mercoledì 22 marzo 2017 19:36

Con lo schema di Regolamento sull’esercizio del potere sanzionatorio in materia di contratti pubblici, oggetto di consultazione, l’Autorità intende disciplinare l’esercizio del potere sanzionatorio previsto dall’art. 213 del d.lgs. 50/2016 e dalle norme che ad esso rinviano. Il Regolamento adegua, altresì, alle nuove previsioni normative del d.l.vo 50/2016 la disciplina già prevista dal d.l.vo 163/2016 e regola i procedimenti sanzionatori in materia di qualificazione delle imprese nelle more della ultrattività delle previsioni del d.p.r. 207/2010. Con la presente consultazione l’Autorità intende acquisire, da parte di tutti i soggetti interessati, ogni osservazione ed elemento utile per la definizione ultima del documento, che supererà il precedente “Regolamento unico in materia di esercizio del potere sanzionatorio da parte dell’Autorità” di cui all’art. 8, c.4 del d.lvo163/2006, pubblicato sulla G.U. n. 82 del 8.4.2014. L’allegato Regolamento fa seguito alle previsioni contenute nel Comunicato del Presidente del 21 dicembre 2016 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1 febbraio 2017) inerente i “Modelli di segnalazione all’Autorità per le comunicazioni utili ai fini dell’esercizio del potere sanzionatorio della Autorità, relativamente ad Operatori Economici nei cui confronti sussistono cause di esclusione ex art. 80 del d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50, nonché per le notizie, le informazioni dovute dalle stazioni appaltanti ai fini della tenuta del casellario informatico”. Eventuali contributi potranno essere inviati entro il 5 aprile 2017 mediante compilazione dell’apposito modulo Vai a, Regolamento sull’esercizio del potere sanzionatorio dell’ANAC in materia di contratti pubblici

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lunedì 19 dicembre 2011 18:09

Diversità di trattamento economico per lo svolgimento di mansioni superiori nel settore sanitario

Consiglio di Stato

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Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale nel settore sanitario (nel quale, diversamente da quanto accade in generale nel pubblico impiego, il fenomeno dello svolgimento di mansioni superiori è tradizionalmente disciplinato da un'apposita normativa di rango primario: art. 29, dP.R. n. 761/1979) il trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori è, in via generale, condizionato, oltre che alla vacanza del posto in pianta organica (cui si riferiscono le funzioni svolte) e, ovviamente, all'effettiva prestazione delle stesse mansioni superiori, anche al previo formale atto di incarico delle anzidette funzioni. Si richiede cioè un’apposita decisione, adottata dagli organi competenti dell'ente, di assegnazione temporanea al posto di qualifica superiore.

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Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale nel settore sanitario (nel quale, diversamente da quanto accade in generale nel pubblico impiego, il fenomeno dello svolgimento di mansioni superiori è tradizionalmente disciplinato da un'apposita normativa di rango primario: art. 29, dP.R. n. 76 ... Continua a leggere

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sabato 1 giugno 2013 15:07

I presupposti per la retribuibilita' dello svolgimento di mansioni superiori

Consiglio di Stato

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L’art. 29, co. 2, del d.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761 subordina la possibilità di riconoscere le differenze retributive per l’espletamento fattuale di mansioni superiori al ricorrere delle seguenti tre condizioni, giuridiche e di fatto, operanti in modo concomitante: (a) l’effettivo espletamento delle suddette mansioni per un periodo eccedente i sessanta giorni nell'anno solare; (b) le mansioni devono essere svolte su un posto di ruolo, esistente nella pianta organica, vacante e disponibile; (c) l’incarico deve essere stato previamente attribuito dall’organo gestorio, competente, con una formale deliberazione e da tale deliberazione deve emergere l’avvenuta verifica dei presupposti di cui innanzi, nonché l’assunzione di tutte le relative responsabilità (cfr., da ultimo, Cons. St., sez. III, 14 novembre 2012 n. 5734). Anche l’art. 55 del d.P.R. del D.P.R. 28 novembre 1990 n. 384, che si riferisce specificamente all’area non medica, subordina il conferimento di mansioni superiori, oltre all’attivazione delle “procedure concorsuali” per “provvedere alla regolare copertura” del posto vacante, ad analoghe condizioni di legittimità in essa puntualmente indicate, quali l’attribuzione con apposito “provvedimento formale”, dunque adottato secondo le vigenti disposizioni dal competente organo gestorio e fatta salva, ai sensi dell’art. 14 della legge n. 207 del 1985, ivi richiamato, la responsabilità degli amministratori che dispongano l’utilizzazione in parola oltre il limite semestrale e normativamente stabilito. Inoltre, in mancanza dei riferiti presupposti, è da ritenersi che non possa essere utilmente invocato l’art. 36 Cost., il quale esprime un principio che non trova applicazione diretta nel pubblico impiego, concorrendo in quest’ambito altri e diversi principi di pari rilevanza (art. 97 Cost.) attinenti all’organizzazione degli uffici pubblici; né l’art. 2126 cod. civ., che non concerne il diritto al compenso per lo svolgimento di mansioni superiori in via di fatto nel pubblico impiego, ponendo invece il principio della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di un contratto nullo o annullabile (cfr., ex multis, Cons. St., sez. III, 8 maggio 2012 n. 2631 e sez. V, 19 novembre 2012 n. 5852).

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L’art. 29, co. 2, del d.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761 subordina la possibilità di riconoscere le differenze retributive per l’espletamento fattuale di mansioni superiori al ricorrere delle seguenti tre condizioni, giuridiche e di fatto, operanti in modo concomitante: (a) l’effettivo espletamento del ... Continua a leggere

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mercoledì 11 aprile 2012 09:30

Svolgimento di mansioni superiori e diritto alle differenze retributive: il Consiglio di Stato ribadisce i principi giurisprudenziali consolidati in materia

Consiglio di Stato

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Sulla rivendicazione del diritto del dipendente pubblico alle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori la giurisprudenza costante del Consiglio di Stato ha affermato, in sintesi, che: a) prima dell’entrata in vigore (il 22 novembre 1998) dell’art. 15 del d.lgs. n. 29 ottobre 1998, n. 387, di modifica dell’art. 56 del d.lgs. n. 29 del 1993, lo svolgimento di mansioni superiori a quelle di inquadramento, pur se conferite con atto formale, non dava luogo al diritto alle differenze retributive (Sez. VI, 24 gennaio 2011, n. 467); b) con il detto articolo 15 tale diritto è stato riconosciuto, alle condizioni previste dal citato art. 56 del d.lgs. n. 29 del 1993 (poi art. 52 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165); c) l’art. 15 del d.lgs. n. 387 del 1998, non essendo norma di interpretazione autentica, non ha efficacia retroattiva ed è perciò inapplicabile alle situazioni anteriori alla sua entrata in vigore (tra tante: Sez. V, 8 marzo 2010, n. 332; 12 aprile 2007, n. 1722). In particolare è stato affermato quanto segue (Cons. Stato, Sez. VI, 3 febbraio 2011, n. 758): “- la retribuzione corrispondente all'esercizio delle mansioni superiori può aver luogo non in virtù del mero richiamo all'art. 36 della Costituzione, ma solo ove una norma speciale consenta tale assegnazione e la maggiorazione retributiva (Cons. Stato, ad. Plen,. n. 22 del 1999); - l'art. 57 del d.lgs. 29 del 1993, recante una nuova disciplina dell'attribuzione temporanea di mansioni superiori, è stato abrogato dall'art. 43 d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 senza avere mai avuto applicazione, essendo stata la sua operatività più volte differita dalla legge prima dell'abrogazione e da ultimo fino al 31 dicembre 1998; - la materia è restata disciplinata dall'art. 56 d.lgs. n. 29 del 1993, poi sostituito dall'art. 25 d.lgs. n. 80 del 1998 che, nel recepire l'indirizzo della giurisprudenza, ha previsto la retribuzione dello svolgimento delle mansioni superiori, rinviandone tuttavia l'attuazione alla nuova disciplina degli ordinamenti professionali prevista dai contratti collettivi e con la decorrenza ivi stabilita, disponendo altresì che "fino a tale data, in nessun caso lo svolgimento di mansioni superiori rispetto alla qualifica di appartenenza può comportare il diritto a differenze retributive o ad avanzamenti automatici nell'inquadramento professionale del lavoratore" (art.56, comma 6); - le parole "a differenze retributive" sono state poi abrogate dall'art. 15 d.lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, ma "con effetto dalla sua entrata in vigore" (Cons. Stato, ad. plen., n. 22 del 1999), con la conseguenza che l'innovazione legislativa spiega effetto a partire dall'entrata in vigore del medesimo decreto legislativo n. 387 e cioè dal 22 novembre 1998; - il diritto al trattamento economico per l'esercizio di mansioni superiori ha, quindi, la sua disciplina in una disposizione (art. 15 d.lgs. n. 387 del 1998) a carattere innovativo, e non meramente interpretativo della disciplina previgente, per cui il riconoscimento legislativo "non riverbera in alcun modo la propria efficacia su situazioni pregresse" (Cons. Stato, ad. plen., n. 11 del 2000 e n. 3 del 2006)”.

