mercoledì 19 aprile 2017 11:00

Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato depositata in data 19 aprile 2017 resa in materia elettorale con la quale è stata respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso, in riferimento alla presunta natura esplorativa del ricorso originario, che si appoggerebbe a dichiarazioni sostitutive di atto notorio dei rappresentanti di lista alquanto generiche e inverosimili. Sul punto il Collegio ha richiamato il principio secondo cui la dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, prodotta a sostegno di un ricorso elettorale, può validamente considerarsi principio di prova idoneo a legittimare la richiesta, rivolta al giudice, di disporre acquisizioni istruttorie. Più in particolare, come è noto, l’Adunanza plenaria di questo Consiglio ha ormai definitivamente superato la tesi per la quale la mancata verbalizzazione di osservazioni o contestazioni dei rappresentanti di lista, in dissenso dalle decisioni del seggio, assumerebbe il valore di una sostanziale acquiescenza non più ritrattabile a mezzo della sostituzione dichiarativa dell’atto notorio, in quanto la rilevanza probatoria della dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, rilasciata dai rappresentanti di lista ai sensi del d.P.R. n. 445 del 2000, non può essere esclusa ipotizzando un onere con effetto decadenziale che non trova conforto in alcuna disposizione e risulta, anzi, incompatibile con la facoltatività sia della presenza del rappresentante di lista (art. 32, comma 9, n. 4, del d.P.R. n. 570 del 1960) sia della contestazione immediata di eventuali rilievi o dissensi (artt. 54 e 68 del medesimo d.P.R. n. 570 del 1960) (Cons. St., Ad. Plen., 20 novembre 2014, n. 32). La circostanza che i rappresentanti di lista non abbiano tempestivamente contestato le operazioni o non fossero presenti ad alcune o gran parte di esse, dunque, non priva di valore probatorio il loro contenuto, ai fini che qui rilevano e, cioè, quelli di fornire un idoneo principio di prova che assista la proposizione del ricorso elettorale. Per approfondire vai alla sentenza.

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sabato 17 novembre 2012 23:08

Regione Lazio: il Consiglio di Stato sospende la sentenza del TAR che obbligava la Polverini ad indire le elezioni regionali entro 5 giorni e fissa la discussione al 27.11.2012

Consiglio di Stato

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Occorre attendere il 27 novembre p.v. per conoscere l'esito del ricorso presentato dalla Polverini contro la sentenza del TAR che la obbligava ad indire entro 5 giorni le elezione, nelle more però l'efficacia della sentenza e' stata provvisoriamente sospesa. Questo e'quanto stabilito dal decreto monocratico del Dott. Stefano Baccarini, Presidente della V Sezione del Consiglio di Stato nel quale la sospensione in via cautelare della sentenza viene basata esclusivamente sul carico dei ruoli di udienza della sezione per i quali la prima camera di consiglio utile per la pronuncia collegiale è quella del 27 novembre 2012, ricorre dunque un caso di estrema gravità e urgenza, al fine di evitare che la pronuncia collegiale sulla domanda cautelare intervenga quando ormai sono decorsi i 5 cinque giorni fissati dal TAR. Sul presupposto, infatti, che la sentenza impugnata ha accertato l’obbligo del Presidente dimissionario della Regione Lazio di adottare il provvedimento di indizione delle consultazioni elettorali regionali, fissando all’uopo il termine di cinque giorni successivi alla data della comunicazione in via amministrativa o della notificazione della sentenza medesima e nominando commissario ad acta il Ministro dell’interno perché si sostituisca al Presidente dimissionario della Regione Lazio in caso di inadempimento e che, nelle more della decisione collegiale della domanda cautelare, la necessaria esecuzione della sentenza impugnata da parte della Presidente della Regione ovvero del commissario ad acta in via sostitutiva arrecherebbe all’appellante Regione un pregiudizio di estrema gravità quanto ai termini per l’esercizio del potere di indizione delle elezioni e ai contenuti che – a suo avviso - il provvedimento potrebbe avere. Sussistono quindi i presupposti di estrema gravità e urgenza che legittimano la sospensione provvisoria della sentenza al fine di evitare che la pronuncia collegiale sulla domanda cautelare intervenga quando le situazioni soggettive dedotte in giudizio sono state pregiudicate ed anche all’esigenza che il procedimento elettorale abbia inizio con un provvedimento dotato di stabilità. Per questi motivi il Consiglio di Stato ha accolto la domanda di provvedimento cautelare monocratico e per l'effetto ha sospeso provvisoriamente l’efficacia della sentenza appellata, fissando per la discussione, la camera di consiglio del 27 novembre 2012.

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Occorre attendere il 27 novembre p.v. per conoscere l'esito del ricorso presentato dalla Polverini contro la sentenza del TAR che la obbligava ad indire entro 5 giorni le elezione, nelle more però l'efficacia della sentenza e' stata provvisoriamente sospesa. Questo e'quanto stabilito dal decreto mo ... Continua a leggere

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sabato 4 ottobre 2014 17:12

Abusi edilizi: non e' sufficiente la sola produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio per provare l'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 3.10.2014

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La giurisprudenza del Consiglio di Stato è concorde nell’affermare che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti (Cons. St., sez. VI, 5 agosto 2013, 4075; Sez. IV, 14 febbraio 2012, n. 703; Sez. V, 6 giugno 2001, n. 3067).Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.Ciò comporta che in questa sede, tanto l’atto impugnato in primo grado quanto la sentenza criticata, si configurino esenti dalle censure mosse, in particolare da quelle di difetto di istruttoria e di motivazione perché, nella mancanza di allegazioni idonee a smentire i presupposti di fatto dell'ordinanza e in assenza della querela di falso, erroneamente le ricorrenti pretendono, con inammissibile inversione dell'onere della prova, che sia l'Amministrazione a provare giudizialmente i fatti posti a base della sua azione. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 3.10.2014

 
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sabato 5 ottobre 2013 08:40

Il ricorso elettorale con cui si impugna l'atto di proclamazione degli eletti non va notificato al Ministero dell'Interno

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

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Si segnala la presente sentenza in quanto chiarisce i casi nei quali non è necessario notificare l'impugnazione agli organi che hanno dichiarato i risultati finali del procedimento elettorale. Si precisa, infatti, nella sentenza che per le impugnative di cui all’art. 129 del c.p.a. è previsto che il ricorso debba essere notificato all'Ufficio che ha emanato l'atto impugnato, alla Prefettura e, ove possibile, agli eventuali controinteressati. L’art. 130 del c.p.a. dispone, invece, che contro tutti gli atti del procedimento elettorale successivi all'emanazione dei comizi elettorali è ammesso ricorso soltanto alla conclusione del procedimento elettorale, unitamente all'impugnazione dell'atto di proclamazione degli eletti, e che il ricorso deve essere notificato, ai sensi del comma 3 di detto art. 130: a) all'Ente della cui elezione si tratta, in caso di elezioni di Comuni, Province e Regioni; b) all'Ufficio elettorale centrale nazionale, in caso di elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia; c) alle altre parti che vi hanno interesse, e comunque ad almeno un controinteressato. Nel caso sottoposto all'esame del Collegio di impugnazione avente ad oggetto " il ricorso per l’annullamento del verbale delle operazioni dell'ufficio centrale, a seguito del turno di ballottaggio per le elezioni del Sindaco e del Consiglio comunale di Fasano, e di tutti gli allegati ed atti in esso contenuti, con conseguente correzione del risultato delle operazioni elettorali e proclamazione della elezione" il Consiglio di Stato ha affermato l'indubbia applicazione del sopra richiamato art. 130 e che, quindi, non fosse necessario notificare il gravame anche agli altri organi abilitati a dichiarare i risultati finali del procedimento elettorale, che non hanno legittimazione passiva nel giudizio perché, per la loro posizione di neutralità, non sono portatori di un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento dei loro atti (Consiglio di Stato: Sez. V, 18 gennaio 2013, n. 278; Ad. Plen., 31 luglio 1996, n. 16). In conclusione il Collegio rileva che poiché nei giudizi relativi ad elezioni comunali aventi ad oggetto l'atto di proclamazione degli eletti, detto art. 130 del c.p.a. individua quale parte necessaria l'Ente al quale l'elezione si riferisce e a cui vanno imputati i risultati elettorali nonché, quali controinteressati, i candidati della cui elezione si discute, non può ritenersi parte necessaria del contenzioso il Ministero dell'Interno (Cons. Stato, Sez. V, 12 febbraio 2008, n. 496; 16 ottobre 2006, n. 6135). In base a siffatto principio e' stata disposta l'estromissione dal giudizio del Ministero dell’Interno.

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

 
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mercoledì 28 novembre 2012 09:42

Regione Lazio, elezioni subito: per il Consiglio di Stato la Polverini ha violato il termine legale di tre mesi dallo scioglimento del Consiglio per la celebrazione delle elezioni

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato ha rigetto l'appello proposto dalla Regione Lazio confermando la sentenza del TAR nella parte in cui si è accertato l’obbligo del Presidente dimissionario della Regione Lazio di provvedere all’immediata indizione delle elezioni in modo da assicurarne lo svolgimento entro il più breve termine tecnicamente compatibile con gli adempimenti procedimentali previsti dalla normativa vigente in materia di operazioni elettorali, con la nomina di un commissario ad acta, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 34, comma 1, lett.e), del codice del processo amministrativo. Si legge, tra l'altro, nella sentenza che una lettura che non imponesse un vincolo temporale per la celebrazione delle elezioni, rimettendo detta scelta all’incondizionata discrezionalità del Presidente dimissionario della Regione, non assicurerebbe il rinnovo in tempi ragionevolmente brevi degli organi e, con esso, il soddisfacimento dei valori costituzionali sottesi all’espressione della volontà popolare secondo il meccanismo della democrazia elettorale.Stante l’interpretazione accolta, risulta acclarata la violazione, nel caso in esame, del termine legale. Non è, infatti, controversa fra le parti la circostanza secondo cui il Presidente uscente della Regione Lazio, a seguito delle sue dimissioni in data 27.9.2012 e dello scioglimento del Consiglio regionale in data 28.9.2012, non ha indetto le nuove elezioni in tempo utile ai fini del loro svolgimento entro i tre mesi dallo scioglimento del Consiglio, tenendo conto che, che ai sensi dell’art. 3, comma 5, della legge 17 febbraio 1968, n. 108, applicabile per rinvio recettizio da parte della legge elettorale del Lazio, i Sindaci danno notizia dell’indizione dei comizi elettorali con manifesti affissi almeno 45 giorni prima della data di svolgimento.

