giovedì 18 maggio 2017 11:05

Domanda cautelare e definizione del giudizio con sentenza in forma semplificata

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 17.5.2017

L’articolo 60 del c.p.a. dispone che “In sede di decisione della domanda cautelare, purchè siano trascorsi almeno 20 giorni dall’ultima notificazione del ricorso, il collegio, accertata la completezza del contraddittorio e dell’istruttoria, sentite sul punto le parti costituite, può definire, in camera di consiglio, il giudizio con sentenza in forma semplificata, salvo che una delle parti dichiari che intende proporre motivi aggiunti, ricorso incidentale o regolamento di competenza ovvero regolamento di giurisdizione”.Dalla lettura della norma emerge che la preclusione alla assunzione della decisione in forma semplificata deriva in primo luogo dalla circostanza che siano decorsi almeno 20 giorni dall’ultima notificazione del ricorso e dal fatto che una delle parti dichiari che intende proporre motivi aggiunti, ricorso incidentale, regolamento di competenza ovvero regolamento di giurisdizione.La finalità della norma è, dunque, quella di consentire la decisione definitiva della controversia solo quando sia appieno realizzato il principio del contraddittorio e consentito alle parti il pieno esercizio del diritto di difesa.Per continuare la lettura vai alla sentenza

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martedì 28 ottobre 2014 19:24

Pubblico impiego: il foglio di congedo militare è inidoneo a comprovare in via autonoma la durata del servizio militare prestato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 27.10.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha evidenziato che "il foglio di congedo militare, in quanto indica solo la data di incorporazione e quella del definitivo congedo, mentre nulla attesta riguardo il periodo intermedio (ad esempio, non dà conto delle eventuali sospensioni o interruzioni del servizio), per cui è inidoneo a comprovare in via autonoma (diversamente dallo stato di servizio e dal foglio matricolare, maggiormente dettagliati) la durata del servizio militare prestato, quando essa sia rilevante ai fini della valutazione dei titoli nel pubblico impiego (Cons. St., Sez. V, 19 settembre 2006, n. 5466)."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 27.10.2014

 
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domenica 2 giugno 2013 08:25

Guardia di Finanza: anche nei confronti del militare in congedo assoluto permane la soggezione al potere disciplinare, in particolare per le sanzioni di stato qual è la perdita del grado per rimozione per motivi disciplinari

Consiglio di Stato

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Nel giudizio in esame il Collegio ha ritenuto infondato il motivo del ricorso incentrato sul rilievo secondo il quale il procedimento disciplinare non avrebbe potuto essere attivato, e tantomeno concluso con l’irrogazione della sanzione disciplinare, per essere stato l’interessato collocato in congedo sin dal 22 dicembre 1994. La censura ad avviso del Consiglio di Stato è manifestamente infondata: com’è noto, ai sensi dell’art. 56 della legge 31 luglio 1954, n. 599 (recante “Stato dei sottufficiali dell’Esercito, della Marina e dell'Aeronautica”), disciplinante, ai sensi dell’art.3 della legge, anche i sottufficiali della Guardia di Finanza: “Il sottufficiale in congedo assoluto non ha obblighi di servizio” (comma 1). “Il sottufficiale in congedo assoluto conserva il grado e l’onore dell’uniforme ed è soggetto alle disposizioni di legge riflettenti il grado e la disciplina” (comma 2). Ciò significa che anche nei confronti del militare in congedo assoluto permane la soggezione al potere disciplinare, in particolare per le sanzioni di stato qual è la perdita del grado per rimozione (anche) per motivi disciplinari, di cui al successivo art. 60 comma 1 n. 6).

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sabato 18 maggio 2013 09:25

Forze Armate: la progressione di carriera è legata alla permanenza in servizio del personale interessato in quanto le promozioni sono disposte non soltanto nell’interesse del personale, ma anche e soprattutto dell’Amministrazione militare

Consiglio di Stato

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E' insito nel “sistema” ordinamentale proprio delle Forze Armate il principio in forza del quale la progressione di carriera è legata alla permanenza in servizio del personale interessato, posto che le promozioni sono disposte non soltanto nell’interesse del personale, ma anche – e soprattutto – dell’Amministrazione militare (cfr. sul punto, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 7 maggio 2007 n. 1970), con la conseguenza che la deroga al principio medesimo non può che essere circoscritta a casi ben specifici e da disciplinare in modo rigorosamente unitario tra loro, e non potendo quindi – a fronte di un indiscutibilmente comune evento risolutivo del servizio – distinguersi tra coloro che hanno già acquisito il titolo alla promozione, salva la valutazione di idoneità effettuata a posteriori, in quanto colpiti da eventi sfavorevoli successivamente al loro inserimento nell’aliquota, e coloro per i quali l’evento comportante la cessazione dal servizio è viceversa intervenuto nello stesso anno di maturazione del requisito e sia stato ostativo all’inserimento nell’aliquota.

