioni e agli Enti locali, dando luogo a letture talvolta contrastanti che solo di recente hanno trovato una composizione grazie all’intervento ermeneutico del Giudice delle leggi (da ultimo con sentenza n. 139 del 23 maggio 2012). Secondo la sentenza n. 139/2012 della Corte Costituzionale, “si deve … verificare se da ciascuna previsione dell’art. 6 si possano desumere «principi rispettosi di uno spazio aperto all’esercizio dell’autonomia regionale» (sentenza n. 182 del 2011)” e, in tal senso, anche il comma 12, ultimo periodo, va ricondotto al principio generale di coordinamento della spesa di cui l’art. 6 nel suo complesso è espressione. In base a tale canone interpretativo, l’ultimo periodo del comma 12 vincola le Regioni, ma anche gli Enti locali, solo in quanto concorre a determinare il tetto massimo dei risparmi di spesa che essi devono conseguire. Qualora esigenze di funzionamento rendessero gli effetti del divieto contrario al principio di buon andamento, le Regioni e le autonomie locali sarebbero libere di rimodulare in modo discrezionale, nel rispetto del limite complessivo, le percentuali di riduzione di questa come delle altre voci di spesa contemplate nell’art. 6. (Cfr. deliberazione 39/2013/PAR di questa Sezione). Questa Sezione di controllo si è già espressa con deliberazioni 74/2012/PAR e 89/2012/PAR su quali possono essere le particolari modalità applicative mediante le quali l’ente locale può adeguare il proprio ordinamento ai principi di riduzione della spesa previsti dalla normativa nazionale, assicurando nel contempo il raggiungimento delle finalità perseguite dalle norme. A tal fine, in quella sede (che riguardava in particolare l’art. 9, comma 28, del decreto legge n. 78/2012), si è ritenuto, rinviando alla deliberazione n. 11/CONTR/2012 delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte, di riconoscere agli enti locali uno spazio di autonomia nell’adeguamento tale da consentire il soddisfacimento delle esigenze particolari senza stravolgere l’obiettivo perseguito dal legislatore. In sostanza si è ritenuta necessaria l’intermediazione di un atto regolamentare, espressione della potestà normativa dell’ente, per disciplinare la materia in coerenza con i principi stabiliti dalla norma di coordinamento finanziario. Il Collegio ritiene che tale ricostruzione possa essere confermata anche in questa sede consentendo agli enti locali, con un atto espressione della potestà regolamentare, di adattare il vincolo imposto dall’art. 6, comma 12, ultimo periodo, considerato che lo stesso concorre a determinare il tetto dei risparmi di spesa che essi devono conseguire ai sensi del comma 12, primo periodo. Qualora, dunque, esigenze di funzionamento rendessero gli effetti del divieto contrario al principio di buon andamento, gli enti locali potrebbero rimodulare con atto regolamentare il disposto dell’art. 6, comma 12, ultimo periodo, purché nel rispetto del tetto di spesa previsto dal primo periodo del comma 12. Peraltro, il tetto alle spese per missioni pari al 50 per cento di quelle sostenute nell’anno 2009 non costituisce un vincolo incondizionato neppure per le amministrazioni statali, considerata la possibilità del suo superamento previa adozione di un motivato provvedimento da parte dell’organo di vertice dell’amministrazione, seppure in casi eccezionali.

Corte de Conti

 
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Il Comune di Barile - premesso che “…l’art. 6 comma 12 della legge 122/2010 … prevede che nei confronti del personale contrattualizzato di cui al d.lgs. 165 del 2001 non trova più applicazione la normativa che dava diritto al personale che si reca in missione con l’utilizzo del mezzo proprio alla c ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 13:50

Segretari Comunali: il parere della Corte dei Conti sui diritti di rogito

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 141/PAR/2015

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Il Sindaco del Comune di Capurso ha chiesto il parere alla Corte dei Conti al fine di pervenire ad una corretta interpretazione delle disposizioni introdotte dall’art. 10, comma 2 bis, del D. L. 24/06/2014 n. 90 convertito con modificazioni dalla L. 11/08/2014 n. 114 in materia di diritti di rogito dei segretari comunali. In particolare, il comma 2 bis dell’art. 10 del su richiamato D. L. n. 90/2014 prevede che: ”negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15 novembre 1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”. Il Sindaco, dopo aver specificato che il Comune di Capurso non dispone di alcun dipendente con qualifica dirigenziale in dotazione organica; è inserito nella classe II ai fini dell’assegnazione del segretario comunale e vi presta servizio un segretario comunale di fascia A, richiede alla Sezione se possano riconoscersi al segretario comunale, nei limiti stabiliti dalla norma vigente, i diritti di rogito per i contratti stipulati dal Comune e rogati dallo stesso segretario. Infine, il quesito richiama i contrastanti pareri emessi dalle Sezioni regionali circa la modalità di riconoscere il diritto all’emolumento a favore del segretario comunale. La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con il parere n. 141/PAR/2015 ha statuito che: "L’art. 10, comma 2 bis, del D. L. n. 90/2014 prevede che: ”negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15 novembre 1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”. Deve aggiungersi che il comma 2 del su richiamato art. 10 del D. L. n. 90/2014 ha integralmente sostituito l'articolo 30, comma 2, della L. 15/11/1973, n. 734, disponendo che il provento annuale dei diritti di segreteria deve essere attribuito integralmente al Comune o alla Provincia.La Sezione delle Autonomie, con deliberazione n. 21/SEZAUT/2015/QMIGdepositata in data 24/06/2015, in presenza di contrasti interpretativi tra le Sezioni regionali di controllo rilevati, peraltro, anche dalla richiesta di parere in esame, ha enunciato i seguenti principi di diritto: “alla luce della previsione di cui all’art. 10, comma 2 bis del D. L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, i diritti di rogito competono ai soli segretari di fascia C. In difetto di specifica regolamentazione nell’ambito del CCNL di categoria successivo alla novella normativa i predetti proventi sono attribuiti integralmente ai segretari comunali, laddove gli importi riscossi dai Comune, nel corso dell’esercizio, non eccedono i limiti della quota del quinto della retribuzione in godimento del segretario. Le somme destinate al pagamento dell’emolumento in parola devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico degli enti”. Infatti, la Sezione delle Autonomie, con la citata deliberazione, alla quale le Sezioni regionali sono tenute a conformarsi, ha condiviso l’orientamento più rigoroso espresso dalla Sezione regionale di controllo per il Lazio che ha ritenuto che il richiamo della disposizione normativa di cui al comma 2 bis dell’art. 10 del D. L. n. 90/2014 ai “segretari che non hanno qualifica dirigenziale” è da intendersi in senso atecnico posto che ai segretari comunali e provinciali non è attribuita la qualifica dirigenziale ma per alcune categorie il trattamento stipendiale è equiparato a quello spettante ai dirigenti ed ha sottolineato, alla luce dell’art. 32 del CCNL 2011, che la norma si riferirebbe ai segretari comunali appartenenti alla fascia C il cui trattamento tabellare stipendiale non è equiparato a quello del personale dirigenziale concludendo, quindi, che i diritti di rogito non possano riconoscersi ai segretari che godano di equiparazione alla dirigenza sia essa assicurata dall’appartenenza alle fasce A e B sia essa un effetto del galleggiamento in ipotesi di titolarità in enti privi di dipendenti con qualifica dirigenziale (Sezione regionale di controllo per il Lazio, deliberazione n. 21/2015/PAR). Tale interpretazione, secondo la Sezione delle Autonomie, si coniuga con la tendenza legislativa a ricondurre entro ristretti limiti le fattispecie che importino deroghe, o comunque temperamenti, al fondamentale principio di omnicomprensività della retribuzione. Con la su richiamata deliberazione n. 21/SEZAUT/2015/QMIG, la Sezione delle Autonomie ha, inoltre, rilevato che da un’interpretazione rigorosamente incentrata sul dato testuale della norma non possa desumersi l’attribuzione in favore degli enti interessati della possibilità di determinare la quota del provento da erogare mediante un’autonoma regolamentazione evidenziando che i proventi in esame sono attribuiti integralmente al segretario comunale laddove gli importi riscossi dai Comune, nel corso dell’esercizio, non eccedano i limiti della quota del quinto della retribuzione in godimento del segretario. Tale conclusione, secondo la prospettazione operata dalla Sezione delle Autonomie, appare coerente con la ratio sottesa alle disposizioni che hanno modificato la disciplina dei diritti di rogito attribuendo l’integralità del gettito all’ente locale nonché all’ipotesi derogatoria prevista dal comma 2 bis dalla cui applicazione non possono derivare maggiori spese per l’ente.

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 141/PAR/2015

 
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Il Sindaco del Comune di Capurso ha chiesto il parere alla Corte dei Conti al fine di pervenire ad una corretta interpretazione delle disposizioni introdotte dall’art. 10, comma 2 bis, del D. L. 24/06/2014 n. 90 convertito con modificazioni dalla L. 11/08/2014 n. 114 in materia di diritti di rogito ... Continua a leggere

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giovedì 19 gennaio 2012 09:19

La Corte dei Conti chiarisce i limiti normativi e giurisprudenziali alle assunzioni di personale negli Enti Locali

Corte dei Conti

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Il Giudice Contabile nel parere in esame precisa che a decorrere dal 1° gennaio 2011, è operante il divieto di procedere ad assunzioni di personale, a qualsiasi titolo e con qualsiasi tipologia contrattuale, riguardante tutti gli enti, siano essi o meno sottoposti al Patto di stabilità, nei quali l’incidenza delle spese di personale sia pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti (art. 76, comma 7 D.L. n. 112/2008, conv. in L. n. 133/2008, come sostituito dall’art. 14, comma 9 D.L. n. 78/2010 cit.). Investite della relativa questione di massima le Sezioni riunite di questa Corte hanno affermato (Deliberazioni 16 dicembre 2010 - 25 gennaio 2011 n. 3 e n.4) che: “per i comuni di minori dimensioni non soggetti alle regole del patto di stabilità interno, i vincoli alle assunzioni di personale applicabili nel triennio 2011 – 2013 sono quelli contenuti nell’articolo 1, comma 562 della legge finanziaria per il 2007, nel testo fatto salvo dall’articolo 14, comma 10, del DL n. 78 del 2010.  Il comma 9 del citato articolo 14 trova applicazione nei confronti degli enti locali sopraindicati limitatamente alla prima parte in cui pone un divieto assoluto di assunzioni – da intendere come riferito a tutti i comuni soggetti o meno al patto di stabilità interno – nei quali il rapporto fra la spesa di personale e quella corrente sia pari o superiore alla percentuale indicata”. Trattasi di pronunce di orientamento generale alle quali tutte le Sezioni regionali di controllo sono tenute a conformarsi (art. 17, comma 31 D.L. n. 78/2009 conv. in L. 122/2009). L’ulteriore limitazione delle assunzioni al 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente, contenuta nella seconda parte dell’art. 76 comma 7 D.L. 112/2008 cit., invece, non va ritenuta operante nei confronti  degli enti che hanno popolazione inferiore a 5000 abitanti.  