Consiglio di Stato

 
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mercoledì 13 luglio 2016 22:19

Elezioni: il termine di trenta giorni per contestare la legittimità del procedimento elettorale decorre dalla data di proclamazione di tutti gli eletti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 11.7.2016 n. 3019

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L’art. 130, comma 1, lett. a), c.p.a., quanto alle elezioni di Comuni, Province e Regioni, stabilisce che, alla conclusione del procedimento elettorale, nel termine di trenta giorni dalla proclamazione degli eletti, qualsiasi candidato o elettore dell’ente della cui elezione si tratta può proporre ricorso “contro tutti gli atti del procedimento elettorale successivi all’emanazione dei comizi elettorali… unitamente all’atto di proclamazione degli eletti”. Come è noto, a norma degli artt. 71 e 72 del d.lgs. n. 267/2000 (Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), le operazioni elettorali per l’elezione del Sindaco e dei componenti del Consiglio Comunale si svolgono nell’ambito di un unico procedimento e producono, in via contestuale, l’effetto dell’elezione di entrambi gli organi. Il procedimento elettorale comunale, dunque, in ragione della sua funzione armonica ed unitaria, non può dirsi concluso fino a quando non sia pronunciato l’atto conclusivo di proclamazione degli eletti non essendo dato di identificare, ai fini che qui rilevano, differenti (e anteriori) provvedimenti definitivi. In ragione della inscindibilità dei due effetti del medesimo procedimento elettorale, la disposizione processuale di riferimento ha, quindi, inteso differire e concentrare i ricorsi contro tutti gli atti del procedimento elettorale (con l’eccezione di quelli contro le esclusioni, diversamente disciplinati dall’art.129 c.p.a.) alla sua conclusione, identificando espressamente quale atto definitivo (oggetto di impugnazione) quello di proclamazione degli eletti, senza alcuna distinzione tra la carica di sindaco e quella di consigliere comunale. Ne discende che il termine di trenta giorni, previsto dal primo comma dell’art. 130 c.p.a. come termine perentorio per contestare la legittimità del procedimento elettorale, decorre dalla data di proclamazione di tutti gli eletti (per effetto delle medesime elezioni), e, dunque, nel caso di specie, dalla formazione del verbale di proclamazione degli eletti al Consiglio Comunale del 20 luglio 2015. E’ solo con quest’ultimo atto, infatti, che si determina l’effetto giuridico finale dell’esito delle elezioni, con la conseguenza che il controllo diffuso sulla correttezza e sulla legalità del procedimento elettorale, che la norma in esame ha inteso codificare, non può che essere esercitato con esclusivo riferimento all’unico atto idoneo a configurare e a costituire, in via definitiva, l’assetto degli organi elettivi del Comune

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 11.7.2016 n. 3019

 
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L’art. 130, comma 1, lett. a), c.p.a., quanto alle elezioni di Comuni, Province e Regioni, stabilisce che, alla conclusione del procedimento elettorale, nel termine di trenta giorni dalla proclamazione degli eletti, qualsiasi candidato o elettore dell’ente della cui elezione si tratta può proporre ... Continua a leggere

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sabato 17 novembre 2012 20:23

Giudizio elettorale: nel caso di elezione degli organi comunali la parte necessaria è solo il Comune e, pertanto, il termine di dieci giorni per il deposito del ricorso in segreteria decorre dalla notificazione al Comune

TAR Calabria

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Per consolidato orientamento giurisprudenziale nei giudizi elettorali avanti al giudice amministrativo “l'individuazione della pubblica amministrazione, cui spetta la qualità di parte necessaria, va effettuata in base al criterio di imputazione dei risultati della consultazione elettorale medesima e non con riferimento al criterio dell'imputazione formale. Pertanto, nel caso di elezione degli organi comunali, la parte necessaria è solo il Comune, dovendosi escludere ogni legittimazione passiva di tipo formale (sotto il profilo cioè dell'emissione degli atti impugnati) in capo ad organi diversi dall'ente di cui sopra, quali l'ufficio elettorale centrale, la commissione elettorale mandamentale, il Ministero dell'interno, il prefetto o l'ufficio centrale circoscrizionale” (Tar Reggio Calabria, 2 marzo 2007 n. 201 e giurisprudenza ivi citata; conf. Tar Reggio Calabria, 9 agosto 2006 n. 1390; da ult. anche Tar Piemonte, 28 luglio 2010 n. 3136). D’altronde è pacifico in giurisprudenza, già sotto il vigore della previgente normativa che l’attuale c.p.a. si limita a riprendere e codificare, che il previsto termine di dieci giorni per il deposito del ricorso notificato abbia natura perentoria (così, da ult., Cons. St., V, 28 maggio 2010 n. 3402) ed è ovvio che esso debba farsi decorrere dall’ultima notifica utile, tale essendo la notifica ad una parte che la legge individua come tale. Ragionando in termini diversi, si consentirebbe alla parte ricorrente, con effettuazione di notifiche non prescritte, di procrastinare a tempo indeterminato il deposito del ricorso, in un giudizio che invece il legislatore da sempre ha improntato alla massima celerità. Conclusivamente il termine di dieci giorni per il deposito del ricorso in segreteria decorre dalle ultime notificazioni prescritte, che, nel caso di elezioni comunali, vanno effettuate nei confronti del Comune.

TAR Calabria

 
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sabato 19 ottobre 2013 13:35

Abusi edilizi: è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Costituisce ius receptum del Consiglio di Stato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti (v. sul punto, ex plurimis, Cons. St., sez. V, 3 giugno 2013, n. 3034; Cons. St., sez. IV, 27 novembre 2010, n. 8298).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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Costituisce ius receptum del Consiglio di Stato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ult ... Continua a leggere

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sabato 12 gennaio 2013 09:11

In presenza di dichiarazione sostitutiva di atto notorio presentata dall'interessato, l'Amministrazione può respingere la domanda di condono edilizio se non vi sono elementi univoci sull'ultimazione dell'edificio entro la data prescritta dalla legge

Consiglio di Stato

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Per univoca giurisprudenza ”l'onere della prova dell'ultimazione dei lavori edilizi entro la data utile per ottenere il condono grava sul richiedente la sanatoria ; ciò perché mentre l'amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territorio alla data indicata dalla normativa sul condono, colui che richiede la sanatoria può fornire qualche documentazione da cui si desuma che l'abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data predetta, come ad es. fatture, ricevute, bolle di consegna, relative all'esecuzione dei lavori e/o all'acquisto dei materiali ecc.”(Cons. Stato Sez. IV, 02-02-2011, n. 752). La giurisprudenza di merito si è peraltro spinta ad affermare, sul solco di tale orientamento, che “anche in presenza di dichiarazione sostitutiva di atto notorio presentata dall'interessato, l'Amministrazione può legittimamente respingere la domanda di condono edilizio ove non riscontri elementi dai quali risulti univocamente l'ultimazione dell'edificio entro la data prescritta dalla legge, atteso che la semplice produzione della dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non può in alcun modo assurgere al rango di prova, seppur presuntiva, sull' epoca dell' abuso.” (T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 08-01-2010, n. 27). Nel caso di specie, a fronte dell’autodichiarazione dell’appellante, v’è una assoluta assenza di elementi probatori indiretti di rilievo assoluto che ne comprovino la veridicità (tali non possono essere considerate le tardive dichiarazioni testimoniali asseritamente supportanti detta tesi, siccome sostenuto negli scritti difensivi e nella relazione comunale). Al contempo (oltre alle contrarie asserzioni dell’originario ricorrente), si rinviene in atti un argomento assai pregnante e di valenza assoluta (appunto, l’atto notarile di donazione nel quale l’incremento volumetrico per cui è causa non era punto menzionato), che ne smentisce la rispondenza al vero (si rammenta sul punto il consolidato orientamento della Cassazione Civile secondo il quale: “nell'interpretazione dei contratti di compravendita immobiliare, ai fini della determinazione della comune intenzione delle parti circa l'estensione dell'immobile compravenduto, i dati catastali, emergenti dal tipo di frazionamento approvato dai contraenti ed allegato nell'atto notarile trascritto, e l'indicazione dei confini risultante dal rogito assurgono al rango di risultanze di pari grado.” Cass. civ. Sez. II, 14-12-1994, n. 10698).

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Per univoca giurisprudenza ”l'onere della prova dell'ultimazione dei lavori edilizi entro la data utile per ottenere il condono grava sul richiedente la sanatoria ; ciò perché mentre l'amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territ ... Continua a leggere

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mercoledì 7 marzo 2012 07:58

La controversia afferente l’ottemperanza di una sentenza emessa dal Consiglio di Stato in riforma di una sentenza del TAR è di competenza del Consiglio di Stato

TAR Lazio

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Il TAR nella sentenza in esame ha rilevato che, ai sensi dell’art. 113 c.p.a., il ricorso si propone al giudice che ha emesso il provvedimento della cui ottemperanza si tratta e che, ai sensi dell’art. 114, co. 6, c.p.a. il giudice conosce di tutte le questioni relative all’ottemperanza. Ritenuto che il ricorso in esame, proposto dai soccombenti nel giudizio di cognizione avverso il provvedimento adottato in ottemperanza del dispositivo di sentenza pronunciato dal Consiglio di Stato, concerne comunque l’ottemperanza e che la competenza appartiene al Consiglio di Stato che, con la propria pronuncia, ha riformato la sentenza di questo Tribunale. Considerato, in definitiva, che, ai sensi del combinato disposto degli artt.113 e 114, co. 6, c.p.a., la presente controversia, afferendo all’ottemperanza di una sentenza emessa dal Consiglio di Stato in riforma di una sentenza di questo Tribunale, è di competenza del Consiglio di Stato.