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Sulla rivendicazione del diritto del dipendente pubblico alle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori la giurisprudenza costante del Consiglio di Stato ha affermato, in sintesi, che: a) prima dell’entrata in vigore (il 22 novembre 1998) dell’art. 15 del d.lgs. n. 29 ottobre ... Continua a leggere

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martedì 8 maggio 2012 17:25

Solo il posto vacante in pianta organica e non una mera scelta organizzativa dell'amministrazione consente al dipendenti delle unità sanitarie locali di ottenere il riconoscimento del trattamento retributivo per lo svolgimento di mansioni superiori

Consiglio di Stato

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La giurisprudenza non solo ha precisato che il diritto dei dipendenti delle unità sanitarie locali al trattamento retributivo per lo svolgimento di mansioni superiori, previsto dall'art. 29 del d.P.R. 20.12.1979 n. 761, sorge esclusivamente se quest'ultime corrispondono ad un posto vacante in pianta organica, ma ha anche chiarito che la esistenza del posto in pianta organica è necessaria, in quanto l'attribuzione delle mansioni superiori si giustifica con la temporanea assenza del titolare del posto e non già su una mera scelta organizzatoria dell'amministrazione, ossia sulla convenienza di utilizzare i dipendenti per compiti diversi da quelli che possono essere richiesti in ragione della qualifica funzionale rivestita (cfr. Cons. Stato, sez. V, 29 gennaio 2003, n. 441).

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lunedì 2 dicembre 2013 08:37

Mansioni superiori: rientra nella discrezionalità del legislatore individuare le concrete situazioni nelle quali lo svolgimento di mansioni superiori dà titolo a benefici di contenuto economico o giuridico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

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Secondo giurisprudenza pacifica, alla quale può farsi riferimento per i fini di cui all’art. 74 del codice del processo amministrativo (C. di S., VI, 27 luglio 2010, n. 4880; da ultimo C. di S., III, 15 dicembre 2011, n. 6576, che anzi dichiara l’inammissibilità della pretesa di inquadramento fondata sulle mansioni superiori svolte se svincolata dall’impugnazione dell’atto di conferimento della qualifica), nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto di mansioni superiori a quelle dovute in base all'atto di inquadramento è del tutto irrilevante ai fini sia economici che di progressione in carriera, salvo che una norma non disponga diversamente, a causa dell'inapplicabilità al pubblico impiego dell'art. 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, dell'art. 2103 cod. civ. e dell'art. 36 Cost., l'operatività di quest'ultimo trovando un limite invalicabile nel successivo art. 97. Quanto alla pretesa alle differenze stipendiali, deve essere rilevato come sia pacifica in giurisprudenza anche l’affermazione secondo la quale “nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all'inquadramento è del tutto irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente; né la domanda del dipendente, tesa ad ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, può fondarsi sull'art. 36 cost. in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli art. 97 e 98; ovvero sugli art. 2126 c.c., concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, e 2041 c.c. stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che, come nel caso di specie, ha comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita; comunque, nel pubblico impiego, presupposto indefettibile per la stessa configurabilità dell'esercizio di mansioni superiori è anche l'esistenza di un posto vacante in pianta organica, al quale corrispondano le mansioni effettivamente svolte, oltre che un atto formale d'incarico o investitura di dette funzioni, proveniente dall'organo amministrativo a tanto legittimato, non potendo l'attribuzione delle mansioni e il relativo trattamento economico essere oggetto di libere determinazioni dei funzionari amministrativi” (da ultimo C. di S., V, 19 novembre 2012, n. 5852). C. di S., IV, 24 aprile 2009, n. 2626 ha poi precisato che “fino all'entrata in vigore del d.lgs. 29 ottobre 1998 n. 387, che con l'art. 15 ha reso anticipatamente operativa la disciplina dell'art. 56, d.lg. 3 febbraio 1993 n. 29, la retribuibilità delle mansioni superiori svolte dal dipendente pubblico non trovava base normativa in alcuna norma o principio generale desumibile dall'ordinamento e, quindi, non nell'art. 2126 c.c., che concerne solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato, né nell'applicazione diretta dell'art. 36 cost., la cui incondizionata applicazione al pubblico impiego è impedita dalle contrastanti previsioni degli artt. 97 e 98 cost. né, infine, nell'art. 2041 c.c., in ragione della sussidiarietà dell'azione di arricchimento senza causa”. Sulla base di tale ricostruzione il Collegio condividendo l’orientamento sopra riportato ha rilevato come nel caso di specie le mansioni superiori vantate dall’appellante sarebbero state svolte in un periodo precedente l’entrata in vigore del d. lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, con la conseguenza che la pretesa risulta in contrasto con la normativa appena richiamata. L’appellante sostiene peraltro che la stessa normativa, in particolare l’art. 15 del d. lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, non è conforme agli articoli 3 e 36 della costituzione, chiedendo quindi che venga sollevato incidente di costituzionalità. La questione deve essere dichiarata manifestamente infondata, per un ordine di ragioni assimilabile a quello che ha condotto alle conclusioni sopra riportate. C. di S., VI, 22 gennaio 2001, n. 177, condivisa dal Collegio, ha affermato che l'art. 36 Cost. non costituisce fonte diretta di integrazione del rapporto di pubblico impiego, per quanto concerne la determinazione dei compensi da corrispondere al dipendente, ma un criterio di valutazione della legittimità degli atti autoritativi adottati dall'Amministrazione; pertanto, la norma de qua non può essere invocata al fine di ottenere un trattamento economico differenziato in caso di svolgimento delle funzioni di qualifica superiore. Inoltre, i requisiti costituzionali di proporzionalità e di sufficienza della retribuzione devono essere valutati, secondo la costante giurisprudenza della Corte costituzionale, « non già in relazione ai singoli elementi che compongono il trattamento economico, ma considerando la retribuzione nel suo complesso », sicché non può essere considerata sproporzionata o insufficiente la retribuzione prevista da una norma per il pubblico dipendente in possesso di una certa qualifica, se questi svolga mansioni il cui esercizio è consentito solo sulla base del previo superamento del concorso. La sentenza richiamata quindi ha rilevato che il solo svolgimento di mansioni superiori non è sufficiente a fondare il diritto a percepire un trattamento retributivo più favorevole in quanto tale elemento deve essere collocato nella più ampia logica del trattamento stipendiale globalmente inteso; inoltre, l’attribuzione di un trattamento economico più favorevole sulla base di una mera situazione di fatto è in contrasto con l’art. 97 della Costituzione. Tale premessa consente di affermare che rientra nella discrezionalità del legislatore individuare le concrete situazioni nelle quali lo svolgimento di mansioni superiori dà titolo a benefici di contenuto economico o giuridico. In altri termini, solo l’apprezzamento compiuto dal legislatore consente di superare il principio secondo il quale soltanto chi supera il prescritto concorso può ricevere un determinato beneficio economico, superiore a quello spettante in base alla qualifica in suo possesso.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

 
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Secondo giurisprudenza pacifica, alla quale può farsi riferimento per i fini di cui all’art. 74 del codice del processo amministrativo (C. di S., VI, 27 luglio 2010, n. 4880; da ultimo C. di S., III, 15 dicembre 2011, n. 6576, che anzi dichiara l’inammissibilità della pretesa di inquadramento fonda ... Continua a leggere

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martedì 3 luglio 2012 09:06

Presupposti per il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di mansioni superiori nel settore sanitario