Corte dei Conti

 
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Il Giudice Contabile nel parere in esame precisa che a decorrere dal 1° gennaio 2011, è operante il divieto di procedere ad assunzioni di personale, a qualsiasi titolo e con qualsiasi tipologia contrattuale, riguardante tutti gli enti, siano essi o meno sottoposti al Patto di stabilità, nei quali l ... Continua a leggere

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martedì 20 settembre 2016 12:21

Corte dei Conti: il parere sulla corresponsione del diritto di rogito ai segretari comunali

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della Deliberazione n. 74/2016/PAR della Sezione Controllo Regione Emilia Romagna del 15.9.2016

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"L’art. 10 della l.114/2014 ha disposto l’integrale destinazione ai Comuni dei diritti di rogito, abrogando, al contempo, la riserva in precedenza destinata ai segretari comunali. Si fa eccezione (comma 2-bis) a vantaggio dei soli segretari di fascia C, in quanto tali privi di qualifica dirigenziale, a differenza dei colleghi di fascia A e B, o di trattamento equiparato alla dirigenza (per il cosiddetto “galleggiamento” ex art.41 CCNL di categoria), nel caso vi sia presenza di dirigenti nel comune nel quale operano. Il principio è stato fissato in sede nomofilattica dalla Sezione Autonomie della Corte con deliberazione 24 giugno 2015 n.21/SEZAUT/2015/QMIG. La diversa sentenza del Tribunale di Milano, in funzione di giudice del lavoro (18 maggio 2016) non fornisce elementi tali da far riconsiderare l’orientamento univoco della Corte dei conti". È questa la sintesi del parere reso dalla Sezione Controllo Regione Emilia Romagna con la Deliberazione n. 74/2016/PAR del 15.9.2016 di seguito trascritto. Quesito: Il Sindaco di Torrile ha inoltrato a questa Sezione una richiesta di parere avente a oggetto l’interpretazione dell’art. 10, comma 2-bis, del d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, in materia di corresponsione del diritto di rogito ai segretari comunali. In premessa il citato Sindaco richiama la deliberazione n.105/2015/PAR resa da questa Sezione il 27 maggio 2015, la deliberazione n.21/SEZAUT/2015/QMIG del 4 giugno 2015, il parere reso in data 25 marzo 2016 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze-Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato e da ultimo la sentenza n.75/2016 della Corte costituzionale. In particolare, il citato Sindaco, alla luce della sentenza della Corte costituzionale appena citata pone il seguente quesito: se spetti la liquidazione dei diritti di rogito ai segretari collocati nelle fasce professionali A e B che prestano servizio e rogano contratti nell’interesse di enti locali sprovvisti di personale di qualifica dirigenziale. Parere: L’art. 10 del dl 24 giugno 2014, n. 90, convertito in legge 11 agosto 2014, n. 114 è intervenuto riformando la legislazione allora vigente in materia di diritto di rogito dei segretari comunali. E’ stata innanzitutto disposta l’integrale destinazione ai Comuni dei diritti di rogito, sostituendo la precedente previsione contenuta nell’art. 30 della l. 15 novembre 1973, n.734 (come successivamente modificato dall’art. 25, comma 7, del dl 22 dicembre 1981, n. 786, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 1982, n. 51) che assegnava ai Comuni il 90 per cento del gettito dei diritto di rogito, riservando il restante 10 per cento al Ministero dell’Interno per la costituzione di un fondo da utilizzare per corsi di formazione e sussidi per i segretari comunali. Con lo stesso articolo del provvedimento il legislatore ha abrogato l’art. 41, comma 4, della legge n. 312/1980 che riservava ai segretari comunali una quota pari al 75 per cento delle entrate da diritto di rogito di spettanza dei Comuni, fino a concorrenza di un terzo dello stipendio loro attribuito. La ratio evidente della riforma, quella di attribuire al Comune l’intero ammontare del gettito da diritto di rogito, abrogando al tempo stesso la consuetudine, poi sancita dall’ordinamento previgente, di riservare una quota delle prestazioni da rogito ai segretari comunali, ha trovato un temperamento nel comma 2-bis dell’art.10, introdotto in sede di conversione, a norma del quale “negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15 novembre 1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”. Le ragioni di tale intervento parlamentare a temperare l’originaria previsione del decreto legge in sede di conversione sono agevolmente reperibili nei lavori preparatori, allorché, nella seduta del 25 luglio 2014 della I Commissione permanente (Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni) della Camera dei Deputati, l’emendamento che sarebbe poi stato approvato e inserito nel testo poi confermato in Assemblea, fu motivato dalla necessità di “tutelare i segretari comunali operanti nei comuni medio-piccoli, nei quali non sono presenti dipendenti con qualifica dirigenziale, riconoscendo loro i diritti di rogito, seppure in misura minore rispetto ad oggi”. Al contempo tale riconoscimento veniva escluso per i Segretari aventi qualifica dirigenziale in quanto per essi vale “il principio della onnicomprensività della retribuzione che vale per i dirigenti” (cfr. deliberazione n.49/2016/PAR della Sezione regionale di controllo per la Liguria) Occorre tenere presente che, ai sensi dell’art. 31 del CCNL di categoria, i Segretari comunali e provinciali sono classificati in tre diverse fasce professionali (C, B e A) cui corrisponde l’idoneità degli stessi alla titolarità di sedi di comuni (e province) differenziate a seconda della consistenza della popolazione amministrata (rispettivamente comuni fino a 3mila abitanti; comuni fino a 65mila abitanti, purché non capoluoghi di provincia; comuni di oltre 65mila abitanti, o capoluoghi di provincia, e province). Anche il trattamento retributivo è differenziato secondo le fasce, ma i Segretari di fascia B sono equiparati a quelli di fascia A (e quindi ai dirigenti) quanto a stipendio tabellare e indennità di posizione, mentre i Segretari comunali di fascia C percepiscono stipendio e indennità di importo ridotto (artt. 3 e 37 CCNL). Il quadro retributivo deve essere integrato con la previsione del principio del cosiddetto galleggiamento (art.41, comma 5, CCNL), in base al quale l’indennità di posizione del segretario comunale non deve essere “inferiore a quella stabilita per la posizione dirigenziale più elevata nell’ente in base al contratto collettivo dell’area della dirigenza o, in assenza di dirigenti, a quello del personale incaricato della più elevata posizione organizzativa”. Così prospettato, il quadro normativo vigente, integrato dalle previsioni del CCNL, sembra offrire, a tutta evidenza, una particolare tutela per i Segretari comunali di fascia C, in quanto destinatari di un trattamento retributivo inferiore. Infatti, mentre ai segretari di fascia A e B spetta in ogni caso il trattamento economico equiparato a quello dei dirigenti (art. 3, CCNL), per i segretari di fascia C l’equiparazione si realizza soltanto se nella struttura organizzativa del Comune sono presenti dirigenti. In tale ultimo caso la disposizione contrattuale, che assicura al Segretario tale garanzia economica deve intendersi come un corollario dell’art.97, comma 4 TUEL che chiama il Segretario a sovrintendere “allo svolgimento delle funzioni dei dirigenti” e a coordinarne l’attività. Ne consegue che i Segretari di fascia C, che operano in comuni con presenza di dirigenti, finiscono per godere di retribuzione più elevata rispetto ai pari fascia titolari di sedi di comuni nei quali non vi siano dirigenti. Pronunciandosi in sede nomofilattica sulla questione relativa alla corretta determinazione dei diritti di rogito da corrispondersi a seguito dell’entrata in vigore della legge n.114/2014, di conversione del decreto-legge n.90/2014, la Sezione delle Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione 24 giugno 2015, n.21/SEZAUT/2015/QMIG, condividendo la lettura propugnata dalla Sezione regionale di controllo per il Lazio (deliberazione n.21/2015/PAR) e successivamente da questa Sezione (deliberazione n.105/2015/PAR, citata), ha enunciato i seguenti principi di diritto: “Alla luce della previsione di cui all’art. 10 comma 2 bis del d.l.24 giugno 2014, n.90, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n.114, i diritti di rogito competono ai soli segretari di fascia C. In difetto di specifica regolamentazione nell’ambito del CCNL di categoria successivo alla novella normativa i predetti proventi sono attribuiti integralmente ai segretari comunali, laddove gli importi riscossi dal comune, nel corso dell’esercizio, non eccedano i limiti della quota del quinto della retribuzione in godimento del segretario. Le somme destinate al pagamento dell’emolumento in parola devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico degli enti”. ​​La Corte costituzionale, in sede di giudizio di legittimità costituzionale in via principale, si è pronunciata con sentenza in data 23 febbraio 2014, in merito al ricorso presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, avverso due articoli della legge regionale Trentino Alto Adige 9 dicembre 2014, n.11. In particolare, per quanto ci occupa in questa sede, ha stabilito che l’art.11 della legge regionale citata, che estende il diritto di rogito a tutti i segretari comunali, siano essi dirigenti o non dirigenti, in misura pari al settantacinque per cento del provento e fino al massimo di un quinto dello stipendio in godimento, non è in contrasto con l’art.10, comma 2-bis del decreto legge n.90/2014, come convertito dalla legge n.114/2014, che il Presidente del Consiglio dei ministri intende quale principio fondamentale di finanza pubblica, e pertanto non viola l’art.117, terzo comma della Costituzione. La censura relativa alla violazione di tale norma costituzionale non è fondata, in quanto “lo Stato, non concorrendo al finanziamento dei Comuni che insistono sul territorio della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Sudtirol, non può neppure adottare norme per il loro coordinamento finanziario, che infatti compete alla Provincia, ai sensi del …art. 79, comma 3 dello statuto”. “Del pari non fondata – aggiunge la Corte- è la censura relativa alla violazione dell’art.117, secondo comma, lettera l), Cost., perché la norma regionale si limita a richiamare, ai fini del riconoscimento dei diritti di segreteria, i medesimi atti previsti dalla legislazione statale, senza interferire minimamente con la loro disciplina positiva”. La Corte costituzionale dunque interviene a ribadire l’autonomia normativa della regione a statuto speciale, non potendosi invocare il principio del coordinamento della finanza pubblica, atteso che lo Stato non concorre al finanziamento dei Comuni che insistono sul territorio della Regione. Se tale è la ratio della pronuncia della Corte, appare dubbio che essa possa essere utilizzata come parametro di riferimento per la questione in esame relativa ad un comune soggetto al coordinamento statale della finanza pubblica. Tuttavia, successivamente, il Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro, è intervenuto nella questione dell’attribuzione dei diritti di rogito ai segretari comunali con la propria sentenza del 18 maggio 2016. In essa viene contestata l’interpretazione della Sezione Autonomie della Corte dei conti e si addiviene ad una diversa lettura della norma che estenderebbe “i diritti di segreteria a due categorie di segretari: sicuramente a quelli che non hanno qualifica dirigenziale (dovendosi intendere in essi quelli di fascia C che più che qualifica non hanno equiparazione retributiva con i dirigenti), ma anche a quelli che operano in enti che non hanno dipendenti con qualifica dirigenziale. In tale secondo gruppo, il legislatore non ha inteso fare distinzioni di fascia, ma solo subordinare la titolarità dei diritti ai segretari operanti in enti privi di dipendenti dirigenziali”. Per le ragioni esposte nella parte di merito, l’interpretazione della norma data dal Tribunale di Milano nella sentenza di primo grado non appare convincente e la Sezione ritiene di confermare l’orientamento esplicitato secondo i principi stabiliti in sede nomofilattica dalla Sezione delle autonomie

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della Deliberazione n. 74/2016/PAR della Sezione Controllo Regione Emilia Romagna del 15.9.2016

 
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"L’art. 10 della l.114/2014 ha disposto l’integrale destinazione ai Comuni dei diritti di rogito, abrogando, al contempo, la riserva in precedenza destinata ai segretari comunali. Si fa eccezione (comma 2-bis) a vantaggio dei soli segretari di fascia C, in quanto tali privi di qualifica dirigenzial ... Continua a leggere

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mercoledì 30 dicembre 2015 21:17