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Il TAR nella sentenza in esame ha rilevato che, ai sensi dell’art. 113 c.p.a., il ricorso si propone al giudice che ha emesso il provvedimento della cui ottemperanza si tratta e che, ai sensi dell’art. 114, co. 6, c.p.a. il giudice conosce di tutte le questioni relative all’ottemperanza. Ritenuto c ... Continua a leggere

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domenica 10 novembre 2013 09:33

Presenta ricorso al Consiglio di Stato senza avvocato e finisce davanti alla Procura delle Repubblica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Ricorso dichiarato inammissibile, verbale dell'udienza, sentenza ed il ricorso stesso trasmesso d'ufficio alla Procura della Repubblica per le determinazioni di competenza, questo l'epilogo dell'attività giurisdizionale intrapresa nel lontano 2009 da un candidato all'elezione europee svoltesi appunto il 6 e 7 giugno 2009. Il TAR, con sentenza confermata dal Consiglio di Stato, aveva dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal suddetto candidato individuale contro il provvedimento di esclusione dal procedimento elettorale per il rinnovo del parlamento europeo ed avverso tale decisione, dichiarando di difendersi in proprio, giungeva al Consiglio di Stato un ricorso per revocazione contenente frasi sconvenienti ed offensive. Il Collegio nella sentenza attenzionata in via preliminare, esercitando officiosamente il potere conferito dalle norme sancite dall’art. 89, co. 1 e 2, c.p.c. - pacificamente applicabili al processo amministrativo in virtù del richiamo operato dall’art. 39, co.1, c.p.a. - ha disposto la cancellazione delle frasi sconvenienti (perché prive di qualunque attinenza con l’oggetto della lite nonché eccedenti le esigenze difensive e dell’ambiente processuale), ed offensive (perché lesive del valore e del prestigio di personalità politiche estranee al presente giudizio e della Giustizia amministrativa), contenute a pagina 6, rigo da 11 a 23, del ricorso in esame (cfr. fra le tante Cons. St., sez. V, 8 agosto 2013, n. 4169; sez. V, 5 febbraio 1994, n. 119; Cass. civ., sez. III, 17 marzo 2009, n. 6439; sez. III, 4 giugno, 2007, n. 12952). Il ricorso è stato altresì dichiarato inammissibile per assenza del patrocinio di un avvocato. Come noto, ai sensi dell’art. 22, co. 1 e 2, c.p.a., davanti agli organi della giurisdizione amministrativa le parti devono valersi obbligatoriamente del ministero di avvocati e, davanti al Consiglio di Stato, di avvocati ammessi al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori; tale era la regola generale anche prima dell’entrata in vigore del nuovo codice del processo amministrativo (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 25 marzo 1996, n. 382). Secondo il giudice delle leggi, l’assistenza tecnica obbligatoria è il riflesso dell’inviolabilità del diritto di difesa sancito dall’art. 24, co. 2, Cost., costituisce una regola generale cui la legge può derogare (salvo il limite dell’effettività della garanzia della difesa su un piano di uguaglianza), è irrinunciabile, e non contrasta con l’art. 6 della CEDU nella parte in cui sancisce il diritto all’autodifesa posto che esso non assume valenza assoluta (cfr. Corte cost., 22 dicembre 1980, n. 188; 3 ottobre 1979, n. 125; nello stesso senso Cass. civ. [ord.], sez. II, 9 giugno 2011, n. 12570). Nel nuovo processo amministrativo, non costituisce eccezione all’obbligo del patrocinio, la possibilità (riconosciuta dall’art. 22, co. 3, c.p.a.), di stare in giudizio senza il ministero del difensore, quando la parte o la persona che la rappresenta «…ha la qualità necessaria per esercitare l’ufficio di difensore con procura presso il giudice adito …»; in questa ipotesi, infatti, non vi è esclusione di difesa tecnica venendo meno solo la necessità che la parte – che possiede la prescritta abilitazione e condizione professionale per difendere innanzi al giudice adito – debba necessariamente avvalersi di altro difensore. Costituiscono, invece, eccezioni in senso proprio alla regola sul patrocinio obbligatorio, i casi di difesa personale della parte previsti dall’art. 23, c.p.a. (in materia di accesso, in materia elettorale e nei giudizi relativi al diritto dei cittadini dell’Unione europea di circolare nel territorio degli Stati membri); tale eccezionale possibilità, però, è espressamente preclusa per i giudizi di impugnazione che si celebrano davanti al Consiglio di Stato dall’art. 95, co. 6, c.p.a. In coerenza con il sistema disegnato dal codice del processo amministrativo, sono state conseguentemente riformulate le norme delle leggi elettorali previgenti che prevedevano la possibilità della difesa personale nel contenzioso elettorale (in particolare ci si riferisce all’art. 3, l. n. 1147 del 1966 erroneamente richiamato dal ricorrente nell’atto introduttivo del presente giudizio). Assodato che il ricorrente non versa in alcuna delle tassative condizioni che consentono la difesa personale, il collegio si sofferma sugli effetti della violazione dell’obbligo del patrocinio e della conseguente carenza dello ius postulandi. Sul punto soccorre la disposizione sancita dall’art. 44, co. 1, lett.a), c.p.a. (estensibile al giudizio per revocazione ai sensi dell’art. 38 c.p.a.), che, nell’elencare le cause di nullità del ricorso, individua quella consistente nella mancanza della sottoscrizione, da intendersi riferita alla sottoscrizione del difensore ovvero di persona munita dello ius postulandi, posto che, a differenze del regime previgente, la sottoscrizione della parte ricorrente non è più ricompresa fra gli elementi essenziali del ricorso giurisdizionale amministrativo (cfr. art. 40, co. 1, lett. g), c.p.a., secondo cui «1. Il ricorso deve contenere distintamente: ….g) la sottoscrizione del ricorrente, se esso sta in giudizio personalmente, oppure del difensore, con indicazione, in questo caso, della procura speciale»). Del resto anche prima del nuovo codice del processo amministrativo, la giurisprudenza era orientata nel senso che la carenza dello ius postulandi comportasse la nullità assoluta ed insanabile del ricorso ma non la sua inesistenza (cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 marzo 2009, n. 1361; sez. V, 2 maggio 2001, n. 2475; sez. IV, 15 aprile 1999, n. 636), involgendo questione di ordine pubblico processuale (cfr. Cass., sez. lav., 13 maggio 2005, n. 10049, che conclude però per l’inesistenza dell’atto). La nullità dell’atto introduttivo del giudizio costituisce causa ostativa originaria alla pronuncia sul merito e conduce ad una declaratoria di inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 35, co. 1, lett. b), c.p.a. Sulla scorta delle rassegnate conclusioni il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.Nella sostanziale assenza di attività defensionale svolta dalle amministrazioni costituite, il collegio ravvisa eccezionali ragioni per compensare le spese di giudizio a mente del combinato disposto degli artt. 26, co. 1, c.p.a. e 92, co. 2, c.p.c. In relazione poi alle frasi sconvenienti ed offensive, il collegio ha ravvisato ragioni di opportunità per disporre la trasmissione della presente decisione, unitamente al verbale della udienza pubblica di discussione del 22 ottobre 2013 ed il ricorso davanti al Consiglio di Stato, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, per le eventuali determinazioni di sua competenza. Per approfondire attraverso la lettura integrale del testo della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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Ricorso dichiarato inammissibile, verbale dell'udienza, sentenza ed il ricorso stesso trasmesso d'ufficio alla Procura della Repubblica per le determinazioni di competenza, questo l'epilogo dell'attività giurisdizionale intrapresa nel lontano 2009 da un candidato all'elezione europee svoltesi appun ... Continua a leggere

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giovedì 16 ottobre 2014 18:49

Elezioni Province: in Consiglio di Stato discusse le prime cause sull'attuazione della legge Del Rio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 6.10.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha deciso la controversia in materia di mancata ammissione nelle liste per le elezioni del presidente della Provincia e del consiglio provinciale disposta ai sensi dell’art. 1, comma 60, della legge n. 56 del 2014. Il provvedimento impugnato in primo grado non ha ammesso gli odierni appellanti all’elezione del presidente e del consiglio provinciale di Latina, in quanto sospesi dalla carica di sindaco e consigliere comunale di Sperlonga, a seguito della loro condanna in sede penale con pronuncia di primo grado gravata d’appello tuttora pendente. La denegata ammissione all’elezione è stata disposta ai sensi dell’art. 1, comma 60, della legge n. 56 del 2014. Il Collegio ha ritenuto infondato l'appello rilevando in primo luogo come non possa essere condivisa la censura di difetto di motivazione ascritta al provvedimento amministrativo originariamente impugnato, dal momento che questo (tra l’altro, un atto non discrezionale), dichiaratamente uniformatosi al parere espresso sulla vicenda dal Ministero dell’Interno, lo ha assunto a proprio fondamento. Aggiunge il Collegio "Premesso ai fini del merito di causa, che l’art. 1, comma 69, della L. n. 56/2014 stabilisce quanto segue: “Il consiglio provinciale e' eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della provincia. Sono eleggibili a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica”, e, pertanto, configura l’elettorato di cui si tratta come elettorato di secondo grado; CONSIDERATO, quanto all’assunto di fondo della parte che la sospensione dalla carica di consigliere determina, sì, la sospensione dello svolgimento delle funzioni, ma non priverebbe il titolare della fruizione delle prerogative comunque connesse al suo status ; - sul piano testuale che, poiché la sospensione di diritto prevista dall’art. 11 del d.lgs. n. 235/2012 è riferita dal legislatore espressamente alle “cariche” indicate dall’articolo, l’applicazione concreta di tale misura agisce proprio facendo venir meno, nel soggetto colpito, l’attualità di quella “carica” dalla quale la legge n. 56/2014 fa dipendere, invece, l’eleggibilità; - su un piano più sostanziale, che la fruizione dell’elettorato per cui si controverte, in quanto espressione della carica dalla quale gli interessati sono stati sospesi, e come ogni altra concreta manifestazione della carica stessa, in difetto di una previsione normativa difforme deve reputarsi inibita dalla sospensione che ha investito la carica medesima; RITENUTO, quanto all’argomento che il d.lgs n. 235/2012 esclude la candidabilità dei condannati con sentenza definitiva, nel mentre tale preclusione non sarebbe estensibile al diverso caso di soggetti solo temporaneamente sospesi per effetto di sentenza non definitiva, che il caso in esame, in quanto attinente alla specifica procedura elettorale delineata dalla legge n. 56/2014, rinviene la propria disciplina nelle previsioni di tale diversa fonte; OSSERVATO, con riferimento al dubbio di costituzionalità prospettato in termini di eccesso di delega a carico della previsione normativa sulla sospensione in presenza di una condanna non definitiva, che il T.A.R. ha ineccepibilmente rilevato che tale questione difetta di rilevanza nell’odierno giudizio, poiché in questa sede non si controverte della legittimità del provvedimento, solo presupposto, della sospensione irrogata ex d.lgs. n. 235/12 (atto i cui effetti non possono essere incisi in questa sede), bensì solo, a valle, dell’applicazione, con un atto conclusivo di un distinto procedimento, dell’art. 1, comma 69, della L. n. 56/2014; RILEVATO che con il presente appello non sono stati forniti argomenti suscettibili di inficiare quest’ultima considerazione; CONSIDERATO che per ragioni simili risulta corretta anche la reiezione del rilievo di parte per cui la provvisoria sentenza penale di condanna (avverso la quale pende appello) accordava il beneficio della sospensione della pena, beneficio che in tesi dovrebbe estendersi a tutte le conseguenze derivanti dalla pronuncia emanata, atteso che ai limitati e specifici fini della corrente controversia è necessaria e sufficiente la presa d’atto che gli interessati sono stati attinti dalla misura della sospensione, tuttora in corso, a seguito di provvedimento prefettizio assunto ai sensi dell’art. 11, comma 5, del d.lgs n. 235/2012; RILEVATO, in conclusione, che per le ragioni esposte l’appello deve essere respinto e la mancata costituzione in giudizio delle parti intimate esime la Sezione dal dettare disposizioni sul carico delle spese processuali".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 6.10.2014