Consiglio di Stato

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Nel settore sanitario, diversamente da quanto accade(va) in generale nel pubblico impiego, il fenomeno dello svolgimento di mansioni superiori è stato appositamente disciplinato da una normativa di rango primario condizionante il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori alla vacanza del posto in pianta organica (cui si riferiscono le funzioni svolte) e all'esistenza di un previo e formale atto di incarico dello svolgimento delle anzidette funzioni, da intendersi quale apposita decisione adottata dagli organi competenti dell'ente di assegnazione temporanea al posto di qualifica superiore, oltre che ovviamente all'effettiva prestazione delle mansioni superiori (v., per tutti, Cons. St., V, 4521/2010). La necessità del provvedimento formale è stata desunta dall'esame sia del penultimo comma dell'articolo 7 del D.P.R. n. 128/1969, a mente del quale, per assicurare la continuità del servizio e le conseguenti necessarie sostituzioni dei primari e degli assistenti "... l'amministrazione, all'inizio di ogni anno, formula per ciascuna divisione o servizio e in relazione ai titoli posseduti da ciascun aiuto o assistente, da valutarsi in conformità ai criteri stabiliti dalla legge per i rispettivi concorsi di assunzione, la graduatoria dei predetti sanitari"; sia dal secondo comma dell'articolo 29 del D.P.R. n. 761/1979, secondo cui "In caso di esigenze di servizio il dipendente può eccezionalmente essere adibito a mansioni superiori. L'assegnazione temporanea, che non può comunque eccedere i sessanta giorni nell'anno solare, non dà diritto a variazioni del trattamento economico". La funzione del provvedimento di conferimento consiste nell'accertare la situazione di fatto, quale la necessità di sostituzione del primario o dell'assistente per consentire la continuità del servizio ospedaliero (art. 7 del D.P.R. n. 128/1969) ovvero le particolari esigenze di servizio (art. 29 del D.P.R. n. 761/1979), che legittimano lo svolgimento delle funzioni superiori, solo così potendo trovare giusto contemperamento i contrapposti interessi in gioco, quello pubblico alla continuità dell'attività assistenziale, e quello del dipendente pubblico, ad ottenere la giusta retribuzione per le effettive prestazioni lavorative svolte, nel rispetto del principio di legalità sancito dall'articolo 97 della Costituzione. La necessità dell'atto formale (che peraltro la giurisprudenza ha individuato quanto meno in una puntuale e preventiva disposizione impartita dagli organi competenti della pubblica amministrazione datrice di lavoro), non è venuta meno neppure con l'entrata in vigore del D.Lgs. n. 387/1998, che, con l'art. 15, ha reso operativa la disciplina di cui all'art. 56 del D.Lgs. n. 29/1993. Infatti, ferma restando la vacanza del posto in organico di livello corrispondente alle mansioni, l'effettivo esercizio per un periodo di tempo apprezzabile delle mansioni della qualifica superiore presuppone pur sempre l'avvenuto conferimento delle stesse attraverso un incarico formale di preposizione da parte dell'organo che, all'epoca dello svolgimento delle mansioni superiori, era da ritenersi competente a disporre la copertura del posto (Cons. St., V, n. 134/2008). Per quanto concerne lo svolgimento delle funzioni superiori di primario, tuttavia, la giurisprudenza ha ritenuto che esso, a causa del carattere inderogabile di tale funzione, indispensabile per l'ordinato e proficuo funzionamento del servizio sanitario che non può subire interruzioni, fosse di per sé rilevante, anche a prescindere da qualsiasi atto organizzativo dell'amministrazione sanitaria, essendo sufficiente, ai sensi dell'articolo 7, comma 5, del D.P.R. n. 128/1969, che il sanitario abbia l'obbligo di esercitare le predette funzioni primariali (ex multis, Cons. St., V, 633/2009 e 6056/2008). Con riferimento ad una fattispecie di posto vacante (di primario) è stato precisato che non viene in rilievo una “temporanea funzione vicaria, ma si ha una stabile esplicazione di una mansione superiore a quella rivestita” (Cons St.., sez. V, n. 2292/2009); ed è stato anche rilevato che in questi casi il trattamento economico differenziale spetta ancorché l'incarico si protragga oltre il termine di otto mesi di cui all'art. 121 del D.P.R. n. 354 del 1990 (V, n. 1019/2004; n. 5650/2000), ciò in quanto il divieto ivi previsto rende illegittimo il comportamento non del sanitario, ma dell'amministrazione che mantiene la situazione di illegalità (V, n. 6056/2008).

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martedì 8 maggio 2012 17:16

Nel settore della sanità il diritto al superiore trattamento retributivo per lo svolgimento di mansioni superiori spetta anche quando le mansioni siano state svolte in modo continuo e prevalente per oltre sei mesi, in violazione del divieto di cui all'art. 55 del d.P.R. n. 384/90

Consiglio di Stato

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Per giurisprudenza oramai consolidata (fra le più recenti, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1591 del 20 marzo 2012), nel settore della sanità, spetta all’interessato il trattamento retributivo per le mansioni superiori svolte se disposte con provvedimento della competente autorità su posto vacante in pianta organica e fatta eccezione per i primi sessanta giorni di assegnazione (Consiglio di Stato, sez. III, n. 1553 del 19 marzo 2012). E stato poi precisato che il diritto al superiore trattamento retributivo spetta anche quando le mansioni siano state svolte per oltre sei mesi, in violazione del divieto di cui all'art. 55 del D.P.R. 28/11/1990 n. 384, purché tali mansioni siano state svolte in modo continuo e prevalente e fatta salva la responsabilità degli amministratori che hanno disposto la detta utilizzazione oltre il limite semestrale stabilito normativamente (da ultimo, Consiglio di Stato, Sez. III, 14 marzo 2012 n. 1426; Consiglio Stato, Sez. V, 26 gennaio 2011, n. 576), ferma restando l'esclusione, ai sensi dell’art. 121 del D.P.R. n. 384 del 1990, dei primi sessanta giorni (Consiglio di Stato sez. III, 8 febbraio 2012, n. 674). Alla luce degli indicati principi, contrariamente a quanto affermato dal T.A.R. nella appellata sentenza (e dall’amministrazione nel provvedimento impugnato in primo grado), si deve ritenere che, anche nella fattispecie, il superamento del termine di sei mesi, come fatto riconducibile ad attività e ad obblighi imposti all'Amministrazione e da questa non osservati, non fa venir meno lo svolgimento di mansioni superiori, le quali, perciò, possono avere valore sul piano economico.

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Per giurisprudenza oramai consolidata (fra le più recenti, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1591 del 20 marzo 2012), nel settore della sanità, spetta all’interessato il trattamento retributivo per le mansioni superiori svolte se disposte con provvedimento della competente autorità su posto vacante ... Continua a leggere

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sabato 11 maggio 2013 19:01

Mansioni superiori dei dipendenti pubblici inquadrati nell’Area medica del comparto Sanità: lo svolgimento di mansioni superiori da parte dell’aiuto ospedaliero, oltre il limite dei 60 giorni per anno solare, comporta l’attribuzione a suo favore del trattamento economico corrispondente all’attività effettivamente svolta, detratti 60 giorni per ogni anno solare

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato rinviando alla sentenza Corte Costituzionale n. 296/1990 ed alla Adunanza Plenaria n. 2/1991 per la ricostruzione del quadro normativo di riferimento dell’epoca, ha affermato che non ha motivi per discostarsi dal consolidato (anche se non monolitico) orientamento espresso dal Consiglio (anche di recente) in materia di mansioni superiori dei dipendenti pubblici inquadrati nell’Area medica del comparto Sanità: pertanto, visto l’art.29 DPR n. 761/1979 e l’art. 7 dpr. 128/1969, ha diritto alle differenze retributive l’aiuto che – in osservanza di urgenti e inderogabili esigenze del servizio sanitario- svolge le funzioni del primario su posto vacante per un periodo superiore ai 60 giorni per anno solare (vedi ex multis C.d.S. n.248/2012 e n.1406/2011). Inoltre, la giurisprudenza di segno opposto richiamata nell’appello si riferisce in gran parte alla nuova disciplina introdotta dal d.lgs. n. 29/1993 e relativa alle mansioni superiori in comparti del pubblico impiego diversi da quello della Sanità e del personale medico; in particolare, quanto alla pretesa necessità del conferimento formale dell’incarico per le funzioni superiori, neanche i precedenti di questa Sezione del 2011 citati nella memoria ULSS (febbraio 2012) risultano pertinenti, poiché non riguardano personale medico oppure sono motivati con riferimento alla contestazione in fatto dell’effettivo esercizio delle mansioni superiori da parte del medico aspirante alle differenze stipendiali......Quanto, poi, alla mancanza dell’atto formale di conferimento dell’incarico primariale, la giurisprudenza consolidata ha affermato che il carattere inderogabile ed urgente di tali funzioni, nonché lo speculare obbligo di sostituzione del primario ai fini dell’ordinato andamento del Servizio sanitario, giustificano anche l’esercizio in via di fatto delle mansioni superiori da parte dell’aiuto corresponsabile (vedi ex multis anche C d S n. 4521/2010 e n. 4235/2010). Come ha rilevato la Corte Costituzionale con sentenza n. 296/1990, lo svolgimento di mansioni superiori da parte dell’aiuto ospedaliero, oltre il limite dei 60 giorni per anno solare, comporta l’attribuzione a suo favore del trattamento economico corrispondente all’attività effettivamente svolta in diretta applicazione dell’art. 36 Cost. ne e dell’art. 2126 c.c. Pertanto correttamente il TAR ha riconosciuto a favore del ricorrente le differenze stipendiali, detratti 60 giorni per ogni anno solare, per il periodo indicato.