Vigili Urbani: il parere della Corte dei Conti sul divieto assoluto di concorsi, assunzioni e scorrimento graduatorie

Corte dei Conti Sezione Regionale di Controlla per la Puglia deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015

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La Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015 ha risposto al quesito formulato da un Comune sulla possibilità di completare la procedura, avviata del 2014, per l’assunzione di una unità di polizia municipale alla luce della disciplina introdotta dalla l. 190/2014 commi da 418 a 430 (legge di stabilità 2015). La legge da ultimo citata prevede un articolato percorso volto al graduale riassorbimento del personale in servizio presso province e città metropolitane, in conseguenza della riduzione delle funzioni operata dalla legge Delrio (legge n. 56/2014) e della parallela imposizione di diminuzione proporzionale degli organici di personale (e della relativa spesa). Nell’ambito del citato quadro normativo, ad avviso della Corte dei Conti assume una posizione di primo piano il comma 424 dell’art. 1 della richiamata legge di stabilità che prevede per il biennio 2015 e 2016 che le regioni e gli enti locali “destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate alla data di entrata in vigore della presente legge e alla ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità”. Con esclusivo riferimento alla ricollocazione del personale soprannumerario viene, inoltre, previsto che “le regioni e gli enti locali destinano, altresì, la restante percentuale della spesa relativa al personale di ruolo cessato negli anni 2014 e 2015, salva la completa ricollocazione del personale soprannumerario. Fermi restando i vincoli del patto di stabilità interno e la sostenibilità finanziaria e di bilancio dell'ente, le spese per il personale ricollocato secondo il presente comma non si calcolano, al fine del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 557 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296”. L’inderogabilità della regolamentazione viene garantita attraverso l’espressa comminatoria della nullità delle assunzioni effettuate in violazione di quanto sancito dal comma in esame, sicché l’eventuale contratto stipulato contra legem è ab origine invalido ed inefficace (con eventuali conseguenti responsabilità in capo a chi ha disposto l’assunzione illegittima). In particolare, l’assunzione del personale di polizia municipale, cui espressamente si riferisce la richiesta di parere, trova la propria base positiva di riferimento non tanto nella l. 190/2014, quanto nel d.l. 78/2015 conv. dalla l. 125/2015 che, all’art 5, disciplinando il passaggio del personale di polizia provinciale nei ruoli della polizia municipale, dispone che “il personale appartenente ai Corpi ed ai servizi di polizia provinciale di cui all'articolo 12 della legge 7 marzo 1986, n. 65, transita nei ruoli degli enti locali per lo svolgimento delle funzioni di polizia municipale, secondo le modalità e procedure definite con il decreto di cui all'articolo 1, comma 423, della legge 23 dicembre 2014, n. 190” e che “personale non individuato o non riallocato, entro il 31 ottobre 2015, ai sensi dei commi 2 e 3, è trasferito ai comuni, singoli o associati, con le modalità di cui al comma 1”. La disposizione da ultimo citata prevede una disciplina peculiare, per certi versi più restrittiva rispetto a quella contenuta nella legge di stabilità, volta ad agevolare al massimo il riassorbimento di quello speciale settore di personale che è la polizia provinciale, anticipando il transito effettivo anche con la previsione di forme di avvalimento tra l’ente originario di appartenenza e l’ente locale destinatario. Il transito del personale di polizia provinciale nei ruoli della polizia municipale viene agevolato sia attraverso la previsione di deroghe sia attraverso l’espressa statuizione di un divieto assoluto di reclutamento aliunde, a pena di nullità. Il comma 6 del citato art 5 d.l. 78/2015, infatti, sancisce che “Fino al completo assorbimento del personale di cui al presente articolo, è fatto divieto agli enti locali, a pena di nullità delle relative assunzioni, di reclutare personale con qualsivoglia tipologia contrattuale per lo svolgimento di funzioni di polizia locale”. Sulla base di tale premessa e richiamando i precedenti della Sezione, la Corte ha affermato che la disciplina in esame impone anche un divieto particolarmente stringente ed atto a comprendere qualsivoglia forma di utilizzo di nuova forza lavorativa. L’unica deroga al divieto di assunzione predetto è contemplata dalla medesima disposizione in relazione a “personale a tempo determinato effettuate dopo la data di entrata in vigore del presente decreto, anche se anteriormente alla data di entrata in vigore della relativa legge di conversione, per lo svolgimento di funzioni di polizia locale, esclusivamente per esigenze di carattere strettamente stagionale e comunque per periodi non superiori a cinque mesi nell'anno solare, non prorogabili “(deroga introdotta in sede di conversione, a conferma dell’insuperabilità del divieto sul piano interpretativo)”. Nel solco di tale linea interpretativa si inserisce una recente deliberazione della Sezione controllo Lombardia (n. 416/PAR/2015 del 10.11.2015) secondo cui l’art. 5 del decreto-legge n. 78 del 2015 impone ai comuni (a prescindere dalla presenza di capacità assunzionali) di assumere il personale di polizia provinciale (con divieto di assunzioni alternative fino al completo riassorbimento). Per le ragioni sopra esposte, l’eventuale assunzione a tempo indeterminato, da parte di un comune, di agenti di polizia municipale ricade nello spettro applicativo del divieto di cui all’art 5, comma 6, del decreto-legge n. 78 del 2015, convertito dalla legge n. 125 del 2015, e nella conseguente sanzione della nullità.” Conclude, quindi, la Corte richiamando la pronuncia della Sezione delle Autonomie che, con deliberazione n. 28/SEZAUT/2015/QMIG, ha sottolineato come non è consentito “all’ente locale (salvo che per le assunzioni a tempo determinato per le esigenze temporanee di cui all’art. 5, comma 6 del D.L. n. 78/2015) di procedere all'assunzione di personale di polizia municipale mediante scorrimento di graduatoria tenendo conto, cumulativamente, delle cessazioni intervenute nel triennio 2012 – 2014”. Scarica il parere

Corte dei Conti Sezione Regionale di Controlla per la Puglia deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015

 
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La Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con deliberazione n. 231/PAR/2015 del 2.12.2015 ha risposto al quesito formulato da un Comune sulla possibilità di completare la procedura, avviata del 2014, per l’assunzione di una unità di polizia municipale alla luce della discipli ... Continua a leggere

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martedì 22 dicembre 2015 23:41

Corte dei Conti: il parere sulla nuova norma che prevede la possibilità di assicurare gli amministratori senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti

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Il Sindaco del Comune di Cremenaga ha richiesto un parere in merito all'interpretazione dell'art. 86, comma 5, primo periodo del d. lgs. n. 267 del 2000, così come novellato dall'art. 7 bis, comma 1, del d.l. 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125. Segnatamente, atteso che, ai sensi del novellato comma 5, primo periodo, dell'art. 86 TUEL, “gli enti locali di cui all'articolo 2 del presente testo unico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, possono assicurare i propri amministratori contro i rischi conseguenti all'espletamento del loro mandato”, si chiede se “il tenore della nuova norma in commento permette all'ente di farsi carico di detti oneri” in considerazione dell'inciso introdotto nel predetto articolo “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Il comma 5, primo periodo, dell'art. 86 del d. lgs. n. 267 del 2000 - che recitava “i comuni, le province, le comunità montane, le unioni di comuni e i consorzi fra enti locali possono assicurare i propri amministratori contro i rischi conseguenti all'espletamento del loro mandato” è stato novellato dall'art. 7 bis, comma 1, del d.l. 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125 e recita attualmente che “gli enti locali di cui all'articolo 2 del presente testo unico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, possono assicurare i propri amministratori contro i rischi conseguenti all'espletamento del loro mandato”. La Corte dei Conti, Sezione Regionale di Controllo per la Lombardia nella deliberazione n. 452/2015/PAR del 9.12.2015 afferma che "La modificazione avvenuta consiste, per quanto di interesse ai fini del presente parere, nell'inserimento della locuzione “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” nel precedente testo legislativo, che già facoltizzava gli enti locali, seppur individuandoli non per categoria, come avviene attualmente, ma per singola tipologia, ad assicurare i propri amministratori contro i rischi conseguenti all'espletamento del loro mandato. Tralasciando il profilo relativo ai rischi assicurabili, non oggetto del presente parere, per la cui individuazione si rimanda alla normativa in vigore e alla giurisprudenza sulla medesima formatasi, si tratta di individuare la portata del suddetto inciso. Al riguardo la Sezione osserva che il vincolo in esso contenuto impone che la suddetta copertura assicurativa non comporti nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, essendo quindi finalizzato ad evitare che la stipulazione di polizze contro i rischi derivanti dal mandato di amministratore possa provocare un incremento generale delle spese afferenti alla finanza pubblica nel suo complesso. Nella prospettiva del singolo ente locale il vincolo non può che essere parametrato alle spese precedentemente sostenute dall'ente locale, individuando l'aggregato più idoneo a fungere da parametro di riferimento. A tal fine la Sezione ritiene di poterlo individuare nelle spese di funzionamento dell'ente, in quanto, da un lato, comprensivo delle spese afferenti al mandato degli amministratori ma, dall'altro lato, non così ampio da ricomprendere anche le uscite destinate a soddisfare le finalità pubbliche il cui perseguimento è demandato all'Amministrazione. Tale aggregato interessa, infatti, tutte quelle voci di spese preordinate a garantire l'esistenza dell'apparato comunale e il suo funzionamento ed esclude invece quelle voci di spesa per loro natura destinate all'espletamento dei compiti di cui l'ente è intestatario, preordinati ad assicurare e contemperare gli interessi dei soggetti a cui l'azione pubblica è rivolta. Così individuato il termine di raffronto per la valutazione del nuovo o maggiore onere di cui all'inciso in esame e tralasciando gli aspetti relativi alla tipologia di rischi assicurabili, non oggetto del presente parere, la Sezione ritiene che non sia consentita, sulla base del novellato art. 86, comma 5, primo periodo, l'introduzione o l'aumento della spesa per la voce in esame allorquando la stessa determinerebbe un innalzamento delle spese relative all'organizzazione e al funzionamento complessivamente sostenute dall'ente locale rispetto a quanto risulta nel rendiconto relativo al precedente esercizio, essendo invece possibili eventuali compensazioni interne. Tale impostazione risulta altresì in linea con la consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, che considera rispettosi dell'autonomia di spesa di regioni ed enti locali i soli vincoli alle politiche di bilancio da cui sia possibile desumere un limite complessivo, “lasciando agli enti stessi ampia libertà di allocazione fra i diversi ambiti e obiettivi di spesa” (Corte costituzionale n. 139/2012)".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti

 
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Il Sindaco del Comune di Cremenaga ha richiesto un parere in merito all'interpretazione dell'art. 86, comma 5, primo periodo del d. lgs. n. 267 del 2000, così come novellato dall'art. 7 bis, comma 1, del d.l. 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125. S ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 14:20

Diritti di rogito: il parere della Corte dei Conti sulla ripartizione dell'introito tra più segretari comunali succedutesi nello stesso anno