 
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domenica 19 maggio 2013 10:48

Il consigliere dell’ente locale esercita il potere di autentica delle sottoscrizioni ex art. 14 della legge 21 marzo 1990, n. 53 esclusivamente nei limiti della propria circoscrizione elettorale e in relazione alle operazioni elettorali dell'ente nel quale opera

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato ha confermato nel giudizio in esame la sentenza del TAR che ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento della Sottocommissione Elettorale Circondariale di Fidenza che ha deciso di non ammettere alla consultazione per 1'elezione del Consiglio Comunale di Salsomaggiore Terme (PR) del 26 e 27 maggio 2013 la lista dei candidati denominata "Progetto per Salso". In particolare l’appello proposto avverso detta statuizione non è stato considerato dal Collegio meritevole di positiva valutazione alla stregua delle seguenti considerazioni: a)ad avviso del condivisibile indirizzo interpretativo a più riprese sostenuto da questa Sezione (cfr. sentenze 31 marzo 2012 n. 1889; 16 aprile 2012, n. 2180), il consigliere dell’ente locale esercita il potere di autentica delle sottoscrizioni ex art. 14 della legge 21 marzo 1990, n. 53 esclusivamente nei limiti della propria circoscrizione elettorale e in relazione alle operazioni elettorali dell'ente nel quale opera; b)alla stregua di dette coordinate ermeneutiche, estensibili per identità di ratio anche all’assessore comunale o provinciale, gli organi politici, ai quali in via eccezionale la norma attribuisce questa potestà, possono autenticare le sottoscrizioni esclusivamente nel rispetto dei due requisiti concorrenti della territorialità e della pertinenza della competizione elettorale; c) non assume rilievo in senso contrario la circostanza che il Comune di Salsomaggiore ricada nel territorio della Provincia di Parma in quanto, secondo il rammentato indirizzo ermeneutico al quale la Sezione aderisce, oltre al limite stricto sensu territoriale opera il limite funzionale del diretto coinvolgimento nella competizione dell’ente del quale il consigliere o assessore è organo quale condizione necessaria per radicare l’eccezionale potere di autenticazione delle firme dei presentatori delle liste elettorali a decorrere dal centottantesimo giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature (in tal senso: Cons. Stato n. 2371/2012 cit.); d) deve pertanto considerarsi inefficace, in quanto non conforme al paradigma normativo, l’autenticazione effettuata dall’assessore della Provincia di Parma, con riferimento alle firme di cui alla lista "Progetto per Salso" per le elezioni del Consiglio comunale di Salsomaggiore Terme.

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lunedì 7 settembre 2015 23:51

Ricorso risarcitorio autonomo: intervento del Consiglio di Stato sul calcolo dei 120 giorni dal passaggio in giudicato dalla sentenza che ha accolto la domanda di annullamento dell’atto foriero di danno

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.9.2015 n. 4115

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La quaestio iuris che viene in rilievo dinanzi alla Sesta Sezione del Consiglio di Stato riguarda la portata applicativa del comma 5 dell’articolo 30 del cod. proc. amm., secondo cui il ricorso risarcitorio autonomo può essere proposto entro centoventi giorni dal passaggio in giudicato dalla sentenza che abbia accolto la domanda di annullamento dell’atto ritenuto foriero di danno. Nella vicenda concreta che ha originato il contenzioso in esame i primi Giudici hanno ritenuto la tardività del ricorso per essere decorso un termine superiore a centoventi giorni fra: a) il momento del passaggio in giudicato della sentenza di questo Consiglio n. 842/2010 (che il T.A.R. ha fissato alla data del 30 settembre 2010) e b) il momento della proposizione del ricorso introduttivo del primo grado (che il T.A.R. ha fissato alla data del 29 novembre 2011). Il Consiglio di Stato con la sentenza del 4 settembre 2015 n. 4115 ha ritenuto di riformare la sentenza di primo grado. In particolare, per quanto riguarda l’individuazione del momento di passaggio in giudicato della sentenza del Consiglio n. 842, cit., esso non avrebbe potuto essere fatto coincidere con il termine di sei mesi per proporre ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 362, I, cod. proc. civ. (il termine semestrale in questione è stato fissato dall’art. 327 c.p.c. nel testo modificato dal comma 17 dell’articolo 46 della l. 18 giugno 2009, n. 69). Al contrario, avrebbe dovuto essere correttamente applicato il termine annuale di cui al previgente articolo 327, stante la previsione di cui al comma 1 dell’articolo 58 della l. 69, cit., secondo cui “le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile e le disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore” (e il ricorso in questione era stato introdotto ben prima della la data di entrata in vigore della l. 69 del 2009). Pertanto, risulta corretta la conclusione sul punto della società appellante secondo cui (tenuto conto della durata del richiamato termine annuale e del periodo di sospensione feriale dei termini di cui alla l. 7 ottobre 1969, n. 742 - nel testo ratione temporis vigente -) il passaggio in giudicato si era verificato alla data del 3 aprile 2011. Aggiunge il Collegio che "Né può essere condivisa la deduzione della Enel Produzione la quale, richiamando la sentenza di questo Consiglio n. 5482/2013, contesta che l’art. 58 della l. 69 del 2009 possa trovare applicazione nell’ambito del processo amministrativo. Sul punto ci si limita ad osservare che non sussiste l’affermata analogia di fattispecie fra la vicenda definita con la sentenza n. 5482, cit. e quella che qui viene in rilievo. Si osserva al riguardo che, nel caso definito con la sentenza n. 5482, cit. si faceva questione dell’applicabilità nel processo amministrativo – ma ai fini della proposizione dell’appello - sia della previsione di cui al nuovo articolo 327 cod. proc. civ. (il quale aveva introdotto la dimidiazione del termine per la proposizione dell’appello – e con previsione ritenuta già applicabile nel rito amministrativo - prima ancora che l’articolo 92, comma 3 cod. proc. amm. introducesse un’analoga, specifica previsione riferita al solo rito amministrativo), sia della previsione di cui all’articolo 58 della l. 69 del 2009 (relativo all’inapplicabilità delle disposizioni sulla c.d. ‘mini-riforma del processo civile’ ai giudizi pendenti alla data della sua entrata in vigore). Nell’occasione questo Consiglio ha ritenuto inapplicabile al rito amministrativo – lo si ripete: ai fini della proposizione dell’appello – la disposizione eccettuale di cui al richiamato articolo 58, osservando che, in ogni caso, nella disciplina speciale del rito amministrativo “la dimidiazione del termine lungo è stata introdotta dall’art. 92, co. 3 c.p.a. senza deroghe temporali”. E’ del tutto evidente, quindi, la diversità fra la fattispecie definita con la sentenza n. 5482, cit. e quella che qui rileva. Ed infatti: - nel primo caso si faceva questione dell’applicabilità al rito amministrativo (e ai fini della proposizione dell’appello) di una disposizione – quale l’articolo 58, cit. – dettata per il rito civile e che, per ragioni di specialità, risulta inapplicabile nel rito amministrativo, nel cui ambito l’ipotesi è disciplinata in modo diverso e peculiare; - nel presente caso, invece, si fa questione dell’applicabilità della disposizione civilistica (i.e.: dell’art. 327 c.p.c.) la quale tratta dei termini per la proposizione del ricorso per cassazione avverso le sentenze del Consiglio di Stato. Non vi è quindi ragione per dubitare: i) che l’articolo 327, civ. sia qui da considerare quale disposizione propria del rito civile (non venendo in rilievo le peculiarità del rito amministrativo invocate dall’ENEL Produzione); ii) che in relazione a tale disposizione trovi certamente applicazione la previsione del più volte richiamato articolo 58 della l. 69 del 2009 il quale imita (inter alia) l’applicazione della disposizione sulla dimidiazione dei termini per proporre ricorso in cassazione ai soli giudizi instaurati successivamente all’entrata in vigore della . 69, cit. E siccome l’art. 327 c.p.c. viene qui riguardato come disposizione processualcivilistica la quale disciplina i termini per la proposizione del ricorso per Cassazione avverso le sentenze del Giudice amministrativo di appello, neppure occorre domandarsi se l’articolo 58 della l. 69 del 2009 sia espressivo di principi generali ai sensi dell’articolo 39 del cod. proc. amm. (si tratta, infatti, di un interrogativo che rileverebbe solo laddove si facesse questione dell’applicabilità nell’ambito del rito amministrativo di una disposizione propria del rito civile). Per le medesime ragioni non possono qui ritenersi sussistenti i paventati profili di incoerenza interna che, nella tesi della società appellata, potrebbero viziare la l. 69 del 2009, nella sua duplice configurazione di legge di (parziale) riforma del rito civile e di delega per la predisposizione di un Codice del processo amministrativo. Aggiunge il Collegio che anche a voler ritenere (con la società appellata) che l’art. 92, comma 3 del cod. proc. amm. abbia introdotto “una disciplina specifica, per il processo amministrativo, dei termini per la proposizione del ricorso in Cassazione avverso le sentenze del Consiglio di Stato” (e non già – come sembra al Collegio - un mero rinvio alle pertinenti previsioni del codice civile di rito), il punto è che, trattandosi qui di una sentenza del Consiglio di Stato pubblicata prima dell’entrata in vigore del Codice del processo amministrativo (i.e.: in data 16 febbraio 2010), deve ritenersi che alla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 104 del 2010 fosse pendente il termine annuale di cui agli articoli 46 e 58 della l. 69 del 2009. Pertanto, nel caso di specie dovrebbe comunque trovare applicazione la previsione di cui all’articolo 2 dell’allegato 4 del decreto legislativo n. 104 del 2010, secondo cui “per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti” (nel caso di specie, le disposizioni in tema di termine annuale per la proposizione del ricorso per Cassazione avverso le sentenze del Consiglio di Stato)".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.9.2015 n. 4115