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giovedì 29 marzo 2012 17:50

Dipendenti delle unita' sanitarie locali: il riconoscimento del diritto retributivo per lo svolgimento di mansioni superiori sussiste solo se queste ultime appartengono a qualifica funzionale immediatamente più elevata rispetto a quella rivestita

Consiglio di astato

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Il riconoscimento del diritto retributivo dei dipendenti delle unità sanitarie locali, in seguito allo svolgimento di mansioni superiori, sussiste solo ove queste ultime appartengano a qualifica funzionale immediatamente più elevata di quella dagli stessi rivestita. Nei casi come quello di specie, cioè di svolgimento per saltum di mansioni superiori, dato che la ricorrente, inquadrata nel settimo livello chiede il riconoscimento di retribuzione di prima qualifica dirigenziale, non è consentita tale l'attribuzione di differenze retributive, in quanto il principio di equa retribuzione sancito dall'art.36 della Costituzione e sulla cui base la giurisprudenza è pervenuta al riconoscimento al lavoratore del diritto ad un poziore trattamento economico, va contemperato con altri principi costituzionali ed in specie con quello del buon andamento dei pubblici uffici sancito dall'art. 97 della Costituzione. Tale principio, infatti, risulterebbe compromesso ove, nell'ambito del pubblico impiego, fosse consentita un'acritica e indiscriminata valorizzazione, sia pure ai soli fini retributivi ex art. 2126 del codice civile, delle prestazioni svolte dal dipendente con l'astratta possibilità di pervenire all'inaccettabile conseguenza che non potrebbe, in ipotesi, negarsi l'adeguamento del trattamento economico a un dipendente di modesto profilo funzionale che sia stato chiamato a svolgere mansioni di qualifica apicale. In realtà, la destinazione del dipendente a mansioni superiori alla sua qualifica è stata sempre concepita, proprio in omaggio al surricordato principio costituzionale di buon andamento dei servizi pubblici, come episodio del tutto eccezionale, connotato dal duplice limite della temporaneità dell'utilizzazione del dipendente nelle più elevate funzioni e dell'idoneità professionale del medesimo a svolgere mansioni eccedenti la qualifica rivestita. Orbene, quanto a tale ultima condizione, la capacità professionale per le superiori mansioni è stata presuntivamente riconosciuta al dipendente di qualifica funzionale immediatamente inferiore in base alla comune regola d'esperienza che il titolare di una determinata qualifica sia, di norma, in possesso di sufficiente preparazione tecnica per svolgere compiti propri della qualifica immediatamente superiore, mentre uguale valutazione non può essere fatta per dipendenti inquadrati in livelli inferiori come nel caso dell'odierna ricorrente, inquadrata nella settima qualifica. Né il diritto ad un corrispettivo per l'espletamento di mansioni superiori può fondarsi sull'ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c. dell'amministrazione, non sussistendo i presupposti dell'azione generale di arricchimento, in quanto l'esercizio di mansioni superiori alla qualifica rivestita svolto durante l'ordinaria prestazione lavorativa non reca alcuna effettiva diminuzione patrimoniale in danno del dipendente, ossia il c.d. depauperamento, che dell'azione è requisito essenziale.

Consiglio di astato

 
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mercoledì 21 novembre 2012 22:52

Pubblico impiego: solo l’esistenza di un posto vacante in pianta organica ed un atto formale di incarico rendono rilevante ai fini economici e di progressione di carriera lo svolgimento di mansioni superiori

Consiglio di Stato

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Lo svolgimento di mansioni superiori e' irrilevante La giurisprudenza amministrativa ha più volte ribadito che nell’ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all’inquadramento è del tutto irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l’esistenza di un’espressa disposizione che disponga diversamente (C.d.S., sez. IV, 15 settembre 2009, n. 5529; 24 dicembre 2008, n. 6571; sez. VI, 3 febbraio 2011, n. 758; 20 ottobre 2010, n. 7584; 8 maggio 2009, n. 2845); né la domanda del dipendente, tesa ad ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, può fondarsi sull’articolo 36 della Costituzione, in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli articoli 97 e 98 (tra le più recenti, C.d.S., sez. V, 2 agosto 2010, n. 5064; 25 maggio 2010, n. 3314; sez. VI, 15 giugno 2011, n. 3639; 3 febbraio 2011, n. 758; 18 settembre 2009, n. 5605) ovvero sugli articoli 2126 C.C. (concernente solo l’ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato) e 2041 C.C., stante, per un verso, la natura sussidiaria dell’azione di arricchimento senza causa (C.d..S., sez. IV, 24 aprile 2009, n. 2626) e, per altro verso, la circostanza che l’ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che, come nel caso di specie, ha comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita (C.d.S., sez. V, 9 marzo 2010, n. 1382). E’ stato anche rilevato che nel pubblico impiego presupposto indefettibile per la stessa configurabilità dell’esercizio di mansioni superiori è l’esistenza di un posto vacante in pianta organica, al quale corrispondano le mansioni effettivamente svolte, oltre che un atto formale di incarico o investitura di dette funzioni, proveniente dall’organo amministrativo a tanto legittimato, non potendo l’attribuzione delle mansioni e il relativo trattamento economico essere oggetto di libere determinazioni dei funzionari amministrativi (C.d.S., sez. V, 4 marzo 2008, n. 879; 6 dicembre 2007, n. 6254).

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domenica 6 aprile 2014 09:42

Svolgimento di mansioni superiori: la condanna dell'Amministrazione al pagamento delle differenze stipendiali sulla base del principio dell’indebito arricchimento presuppone la dimostrazione dell’arricchimento del datore di lavoro

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 13.3.2014

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Nel giudizio in esame l’appellante riferisce che a seguito di ristrutturazione nella pianta organica del proprio Comune per il Corpo di Polizia Municipale è stato previsto un posto di prima qualifica dirigenziale, spettante al Comandante, un posto di seconda qualifica dirigenziale, spettante al Vice Comandante, ed un posto di funzionario, ottava qualifica, nel quale egli è stato inquadrato. L’appellante sostiene che avendo egli sempre svolto le mansioni di Vice Comandante ha diritto all’inquadramento nella prima qualifica dirigenziale. Il Consiglio di Stato osserva come sia pacifico il fatto che l’atto di attribuzione della qualifica al personale pubblico non contrattualizzato ha carattere autoritativo, e deve essere impugnato tempestivamente, per cui l’appellante, come esattamente rilevato dal primo giudice, non può pretendere di superare la preclusione formatasi con la scadenza del relativo termine proponendo azione di accertamento. Comunque, la pretesa deve essere respinta in quanto nel pubblico impiego le mansioni svolte non incidono sull’inquadramento, ed in particolare non danno diritto ad un inquadramento superiore, non essendo applicabile, in tale ambito, l’art. 2103 del codice civile (da ultimo C. di S., IV, 11 dicembre 2012, n. 6336). Il soddisfacimento della pretesa dell’appellante avrebbe quindi presupposto la dimostrazione della corrispondenza fra le mansioni proprie della qualifica rivestita e quella alla quale egli aspira. L’appellante sostiene di avere diritto a percepire la differenza fra quanto percepito e la retribuzione corrispondente alle mansioni di Comandante della Polizia Municipale alle quali è stato inizialmente preposto con atti formali e successivamente mantenuto in via di fatto fino al pensionamento (il dato è pacifico in punto di fatto). Neanche tale pretesa può essere accolta essendo pacifico in giurisprudenza il principio secondo il quale “in tema di differenze retributive per mansioni superiori svolte nel pubblico impiego privatizzato, il diritto alla retribuzione corrispondente alle mansioni superiori effettivamente svolte è stato introdotto con carattere di generalità, nel rispetto dei precetti costituzionali, dall’art. 15 del d.lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, a decorrere dalla sua entrata in vigore (22 novembre1998), con norma avente, appunto, natura innovativa e non ricognitiva o retroattiva, ferma restando la necessità di una determinazione formale dell'Amministrazione e della vacanza del posto in organico. Sicché prima di quella data del 22 novembre 1998, quando non vi fosse una specifica normativa speciale che disponesse altrimenti, lo svolgimento da parte del pubblico dipendente di mansioni superiori rispetto a quelle dovute sulla base del provvedimento di nomina o di inquadramento costituiva circostanza irrilevante, oltre che ai fini della progressione in carriera, anche ai fini economici” (C. di S., IV, 17 ottobre 2013 n. 5047, citata dalla massima; negli stessi termini C. di S., V, 15 luglio 2013, n. 3815). Anche tale domanda deve quindi essere respinta. L’appellante chiede infine, in subordine, che l’Amministrazione sia condannata a corrispondergli una somma corrispondente alle suddette differenze stipendiali sulla base del principio dell’indebito arricchimento. La pretesa non può essere condivisa nemmeno sotto questo profilo. L’azione di cui all’art. 2041 c.c. presuppone infatti la dimostrazione dell’arricchimento del datore di lavoro (C. di S., V, 6 settembre 2000, n. 4699; da ultimo C. di S., V, 19 aprile 2013, n. 2211), dimostrazione totalmente mancata nella presente controversia. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 13.3.2014