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 del 13.7.2015

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Il Sindaco di Elmas ha chiesto parere domandando come “andrà ripartito l’introito annuale proveniente dai cc.dd. diritti di rogito nel caso in cui, durante lo stesso anno, si siano succeduti presso l’Ufficio di Segreteria comunale due segretari ( il secondo in veste di supplente a scavalco) e il primo di essi risulti eventualmente avere già raggiunto il limite del quinto del suo stipendio in godimento di cui all’art. 10 comma 2-bis del D.L. n. 90/2014, convertito in legge 114/2014. Più specificamente, può il Comune denegare al secondo Segretario supplente ogni riparto ( pur non raggiungendo quest’ultimo il limite di cui sopra ) sul presupposto che il quinto dello stipendio in godimento non costituirebbe un limite soggettivo ma oggettivo per l’ente?”. Il parere richiesto, concernente quindi l’applicazione da darsi alla disciplina introdotta dall’art. 10 del D.L. 24 giugno 2014 n. 90, convertito il legge 11 agosto 2014 n. 114, è oggettivamente ammissibile in quanto riguarda modalità di incremento e tutela delle entrate del bilancio del comune (a titolo di diritti di segreteria). La Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 con parere del 13.7.2015 ha previsto che "La norma oggetto di quesito reca il titolo abrogazione dei diritti di rogito del segretario comunale e provinciale e abrogazione della ripartizione del provento annuale dei diritti di segreteria . A tal fine il cit. art. 10 comma 1 del D.L. 90/2014 dispone l’abrogazione dell’art. 41 comma 4 della legge n. 312/1980, il quale prevedeva l’obbligo di attribuire al segretario rogante una quota del provento spettante all’ente, a titolo di diritti di segreteria, pari al 75% e fino ad un massimo di un terzo dello stipendio in godimento ( da conteggiarsi nell’ambito del 90% di tale tipologia d’entrata, di spettanza dell’ente ai sensi dell’art. 30 comma 2 della legge 734/1973 come di seguito si esporrà). A fronte di tale abrogazione, la nuova disciplina di cui all’ art. 10 del D.L. 90/2014 comma 2 bis ammette l’attribuzione dei diritti di segreteria limitatamente agli enti privi di dipendenti con qualifica dirigenziale e comunque ai soli segretari comunali che non rivestono qualifica dirigenziale; detta disciplina prevede, quindi, che una quota del provento annuale dei diritti di segreteria sia attribuita al segretario comunale rogante ( non dirigente ) in misura non superiore ad un quinto dello stipendio in godimento. I presupposti così fissati dalla normativa per il riconoscimento dei diritti di rogito rendono manifesta la sua finalità, consistente nel determinare risparmi di spesa ovvero incremento di entrate disponibili per le amministrazioni locali ( in tali termini la relazione tecnica alla legge, legislatura 17°- dossier n. 57, senato.it ) . Tale finalità risulta confermata anche per effetto della modifica apportata dallo stesso art. 10 comma 2 D.L. 90/2014 all’art. 30 comma 2 della legge 734/1973, secondo cui ora si prevede che il provento annuale dei diritti di segreteria è attribuito integralmente al comune o alla provincia ( mentre tale provento era già devoluto all’ente locale solo per il 90% e per il restante 10% al Ministero dell’interno ). Con riguardo alla nuova disciplina sulla materia dei diritti di rogito recentemente è intervenuta la delibera n. 21/SEZAUT/2015/QMIG del 24 giugno 2015, attraverso la quale la Sezione delle autonomie, chiarito che i diritti di rogito competono ai soli segretari di fascia C, precisa che le somme destinate al pagamento dell’emolumento in questione devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico dell’ente. Nel merito del quesito sollevato dal Comune di Elmas va precisato che la quota dei proventi già riconosciuta ai segretari ( diritti di rogito ) ai sensi dell’abrogato art. 41 comma 4 della legge 312/1980, era stataunivocamente intesa come importo massimo teorico annuale consentito a carico del bilancio dell’ente, indipendentemente dal numero dei soggetti beneficiari, cioè delle diverse vicende sostitutorie intervenute nello svolgimento dell’attività rogante (v. sez. controllo Toscana n. 170/2013 ). Negli stessi termini si rinvengono atti d’indirizzo ministeriali. “…In conclusione, l’amministrazione deve sapere fin dall’inizio dell’esercizio quale potrà essere l’onere finanziario da sopportare per compensare l’esercizio dell’attività di rogito e tale risultato è raggiungibile solo attraverso la fissazione di un unico plafond di riferimento, indipendentemente dal numero dei soggetti che si succedono nell’attività medesima” ( circolare Ministero economia e finanze n. 0042171 del 7 aprile 2008 ). In ordine, inoltre, alle concrete modalità di corresponsione dei diritti di rogito, era stato individuato il metodo dell’accantonamento delle risorse disponibili e della proporzionale liquidazione a consuntivo, a seconda della misura di partecipazione all’attività rogatoria da parte di ciascun beneficiario. Concludendo, va ribadito che negli enti con personale dirigenziale non si configura alcun obbligo di attribuzione in favore dei segretari comunali roganti dei diritti di rogito (diritti di segreteria ). Tale fattispecie si configura solo in presenza delle condizioni contemplate dalla norma in esame, ovvero può darsi luogo all’attribuzione di una quota dei diritti di segreteria solo negli enti sprovvisti di dipendenti con qualifica dirigenzialee, quindi, anche ai segretari comunali privi della qualifica dirigenziale. In sostanza l’ente non dispone sulla materia di libertà di determinazione, dovendosi perseguire scelte gestionali sempre rivolte a tutelare l’incremento delle entrate in questione e a non depauperarle. A tale scopo risultano dettate le norme esaminate, le quali prevedono da un lato l’integrale devoluzione in favore dell’ente locale della presente tipologia dientrate, dall’altro la piena conservazione delle entrate stesse con eccezione dei casi in cui l’ente non disponga di figure dirigenziali, in tal caso consentendo l’attribuzione di quote di tali diritti a chi svolga funzioni di segretario rogante. Rispondendo al quesito si precisa che la normativa pone, tuttavia, un limite massimo annuale a tale onere a carico del bilancio dell’ente,secondo quanto testualmente recita l’art. 10 comma 2 bis del D.L. 90/2014 ( “…una quota del provento annuale spettante al comune…..” ),in quanto la quota del provento da attribuirsi per ciascun anno non può essere complessivamente superiore ad un quinto dello stipendio in godimento del segretario rogante, e ciò indipendentemente dalle eventuali vicende sostitutorie intervenute. In sede applicativa, pertanto, la quota di diritti da riconoscersi al singolo segretario rogante deve essere calcolata in relazione all’attività svoltanell’anno, e quindi la ripartizione della quantificazione tra i beneficiari dovrà fare riferimento ai periodi della rispettiva partecipazione all’attività rogante ( v. anche sez. controllo Lazio n. 21/2015 ).".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 del 13.7.2015

 
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Il Sindaco di Elmas ha chiesto parere domandando come “andrà ripartito l’introito annuale proveniente dai cc.dd. diritti di rogito nel caso in cui, durante lo stesso anno, si siano succeduti presso l’Ufficio di Segreteria comunale due segretari ( il secondo in veste di supplente a scavalco) e il p ... Continua a leggere

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lunedì 2 novembre 2015 22:15

Comuni e consorzi in perdita: basta "salvataggio a tutti i costi" e "interventi tampone", il parere della Corte dei Conti sul divieto di "soccorso finanziario"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti Sezione regionale di controllo per l’Abruzzo n. 279/2015/PAR del 21.10.2015

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"l’ente locale partecipante non è tenuto a ripianare automaticamente le perdite gestionali registrate dal soggetto partecipato. Tale conclusione resta valida anche con riferimento alle operazioni di ripiano del deficit finanziario in fase di liquidazione, assimilabile, di fatto, ad un accollo, da parte dell’ente locale, dei debiti di un soggetto terzo". È questo il principio ribadito nel parere reso dalla Corte dei Conti Sezione regionale di controllo per l’Abruzzo con la deliberazione n. 279/2015/PAR del 21.10.2015.La questione sottoposta alla Corte dei Conti concerne la disciplina applicabile alla partecipazione alle perdite del Consorzio CONSIDAN da parte del Comune di Città Sant’Angelo. Come riferito dal Comune, detto Consorzio, nato per la gestione del servizio di depurazione delle acque nere, è stato posto in liquidazione dal 2008 ed ha, nel periodo 2008-2013, accumulato perdite d’esercizio; al riguardo l’Ente istante chiede se sia obbligato al ripiano finanziario delle citate perdite e dell’eventuale ulteriore disavanzo di chiusura della liquidazione, anche alla luce del divieto di “soccorso finanziario” previsto dall’art. 6, comma 19, del Decreto Legge n. 78/2010.La Corte dei Conti nel parere in esame precisa "in via preliminare, ha ricordato che i consorzi rappresentano, insieme alle Convenzioni e alle Unioni, una delle forme di esercizio associato di funzioni e servizi, a disposizione degli enti locali. Infatti, l’art. 31 del TUEL afferma che “Gli enti locali per la gestione associata di uno o più servizi e l'esercizio associato di funzioni possono costituire un consorzio secondo le norme previste per le aziende speciali di cui all'articolo 114, in quanto compatibili”. Dal dato testuale della norma, è possibile distinguere due tipologie di consorzi: i “consorzi-azienda” finalizzati alla gestione di servizi pubblici ed operanti con autonomia imprenditoriale; i “consorzi di funzioni” destinati all’esercizio di attività amministrative (per i quali l’art. 2, comma 186, let. e), della legge 191 del 2009 ha disposto la soppressione). Per i consorzi riconducibili alla prima tipologia, il carattere strumentale all’esercizio di servizi a favore di più enti locali è messo in rilievo anche dalla giurisprudenza amministrativa secondo la quale "il consorzio tra Enti Locali è definibile come un’azienda speciale di ognuno degli enti associati. Così come l’azienda speciale è ente strumentale dell'ente locale, ossia ente istituzionalmente dipendente dall'ente locale ed elemento del sistema amministrativo facente capo a questo, allo stesso modo il consorzio, in quanto azienda speciale degli enti che l’hanno istituito, è un ente strumentale per l’esercizio in forma associata di servizi pubblici o funzioni e fa parte del sistema amministrativo di ognuno degli enti associati" (Cons. di Stato, n. 2605/2001, e in termini similari, anche Cass., ordinanza n. 33691/2002). Pur avendo natura strumentale, il consorzio si distingue soggettivamente dagli enti locali partecipanti, in quanto è dotato di una propria soggettività giuridica e diviene un nuovo centro di imputazione di situazioni e rapporti giuridici. Sotto il profilo della natura giuridica, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che “Il richiamo, per i Consorzi, alle norme disciplinari previste per le Aziende speciali non muta la struttura e forma giuridica del soggetto, che rimane un ente a partecipazione plurisoggettiva, una forma di associazione fra più enti locali (ed eventualmente altri soggetti pubblici), strumentale all’esercizio collettivo e congiunto di servizi a favore della popolazione di tutti i comuni consorziati. Di conseguenza troveranno applicazione le norme che valgono per le aziende speciali per quanto riguarda l’attività di erogazione del servizio, mentre torneranno applicabili quelle dei consorzi ove si tratti di regolamentare la vita associativa fra i comuni consorziati (costituzione e deliberazioni assembleari, nomina amministratori, adozione decisioni, etc.), come palesato dall’inciso legislativo “in quanto compatibili” (cfr. deliberazione Sezione regionale di controllo per la Lombardia n. 114/2012)”.Tra queste ultime norme rileva, ai fini del presente parere, l’art. 2615 c.c. il quale attribuisce autonomia patrimoniale ai consorzi con attività esterna, stabilendo che “per le obbligazioni assunte in nome del consorzio, i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo consortile”. In altre parole, come chiaramente evidenziato dalla Corte di Cassazione, “il consorzio con attività esterna, pur essendo sfornito di personalità giuridica, è pur sempre un autonomo centro di rapporti giuridici e pertanto assume la responsabilità, garantita dal fondo consortile, per tutte le obbligazioni comunque derivanti dai contratti che stipula in nome proprio. […] Il consorzio con attività esterne […] ha autonoma soggettività con autonomia patrimoniale e negoziale (Cass. 18235 del 2008). Tutto quanto sopra premesso in merito all’autonomia patrimoniale dei consorzi, che restano direttamente responsabili per le obbligazioni contratte nell’esercizio dell’attività, occorre ora valutare la sussistenza nell’ordinamento di un dovere, a carico degli enti locali partecipanti, di ripianare le perdite gestionali accumulate dai consorzi stessi.Al riguardo, giova richiamare il testo dell’art. 6, comma 19, del D.L. n. 78/2010 secondo il quale “Al fine del perseguimento di una maggiore efficienza delle società pubbliche, tenuto conto dei principi nazionali e comunitari in termini di economicità e di concorrenza, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non possono, salvo quanto previsto dall'art. 2447 codice civile, effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito, né rilasciare garanzie a favore delle società partecipate non quotate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio ovvero che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripianamento di perdite anche infrannuali. Sono in ogni caso consentiti i trasferimenti alle società di cui al primo periodo a fronte di convenzioni, contratti di servizio o di programma relativi allo svolgimento di servizi di pubblico interesse ovvero alla realizzazione di investimenti”.Secondo l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza contabile, detta norma impone l'abbandono della logica del "salvataggio a tutti i costi" di strutture ed organismi partecipati o variamente collegati alla pubblica amministrazione che versano in situazioni di irrimediabile dissesto. Non sono ammissibili "interventi tampone" con dispendio di disponibilità finanziarie a fondo perduto, erogate senza un programma industriale o una prospettiva che realizzi l'economicità e l'efficienza della gestione nel medio e lungo periodo (così Sezione controllo Piemonte, delibera n. 61 del 22 ottobre 2010; Sezione Controllo Lombardia, pareri n. 1081 del 30 dicembre 2010 e n. 207 del 27 aprile 2011). La disposizione si propone, perciò, di porre un freno alla prassi, ormai consolidata, seguita dagli enti pubblici ed in particolare dagli enti locali, di procedere a ricapitalizzazioni e ad altri trasferimenti straordinari per coprire le perdite strutturali (tali da minacciare la continuità aziendale); prassi che, come noto, da un lato finisce per impattare negativamente sui bilanci pubblici compromettendone la sana gestione finanziaria; dall'altro si contrappone alle disposizioni dei trattati (art. 106 TFUE, già art. 86 TCE), le quali vietano che soggetti che operano nel mercato comune beneficino di diritti speciali o esclusivi, o comunque di privilegi in grado di alterare la concorrenza "nel mercato", in un'ottica macroeconomica (Sez. reg. controllo per la Puglia, delibera n. 29 del 7 marzo 2012).Sebbene il perimetro di diretta applicazione della norma non contempli direttamente i consorzi, ma si riferisca esclusivamente agli organismi partecipanti aventi struttura societaria, dal tenore della stessa emerge un principio generale di “divieto di soccorso finanziario”, fondato su esigenze di tutela dell’economicità gestionale e della concorrenza, estensibile anche ai consorzi; ne deriva che l’ente locale partecipante non è tenuto a ripianare automaticamente le perdite gestionali registrate dal soggetto partecipato. Tale conclusione resta valida anche con riferimento alle operazioni di ripiano del deficit finanziario in fase di liquidazione, assimilabile, di fatto, ad un accollo, da parte dell’ente locale, dei debiti di un soggetto terzo, con l’immediata ricaduta che “se chi si accolla un debito altrui è un soggetto di diritto pubblico, quest’ultimo ha il dovere di porre in evidenza la ragione economica-giuridica dell’operazione, altrimenti essa rappresenterebbe un ingiustificato favor verso i creditori della società incapiente. In proposito, inoltre, questa Sezione ha già avuto modo di affermare che alla luce dell’autonomia patrimoniale della società, appare arduo rinvenire un interesse dell’ente locale a ripianare i debiti della società di capitali a cui partecipa” (Sezione regionale di controllo per la Lombardia n. 98/2013).Alla luce del quadro di riferimento sopra delineato, il Comune di Città Sant’Angelo potrà adottare le decisioni gestionali rientranti nella propria ed esclusiva discrezionalità in ordine ai rapporti finanziari con il consorzio di servizi partecipato, secondo gli ordinari canoni di razionalità economica, presenti sia nella legislazione ordinaria (art. 1, legge n. 241/1990) che nel principio costituzionale di buon andamento (art. 97 Cost.).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti Sezione regionale di controllo per l’Abruzzo n. 279/2015/PAR del 21.10.2015