 
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domenica 9 giugno 2013 20:07

E' onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti

Consiglio di Stato

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Ai fini del condono edilizio la realizzazione dell’opera abusiva, alla data del 31 dicembre 1993, è identificabile se l’immobile è già eseguito, sia pure al rustico in tutte le sue strutture essenziali, fra le quali devono essere comprese le tamponature che sono necessarie per stabilire la relativa volumetria e la sagoma esterna (C.d.S., sez. V, 18 novembre 2004, n. 7547), aggiungendosi che, per quanto riguarda le opere interne o quelle non destinate ad uso non residenziale, la loro ultimazione è da ricollegare al loro completamento funzionale, inteso nel senso della sussistenza delle opere indispensabili a rendere effettivamente possibile l’uso per il quale sono state realizzate (o l’uso diverso da quello a suo tempo assentito o incompatibile con l’originaria destinazione d’uso, nel caso di mutamento di quest’ultimo) (C.d.S., sez. IV, 9 febbraio 2012, n. 683; 9 maggio 2011, n. 2750; sez. V, 21 maggio 1999, n. 587; 18 novembre 2004, n. 7547; 23 maggio 2005, n. 2578; 4 ottobre 2007, n. 5153). Posto poi che la distinzione tra ultimazione a rustico e completamento funzionale deve essere eseguita in concreto e non in astratto, non essendo sufficiente la qualificazione della parte a determinare oggettivamente il contenuto dei lavori eseguiti (C.d.S., sez. V 18 dicembre 2002, n. 702l), sempre ai fini del condono edilizio, è stato sottolineato che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l’opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti (C.d.S., sez. IV, 6 giugno 2001, n. 3067; così del resto anche sez. V, 14 marzo 2007, n. 1249, secondo cui la prova del completamento dell’edificio entro la data prevista dalla legge può essere validamente fornita, in alternativa alla dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio, attraverso la produzione della documentazione, munita di data certa, delle fatture e delle bolle di accompagnamento dei materiali necessari per la realizzazione dell’opera).

Consiglio di Stato

 
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Ai fini del condono edilizio la realizzazione dell’opera abusiva, alla data del 31 dicembre 1993, è identificabile se l’immobile è già eseguito, sia pure al rustico in tutte le sue strutture essenziali, fra le quali devono essere comprese le tamponature che sono necessarie per stabilire la relativa ... Continua a leggere

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domenica 20 ottobre 2013 10:37

Giudizi elettorali: il ricorso contro l’atto di proclamazione degli eletti va notificato solo all’ente al quale l’elezione di riferisce e, quali controinteressati, ai candidati, con esclusione degli uffici elettorali temporanei e dell’Amministrazione statale (Ministero dell’Interno e della Prefettura)

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Siamo nel Comune di Grotteria e la vicenda giudiziaria riguarda le elezioni del maggio 2012 ove la lista posizionata al secondo posto con un solo voto di scarto rispetto alla lista risultata vincitrice ha impugnato le operazioni elettorali ed il verbale di proclamazione degli eletti, notificandolo, una volta emesso il relativo decreto di fissazione d’udienza da parte del primo giudice, oltre che al Comune ed ai controinteressati, anche alla Prefettura. Il TAR dichiarava improcedibile il ricorso in quanto depositato presso la Segreteria del Tribunale il il decimo giorno successivo al perfezionamento dell’ultima notifica diretta alla Prefettura. Non essendo la Prefettura parte necessaria del giudizio, per essere tempestivo, il deposito avrebbe dovuto essere effettuato mantenendo, quale dies a quo per il computo del termine, la data dell’ultima notifica diretta ad uno dei soggetti specificatamente indicati dal comma 3 del richiamato art. 130 c.p.a. (ossia, per quanto nella specie rileva, “l’ente della cui elezione si tratta” e le “altre parti che vi hanno interesse, e comunque ad almeno un contro interessato”), tra i quali non sarebbe ricompreso il Prefetto. Osserva il Consiglio di Stato come dalla lettura sistematica degli artt. 129 e 130 c.p.a. emerga chiaramente che il legislatore, diversamente dal caso dell’impugnazione degli atti di esclusione dal procedimento preparatorio per le elezioni, non abbia inteso assegnare alla Prefettura la qualità di parte necessaria nel giudizio relativo alle operazioni elettorali. Nell’art. 129 , infatti, viene chiaramente indicato che il ricorso deve essere notificato “all’ufficio che ha emanato l’atto impugnato, alla Prefettura e, ove possibile, agli eventuali controinteressati”, mentre, nell’art. 130, laddove vengono individuati i destinatari del ricorso, la Prefettura non compare. Quest’ultima disposizione, invero, prevede che il ricorso debba essere notificato entro dieci giorni dalla data della comunicazione del decreto di fissazione d’udienza ed unitamente a quest’ultimo : “a) all'ente della cui elezione si tratta, in caso di elezioni di comuni, province, regioni; b) all'Ufficio elettorale centrale nazionale, in caso di elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia; c) alle altre parti che vi hanno interesse, e comunque ad almeno un controinteressato”. Se il legislatore avesse voluto ricomprendere anche la Prefettura tra i destinatari del ricorso avverso la proclamazione degli eletti, lo avrebbe espressamente stabilito, così come avvenuto per il ricorso ex art. 129 c.p.a. Del resto, il fatto che tra i controinteressati non possa annoverarsi anche la Prefettura trova conferma nella previsione dell’ottavo comma dell’art. 130 c.p.a., secondo cui “in caso di elezioni relative a comuni, province o regioni, la sentenza è comunicata anche al Prefetto”. Infatti,se la Prefettura fosse stata considerata parte necessaria del giudizio, non avrebbe avuto senso prevede una comunicazione straordinaria diretta al Prefetto, già notiziato della sentenza in via ordinaria, ai sensi dell’art. 89 c.p.a. (...) Per consolidata giurisprudenza della Sezione, la legittimazione passiva debba essere attribuita esclusivamente all'Amministrazione cui vanno giuridicamente imputati i risultati della consultazione elettorale oggetto della lite (nella specie, il Comune di Grotteria) e non all'Amministrazione statale (tra cui rientra il Prefetto) o agli organi, quali l'Ufficio elettorale, che abbiano svolto compiti, anche di primaria importanza, nel procedimento elettorale, ma che sono destinati a sciogliersi subito dopo effettuata la proclamazione degli eletti e che non sono portatori di un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento dei propri atti ( cfr. Cons. Stato, Sez. V, 21 dicembre 2012, 6608). Inoltre il Collegio non ha ritenuto sussistere nel caso di specie neppure l’errore scusabile. Invero, perché si configuri un errore scusabile capace di rimettere in termini la parte che vi sia incorsa, è necessario che sussistano oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto o gravi impedimenti di fatto. Nel caso di specie, non sussiste alcuna delle due ipotesi. Per un verso,infatti,gli appellanti non hanno addotto alcun grave impedimento di fatto e per altro verso, come sopra osservato, la disposizione de qua è chiaramente formulata e non sussiste alcuna oggettiva incertezza sulla sua interpretazione o portata applicativa. Invero, fin dalla decisione della Adunanza Plenaria di questo Consiglio n. 16 del 31 luglio 1996, è stato chiarito che gli organi “abilitati a dichiarare, con efficacia costitutiva, i risultati finali del procedimento elettorale, per la loro posizione di neutralità, non sono portatori di un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento dei loro atti; pertanto, il ricorso avverso le operazioni elettorali non deve essere loro notificato”. E, parimenti, la giurisprudenza successiva ha costantemente ed in modo unanime individuato quali parti necessarie, nei giudizi elettorali aventi ad oggetto l’atto di proclamazione degli eletti, solo l’ente al quale l’elezione di riferisce e a cui vanno imputati i risultati elettorali e, quali controinteressati, i candidati all’elezione medesima, con esclusione degli uffici elettorali, di carattere temporaneo, e dell’Amministrazione statale, ossia del Ministero dell’Interno e della Prefettura (in tal senso, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. V, 18 gennaio 2013, n. 278, che richiama Cons. Stato, Sez. V, 12 febbraio 2008, n. 496 e 16 ottobre 2006, n. 6135).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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Siamo nel Comune di Grotteria e la vicenda giudiziaria riguarda le elezioni del maggio 2012 ove la lista posizionata al secondo posto con un solo voto di scarto rispetto alla lista risultata vincitrice ha impugnato le operazioni elettorali ed il verbale di proclamazione degli eletti, notificandolo, ... Continua a leggere