 
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Nel giudizio in esame l’appellante riferisce che a seguito di ristrutturazione nella pianta organica del proprio Comune per il Corpo di Polizia Municipale è stato previsto un posto di prima qualifica dirigenziale, spettante al Comandante, un posto di seconda qualifica dirigenziale, spettante al Vic ... Continua a leggere

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lunedì 4 febbraio 2013 14:14

Svolgimento di mansioni superiori da parte di dipendente di unità sanitaria locale: per ottenere le differenze retributive l’attribuzione di mansioni superiori deve avvenire con un atto formale di conferimento dell’incarico e con riferimento ad un determinato posto, che risulti vacante e disponibile

Consiglio di Stato

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Secondo la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, sulla base delle disposizioni dell’art. 29, primo e secondo comma, del D.P.R. n.761/1998, nel caso di svolgimento di mansioni superiori da parte di dipendente di unità sanitaria locale, spetta al dipendente incaricato di svolgere mansioni superiori per sostituzione in un posto “vacante” e “disponibile”, oltre il termine di sessanta giorni nell’anno solare, il trattamento economico corrispondente all’attività concretamente svolta, non rilevando i limiti stabiliti dal comma primo dell’art. 29 ne’ quelli dettati dai commi 6,7 e 8 dell’art.121 del DPR n.384 del 1990, che valgono per l’Amministrazione, ma non per il personale da essa incaricato di svolgere mansioni superiori in violazione di tali limiti. Questi principi in tema di riconoscimento di mansioni superiori a fini retributivi richiedono quindi non solo lo svolgimento di mansioni superiori, ma anche che esso avvenga attraverso un incarico che faccia riferimento alla copertura di un determinato posto in organico, che risulti vacante e disponibile. Non è sufficiente che si dimostri la esistenza di posti scoperti in organico di una determinata categoria, ma occorre anche dimostrare che tali posti corrispondono alle mansioni superiori attribuite. La giurisprudenza infatti parla di “sostituzione” e precisa anche le condizioni e i limiti in cui la sostituzione comporta il diritto alle differenze retributive. Esse non spettano qualora si tratti di supplenza di assenti per congedo ordinario o malattia e quindi il relativo posto non sia vacante e disponibile (CdS, Adunanza plenaria, n. 2/1991). L'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha ribadito in termini generali, con la nota decisione 24 marzo 2006, n. 3, che, prima dell'entrata in vigore del D.lgs. n. 387 del 1998 e salva diversa disposizione di legge specifica, nel settore del pubblico impiego le mansioni superiori rispetto a quelle proprie della qualifica ricoperta formalmente erano del tutto ininfluenti sul piano giuridico e su quello economico e non consentivano, perciò, il pagamento delle differenze retributive eventualmente pretese dal pubblico dipendente. Per quanto riguarda il personale del sistema sanitario gli indirizzi elaborati dalla giurisprudenza a partire dall’art. 29 del DPR 761/1979 vanno dunque applicati con rigore come deroghe ad una generale diversa disciplina. Il Collegio fa a tal fine riferimento alla giurisprudenza più recente della Sezione che ha confermato ed elaborato i precisi limiti nei quali il riconoscimento delle mansioni superiori può avvenire nelle diverse circostanze (CdS, III, n. 4420/2012; n. 3945/2012; n. 2569/2012; n.1868/2012; n. 4890/2011 etc). Questa consolidata e costante giurisprudenza ribadisce in diverse circostanze che, per dar luogo al diritto a differenze retributive, l’attribuzione di mansioni superiori deve avvenire con un atto formale di conferimento dell’incarico e con riferimento ad un determinato posto, che risulti vacante e disponibile, con i requisiti positivi e negativi che ne conseguono.

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Secondo la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, sulla base delle disposizioni dell’art. 29, primo e secondo comma, del D.P.R. n.761/1998, nel caso di svolgimento di mansioni superiori da parte di dipendente di unità sanitaria locale, spetta al dipendente incaricato di svolgere mansion ... Continua a leggere

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martedì 16 aprile 2013 10:12

Lo svolgimento di mansioni superiori nel settore sanitario: in assenza di un formale atto d’incarico adottato dall’organo gestorio dell’unità sanitaria locale, e' irrilevante ai fini retributivi l'esistenza di un mero ordine di servizio

Consiglio di Stato

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Per costante orientamento della giurisprudenza amministrativa in generale e salva diversa e specifica disposizione di legge (quale l’art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 di cui poi si dirà), lo svolgimento di mansioni superiori nell’ambito del pubblico impiego, prima del tutto ininfluente sul piano giuridico e su quello economico, ha assunto rilevanza solo dopo solo dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 387 del 1998, il quale all’art. 15 ha espunto le parole “a differenze retributive o” dall’art. 56, co. 6, del d.lgs. n. 29 del 1993 (che, nel testo sostituito dall’art. 25 del d.lgs. n. 80 del 1998, a sua volta negava il diritto appunto “a differenze retributive o” ad avanzamenti automatici nell’inquadramento professionale fino all’entrata in vigore dei nuovi contratti collettivi), così rendendo operativa unicamente da allora la disciplina di cui allo stesso art. 56 per la parte economica (cfr. Ad. plen., 24 marzo 2006 n. 3). Nel settore sanitario, peraltro, la diversa e specifica disposizione di legge suaccennata si rinviene nell’art. 29, co. 2, del d.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761 (recante “stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali”). Tale disposizione, tuttavia, subordina la possibilità di riconoscere le differenze retributive per l’espletamento di mansioni superiori al ricorrere delle seguenti tre condizioni, giuridiche e di fatto, operanti in modo concomitante: (a) l’effettivo espletamento delle suddette mansioni per un periodo eccedente i sessanta giorni nell'anno solare; (b) le mansioni devono essere svolte su un posto di ruolo, esistente nella pianta organica, vacante e disponibile; (c) l’incarico deve essere stato previamente attribuito dal competente organo gestorio con una formale deliberazione, unico atto idoneo a costituire l’obbligo del dipendente di darvi esecuzione, e da tale deliberazione deve emergere l’avvenuta verifica dei presupposti di cui innanzi, nonché l’assunzione di tutte le relative responsabilità pure ai fini dei connessi oneri finanziari (cfr., da ultimo, Cons. St., sez. III, 14 novembre 2012 n. 5734). Anche ai sensi del d.P.R. del D.P.R. 28 novembre 1990 n. 384 (recante “regolamento per il recepimento delle norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo del 6 aprile 1990 concernente il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale”), ed in particolare dell’art. 121 che si riferisce specificamente all’area medica, il conferimento di mansioni superiori per un periodo eccedente i sessanta giorni nell’anno solare è subordinato, oltre all’attivazione delle “procedure concorsuali” per “provvedere alla regolare copertura” del posto vacante, ad analoghe condizioni di legittimità puntualmente indicate, quali l’attribuzione con apposito “provvedimento formale secondo le vigenti disposizioni”, dunque adottato dal competente organo gestorio, fatta salva, ai sensi dell’art. 14 della legge n. 207 del 1985, ivi richiamato, la responsabilità degli amministratori che dispongano l’utilizzazione in parola oltre il limite semestrale normativamente stabilito. In mancanza dei riferiti presupposti, è da ritenersi che non possa essere utilmente invocato l’art. 36 Cost., il quale esprime un principio che non trova applicazione diretta nel pubblico impiego, concorrendo in quest’ambito altri e diversi principi di pari rilevanza (artt. 98 e, soprattutto, 97 Cost.) attinenti all’organizzazione degli uffici pubblici; né l’art. 2126 cod. civ., che non concerne il diritto al compenso per lo svolgimento di mansioni superiori in via di fatto nel pubblico impiego, ponendo invece il principio della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di un contratto nullo o annullabile (cfr., ex multis, Cons. St., sez. III, 8 maggio 2012 n. 2631 e sez. V, 19 novembre 2012 n. 5852). In tale quadro, è indiscutibile come, in assenza del prescritto atto formale d’incarico adottato dall’organo gestorio dell’unità sanitaria locale, resti del tutto irrilevante ai fini retributivi il fatto che l'appellante sia stato delegato a svolgere le mansioni di responsabile della suindicata unità operativa e che tali mansioni abbia effettivamente espletato. La “delega” sopra menzionata non è infatti idonea a fondare il diritto rivendicato,trattandosi sostanzialmente di mero ordine di servizio e non provenendo dall’organo gestorio dianzi precisato. Deve pertanto condividersi il diniego opposto all’attuale appellante dall’Amministrazione, basato sulla carenza del prescritto atto formale d’incarico. Non supera tale rilievo la lettura del cit. art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 in correlazione col disposto dell’art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969 n. 128 (recante “ordinamento interno dei servizi ospedalieri”), in base alla quale il diritto al compenso differenziale dell’aiuto ospedaliero che svolga le funzioni di primario in posto d’organico vacante e disponibile è stato affermato, in deroga ai predetti criteri e principi, a prescindere da atti organizzativi formali d’incarico; ciò in relazione alla natura delle funzioni di cui trattasi, non essendo concepibile che una struttura ospedaliera alla quale debba essere preposto un primario resti priva dell’organo di vertice che ne assuma le specifiche responsabilità previste appunto dal detto art. 7, co. 3, riguardanti tutte le attività esercitate nella struttura stessa, ivi comprese, significativamente, quelle di diagnosi e cura dei degenti (cfr., tra le più recenti, Cons. St., sez. III, 28 marzo 2012 n. 1826 e 10 luglio 2012 n. 4100).