 
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"l’ente locale partecipante non è tenuto a ripianare automaticamente le perdite gestionali registrate dal soggetto partecipato. Tale conclusione resta valida anche con riferimento alle operazioni di ripiano del deficit finanziario in fase di liquidazione, assimilabile, di fatto, ad un accollo, da p ... Continua a leggere

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venerdì 11 ottobre 2013 18:53

Dissesto degli Enti Locali: la Corte dei Conti risolve i dubbi interpretativi sulla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della delibera della Corte dei Conti Sez. delle Autonomie n. 22/2013

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La Corte dei Conti interviene a risolvere i numerosi dubbi interpretativi concernenti le norme che regolano la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale di cui agli artt. 243bis-243quinquies del TUEL (D.Lgs n. 267/2000). In particolare la Corte ha statuito che: 1) la constatazione della mancata presentazione del piano entro il termine di cui all’art. 243-bis, comma 5 (mancata presentazione o tardiva presentazione) appartiene alla fase istruttoria intestata alla commissione per la stabilità finanziaria di cui all’art. 155 TUEL che ne dà comunicazione alla Sezione regionale di controllo cui compete il formale accertamento del fatto e l’adozione della conseguente pronuncia. La pronuncia della Sezione regionale di controllo conclude il procedimento ed introduce la fase disciplinata dall’art. 6, comma 2, del d.lgs. 149/2011, salvo diversa valutazione sull’apprezzamento della tardività della presentazione espresso dalla commissione istruttoria, nel qual caso la Sezione con ordinanza dispone la prosecuzione della necessaria istruttoria ex art. 243-quater, comma 1 TUEL; 2) la scadenza del termine perentorio di cui all’art. 243-bis, comma 5, produce “ipso iure” gli effetti di cui all’art 243-quater, comma 7, del TUEL connessi alla mancata presentazione del piano - qualora non penda la procedura ex art.6. comma 2, d.lgs. 149/2011 “temporaneamente” sospesa - effetti del tutto sottratti alla disponibilità dell’ente che al verificarsi della fattispecie ipotizzata, non può revocare la delibera di approvazione del piano di riequilibrio, né adottare alcun atto se non quelli preordinati alla dichiarazione di dissesto secondo la disciplina di cui al già richiamato art. 6, comma 2 del d.lgs. 149/2011; 3) in via di principio, la deliberazione di approvazione o di diniego dell’approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale, può essere assunta in camera di consiglio laddove lo stato degli atti rassegnati alla valutazione del Collegio non renda necessaria ulteriore attività cognitiva o accertativa in contraddittorio con l’ente che ha deliberato il piano, riservando la forma della pubblica adunanza ai casi in cui si presenti tale necessità in funzione di garanzia e tutela del principio del contraddittorio; 4) la Sezione regionale di controllo, se, ai fini della formulazione del giudizio conclusivo sul piano di riequilibrio, dovesse ravvisare anche alla luce dei criteri e dei parametri delle Linee-guida ex art. 243-quater del TUEL, la necessità di approfondimenti cognitivi necessari a rendere esplicito e chiaro il valore della congruenza, ai fini del riequilibrio, delle misure riportate nel piano, in ciò non può ritenersi pregiudicata dalle risultanze istruttorie rassegnate nella relazione finale della commissione, disponendo degli ordinari poteri cognitivi ed istruttori propri; 5) il dispositivo della decisione sul piano di riequilibrio deve essere immediatamente comunicato alle amministrazioni interessate da parte delle Sezioni regionali di controllo. Al fine di garantire l’effettività della tutela dell’ente prevista dall’art. 243-quater, comma 5 (impugnazione della delibera entro trenta giorni) qualora ricorrano le fattispecie di cui all’art. 243-quater, comma 7 e più precisamente la mancata approvazione del piano o la mancata presentazione del piano, agli adempimenti che avviano l’applicazione dell’art. 6, comma 2 del decreto legislativo n. 149 del 2011, la Sezione regionale di controllo provvede non prima del decorso del termine per impugnare e, in caso di intervenuta impugnazione, non prima della decisione sul ricorso. Il termine per impugnare decorre dalla data di pubblicazione della deliberazione che decide sul piano; 6) si afferma la necessarietà della preventiva approvazione del rendiconto e del bilancio di previsione rispetto all’approvazione del piano di riequilibrio. Tali adempimenti non costituiscono condizioni legali di ammissibilità del piano, né formano oggetto di valutazione preliminare al merito in sede di deliberazione sul piano,ma rappresentano essenziali ed imprescindibili elementi istruttori destinati alla commissione ex art. 155 del TUEL. L’eventuale constatazione da parte della commissione della mancata approvazione dei documenti, od anche di uno dei documenti, prima della presentazione del piano - come prospettato dalla Sezione campana per alcuni casi al suo esame - costituisce oggettivo elemento di perplessità che si riflette sul valore della congruenza, ai fini del riequilibrio, dello strumento di risanamento, che sarà esposto nella relazione finale e che sarà valutato dalla Sezione regionale di controllo ai fini delle sue determinazioni.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della delibera della Corte dei Conti Sez. delle Autonomie n. 22/2013

 
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La Corte dei Conti interviene a risolvere i numerosi dubbi interpretativi concernenti le norme che regolano la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale di cui agli artt. 243bis-243quinquies del TUEL (D.Lgs n. 267/2000). In particolare la Corte ha statuito che: 1) la constatazione della man ... Continua a leggere

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domenica 28 settembre 2014 16:45

Assunzione di nuovo personale e rispetto del patto di stabilità interno: parere della Corte dei Conti sulle disposizioni contenute nel d.l. n. 90/2014