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sabato 12 dicembre 2015 08:47

Revocazione: la scoperta sopravvenuta di documenti decisivi e la prova sull'impossibilità di acquisirli prima della sentenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.12.2015 n. 5595

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Nel giudizio in esame una Società ha impugnato per revocazione una sentenza del Consiglio di Stato che aveva confermato il rigetto del ricorso proposto contro gli atti del Sindaco di un Comune che aveva disposto di assumere direttamente la gestione del servizio pubblico di erogazione del servizio di acqua potabile e connesso servizio di depurazione, ordinando alla Società in questione, che gliele aveva affittati, di consegnare gli impianti di fognatura e depurazione e gli impianti di emungimento di acqua dei pozzi, gli impianti di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua del Comune. L’odierna ricorrente per revocazione, assume di essere venuta in possesso solo recentemente, di tre documenti che comproverebbero l’erroneità della sentenza del Consiglio di Stato e ne ha chiesto, quindi, la revocazione, con conseguente accoglimento del ricorso proposto in primo grado avanti al T.A.R., affermando, la responsabilità per i fatti illeciti a carico del Sindaco, quale ufficiale di Governo, e del Prefetto, e condannando il Ministero dell’Interno al risarcimento dei danni tutti, patrimoniali e non patrimoniali, subiti e subendi nella misura di € 5.722.923,00 o nella diversa somma ritenuta di giustizia. La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 9.12.2015 n. 5595 ha rigettato l'impugnazione rilevando, per quanto qui d'interesse, come la ricorrente, senza nulla allegare né dimostrare nel ricorso, specificamente, né in ordine a tale procedimento penale né in ordine alle concrete modalità del ritrovamento, si è riservata di fornire ulteriori dati su tale procedimento, dati, tuttavia, nel forniti nel prosieguo di questo giudizio. Ritiene il Collegio che, in difetto di qualsivoglia rigorosa prova (o, comunque, anche di un principio di prova), da parte della ricorrente, circa l’impossibilità di acquisire tali documenti, prima del giudizio, e delle indagini esperite dalla ricorrente stessa per il ritrovamento, il ricorso per revocazione non si sottragga ad una preliminare, irrimediabile, declaratoria di inammissibilità. Il ricorrente che deduce la scoperta sopravvenuta di documenti decisivi ha, infatti, l’onere di provare l’impossibilità di produrre in giudizio tale prova per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario. Al riguardo - conclude il Consiglio di Stato - non è sufficiente un generico accenno al rinvenimento dei documenti dopo la sentenza, ma è necessario indicare quali indagini siano state esperite per il ritrovamento, al fine di consentire la valutazione della diligenza con la quale esse siano state compiute e, quindi, l’accertamento dell’assenza di colpa in cui si concreta il concetto di forza maggiore, di cui all’art. 395, n. 3, c.p.c., ed è necessario, altresì, indicare la data del recupero del documento (v., ex plurimis, Cons. St., sez. V, 30.7.1982, n. 621; Cons. St., sez. VI, 29.1.2008, n. 241). In particolare, precisa il Collegio, nel caso di specie tale onere probatorio non è stato minimamente assolto, non avendo la ricorrente nemmeno indicato le modalità del ritrovamento, né basta a sopperire tale grave carenza probatoria l’affermazione, del tutto apodittica, che si tratterebbe di atti amministrativi interni, poiché non si tratta né di atti secretati né di atti riservati, che non sarebbe stato possibile acquisire, con l’ordinaria diligenza, nel lungo giudizio, durato molti anni, definito dalla sentenza qui impugnata, soprattutto considerando che si tratta di atti risalenti nel tempo (1999-2000) e, comunque, ostensibili con una ordinaria richiesta di accesso agli atti. La ricorrente, ad ogni modo, non ha indicato né le modalità del ritrovamento né provato l’impossibilità di acquisire tali documenti prima della sentenza, senza dimostrare, perciò, l’assenza di colpa nella quale si sostanzia, come detto, la forza maggiore, e nemmeno ha specificato quale sarebbe il procedimento penale in corso, al di là del generico riferimento alla mancata restituzione, fino ad oggi, dell’acquedotto locale dalla stessa ricorrente, e in quale modo, nell’ambito di tale procedimento, sia venuta a conoscenza di tali documenti, in ipotesi prima non conosciuti né conoscibili.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.12.2015 n. 5595

 
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domenica 22 settembre 2013 11:26

Consiglieri Comunali, il Consiglio di Stato dice no all'accesso ai documenti delle società miste se il Comune ha una limitata quota di capitale sociale

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

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"Deve escludersi che il consigliere comunale possa esercitare l'accesso nei confronti di società mista, sia pure a prevalente partecipazione di capitale pubblico, della quale il comune di appartenenza detenga limitata quota di capitale sociale, tale da non poterne assicurare il controllo". E' questo il principio sancito dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza attenzionata con la quale, in riforma della sentenza del TAR, ha respinto il ricorso proposto in primo grado da un consigliere comunale del Comune di Trento avverso il diniego di accesso opposta dalla Società Autostrade Brennero S.p.A., ai documenti relativi alle tessere di libera circolazione autostradale con indicazione dei beneficiari, dell'ente che effettua il pagamento finale, nonché degli importi totali fatturati. Il giudice amministrativo trentino aveva fondato il riconoscimento del diritto d'accesso richiamando l'art. 13 del D.P.Reg. 1 febbraio 2005 n. 3/L, ossia del decreto del Presidente della Regione Autonoma Trentino Alto Adige recante il "Testo unico delle leggi regionali sull'ordinamento dei comuni della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige", disposizione sovrapponibile a quella dell'art. 43 comma 2 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (recante " Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali"), emanata in funzione della riserva di competenza normativa di cui al precedente art. 1 comma 2. Aveva quindi il TAR escluso poi che potesse assumere rilievo preclusivo o ostativo la natura giuridica del destinatario della richiesta di ostensione della documentazione richiesta, e superando i rilievi difensivi della società Autostrada del Brennero S.p.A. con l'osservazione "che la dipendenza di enti o aziende prevista dall’art. 43, comma 2, del d.lgs. n. 267/2000, è rinvenibile anche nel caso in cui l’ente o l’azienda non sia, interamente o per la maggior parte, controllata dall’ente pubblico, essendo rilevante ai fini dell’ostensibilità de qua, che vi sia denaro pubblico impegnato in un’attività aziendale". Cassate dal Consiglio di Stato le suddette conclusioni in quanto l'art. 13 del D.P.Reg. 1 febbraio 2005 n. 3/L, non meno che l'omologo art. 43 comma 2 del d.lgs. n. 267/2000 circoscrivono il diritto di accesso dei consiglieri comunali agli atti e provvedimenti, e relativa documentazione e informazioni, riferibili all'ente, e quindi a tutti gli organi e gli uffici comunali, nonché alle aziende ed enti dipendenti dal comune, "non appare pertinente il richiamo, contenuto nella sentenza, a precedente orientamento della Sezione autonoma di Bolzano, come espresso nella sentenza 4 gennaio 2011, n. 1, confermata dalla VI Sezione di questo Consiglio con sentenza n. 2434 del 19 aprile 2011, quest'ultima invocata dall'appellata nelle proprie deduzioni. In quella fattispecie, infatti, si trattava di diniego d'accesso, opposto dal Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano a consiglieri provinciali, relativo a un contratto stipulato tra la Società Elettrica Altoatesina per azioni, partecipata per il 93,88% dalla predetta Provincia, e la società Edison S.p.A. per la costituzione di altra società (Hydros S.r.l.) cui venivano conferite centrali idroelettriche della Edison e partecipazioni azionarie detenute da S.E.L. S.p.A. in altre due centrali, con assunzione da parte di S.E.L. S.p.A. di quota azionaria di maggioranza nella nuova compagine societaria così creata. Come chiarito dalla VI Sezione S.E.L. S.p.A. ha "...natura di società a scopo vincolato per espressa previsione normativa e statutaria, essendo stata costituita...in funzione della gestione del passaggio delle centrali idroelettriche di grande derivazione e delle relative concessioni (nuove e/o rinnovate), ...a un ente controllato dalla Provincia...", non potendosi revocare in dubbio che essa sia società controllata assumendo rilievo, oltre al controllo amministrativo, "...anche in quello conseguente all’acquisizione del pacchetto di maggioranza della società stessa o, comunque, della quota di capitale sociale idonea in concreto ad assicurarne il controllo". Nel caso di specie, al contrario, Autostrada del Brennero S.p.A. non è società controllata dal Comune di Trento, che detiene appena il 4,2319% del capitale sociale, né opera in sfera d'attività di competenza comunale e/o comunque locale, non esercendo alcun servizio pubblico locale e svolgendo, invece, attività in concessione relativa alla costruzione e gestione di reti autostradali, e quindi di reti infrastrutturali, quanto all'autostrada A22 peraltro per convenzione con Anas S.p.A. Essa quindi non può qualificarsi in alcun modo come ente o azienda dipendente dal Comune, nemmeno nel senso chiarito, con riguardo a società a partecipazione controllata, dalla ricordata sentenza della VI Sezione n. 2434/2011. Sotto altro aspetto, conclude il Collegio è evidente che la pur innegabile ampia connotazione dello speciale diritto d'accesso riconosciuto ai consiglieri degli enti territoriali, e in specie comunali e provinciali, misura la propria estensione oggettiva in relazione alle prerogative connesse al mandato elettivo riferite all'attività propria di organi, uffici, enti e aziende che esplicano attività amministrative e/o anche di natura imprenditoriale nei settori precipui dell'attività istituzionale comunale o provinciale, in quanto funzionali a verificare "...la correttezza e l'efficacia dell'operato dell'Amministrazione, nonché per esprimere un voto consapevole sulle questioni di competenza del Consiglio, e per promuovere, anche nell'ambito del Consiglio stesso, le iniziative che spettano ai singoli rappresentanti del corpo elettorale locale" (così, tra le tante, Cons. Stato, Sez. V, 17 settembre 2010, n. 6963), o in altri termini "... verificando e controllando il comportamento degli organi istituzionali decisionali del comune..." (così, questa Sezione, 21 agosto 2006, n. 4855).In base quindi a tali coordinate esegetiche, viene esclusa dal Consiglio di Stato la possibilità che il consigliere comunale possa esercitare l'accesso nei confronti di società mista, sia pure a prevalente partecipazione di capitale pubblico, della quale il comune di appartenenza detenga limitata quota di capitale sociale, tale da non poterne assicurare il controllo, di tal che, nemmeno mediatamente, la conoscenza di profili generali di gestione dell'attività della società possa ritenersi afferente alla sfera di un sindacato per dir così ispettivo espresso mediante le prerogative conoscitive riconosciute in relazione all'espletamento del mandato elettivo.