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giovedì 28 febbraio 2013 18:19

Rapporto di pubblico impiego dei militari: l'Amministrazione non è tenuta a pagare le ore di lavoro straordinario prestate in eccedenza al limite massimo previsto dal monte ore autorizzato e senza che risulti comprovata l'effettiva autorizzazione preventiva a svolgere il lavoro extra orario, per tali prestazioni eccedenti infatti il militare ha solo il diritto eventualmente a fruire di corrispondenti riposi compensativi

Consiglio di Stato

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Come ha statuito più volte questo Consesso (ex plurimis, Consiglio di Stato sez. IV, 26 marzo 2012, n. 1749), anche nel rapporto di pubblico impiego dei militari della Guardia di finanza trova applicazione la regola per la quale la retribuibilità del lavoro straordinario è in via di principio condizionata all'esistenza di una previa e formale autorizzazione allo svolgimento di prestazioni eccedenti l'ordinario orario di lavoro, la quale svolge una pluralità di funzioni, tutte riferibili alla concreta attuazione dei principi di legalità, imparzialità e buon andamento cui, ai sensi dell'art. 97 cost., deve essere improntata l'azione della p.a., anche militare, e che implica la verifica in concreto della sussistenza delle ragioni di pubblico interesse che rendono necessario il ricorso a prestazioni lavorative eccedenti l'orario normale di lavoro e al tempo stesso rappresenta lo strumento più adeguato per evitare, per un verso, che mediante incontrollate erogazioni di somme per prestazioni di lavoro straordinario si possano superare i limiti di spesa fissati dalle previsioni di bilancio, con grave nocumento dell'equilibrio finanziario dei conti pubblici e, per altro verso, che i pubblici dipendenti siano assoggettati a prestazioni lavorative che, eccedendo quelle ordinarie individuate come punto di equilibrio fra le esigenze dell'amministrazione e il rispetto delle condizioni psico-fisiche del dipendente, possano creare nocumento alla salute e alla dignità della persona. Sulla scorta di un costante indirizzo giurisprudenziale, dal quale questo Collegio non ritiene di doversi discostare, deve escludersi che l'Amministrazione sia di norma tenuta a pagare le ore di lavoro straordinario prestate in eccedenza al limite massimo previsto dal monte ore autorizzato e senza che risulti comprovata l'effettiva autorizzazione preventiva a svolgere il lavoro extra orario: per questo genere di prestazioni eccedenti infatti il militare ha solo il diritto eventualmente a fruire di corrispondenti riposi compensativi. Inoltre, la formale preventiva autorizzazione al lavoro straordinario deve costituire per l'Amministrazione anche lo strumento per un'opportuna e adeguata valutazione delle concrete esigenze dei propri uffici quanto al loro concreto funzionamento, alla loro effettiva capacità di perseguire i compiti ed espletare le funzioni attribuite dalla legge, nonché alla organizzazione delle risorse umane ed alla loro adeguatezza, onde evitare che il sistematico ed indiscriminato ricorso alle prestazioni straordinarie costituisca elemento di programmazione dell'ordinario lavoro di ufficio. Nella specie, è del tutto mancata la previa autorizzazione allo svolgimento del lavoro straordinario, né possono ritenersi sufficienti gli ordini di servizio, al fine di riconoscere il beneficio anche economico. In carenza di autorizzazione preventiva da parte dell'amministrazione di appartenenza, non si configura il diritto del dipendente pubblico al compenso per lavoro straordinario ma, nel caso di specie, in ragione del peculiare status di militare e della conseguente esigenza di assicurare lo svolgimento di funzioni e compiti essenziali, va riconosciuto il diritto del lavoratore al godimento dei riposi compensativi per il lavoro straordinario effettivamente (tra tante, Consiglio Stato sez. IV, 12 maggio 2008, n. 2170). Anche per i militari appartenenti alla Guardia di finanza la prestazione di lavoro straordinario deve essere previamente autorizzata dall'organo competente, essendo insufficiente a tal fine che essa sia stata svolta in esecuzione di un ordine di servizio del superiore (Consiglio Stato, sez. IV, 24 aprile 2009, n. 2620). Come è noto, nell'ambito del rapporto di pubblico impiego, la circostanza che il dipendente abbia effettuato prestazioni eccedenti l'orario d'obbligo, non è da sola sufficiente a radicare il suo diritto alla relativa retribuzione, in quanto la retribuibilità del lavoro straordinario è, in via di principio, condizionata all'esistenza di una formale autorizzazione allo svolgimento di prestazioni di lavoro eccedenti l'ordinario orario di lavoro: detta autorizzazione svolge infatti una pluralità di funzioni, tutte riferibili alla concreta attuazione dei principi di legalità, imparzialità e buon andamento cui, ai sensi dell'articolo 97 della Costituzione, deve essere improntata l'azione della pubblica Amministrazione. Come chiarito dalla giurisprudenza, tale principio deve trovare applicazione, pur nel quadro di opportuni bilanciamenti, anche per il rapporto di pubblico impiego dei militari. Se è vero, infatti, che il particolare status di questi ultimi, non solo non consente loro in via generale di contestare l'organizzazione degli uffici e dei servizi cui sono addetti e le concrete modalità di svolgimento delle loro prestazioni, ma in sostanza li obbliga alla effettiva e completa prestazione lavorativa loro ordinata, non può però ammettersi che mediante gli ordini di servizio (vale a dire quei peculiari provvedimenti dell'Amministrazione militare attraverso i quali viene, anche quotidianamente, organizzato il lavoro d'ufficio, fissando le puntuali modalità di esecuzione) siano di fatto frustrate le finalità di garanzia del buon andamento dell'Amministrazione (come sopra delineate, che interessano necessariamente anche l'Amministrazione militare) cui indubbiamente risponde il provvedimento di previa autorizzazione. In sostanza, la tesi ermeneutica dei dipendenti, accolta dal primo giudice, non può essere condivisa in quanto finirebbe per attribuire di fatto - in violazione del principio di legalità e di imparzialità - potestà autorizzatorie alla corresponsione di compensi per lavoro straordinario in eccedenza (con ovvi conseguenti riflessi sulla spesa e sulla gestione del personale) a soggetti che, in base alla ripartizione di funzioni propria della scala gerarchica, tale specifica competenza non hanno e non possono avere. Ciò non significa, naturalmente, che il militare - tenuto in base ad ordine a prestare servizio straordinario pur avendo raggiunto il tetto orario prefissato - non abbia oggi, e a differenza di quanto avveniva nel passato, diritto ad una piena reintegrazione: infatti in tale ipotesi, in cui per le ragioni anzidette non può operare il sinallagma retributivo, la tutela dell'integrità psicofisica del dipendente viene assicurata dall'istituto del riposo compensativo. Del resto, proprio per la peculiarità dello status di militare e per l'esigenza di assicurare l'effettivo svolgimento di funzioni e compiti che non ammettono in alcun modo una interruzione, l'Amministrazione appellante, come ha dedotto in atti, ha effettivamente provveduto a disciplinare l'ipotesi di prestazioni orarie aggiuntive e del riposo compensativo (articolo 44 del D.M. 30 novembre 1991 concernente "Nuovo regolamento di Servizio Interno della Guardia di Finanza", come modificato alla luce del D.P.R. n. 170/2007) prevedendo, in particolare, che per le prestazioni di lavoro straordinario non retribuibili in quanto eccedenti il monte ore finanziato il dipendente ha diritto a corrispondenti ore di riposo compensativo, di cui può fruire, previa apposita richiesta da formulare all'ufficio di appartenenza e secondo le esigenze di servizio, entro il 31 dicembre dell'anno successivo.