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Per costante orientamento della giurisprudenza amministrativa in generale e salva diversa e specifica disposizione di legge (quale l’art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 di cui poi si dirà), lo svolgimento di mansioni superiori nell’ambito del pubblico impiego, prima del tutto ininfluente sul piano g ... Continua a leggere

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sabato 24 novembre 2012 09:08

Cinque anni e' il termine di prescrizione per agire contro la P.A. per ottenere le differenze retributive derivanti dallo svolgimento di mansioni superiori

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Nella sentenza in esame il Collegio rileva come la possibilità di rinuncia (espressa o tacita) alla prescrizione contemplata dall'articolo 2937 c.c. per crediti pecuniari aventi fonte in un rapporto di pubblico impiego è preclusa per la P.A. dall'articolo 3 del R.D.L. 295/1939, a norma del quale, ove risulti effettuato il pagamento di una somma prescritta, l'amministrazione per conseguire il rimborso può trattenere il pagamento delle rate successive; ne consegue che una volta maturato il termine di prescrizione l'amministrazione ha l'obbligo di eccepirla senza che sussista alcuna discrezionalità di avvalersi o meno della stessa e che, a maggior ragione, non possono derivare dall'intervenuto pagamento effetti abdicativi più ampi, come il diritto agli interessi ed alla svalutazione monetaria (cfr. Cons. Stato, A.P., 27 novembre 1996, n. 11). Dunque, se eccepire l’intervenuta prescrizione costituiva per l’Amministrazione comportamento doveroso (come, del resto, in linea di massima, riconoscono sia il TAR, che la stessa dipendente appellata), di fronte ad un provvedimento che (non riteneva espressamente di non avvalersi della prescrizione - nel qual caso si sarebbe forse potuto discutere della legittimità di una simile scelta e della relativa motivazione - ma semplicemente) trascurava di considerare tale profilo (omettendo, quindi di limitare la durata del riconoscimento a fini economici), il rilievo dell’organo di controllo che ha sottolineato detta omissione non sconfina nel merito amministrativo, ma rientra a pieno titolo nell’ambito della legittimità. Può aggiungersi che, trattandosi di pretese patrimoniali che maturano a prescindere da un formale riconoscimento mediante provvedimento amministrativo, la prescrizione opera per le differenze retributive anteriori ai cinque anni (infatti, mentre l'azione promossa dal lavoratore subordinato e avente ad oggetto il riconoscimento della qualifica superiore si prescrive nell'ordinario termine decennale di cui all'articolo 2946 cod. civ., le azioni dirette ad ottenere differenze retributive derivanti dal suddetto riconoscimento si prescrivono nel termine quinquennale previsto dall'art. 2948 c.c. – cfr. Cons. Stato, IV, 9 luglio 2012, n. 4045); da calcolare nel caso in esame a ritroso rispetto alla data del 22 febbraio 1991 (data dell’istanza per la corresponsione delle differenze retributive, alla quale va ricondotto l’effetto interruttivo della prescrizione).

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Nella sentenza in esame il Collegio rileva come la possibilità di rinuncia (espressa o tacita) alla prescrizione contemplata dall'articolo 2937 c.c. per crediti pecuniari aventi fonte in un rapporto di pubblico impiego è preclusa per la P.A. dall'articolo 3 del R.D.L. 295/1939, a norma del quale, o ... Continua a leggere

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lunedì 26 marzo 2012 11:04

Presupposti per il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di mansioni superiori nel settore sanitario

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Nel settore sanitario, per principio giurisprudenziale pacifico (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. III, n. 4548 del 1 agosto 2011, Sez. V, n. 1406 del 4 marzo 2011), il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori è condizionato, oltre che (ovviamente) dall'effettiva prestazione di tali mansioni: 1) dalla vacanza, in pianta organica, del posto di qualifica superiore cui si riferiscono le funzioni svolte; 2) dalla presenza del necessario previo formale atto di incarico allo svolgimento delle predette funzioni adottato dai competenti organi dell'ente.

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Nel settore sanitario, per principio giurisprudenziale pacifico (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. III, n. 4548 del 1 agosto 2011, Sez. V, n. 1406 del 4 marzo 2011), il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori è condizionato, oltre che (ovviamente ... Continua a leggere

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venerdì 17 febbraio 2012 14:48

Svolgimento di mansioni superiori: individuazione del differente trattamento, anche ai fini retributivi, del dipendente pubblico rispetto al dipendente privato