nota del Prof. Avv. Enrico Michetti a sentenza del Consiglio di Stato

 
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"Deve escludersi che il consigliere comunale possa esercitare l'accesso nei confronti di società mista, sia pure a prevalente partecipazione di capitale pubblico, della quale il comune di appartenenza detenga limitata quota di capitale sociale, tale da non poterne assicurare il controllo". E' quest ... Continua a leggere

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martedì 30 maggio 2017 11:58

Elezioni: i vizi del procedimento di rilascio del duplicato della tessera elettorale e la validità del voto espresso dall’elettore che quel duplicato ha ottenuto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 29.5.2017

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"In sintesi, anche in mancanza di specificazione della motivazione per la quale il duplicato è richiesto, è ragionevole presumere, salva prova contraria, che la ragione della richiesta sia lo smarrimento dell’originale. Anche la mancata allegazione della copia fotostatica del documento di identità alla richiesta di duplicato è giustificabile dal fatto che la dichiarazione è stata resa davanti al funzionario incaricato della relativa ricezione (come dimostra il timbro e la sigla in calce alle richieste). E’ altresì plausibile – come sostenuto dall’amministrazione, ed in assenza di prova contraria - che i duplicati siano stati ritirati da familiari o conviventi noti all’Ufficio elettorale, trattandosi di Comune di piccole dimensioni. L’appellante, tuttavia, insiste molto sulla valenza dell’art. 4 del d.P.R. 8 settembre 2000, n. 299, e contesta la sussunzione, come operata dal primo giudice, dei vizi derivanti dalla violazione delle modalità dallo stesso disciplinate, nell’ambito della fattispecie della “mera irregolarità”. In sostanza, anche a voler ammettere che i vizi siano solo procedimentali e non pongano in discussione il diritto d’elettorato attivo, non potrebbe revocarsi in dubbio – secondo l’appellante -che comunque una violazione di legge v’è stata e che essa ha riguardato il documento che l’elettore deve esibire per poter esercitare il voto. Il Collegio ritiene che trattasi di una suggestione da respingere. Ciò che rileva è il nesso tra il procedimento di rilascio del duplicato della tessera elettorale e la validità del voto espresso dall’elettore che quel duplicato ha ottenuto sulla base di una incompleta o irregolare formulazione della domanda, o comunque, in violazione di norme procedimentali prescritte dalla legge che non attengano alla sussistenza del diritto di elettorato attivo. V’è senz’altro un rapporto di connessione fra le due fattispecie, ma esso non è tale da determinare l’invalidità del voto espresso dall’elettore ammesso al seggio sulla base della presunzione di validità della tessera posseduta. La tessera elettorale, e di conseguenza il suo duplicato, costituiscono infatti una mera certificazione del diritto al voto che è direttamente riconosciuto dalla legge, funzionale a costituire un titolo di legittimazione agevolmente verificabile in sede di ammissione dell’elettore all’esercizio del diritto di voto. Nulla di più. Al riguardo si osserva, con il conforto della giurisprudenza assolutamente univoca, che la tessera elettorale, introdotta dall' art. 13 della Legge n. 120 del 1999, "riflette l'iscrizione del cittadino nelle liste elettoralie, come tale, è conseguentemente idonea a dimostrare l'iscrizione medesima” (cfr. Cons. St., V, 23.3.2004 n. 1542). Essa è destinata a svolgere la stessa funzione del certificato elettorale o, come più specificamente si esprime l'art. 1 del regolamento attuativo del predetto art. 13, approvato con D.P.R. n. 299 del 2000 "sostituisce integralmente e svolge le medesime funzioni del certificato elettorale". Il regolamento, al successivo secondo comma dell’art. citato, ulteriormente precisa che "la esibizione della tessera elettorale presso la sezione elettorale di votazione è necessaria, unitamente ad un documento di identificazione, per l'ammissione dell'elettore all'esercizio di voto in occasione di ogni consultazione elettorale o referendaria" Da ciò deriva, che una volta che l’elettore è stato ammesso all’esercizio del diritto di voto la funzione certificatoria della tessera raggiunge definitivamente le sue finalità ed esaurisce i suoi effetti, talchè l’esistenza di eventuali irregolarità nel procedimento di rilascio, che non siano tali da mettere in dubbio il diritto di elettorato attivo, non ha alcuna refluenza sulla validità del voto. Nel caso di specie, l’appellante, pur perorando l’esistenza di un nesso di collegamento invalidante, non contesta affatto il diritto di elettorato attivo in capo agli elettori ammessi al voto. E del resto, ove ciò avesse fatto, della questione non avrebbe potuto conoscere il giudice amministrativo. E’ noto infatti che in tema di contenzioso elettorale, “le controversie aventi ad oggetto, in modo diretto, l'accertamento della titolarità o meno del diritto di elettorato attivo in capo alle persone ammesse alla votazione, sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario, quale che sia la natura (pubblica o privata) dell'ente interessato, atteso che i diritti di elettorato rilevano quali diritti soggettivi pubblici e, in quanto tali, non possono essere degradati dalla Pubblica Amministrazione” (così Cass. civ. Sez. Unite, 12-03-2003, n. 3601).". Per approfondire scarica la sentenza.

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"In sintesi, anche in mancanza di specificazione della motivazione per la quale il duplicato è richiesto, è ragionevole presumere, salva prova contraria, che la ragione della richiesta sia lo smarrimento dell’originale. Anche la mancata allegazione della copia fotostatica del documento di identità ... Continua a leggere

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lunedì 12 maggio 2014 16:32

Processo elettorale: inammissibile l'appello depositato oltre le ore 12:00 del secondo giorno dalla pubblicazione della sentenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 9.5.2014

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Nella vicenda giunta all'attenzione della Quinta Sezione del Consiglio di Stato l’oggetto del giudizio è costituito dal provvedimento di ricusazione di una lista dalla competizione elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Algua. L’impugnata sentenza ha accolto il ricorso presentato dalla lista esclusa. Le ricorrenti amministrazioni hanno proposto appello con atto depositato presso la segreteria della V sezione, in formato cartaceo, il giorno 8 maggio 2014 alle ore 16,10. Il Collegio ha rilevato d’ufficio l’irricevibilità dell’appello per essere stato tardivamente depositato, in formato cartaceo, in data 8 maggio 2014, oltre il termine perentorio di 2 giorni sancito dall’art. 129, co. 8, lett. c), cod. proc. amm. atteso che, anche nello speciale rito elettorale preparatorio, il deposito da eseguirsi a pena di decadenza è quello in formato cartaceo, deposito che deve avvenire, giusta la norma sancita dall’art. 4, commi 1, 3 e 4, disp. att. cod. proc. amm., in conformità all’orario di apertura al pubblico della segreteria del Consiglio di Stato stabilito con decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 83 del 20 settembre 2010 fermo restando, in ogni caso, l’onere di «…depositare gli atti in scadenza sino alle ore 12.00 dell’ultimo giorno consentito» (cfr., negli esatti termini, fra le tante Cons. Stato, sez. V, 11 maggio 2013, n. 2570; sez. V, 11 febbraio 2013, n. 787, cui si rinvia a mente del combinato disposto degli artt. 74 e 129, co. 6 e 9, cod. proc. amm.). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 9.5.2014

 
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Nella vicenda giunta all'attenzione della Quinta Sezione del Consiglio di Stato l’oggetto del giudizio è costituito dal provvedimento di ricusazione di una lista dalla competizione elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Algua. L’impugnata sentenza ha accolto il ricorso presentato dall ... Continua a leggere

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lunedì 7 aprile 2014 19:50

Ricorso straordinario: Il Consiglio di Stato risolve il problema dell'impugnabilità delle decisioni