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti

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La Corte dei Conti, Sezione Controllo Emilia Romagna con la deliberazione in esame risponde al quesito formulato da un Comune consistente nello stabilire se un ente locale - tenuto a rispettare il patto di stabilità interno a decorrere dal 2013 in quanto rientrante nell’ambito di applicazione dell’articolo 16, comma 31, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla legge 14 gennaio 2011, n. 148 - che non abbia, nel primo anno di applicazione di tale disciplina, ottemperato all’obbligo di riduzione annuale della spesa di personale (cfr. art. 1, comma 557, l.n. 296/2006), possa derogare al divieto di assumere nuovo personale nell’anno successivo (cfr. art. 1, comma 557-ter, l.n. 296/2006). In particolare la Corte - dopo aver ricostruito il quadro normativo contenente la disciplina in tema di vincoli alla spesa ed alle assunzioni di nuovo personale alla quale sono soggetti gli enti locali - ​si sofferma anche su alcune modifiche introdotte in materia di limiti alle assunzioni di personale a tempo determinato previste nell’articolo 9, comma 28, d.l. n. 78/2010.​L’articolo 3, comma 9, d.l. n. 90/2014 ha, infatti, stabilito, che “al comma 28 dopo il secondo periodo sono inseriti i seguenti:"I limiti di cui al primo periodo e al secondo periodo non si applicano, anche con riferimento ai lavori socialmente utili, ai lavori di pubblica utilità, e ai cantieri di lavoro, nel caso in cui il costo del personale sia coperto da finanziamenti specifici aggiuntivi o da fondi dell’Unione europea; nell’ipotesi di cofinanziamento, i limiti medesimi non si applicano alla sola quota finanziata da altri soggetti".​ L’articolo 11, comma 4-bis, d.l. cit. ha inserito all’articolo 9, comma 28, d.l. n. 78/2010 un altro periodo ai sensi del quale “le limitazioni previste dal presente comma non si applicano agli enti locali in regola con l’obbligo di riduzione delle spese di personale di cui ai commi 557 e 562 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e successive modificazioni, nell’ambito di risorse disponibili a legislazione vigente.”​9. Altra disposizione rilevante ai fini della trattazione del quesito in esame è quella introdotta dall’articolo 11, comma 4-quater, d.l. n. 90/2014, che ha aggiunto il comma 31-bis all’articolo 16, d.l. n. 138/2011).​Tale norma prevede che “a decorrere dall’anno 2014, le disposizioni dell’articolo 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e successive modificazioni, in materia di riduzione delle spese di personale, non si applicano ai comuni con popolazione compresa tra i 1.001 e 5.000 abitanti per le sole spese di personale stagionale assunte con forme di contratto a tempo determinato, che sono strettamente necessarie a garantire l’esercizio di funzioni di polizia locale in ragione di motivate caratteristiche socio-economiche e territoriali connesse a significative presenze di turisti, nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente”.​10. Tenuto conto del quadro normativo sopra descritto la Sezione ritiene che il quesito posto dal Comune istante debba essere risolto nei seguenti termini.​Nessuna assunzione di personale a tempo indeterminato potrà essere disposta dall’ente nel 2014 in quanto al mancato rispetto dell’articolo 1, comma 557, l.n. 296/2006 - circostanza di cui lo stesso ente nella richiesta di parere ha dato atto- consegue il divieto di assunzione di personale a qualsiasi titolo e con qualsiasi tipologia contrattuale nell’anno successivo a quello nel quale l’inadempimento dell’obbligo della riduzione del trend storico della spesa di personale si è verificato (art. 1, co. 557, l.n. 296/2006).​Né si ritiene che possa essere invocata l’applicazione dell’articolo 3, commi 5 e 5-quater, d.l. n. 90/2014 in quanto la disciplina da essi prevista si riferisce al regime delle assunzioni di nuovo personale a tempo indeterminato da parte di regioni ed enti locali assoggettati alla disciplina del patto di stabilità che possono essere disposte nei limiti ivi fissati, purché siano stati rispettati i vincoli alla spesa di personale previste in altre disposizioni di legge, quali l’articolo 1, comma 557, l.n. 296/2006.​Non sembra, inoltre, che possa trovare applicazione l’articolo 11, comma 4-quater, d.l. n. 90/2014 in quanto le tipologie di spesa per il personale che l’Ente ha indicato di aver sostenuto nel 2013 e 2014 per sopperire alle assenze del proprio personale dipendente non rientrano tra quelle che la predetta disposizione consente di escludere dal computo valido ai fini del rispetto dell’articolo 1, comma 557, l.n. 296/2006 da parte dei comuni con popolazione compresa tra i 1.001 e 5.000 abitanti (tra i quali rientra il comune istante).​Infine, l’esclusione di assunzioni di personale con contratti di lavoro flessibile nel 2014 da parte dell’Ente istante deriva dall’applicazione dell’articolo 11, comma 4-ter, d.l. n. 90/2014 che, come già visto al punto n. 8 della presente deliberazione, nel modificare la disciplina contenuta nell’articolo 9, comma 28, d.l. n. 78/2010, consente solo agli enti locali in regola con l’obbligo di riduzione delle spese di personale ex art. 1, comma 557, l. n. 296/2006 di non applicare i limiti per le assunzioni di personale a tempo determinato previsti nel citato art. 9, comma 28, d.l. 78/2010.Per scaricare il parere cliccare su "Accedi al Provevdimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti

 
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La Corte dei Conti, Sezione Controllo Emilia Romagna con la deliberazione in esame risponde al quesito formulato da un Comune consistente nello stabilire se un ente locale - tenuto a rispettare il patto di stabilità interno a decorrere dal 2013 in quanto rientrante nell’ambito di applicazione dell’ ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 13:39

Mobilità: il parere della Corte dei Conti sulle posizioni lavorative dei dipendenti soprannumerari degli enti interessati dal riordino di cui alla legge n.56/2014

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015

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Il Comune di Giovinazzo, in relazione a quanto disposto dall’art.1, commi 424 e 425, della legge n.190/2014 (legge di stabilità 2015), ha chiesto se le procedure di mobilità avviate con atti gestionali nell’anno 2014 possono essere bandite e concluse nell’anno 2015. La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015 in risposta al quesito ha precisato che: "Tale normativa ha previsto una disciplina particolare delle assunzioni a tempo indeterminato derogatoria, per gli anni 2015 e 2016, di quella generale. La deroga deriva dalla evidente volontà del legislatore di dare priorità, rispetto a ogni altra forma di assunzione, (oltre che alla immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico) alla ricollocazione del personale provinciale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità previsti. La stessa normativa ha stabilito che eventuali assunzioni effettuate in difformità da dette disposizioni sono nulle. La questione posta dal Comune istante, insieme ad altre questioni relative alla normativa richiamata, è stata recentemente affrontata dalla Sezione delle Autonomie, nell’esercizio delle funzioni previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, con la deliberazione n.19/SEZAUT/2015. In tale occasione, in considerazione della prioritaria finalità di conservazione delle posizioni lavorative dei dipendenti soprannumerari degli enti interessati dal riordino di cui alla legge n.56/2014, finalità che sorregge anche la temporanea derogabilità delle disposizioni che consentono di ricoprire posti vacanti in organico mediante mobilità volontaria, è stato affermato che “per il 2015 ed il 2016 agli enti locali è consentito indire bandi di procedure di mobilità riservate esclusivamente al personale soprannumerario degli enti di area vasta” e che “a conclusione del processo di ricollocazione del personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità è ammissibile indire le ordinarie procedure di mobilità volontaria”. Risulta, pertanto, sostanzialmente confermato quanto già espresso in merito, con circolare n.1 del 30 gennaio 2015, registrata dalla Corte dei conti il 20 febbraio 2015, dal Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie. Si precisa che, nella medesima deliberazione alla quale si rinvia, la Sezione delle Autonomie, sempre nell’esercizio delle funzioni previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, ha, altresì, chiarito che è consentito non applicare la disciplina in argomento, sostanzialmente, per i soli profili infungibili estranei alle funzioni svolte dalle Province e che i vincoli previsti sono riferiti non al solo personale della Provincia di appartenenza ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione. Considerato che la Sezione delle Autonomie, con la deliberazione n.19/SEZAUT/2015, si è espressa per quanto indicato nell’esercizio delle funzioni nomofilattiche previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, convertito dalla legge n.213/2012, il Collegio si conforma ai principi dalla stessa enunciati per quanto richiesto dal Comune istante.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015

 
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Il Comune di Giovinazzo, in relazione a quanto disposto dall’art.1, commi 424 e 425, della legge n.190/2014 (legge di stabilità 2015), ha chiesto se le procedure di mobilità avviate con atti gestionali nell’anno 2014 possono essere bandite e concluse nell’anno 2015. La Corte dei Conti Sezione Reg ... Continua a leggere

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sabato 4 ottobre 2014 11:53

Corte dei Conti: é contraria ai parametri di legalità l’operazione di copertura delle spese correnti con gli introiti derivanti da rinegoziazione di mutui

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti Sezione Regionale Controllo per il Piemonte n. 190/2014/SRCPIE/PAR del 26.9.2014

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Con il Parere in esame la Corte dei Conti risponde al quesito proposto dal Commissario straordinario della Provincia di Asti che in considerazione della situazione di criticità finanziaria dell'Ente ha chiesto alla Corte se sia consentito non destinare per due annualità i risparmi della rinegoziazione di mutui contratti con Cassa Depositi e prestiti a spese di investimento, posticipando il vincolo per le due annualità mancanti o carenti (2014 solo quota parte) negli esercizi successivi 2016 e 2017. Tale richiesta - è affermato dal Commissario straordinario - è formulata con la consapevolezza che dette risorse dovrebbero essere finalizzate ad investimenti, per evitare di incrementare la spesa corrente, ma si tratta di una situazione eccezionale di gravissima carenza di risorse che non consente più all'Amministrazione lo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali fondamentali. Inoltre il D.M. 20 giugno 2003 (Autorizzazione alla Cassa depositi e prestiti per la rinegoziazione dei mutui concessi agli enti locali) e la normativa finanziaria vigente, a parere del Commissario straordinario, non sembrano imporre espressamente vincoli di destinazione per le somme risparmiate con la rinegoziazione. La Corte dei Conti evidenzia che come già la Sezione nella pronuncia n. 221/2011 in cui, riferendosi ad una consolidata giurisprudenza della Corte dei conti in materia, è stato sottolineato che “la rinegoziazione di mutui in ammortamento ha un duplice e contrastante effetto: da un lato determina un vantaggio immediato, consistente nella riduzione della spesa annuale per il rimborso delle rate in ammortamento, dall’altro determina un aumento della spesa complessiva per interessi in conseguenza della maggior durata dell’indebitamento ed un irrigidimento dei bilanci futuri. Ciò comporta che il vantaggio derivante dalla rinegoziazione non può essere solo quello derivante dalla differenza fra l’attualizzazione dei flussi dei pagamenti della passività originaria e quelli della nuova passività, ma, in conformità ai principi di sana gestione finanziaria, deve consistere in una valutazione finanziaria ed economica della complessiva situazione dell’ente, in relazione non solo ai dati finanziari attualizzati dell’operazione, ma anche ai rischi che l’ente locale assume con la nuova operazione di indebitamento, ed all’allungamento della durata del debito, che vincola l’attività futura dell’Amministrazione. In particolare, la diminuzione delle rate di ammortamento, non può essere considerato un risparmio in conseguenza del quale procedere automaticamente ad incrementare la spesa corrente, ma le economie derivanti dalla rinegoziazione del debito debbono essere destinate a spese in conto capitale. Proprio in riferimento all’utilizzazione delle risorse liberate dalla rinegoziazione dei mutui con la Cassa Depositi e Prestiti, l’Osservatorio sulla Finanza e contabilità degli enti locali ebbe a suo tempo a precisare che “esiste un orientamento generale di leggi di settore tendenti a contenere, per finalità di politica economica generale, l’aumento delle spese correnti dello Stato e di tutti gli altri enti pubblici. Nell’equilibrio economico finanziario complessivo degli enti locali l’operazione di rinegoziazione espone l’ente locale ad un debito prolungato nel tempo che ha come risultato pratico la liberazione di risorse in una parte del periodo di ammortamento del debito originario” (parere approvato nella seduta del 6 novembre 2003). In merito, la citata pronuncia, richiamando il Principio contabile n. 2 – punto n. 23, sottolinea che “Ai fini del mantenimento dell’equilibrio patrimoniale è opportuno commisurare il periodo di ammortamento dell’indebitamento con il presumibile periodo nel quale gli investimenti correlati potranno produrre la loro utilità”. In sostanza, i risparmi frutto di rinegoziazione non possono essere qualificati quale strumento per offrire risorse immediatamente spendibili in parte corrente dagli Enti in ‘sofferenza’, in quanto l’operazione comporterebbe, tra l’altro, l’irrigidimento dei bilanci futuri ‘capitalizzando’ in senso negativo gli stessi e non offrendo alle generazioni future i benefici di cui potrebbero invece godere, laddove fossero assegnate esclusivamente ad investimenti le spese per indebitamento. Peraltro, la destinazione delle risorse derivanti dalla rinegoziazione dei mutui non appare conforme alla ratio della limitazione del ricorso all'indebitamento per finanziare spese di investimento, sancito dall'art. 119, ultimo comma, della Costituzione. Ad analoghe conclusioni questa Sezione è pervenuta anche in successive pronunce (deliberazione n. 141/2012, deliberazione n. 265/2012), che si pongono in linea con il consolidato orientamento della Corte dei conti espresso in numerose deliberazioni di altre Sezioni Regionali di controllo (Sez. Reg. Contr. Toscana, del. n. 1027/2011; Sez. Reg. Contr. Lombardia, del. n. 27/2011; più di recente, Sez. Reg. Contr. Emilia Romagna, del. n. 145/2014). Alla luce delle suddette considerazioni, pur in presenza della situazione di criticità finanziaria esposta dal Commissario straordinario della Provincia di Asti, non può che confermarsi la contrarietà ai parametri di legalità (desumibili dalla Costituzione, dal TUEL e dai Principi contabili) dell’operazione di copertura delle spese correnti con gli introiti derivanti da rinegoziazione di mutui, prospettata nella richiesta di parere. Per scaricare il parere cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della deliberazione della Corte dei Conti Sezione Regionale Controllo per il Piemonte n. 190/2014/SRCPIE/PAR del 26.9.2014