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Il prevalente indirizzo giurisprudenziale esclude la corresponsione del trattamento economico, corrispondente a funzioni superiori alla qualifica di appartenenza, in assenza di esplicite disposizioni normative al riguardo. La questione sottoposta all’esame del Collegio concerne infatti la nota problematica dello svolgimento di funzioni superiori, rispetto a quelle proprie della qualifica di appartenenza: questione da tempo oggetto di contenzioso, sotto il duplice profilo del riconoscimento sia del superiore livello professionale di fatto raggiunto, sia del trattamento economico corrispondente alle mansioni svolte. Sotto il primo profilo, è oggetto di pacifica giurisprudenza l’inammissibilità della pretesa, in quanto riferita ad una posizione lavorativa definita con provvedimento autoritativo di inquadramento, quale atto di carattere auto-organizzatorio contestabile entro gli ordinari termini di decadenza, con correlativa posizione di interesse legittimo non suscettibile di azione di accertamento (Cons. St., Ad.Plen. 20.3.1989, n. 8 e successiva giurisprudenza pacifica; cfr., fra le tante, Cons. St., sez. IV, 17.12.1991, n. 1124 e 17.4.90, n. 279; sez. VI, 10.4.1997, n. 573). Per quanto riguarda, inoltre, la retribuzione delle mansioni superiori alla qualifica di fatto svolte, il Collegio stesso ritiene condivisibile l’indirizzo giurisprudenziale, largamente prevalente per il periodo che qui interessa, che nega in ordine all’espletamento di dette mansioni – per il periodo di cui trattasi – qualsiasi rilevanza anche economica. (cfr. in tal senso Cons. St., sez. IV, 29.1.93, n. 119, 22.2.93, n. 203, 14.5.93, n. 536, 30.6.93, nn. 646, 647 e 648; 13.6.94, nn. 492 e 493; sez. V, 23.11.94, n. 1362, 18.1.95, n. 89, 22.3.95, n. 452, 30.4.97, n. 429, 17.5. 97, n. 515, nonché Ad. Plen. 18.11.99, n. 22). In rapporto a quanto sopra, sembra opportuno sottolineare come il quadro normativo di riferimento vedesse - quale principio generale, per i rapporti di lavoro instaurati presso pubbliche amministrazioni - l’affermazione di un vero e proprio diritto del dipendente stesso all’esercizio delle funzioni, inerenti alla qualifica formalmente rivestita (art.31, c.1, D.P.R. n. 3/1957), con ben precise regole per il passaggio a qualifiche funzionali diverse, essendo oggetto di consolidata giurisprudenza - anche prima di esplicitazioni legislative al riguardo - che sia l’immissione nei ruoli dell’Amministrazione, sia il successivo sviluppo della carriera debbano avvenire per concorso, tenuto conto della peculiarità ed indisponibilità degli interessi, inerenti all’attività dei pubblici funzionari (cfr. al riguardo Cons.St., sez.V, 30.4.1997, n. 429). Il trattamento economico dei dipendenti in questione, inoltre, è correlato ad una capacità di diritto pubblico e non di diritto comune dell’Ente datore di lavoro, con conseguente inderogabilità del medesimo, di modo che il pagamento spettante a titolo di retribuzione può avvenire solo nei modi e con l’entità previsti dalla legge, tenuto conto degli atti di inquadramento nelle qualifiche (Cons. St., sez. V, 9.4.94, n. 272; 18.1.95, n. 89 e 17.5.97, n.515). Può essere dunque individuato, in base alle argomentazioni sinora svolte, uno dei più significativi punti di diversificazione fra lavoratori, che operino presso un soggetto pubblico o privato, essendo applicabile solo nei confronti di quest’ultimo l’art. 2103 cod. civ. - nel testo sostituito dall’art. 13 L. 20.5.70, n. 300, ritenuto inestensibile al rapporto di pubblico impiego (Cons. St. sez. V , 11.1.85, n. 12 e 10.6.82, n. 521; sez. VI, 7.7.81, n. 392, Corte Cost. ord. 23.12.87, n. 601; Cons. St., sez. VI, 31.3.87, n.217; Cons. St., sez. V, 5.10.87, n. 604, 2.12.87, n. 937; 10.6.82, n.52 e 7.7.81, n.392). Detta diversificazione trova ragione profonda nella sostanziale assenza per gli apparati pubblici del rischio di impresa e comunque in una specifica scelta legislativa. Nemmeno appare invocabile nella materia di cui trattasi l’art. 36 della Costituzione, sia per assenza di un diritto soggettivo in rapporto agli atti con cui l’Amministrazione ha proceduto all’organizzazione dei propri uffici, predisponendo la pianta organica ed operando i relativi inquadramenti (Cons. St. sez.V, 11.1.85, n. 12), sia perchè detta norma costituzionale pone solo un parametro di riscontro, per verificare che in sede legislativa o regolamentare non siano state operate discriminazioni fra lavoratori, e non sorregge anche la pretesa ad una retribuzione superiore rispetto a quella normativamente spettante (Cons.St., Ad. Plen. 5.5.78, n. 16 e 4.11.77, n.17; Cons. St. sez. IV, 15.10.90, n. 768; sez. V, 22.3.95, n.452; 24.5.96, n. 587; 30.4.97, n.429; 17.5.97, n.515), sia infine perchè la retribuzione è collegata non solo alla “quantità”, ma anche alla “qualità” del lavoro svolto: requisito, quest’ultimo, che non può essere presunto senza alcun nesso con la riconosciuta idoneità allo svolgimento di una certa prestazione lavorativa. Rilevano a quest’ultimo riguardo numerose pronunce della Corte dei Conti (cfr. C.d.C., sez. II, 23.1.91, n. 58 e 9.10.89, n. 242), secondo le quali l’assunzione, da parte di pubblici dipendenti, di mansioni superiori alla qualifica comporterebbe un danno erariale, non potendo ritenersi utili, per l’Amministrazione, prestazioni lavorative rese in maniera difforme da quella prevista dall’ordinamento.

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lunedì 29 luglio 2013 08:44

Svolgimento di mansioni superiori del personale degli enti sanitari: il diritto alla maggiore retribuzione non è limitato allo stipendio propriamente detto, ma deve essere esteso a tutte le voci che compongono il trattamento economico complessivo

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

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La materia dell’esercizio di fatto delle mansioni superiori, relativamente al personale degli enti sanitari, è sommariamente regolata dall’art. 29 del d.P.R. n. 761/1979, e dalla giurisprudenza (anche costituzionale) che si è formata sulla sua interpretazione.In particolare l’art. 29 dispone che: (a) è vietato adibire i dipendenti a mansioni delle qualifica superiore; (b) in via eccezionale l’incarico può essere dato per una durata non superiore a sessanta giorni per anno solare; (c) l’esercizio delle mansioni superiori non comporta il diritto ad alcuna maggiorazione retributiva.La Corte Costituzionale (sentenze n. 57/1989, 296/1990, 369/1990) ha chiarito che il divieto della maggiore retribuzione è costituzionalmente legittimo, a condizione che lo si interpreti come limitato a quel periodo di sessanta giorni per anno solare; e che pertanto qualora l’assegnazione alle mansioni superiori si prolunghi oltre quel termine, a partire da quel momento si deve riconoscere al dipendente il diritto alla maggiore retribuzione. Con ciò, la Corte si è richiamata all’art. 36 della Costituzione. La giurisprudenza consolidata dei giudici amministrativi ha recepito le indicazioni della Corte. Tale orientamento giurisprudenziale implica, logicamente, che il diritto alla maggiore retribuzione non si possa limitare allo stipendio propriamente detto, ma si debba invece estendere a tutte le voci che compongono il trattamento economico complessivo. Se, infatti, la fonte è l’articolo 36 della Costituzione, e il principio è che la retribuzione deve essere adeguata alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato, non vi è ragione per limitare il diritto solo ad alcune componenti della retribuzione escludendone altre.In altre parole, qualora al dipendente spetta il maggior trattamento economico, ai sensi dell’art. 29, cit., ed alle condizioni da esso desumibili con ciò s’intende che spetta lo stesso trattamento economico cui l’interessato avrebbe avuto titolo se fosse stato in possesso della qualifica superiore, beninteso con anzianità zero nella medesima.

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

 
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La materia dell’esercizio di fatto delle mansioni superiori, relativamente al personale degli enti sanitari, è sommariamente regolata dall’art. 29 del d.P.R. n. 761/1979, e dalla giurisprudenza (anche costituzionale) che si è formata sulla sua interpretazione.In particolare l’art. 29 dispone che: ( ... Continua a leggere

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martedì 24 marzo 2015 20:15

Pubblico impiego: lo svolgimento di mansioni superiori è irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V sentenza del 24.3.2014