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.3.2014

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato osserva che il punto critico della sentenza appellata è quello nel quale, partendo dal presupposto della natura “sostanzialmente giurisdizionale” della decisione del ricorso straordinario, se ne fa discendere automaticamente la conseguenza che resti esclusa ogni possibilità di impugnazione ulteriore. Invece tale conseguenza non è automatica né scontata. Se la sentenza di un giudice sia suscettibile o meno di impugnazione – e in quale sede - è questione che si risolve unicamente sulla base del diritto positivo e del regime specifico di quel tipo di provvedimento. Ci si chiede, quindi, quale sia la disciplina specifica del ricorso straordinario, in particolare per quanto riguarda il problema dell’impugnazione delle relative decisioni. Com’è noto (la sentenza ora appellata si basa apertamente su questo) l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con sentenza n. 9/2013, ha affermato che la decisione del ricorso straordinario ha assunto, a seguito delle più recenti modifiche normative, un carattere “sostanzialmente giurisdizionale”. Va notato che l’Adunanza Plenaria usa ripetutamente l’avverbio “sostanzialmente” - e ciò non può essere casuale - lasciando così intendere che sul piano “formale” le conclusioni potrebbero essere diverse, se non altro per quanto riguarda quell’atto che “formalmente” conclude il procedimento e dà efficacia giuridica alla decisione, che è il decreto del Presidente della Repubblica. Peraltro, il thema decidendum nel caso deciso da A.P. n. 9/2013 era se, nel sistema dell’art. 112 c.p.a., il ricorso per ottemperanza si debba proporre davanti al T.A.R. o piuttosto davanti al Consiglio di Stato in unico grado. La questione riguardava, cioè, un aspetto particolare della disciplina specifica del ricorso straordinario; e dava per presupposto che dalla decisione del ricorso straordinario possa derivare un “giudicato” nel senso stretto del termine. Ma non toccava il punto delle impugnazioni eventualmente esperibili contro quella decisione; a parte un accenno all’eventualità che il decreto decisorio presidenziale possa essere affetto da vizi propri; il che, si può aggiungere, implicherebbe logicamente la possibilità di un’impugnazione. Non è questa la sede per un ulteriore approfondimento teorico della natura giurisdizionale della decisione resa sul ricorso straordinario; e per quanto qui interessa ci si può riferire senza riserve all’orientamento dell’Adunanza Plenaria. Ma resta il fatto che l’istituto del ricorso straordinario è connotato da una disciplina positiva del tutto peculiare, il che impone di ricercare innanzi tutto all’interno della stessa disciplina gli strumenti e i rimedi, solo in via del tutto residuale ricorrendo a (supposti) princìpi generali. Tali peculiarità, conviene sottolinearlo, non sono state cancellate (anzi in qualche modo risultano confermate) dalle innovazioni normative citate da A.P. n. 9/2013. Fra le più vistose peculiarità vi è che il procedimento, pur culminando nel parere del Consiglio di Stato (già semivincolante in base alla normativa originaria e reso totalmente vincolante dall’art. 69, legge n. 69/2009) si articola anche in una fase antecedente (l’istruttoria svolta dal Ministero competente per materia, con il conclusivo inoltro di una relazione che di solito si risolve in una motivata proposta di decisione) e in una fase successiva (l’emanazione del decreto presidenziale decisorio) alle quali entrambe è impossibile riconoscere natura giurisdizionale. Una seconda peculiarità è che in quella stessa fase del procedimento cui si vuole riconoscere natura giurisdizionale – e cioè la fase del parere del Consiglio di Stato – mancano alcune delle modalità che ordinariamente si considerano necessarie in sede giurisdizionale, come un vero e proprio confronto dialettico fra le parti, la loro comparizione davanti al giudice e la discussione in (pubblica) udienza. La terza peculiarità (logicamente connessa alle precedenti, in quanto ne rappresenta la contropartita che le rende accettabili nel sistema) è che il procedimento del ricorso straordinario si pone come “opzionalmente alternativo” al procedimento giurisdizionale propriamente detto. Si tratta della ben nota regola dell’alternatività, con l’ulteriore precisazione che ciascuna delle parti della controversia (ricorrente, autorità emanante, controinteressato) ha il diritto di optare per il procedimento giurisdizionale propriamente detto. In sostanza, dunque, il ricorso straordinario può giungere alla decisione, e la decisione acquista la sua efficacia imperativa nei confronti delle parti, solo se ed in quanto tutte le parti necessarie della controversia abbiano volontariamente scelto (se si tratta del ricorrente) o accettato (se si tratta delle controparti) che la controversia sia decisa in quella sede e con quelle forme. Mentre basta che una sola delle parti opti ritualmente per la sede giurisdizionale propriamente detta, perché le altre restino vincolate a questa scelta (cfr. art. 10, d.P.R. n. 1199/1971). La rilevanza della libertà di opzione è tale, che Corte Cost. n. 148/1982 ha dichiarato incostituzionale l’art. 10, comma 1, d.P.R. n. 1199/1971, nella parte in cui, mentre l’attribuiva ai controinteressati , non la estendeva all’autorità emanante diversa dalle amministrazioni dello Stato (secondo A.P. n. 9/2013, l’art. 48 c.p.a. la estende ulteriormente anche alle amministrazioni dello Stato). Riassumendo: nella misura in cui la decisione del ricorso straordinario è qualificabile come (o equiparabile a) una decisione giurisdizionale, ciò è vero solo a condizione che quella procedura sia stata accettata da tutte le parti. 10. Si può passare ora al problema dell’impugnabilità della decisione. 10.1. Com’è noto, sino a che era comunemente condivisa l’opinione che il ricorso straordinario avesse natura amministrativa, era pacifico – in linea di principio – che la decisione fosse impugnabile davanti al giudice amministrativo. Tuttavia era ugualmente condivisa l’opinione che il parere reso dal Consiglio di Stato fosse, in sé, insindacabile: anche come implicazione logica del principio dell’alternatività, inteso come divieto di adire la via giurisdizionale una volta scelto il ricorso straordinario. Di ciò è un riflesso l’art. 10, terzo comma, d.P.R. n. 1199/1971. Esso dispone che la parte che non abbia esercitato l’opzione per la sede giurisdizionale propriamente detta può impugnare la decisione solo per vizi di forma e di procedura suoi propri. Sull’art. 10, terzo comma, la giurisprudenza si è da tempo consolidata nel senso che i vizi di forma e di procedura suscettibili di essere dedotti come mezzi di impugnazione del decreto decisorio sono solo quelli verificatisi nella fase successiva alla pronuncia del parere del Consiglio di Stato (Adunanza Plenaria n. 22/1980; IV Sezione n. 800/1996; VI Sezione n. 3831/2006). Tuttavia tale limitazione è opponibile solo alle parti che abbiano scelto, o accettato, che la controversia fosse decisa nella sede straordinaria: ossia al ricorrente da un lato, e dall’altro lato alle controparti che, avendo avuto la possibilità di chiedere la trasposizione alla sede giurisdizionale, non se ne siano avvalse. Se ne ricava che il controinteressato non ritualmente evocato può impugnare la decisione senza quelle limitazioni e preclusioni che sono opponibili al controinteressato evocato, e, in genere, a tutte le parti che abbiano accettato la procedura in sede straordinaria. Può dunque impugnare il decreto decisorio davanti al giudice amministrativo anche per vizi inerenti al parere del Consiglio di Stato (e, s’intende, alle fase procedurali anteriori). Quanto alla individuazione del giudice amministrativo competente a giudicare su tale impugnazione, si osserva che l’art. 10, terzo comma, del d.P.R. n. 1199/1971 contiene un riferimento esplicito al Consiglio di Stato. Tuttavia è opinione corrente che in quel contesto il Consiglio di Stato sia menzionato in quanto al momento della emanazione del decreto legislativo (24 novembre 1971) non era ancora promulgata la legge istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali (6 dicembre 1971). Di fatto, la prassi giurisprudenziale consolidata è nel senso che l’impugnazione si propone davanti al Tribunale amministrativo regionale. La competenza del T.A.R. è, comunque, confermata da considerazioni sistematiche, quanto meno con riferimento all’ipotesi che l’impugnazione venga proposta (come nel caso attuale) dal controinteressato che lamenti di non essere stato ritualmente evocato: proponendola, infatti, il controinteressato non fa altro che esercitare (si direbbe ora per allora) la facoltà di opzione per la sede giurisdizionale e le inerenti garanzie, fra le quali il doppio grado, usufruendo così di una restitutio in integrum. Da questo punto di vista solo l’impugnazione davanti al T.A.R. (con l’inerente possibilità del doppio grado, etc.) appare interamente restitutoria per il controinteressato pretermesso, più di quanto avverrebbe con altri rimedi pure ipotizzabili, quali la revocazione o l’opposizione di terzo. Sin qui, la disciplina positiva dell’impugnazione del decreto decisorio, come legificata e interpretata prima della c.d. giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario. Ci si chiede ora se essa sia tuttora vigente ed applicabile. Ad avviso del Collegio, la risposta non può essere che positiva. La recente evoluzione del ricorso straordinario non ha eliminato la disciplina previgente né le peculiarità dell’istituto, se non nella misura in cui singole disposizioni siano state abrogate o modificate. Fra le disposizioni abrogate non vi è l’art. 10, con tutto ciò che esso implica anche sotto il profilo della impugnabilità del decreto decisorio. Non si può neppure dire che le vecchie regole (esplicite e implicite) concernenti l’impugnabilità debbano intendersi abrogate per incompatibilità con le nuove disposizioni. Si è visto invece come esse siano coerenti con la disciplina generale dell’istituto. In particolare sono coerenti con quel carattere di “opzionalità” che permane inalterato. Inoltre, va considerato che le recenti innovazioni normative sono state concepite con lo scopo di accrescere le garanzie e le possibilità di difesa, a beneficio delle parti. L’esclusione di ogni possibilità di impugnazione (fino al punto di sacrificare il controinteressato che, come nella specie, eccepisca di non aver ricevuto la notifica del ricorso) sarebbe un effetto perverso che appare del tutto estraneo alle intenzioni del legislatore.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.3.2014

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato osserva che il punto critico della sentenza appellata è quello nel quale, partendo dal presupposto della natura “sostanzialmente giurisdizionale” della decisione del ricorso straordinario, se ne fa discendere automaticamente la conseguenza che resti esclusa o ... Continua a leggere

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lunedì 29 ottobre 2012 08:58

Nel giudizio elettorale non sono sufficienti irregolarità di voti in misura minima tale da non influenzare la posizione e il risultato elettorale del candidato ricorrente

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Con la sentenza in esame e' stato rigettato il ricorso con il quale si chiede l'annullamento del verbale dell'ufficio centrale di proclamazione degli eletti alle elezioni del 06 e 07 maggio 2012 per il rinnovo della carica a Sindaco e consigliere del Comune di Ardea. Il giudice ha riscontrato il carattere pressoché generico delle censure e rilevato che dai verbali di sezione che non emergono irregolarità nelle operazioni di voto e di scrutinio. Relativamente poi alla censura con cui si e' dedotta in parte la mancanza - o l’omissione nei conteggi - di schede autenticate e non consegnate agli elettori, rileva il giudice che, quindi, non hanno inciso sulle operazioni di voto, ugualmente per quanto attiene alle irregolarità di voti in misura minima, tale da non influenzare la posizione e il risultato elettorale del candidato ricorrente.

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