 
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Con il Parere in esame la Corte dei Conti risponde al quesito proposto dal Commissario straordinario della Provincia di Asti che in considerazione della situazione di criticità finanziaria dell'Ente ha chiesto alla Corte se sia consentito non destinare per due annualità i risparmi della rinegoziazi ... Continua a leggere

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mercoledì 10 aprile 2013 19:19

Pagamento dei debiti degli Enti Locali: nuovi poteri alla Corte dei Conti, irrogherà una sanzione pecuniaria pari a due mensilita' del trattamento retributivo ai responsabili dei servizi che non hanno proceduto ai pagamenti o non abbiano richiesto gli spazi finanziari necessari

Decreto Legge 8 aprile 2013

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È entrato in vigore il 9.4.2013 il decreto legge contenete le "Disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, per il riequilibrio finanziario degli enti territoriali, nonche' in materia di versamento di tributi degli enti locali" con il quale per quanto attiene ai DEBITI DEGLI ENTI LOCALI si prevede che sono esclusi dai vincoli del patto di stabilita' interno per un importo complessivo di 5.000 milioni di euro i "pagamenti di debiti di parte capitale certi liquidi ed esigibili alla data del 31 dicembre 2012, ovvero dei debiti di parte capitale per i quali sia stata emessa fattura o richiesta equivalente di pagamento entro il predetto termine, ivi inclusi i citati pagamenti delle province in favore dei comuni, sostenuti nel corso del 2013 dagli enti locali". A tal fine i Comuni e le Province entro il termine del 30.4.2013 devono comunicare attraverso il sistema web della RGS gli spazi finanziari necessari affinché vengano individuati con decreto del MEF, per ciascun ente locale. Il comma 4 dell'art. 1 del decreto prevede espressamente che "Qualora le sezioni giurisdizionali regionali della Corte dei conti accertino, su segnalazione del collegio dei revisori, che gli enti locali, senza giustificato motivo, non abbiano richiesto gli spazi finanziari nei termini e secondo le modalita' di cui al comma 2, ovvero non abbiano proceduto, entro l'esercizio finanziario 2013, ad effettuare pagamenti per almeno il 90 per cento degli spazi concessi, le stesse irrogano una sanzione pecuniaria pari a due mensilita' del trattamento retributivo, al netto degli oneri fiscali e previdenziali, per i responsabili dei servizi interessati." Tali importi sono acquisiti al bilancio dell'ente.

Decreto Legge 8 aprile 2013

 
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È entrato in vigore il 9.4.2013 il decreto legge contenete le "Disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, per il riequilibrio finanziario degli enti territoriali, nonche' in materia di versamento di tributi degli enti locali" con il quale per quanto att ... Continua a leggere

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domenica 26 febbraio 2017 15:24

Turn over e capacità assunzionali: il parere della Corte dei Conti sui cd "resti"

segnalazione del parere della Corte dei Conti Regione Lombardia n. 23/2017/PAR del 15.2.2017

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Quesito: Il Sindaco espone che il Comune “conta attualmente una popolazione pari a n. 1773 abitanti. A seguito delle dimissioni volontarie presentate in data 10.04.2014 dalla dipendente comunale, collaboratore amministrativo, area amministrativa, servizi demografici, il posto medesimo è rimasto vacante” e, quindi, “l'Amministrazione ha intenzione di procedere all'assunzione, attraverso concorso pubblico, di un nuovo dipendente a tempo pieno ed indeterminato, a decorrere dall'anno 2017”. Sulla scorta di detta premessa, l’ente istante richiama la normativa susseguitasi in questi anni in tema di c.d. turn over e conclude affermando che «per le assunzioni da effettuarsi nel 2017, pertanto, è possibile utilizzare i "resti" delle facoltà assunzionali degli anni 2014-2015-2016 (calcolati sulle rispettive cessazioni degli anni 2013-2014-2015, applicando le percentuali vigenti nel tempo, meno la spesa per le assunzioni effettuate nel triennio 2014-2015-2016). I "resti" delle facoltà assunzionali, per l'anno 2017, sono quindi i seguenti: - capacità assunzionali 2014: 60% dei risparmi delle cessazioni del 2013; 80% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25%; - capacità assunzionali 2015: 60% dei risparmi delle cessazioni del 2014; 100% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25%; - capacità assunzionali 2016: 25% dei risparmi delle cessazioni del 2015; 100% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25% e 75% per i comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti con rapporto tra dipendenti e popolazione inferiore a quello previsto per gli enti dissestati». In punto di fatto, inoltre, l’ente istante afferma di rispettare «i presupposti della citata normativa, che risultano essere seguenti: a) sussistenza di personale cessato nell'anno 2014; b) spesa complessiva del personale inferiore al 25 % delle spese correnti; c) rispetto del limite di spesa relativo al valore medio di spesa del triennio antecedente alla data di entrata in vigore dell'art. 3 comma 5 bis del D.L. n. 90/2014; d) rapporto tra dipendenti-popolazione dell'anno precedente inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica come definito triennalmente con il Decreto del Ministro dell'interno di cui all'art. 263, comma 2, del D.Lgs. 267/2000. Detto ciò, il Comune formula il seguente quesito in merito all’assunzione di un dipendente a tempo pieno e indeterminato, mediante concorso pubblico, a decorrere dall'anno 2017: è possibile utilizzare il 100% della «capacità assunzionale relativa alla cessazione intervenuta nell'anno 2014 ("resto" assunzionale anno 2015)» oppure l'utilizzo del resto della capacità assunzionale va conteggiato «nella percentuale del 75% della spesa del personale cessato»? ---ooo0ooo--- PARERE IN SINTESI: Nell’ambito della disciplina del c.d. turn over, al fine di calcolare la “capacità assunzionale” bisogna prendere come riferimento la percentuale indicata per l’anno in cui si intende avviare la procedura di assunzione, a prescindere da quale fosse la percentuale indicata nell’anno a cui si riferiscono le cessazioni intervenute (ossia i c.d. resti). Infatti, i “resti” devono essere presi in considerazione solo per determinare l’entità del budget di spesa su cui va parametrata la capacità assunzionale che deve necessariamente essere rispettosa della percentuale fissata dal legislatore per l’anno in cui si intende procedere con la nuova assunzione. ---ooo0ooo--- PARERE ESTESO: I) Il quadro normativo che ha regolato la c.d. disciplina del turn over negli enti locali dall’anno 2014 ad oggi. L’art. 3, comma 5, del decreto-legge del 24 giugno del 2014, convertito dalla legge n. 114 del 2014, come modificato dal decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, convertito dalla legge n. 125 del 2015, aveva previsto che: «Negli anni 2014 e 2015 le regioni e gli enti locali sottoposti al patto di stabilità interno procedono ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 60 per cento di quella relativa al personale di ruolo cessato nell'anno precedente. Resta fermo quanto disposto dall'articolo 16, comma 9, del decreto legge 6 luglio 2012, n.95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.135. La predetta facoltà ad assumere è fissata nella misura dell'80 per cento negli anni 2016 e 2017 e del 100 per cento a decorrere dall'anno 2018. Restano ferme le disposizioni previste dall'articolo 1, commi 557, 557-bis e 557-ter, della legge 27 dicembre 2006, n.296. A decorrere dall'anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile; è altresì consentito l'utilizzo dei residui ancora disponibili delle quote percentuali delle facoltà assunzionali riferite al triennio precedente….». Il comma 5 quater, del medesimo articolo di legge, tuttavia, innalzava le predette percentuali affermando che «Fermi restando i vincoli generali sulla spesa di personale, gli enti indicati al comma 5, la cui incidenza delle spese di personale sulla spesa corrente è pari o inferiore al 25 per cento, possono procedere ad assunzioni a tempo indeterminato, a decorrere dal 1º gennaio 2014, nel limite dell'80 per cento della spesa relativa al personale di ruolo cessato dal servizio nell'anno precedente e nel limite del 100 per cento a decorrere dall'anno 2015». La norma citata, quindi, oltre ad individuare determinate capacità assunzionali espresse in termini percentuali sulle cessazioni intervenute nell’anno precedente, ha introdotto la possibilità di cumulare le risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni. Per gli anni 2015 e 2016 il legislatore, tuttavia, ha introdotto, per le assunzioni a tempo indeterminato, una disciplina derogatoria al quadro normativo esistente. Infatti, ai sensi dell’art. 1, comma 424, della legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), modificata dall'art. 4, comma 2-bis, del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n.125, “ Le regioni e gli enti locali, per gli anni 2015 e 2016, destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate alla data di entrata in vigore della presente legge e alla ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità. È fatta salva la possibilità di indire, nel rispetto delle limitazioni assunzionali e finanziarie vigenti, le procedure concorsuali per il reclutamento a tempo indeterminato di personale in possesso di titoli di studio specifici abilitanti o in possesso di abilitazioni professionali necessarie per lo svolgimento delle funzioni fondamentali relative all'organizzazione e gestione dei servizi educativi e scolastici, con esclusione del personale amministrativo, in caso di esaurimento delle graduatorie vigenti e di dimostrata assenza, tra le unità soprannumerarie di cui al precedente periodo, di figure professionali in grado di assolvere alle predette funzioni…”. Il quadro normativo appena delineato è stato oggetto di numerosi interventi in sede consultiva della Giurisprudenza contabile e, tra questi, in questa sede ci si limita a segnalare le pronunce della Sezione delle Autonomie. Con una prima delibera (deliberazione n. 26/AUT/2015/QMIG) la Sezione ha affermato il principio in base al quale “gli enti locali possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato utilizzando la capacità assunzionale del 2014 derivante dalle cessazioni di personale nel triennio 2011-2013 nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica; mentre, il budget di spesa del biennio 2015-2016 (riferito alle cessazioni di personale intervenute nel 2014 e nel 2015), è soggetto ai vincoli posti dall’articolo 1, comma 424 della legge 190 del 2014 finalizzati a garantire il riassorbimento del personale provinciale”. La medesima Sezione, con la successiva deliberazione n. 28/SEZAUT/2015/QMIG, ha inoltre precisato che il riferimento “al triennio precedente” inserito nell’art. 4, comma 3, del decreto-legge n. 78 del 2015, che ha integrato l’art. 3, comma 5, del decreto-legge n. 90 del 2014, è da intendersi in senso dinamico, con scorrimento e calcolo dei resti, a ritroso, rispetto all’anno in cui si intende effettuare le assunzioni”. Con la legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016), il legislatore ha nuovamente modificato il regime delle assunzioni stabilendo nuovi limiti alla capacità assunzionali degli enti locali. Difatti, il comma 228 dell’art. 1, dispone che: “Le amministrazioni di cui all'articolo 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, e successive modificazioni, possono procedere, per gli anni 2016, 2017 e 2018, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato di qualifica non dirigenziale nel limite di un contingente di personale corrispondente, per ciascuno dei predetti anni, ad una spesa pari al 25 per cento di quella relativa al medesimo personale cessato nell'anno precedente. In relazione a quanto previsto dal primo periodo del presente comma, al solo fine di definire il processo di mobilità del personale degli enti di area vasta destinato a funzioni non fondamentali, come individuato dall'articolo 1, comma 421, della citata legge n. 190 del 2014, restano ferme le percentuali stabilite dall'articolo 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n.90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114. Il comma 5- quater dell'articolo 3 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n.114, è disapplicato con riferimento agli anni 2017 e 2018.” L’art. 16 del c.d. d.l. enti locali (D.L. n. 113/16 conv. con mod. nella l. 160/16), tuttavia, oltre ad aver abrogato la lettera a) dell’'articolo 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, all'articolo 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, dopo il primo periodo, aggiunge il seguente: «Ferme restando le facoltà assunzionali previste dall'articolo 1, comma 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, per gli enti che nell'anno 2015 non erano sottoposti alla disciplina del patto di stabilità interno, qualora il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente sia inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica, come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, la percentuale stabilita al periodo precedente è innalzata al 75 per cento nei comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti». Da ultimo, la legge di bilancio per il 2017 (l. n. 232/2016), alla lettera d) del comma 479 dell’art. 1 ha stabilito che “ai sensi dell'articolo 9, comma 4, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, a decorrere dall'anno 2018, con riferimento ai risultati dell'anno precedente e a condizione del rispetto dei termini perentori di certificazione di cui ai commi 470 e 473”, «per i comuni che rispettano il saldo di cui al comma 466, lasciando spazi finanziari inutilizzati inferiori all'1 per cento degli accertamenti delle entrate finali dell'esercizio nel quale è rispettato il medesimo saldo, nell'anno successivo la percentuale stabilita al primo periodo del comma 228 dell'articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, è innalzata al 75 per cento qualora il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente sia inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica, come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267». Dunque, nell’attuale quadro normativo, la capacità di turn over è stata sensibilmente ridotta rispetto alla previsione del decreto-legge n. 90 del 2014. Difatti, gli enti locali possono, ora, assumere per gli anni 2017 e 2018 nella misura del 25 per cento della spesa del personale cessato nell’anno precedente o del 75% quando ricorre la deroga prevista dal c.d. D.L. enti locali o dalla legge di bilancio per il 2017. II) Nozione di capacità assunzionale. Chiarito il quadro normativo, in merito al quesito formulato, il Comune riferisce che il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente è inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica (come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267); dunque, il medesimo ente istante, avendo una popolazione superiore ai 1000 e inferiore a 10.000 abitanti e non avendo ancora proceduto a nuove assunzioni, ha una capacità assunzionale pari al 75% del budget formatesi prendendo come riferimento le cessazioni avvenute nel triennio precedente (che, nel caso di specie, è rappresentato dalla cessazione intervenuta nell’anno 2014). In linea generale, questa Sezione rammenta all’ente che quando il legislatore interviene per modificare solo la percentuale del c.d. turn over, al fine di calcolare la “capacità assunzionale” bisogna prendere come riferimento la percentuale indicata per l’anno in cui si intende avviare la procedura di assunzione, a prescindere da quale fosse la percentuale indicata nell’anno a cui si riferiscono le cessazioni intervenute (ossia i c.d. resti). Infatti, i “resti” devono essere presi in considerazione solo per determinare l’entità del budget di spesa su cui va parametrata la capacità assunzionale che deve necessariamente essere rispettosa della percentuale fissata dal legislatore per l’anno in cui si intende a procedere con la nuova assunzione." Per approfondire scarica il testo integrale del parere.