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Nel giudizio in esame la richiesta dell’interessata è diretta all'inquadramento nel livello sovraordinato in forza della superiore posizione temporaneamente ricoperta, ma in giudizio la stessa parte riconosce - tanto nel suo atto di appello quanto nella sua conclusiva memoria - che l’evoluzione normativa e giurisprudenziale “ha ormai categoricamente escluso la possibilità di inquadramento nel profilo superiore”. Sicché la Sezione può limitarsi, in proposito, a dare atto che l’impostazione consolidata della giurisprudenza amministrativa è proprio nel senso indicato (cfr. di recente, ad es., Consiglio di Stato sez. V, 29 novembre 2013, n. 5715; VI, 27 luglio 2010, n. 4880; IV, 15 settembre 2009, n. 5529), venendo pacificamente esclusa l’applicabilità all’impiego presso le Amministrazioni Pubbliche dell'art. 2103 cod. civ..Parimenti infondata, però, è la pretesa di parte di conseguire le differenze retributive corrispondenti alle vantate mansioni superiori.La giurisprudenza del Consiglio è ormai stabilizzata in senso sfavorevole anche alle istanze del personale pubblico tese al riconoscimento delle differenze retributive legate allo svolgimento di mansioni superiori.La posizione si fonda sulle seguenti acquisizioni (cfr. la decisione n. 3314\2010 della Sezione, dalla quale si traggono i passaggi di seguito riportati):“a) a meno che non via sia una specifica disposizione di legge che disponga altrimenti, lo svolgimento in via di mero fatto di mansioni superiori da parte del pubblico dipendente, rispetto a quelle dovute sulla base del provvedimento di nomina o di inquadramento, costituisce circostanza irrilevante, oltre che ai fini della progressione in carriera, anche ai fini economici, non essendo sotto tale aspetto il rapporto di pubblico impiego assimilabile al rapporto di lavoro privato, sia perché gli interessi pubblici coinvolti sono di natura indisponibile, sia, comunque, perché l'attribuzione di mansioni superiori e del correlativo trattamento economico devono avere il loro presupposto indefettibile nel provvedimento di inquadramento (cfr., tra le tante, Sez. VI, 8.1.2003, n. 17; 19.9.2000, n. 4871; 22.8.2000, n. 4553; 11.7.2000, n. 3882; Ad. Pl. 23.2.2000 n. 11);b) la domanda volta ad ottenere una retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile non può essere basata sull'art. 36 Cost., che afferma il principio di corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e quantità del lavoro prestato; tale norma, infatti, non può trovare incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo in detto ambito altri principi di pari rilevanza costituzionale, quali quelli previsti dall'art. 98 Cost. (che, nel disporre che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, vieta che la valutazione del rapporto di pubblico impiego sia ridotta alla pura logica del rapporto di scambio) e quali quelli previsti dall'art. 97 Cost., contrastando l'esercizio di mansioni superiori rispetto alla qualifica rivestita con il buon andamento e l'imparzialità dell'Amministrazione, nonché con la rigida determinazione delle sfere di competenza, attribuzioni e responsabilità dei funzionari (cfr. Sez. VI, 19.9.2000, n. 4871; Sez. VI, 11.7.2000, n. 3882; Sez. VI, 15.5. 2000, n. 2785; Ad. Plen. 18.11.1999, n. 22);c) per effetto degli artt. 51 e 97 Cost. le attribuzioni delle mansioni e del relativo trattamento economico non possono essere oggetto di libere determinazioni dei funzionari amministrativi (cfr. Sez. VI, 8.1.2003, n. 17; 19.9.2000, n. 4871; Sez. VI, 11.7. 2000, n. 3882; Ad Pl. 23.2.2000, n. 11);d) il diritto alle differenze retributive per lo svolgimento delle mansioni superiori da parte dei pubblici dipendenti va riconosciuto con carattere di generalità soltanto a decorrere dall'entrata in vigore del D.Lgs. 29.10.1998, n. 387, che con l'art. 15 ha reso anticipatamente operativa la disciplina dell'art. 56 D.lgs. 3.2.1993 n. 29, atteso che, prima di tale data, nel settore del pubblico impiego, salvo diversa disposizione di legge, le mansioni svolte da un pubblico dipendente erano del tutto irrilevanti ai fini della progressione di carriera ovvero agli effetti economici di un provvedimento di preposizione ad un ufficio di livello superiore (cfr., tra le tante, Cons. St., Ad. Plen. 23.2.2000, n. 11; Sez. VI 8.1.2003, n. 17; 27.11.2001, n. 5858; 7.5.2001, n. 2520)” (C.d.S., V, n. 3314 cit.).In conclusione, pertanto, nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all'inquadramento è irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente (Sez. V, 29 novembre 2013, n. 5715; 17 ottobre 2013, n. 5047; 11 ottobre 2013, n. 4973).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V sentenza del 24.3.2014

 
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martedì 17 luglio 2012 18:15

Le tre condizioni che in virtù di giurisprudenza consolidata consentono il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori nel settore della sanità

Consiglio di Stato

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Nella sentenza in esame il Consiglio di Stato richiamando la giurisprudenza oramai consolidata (fra le più recenti, Consiglio di Stato, Sez. III, n. 1591 del 20 marzo 2012), rileva come nel settore della sanità, il riconoscimento del trattamento economico per lo svolgimento di funzioni superiori è condizionato, oltre che (ovviamente) all'effettiva prestazione di tali mansioni: - alla vacanza, in pianta organica, del posto di qualifica superiore cui si riferiscono le funzioni svolte; - alla presenza del necessario previo formale atto di incarico allo svolgimento delle predette funzioni adottato dai competenti organi dell'ente. Solo per lo svolgimento delle funzioni primariali da parte dell’aiuto la giurisprudenza ha ritenuto che si può prescindere da formali atti di incarico, in relazione alla particolare natura delle funzioni svolte. Si è infatti affermato che lo svolgimento di funzioni primariali da parte dell'aiuto assume rilievo ai fini retributivi indipendentemente da ogni atto organizzativo dell'Amministrazione (Consiglio di Stato, Sez. III, n. 1826 del 28 marzo 2012) poiché non è concepibile che una struttura sanitaria affidata alla direzione del primario resti priva dell'organo di vertice, che assume la responsabilità dell'attività esercitata nella divisione. Per quanto riguarda, in particolare, l'inquadramento straordinario, previsto dall'art. 1 della legge 20 maggio 1985 n. 207 per il personale dipendente delle Unità sanitarie locali, la giurisprudenza ha chiarito che il relativo beneficio è subordinato alla contestuale esistenza di tre condizioni, e cioè allo svolgimento di mansioni superiori in forza di atti formali di conferimento del relativo incarico; all'esistenza in organico, al 30 giugno 1984, del posto corrispondente all'incarico ricoperto (e perdurante fino alla data di entrata in vigore della legge stessa); al possesso dei requisiti per l'ammissione al concorso per l'assunzione nel relativo profilo professionale (Consiglio di Stato, sez. V, n. 945 del 14 febbraio 2011).

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lunedì 4 agosto 2014 16:52

Sanità: la retribuibilità delle mansioni superiori non incontra il limite dei sei mesi previsto dall'art. 121, comma 7, D.P.R. n. 384/1990 in quanto non preclude il riconoscimento delle differenze retributive quando l'Amministrazione, contravvenendo a tale divieto, rinnovi l'incarico o permetta la prosecuzione dell'espletamento delle mansioni superiori anche oltre il tempo massimo previsto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 1.8.2014

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Ai sensi dell'art. 63, commi 1 e 4, d.lg. 30 marzo 2001 n. 165, sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle Pubbliche amministrazioni, mentre, ai sensi dell'art. 69, comma 7, restano devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore al 30 giugno 1998, qualora siano state proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000. Al fine della corretta discriminazione dei limiti temporali, deve farsi riferimento alla data di notifica dell'atto introduttivo di giudizio, e non a quella del successivo perfezionamento del rapporto processuale che si realizza con il deposito del ricorso, in quanto il richiamo contenuto nell'art. 45 comma 17, seconda parte, d.lg. 31 marzo 1998 n. 80 (e poi nell'art. 69, comma 7, d.lg. 30 marzo 2001, n. 165) alla data del 15 settembre 2000, deve considerarsi come termine di decadenza per la proponibilità della domanda giudiziale, e non come limite temporale della persistenza della giurisdizione. 3. - Nel merito, la retribuibilità delle mansioni primariali svolte dall’Aiuto più anziano, in applicazione dell'art. 29, D.P.R. n. 761 del 1979, è subordinata alla sussistenza di un posto in organico vacante e disponibile, non ricoperto, essendo, tra l’altro, irrilevante il difetto di un formale atto di incarico, dal momento che la funzione primariale è indefettibile e l'obbligo di sostituzione, in capo all'aiuto, deriva direttamente dall'art. 7, comma 5, del D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128 (Consiglio Stato, sez. V, 13 luglio 2010, n. 4521; Consiglio Stato, sez. V, 19 gennaio 2005, n. 89). Inoltre, va precisato che la retribuibilità delle mansioni superiori non incontra il limite dei sei mesi previsto dall'art. 121, comma 7, D.P.R. 28 novembre 1990, n. 384, posto che quest'ultima previsione normativa si limita a vietarne il rinnovo alla scadenza del periodo massimo di sei mesi, ma non preclude il riconoscimento della spettanza delle differenze retributive quando l'Amministrazione, contravvenendo a tale divieto, rinnovi l'incarico o permetta la prosecuzione dell'espletamento delle mansioni superiori anche oltre il tempo massimo previsto (Consiglio Stato, sez. V, 14 aprile 2009, n. 2292; 20 maggio 2010, n. 3192; 29 marzo 2010, n. 1787, che, peraltro, evidenzia come il pagamento degli importi a titolo di svolgimento di mansioni superiori protrattosi oltre il periodo di sei mesi, potrebbe integrare un danno erariale).

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Ai sensi dell'art. 63, commi 1 e 4, d.lg. 30 marzo 2001 n. 165, sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle Pubbliche amministrazioni, mentre, ai sensi dell'art. 69, comma 7, restano devolute alla ... Continua a leggere

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martedì 11 giugno 2013 17:07

Amministrazione trasparente: risposta del direttore al quesito sull'interpretazione degli art 26 e 27 dlgs n. 33/2013

Gazzetta Amministrativa

Online la risposta del Prof. Avv. Enrico Michetti al quesito formulato dal comune di Salsomaggiore Terme sulla corretta pubblicazione dei dati afferenti concessioni e attribuzioni di importo superiore aad euro mille. Per accedere al parere cliccare sul titolo sopra linciato.

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