segnalazione del parere della Corte dei Conti Regione Lombardia n. 23/2017/PAR del 15.2.2017

 
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Quesito: Il Sindaco espone che il Comune “conta attualmente una popolazione pari a n. 1773 abitanti. A seguito delle dimissioni volontarie presentate in data 10.04.2014 dalla dipendente comunale, collaboratore amministrativo, area amministrativa, servizi demografici, il posto medesimo è rimasto vac ... Continua a leggere

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domenica 22 novembre 2015 20:15

Graduatorie concorsuali: il parere della Corte dei Conti sui tre presupposti che consentono di accedere alle graduatorie vigenti presso altri Enti

Segnalzione del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per l'Umbria con deliberazione n. 149/2015/PAR del 12.11.2015

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La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per l'Umbria con deliberazione n. 149/2015/PAR del 12.11.2015 ha risposto al quesito formulato concernente la possibilità di accedere a graduatorie di concorsi per un posto di assistente sociale a tempo indeterminato part time, vigenti presso altri Enti. Ad avviso della Corte dei Conti tale facoltà è ammissibile al ricorrere di tre condizioni: 1. la possibilità di assumere (con riferimento al quadro normativo in materia di assunzioni e spesa del personale); 2. l’accordo tra amministrazioni richiesto dalla norma di cui all’art. 3, comma 61 della legge n. 350 del 2003; 3. il rispetto dell’art. 91, comma 4 del TUEL, che impedisce di utilizzare gli idonei delle graduatorie di un pubblico concorso per i posti istituiti o trasformati successivamente all'indizione del concorso medesimo. Non costituisce trasformazione la mera riduzione delle ore di prestazione lavorativa a tempo parziale. Scarica il parere

Segnalzione del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per l'Umbria con deliberazione n. 149/2015/PAR del 12.11.2015

 
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mercoledì 23 ottobre 2013 20:20

Corte dei Conti: gli esattori-concessionari della riscossione dei tributi locali sono assimilabili agli agenti contabili degli enti locali e come tali soggetti a responsabilità per mancata resa di conti giudiziali

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti

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La qualifica giuridica di agente contabile, che ricomprende tutti i soggetti che abbiano di fatto maneggio di denaro pubblico, è stata riconosciuta dalla Corte di Cassazione SS. UU. Civili, con la sentenza n°12367, in data 9 ottobre 2001, anche in fattispecie di obbligo della resa del conto giudiziale a carico di agente della riscossione di entrate comunali. Ai fini della sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti in materia di responsabilità contabile, perché un soggetto rivesta la qualifica di agente contabile devono ricorrere il carattere pubblico dell'ente per il quale tale soggetto agisca e del denaro o del bene oggetto della sua gestione, mentre resta irrilevante il titolo in base al quale la gestione è svolta (Cassazione civile, sez. un., 01/06/2010, n. 13330). In questo senso anche la giurisprudenza della Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di questa Corte n. 434 del 20 ottobre 2008, laddove ha affermato che il “maneggio” di denaro “… genera ex se l’imprescindibile obbligo dell’agente a rendere giudiziale ragione della gestione, attraverso la presentazione di un documento contabile che dia contezza della stessa e delle sue risultanze” e che la diversa terminologia usata dal legislatore con riguardo ai conti della specie (“conto della gestione”, art. 25 d.lgs. n. 112/1999) non “degrada” a mero conto amministrativo il conto del concessionario, ma semplicemente ne differenzia la tipologia, con una specifica modulistica redazionale del conto. Dunque questo Collegio conferma il principio che anche gli esattori-concessionari della riscossione dei tributi locali sono assimilabili agli agenti contabili degli enti locali, ed in tale qualità sono soggetti all’obbligo di resa del conto. Questa Sezione si è già più volte pronunciata (con sentenze n. 984 del 14-12-2010, n. 163 del 16-3-2011 e n. 443 29-07-2011) in fattispecie analoghe, riguardanti la mancata resa di conti giudiziali da parte di società concessionarie della riscossione di entrate comunali, affermando l’obbligo della resa del conto incombente sull’agente contabile che comunque abbia maneggio di danaro e valori, di proprietà di una pubblica amministrazione, senza che rilevino in senso contrario né il titolo in base al quale la gestione viene svolta (che può consistere in un rapporto di pubblico impiego o di servizio, in una concessione amministrativa o in un contratto, e può perfino mancare del tutto), né il modo in cui si configura in concreto il rapporto, che può avere la forma prevista e disciplinata in via generale dalla legge, ma può anche discostarsene in tutto o in parte, senza mutare per questo la sua natura, ove ricorrano i predetti elementi essenziali (Cassazione, Sez. Un., n. 846 del 28/03/1974; Cassazione civile, Sez. Un., n. 13330 dell’1/06/2010). In tema di contabilità pubblica, la regola dell'obbligo di resa del conto e del suo controllo giurisdizionale da parte della Corte dei conti, contenuta negli art. 73 - 75 r.d. 18 novembre 1923 n. 2440 (legge sulla contabilità dello Stato) e negli art. 20 ss. del relativo regolamento (r.d. 23 maggio 1924 n. 827), nonché nell'art. 44 r.d. 12 luglio 1934 n. 1214 (testo unico delle leggi sulla Corte dei conti), ha diretto fondamento sia nell'art. 103 della Costituzione che in un'indefettibile funzione di garanzia della regolare gestione contabile e patrimoniale, la quale rende necessario l'esercizio della giurisdizione di conto in relazione a tutte le componenti patrimoniali e finanziarie (Cassazione civile, sez. un., 27/03/2007, n. 7390). L’adempimento di tale obbligo di legge non è impedito dal fatto che finora non sia stato adottato il decreto ministeriale previsto dall’art. 160 TUEL, in quanto si può fare ricorso, come ritenuto dal Procuratore regionale, sia pure con gli adattamenti ritenuti opportuni, ma tuttavia idonei a consentire un idoneo controllo, ai criteri previsti dal D.P.R. n. 194 del 1996 per la resa del conto della gestione da parte del tesoriere (da rendere con il modello n. 11), e degli altri agenti contabili interni, secondo la seguente ripartizione: a) mod. 21, per gli agenti contabili della riscossione; b) mod. 22, per i consegnatari delle azioni; c) mod. 23, per la gestione economale; d) mod. 24, per i consegnatari dei beni.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti

 
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lunedì 31 ottobre 2011 20:39

La Corte dei Conti avvia il dissesto comunale

Corte dei Conti

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Con deliberazione n. 211 del 18.10.2011 la Corte dei Conti ha dato attuazione all'art. 6 del D.lgs n. 149 del 26.9.2011 entrato in vigore il 5 ottobre 2011 che legittima la stessa ad avviare la procedura di dissesto degli enti locali qualora, emergendo comportamenti difformi dalla sana gestione finanziaria, violazione degli obiettivi di finanza, irregolarità contabili o squilibri strutturali, il Comune non abbia adottato nel termine assegnato dalla Corte le necessarie misure correttive.

Corte dei Conti

 
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Con deliberazione n. 211 del 18.10.2011 la Corte dei Conti ha dato attuazione all'art. 6 del D.lgs n. 149 del 26.9.2011 entrato in vigore il 5 ottobre 2011 che legittima la stessa ad avviare la procedura di dissesto degli enti locali qualora, emergendo comportamenti difformi dalla sana gestione fin ... Continua a leggere

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