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domenica 12 maggio 2013 09:55

Mobilità del personale organico alle Forze Armate: la possibilità di essere trasferito dopo tre anni di permanenza in una sede disagiata spetta unicamente al militare che in tale sede è stato in precedenza trasferito d’autorità e non a chi è stato trasferito su domanda

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza attenzionata è chiamato a verificare la legittimità o meno del diniego opposto dall’Amministrazione della Difesa in ordine alla domanda di trasferimento dell’appellante sottufficiale da una sede di servizio considerata disagiata ( Teulada ), avanzata dall’interessato ai sensi della normativa costituita dalle c.d. direttive contenute nel Testo Unico sulle procedure per l’impiego del personale militare dell’Esercito del 2008. Sostiene in particolare l’interessato che in applicazione delle suindicate direttive, egli ha sostanzialmente diritto ad essere trasferito da Teulada, dopo aver compiuto il triennio di permanenza in detta sede disagiata, come peraltro già disposto dalla stessa Amministrazione per altri colleghi. Tale assunto non è stato accolto dal Consiglio di Stato che in primo luogo ha respinta la censura circa l’avvenuta violazione della disposizione legislativa di cui all’art.10 bis della legge n. 241/90. Sono state più volte sottolineate da questo Consiglio di Stato la natura e la specialità degli atti riguardanti il trasferimento dei militari (cfr Sez. IV n.623/2011) e si è avuto modo di far presente come in realtà le determinazioni che riguardano la mobilità del personale organico alle Forze Armate risponde a dei fini strettamente organizzativi, per cui, anche in presenza di trasferimenti a domanda, gli atti che definiscono tali istanze, quanto alla normativa di riferimento, subiscono alcuni limiti, nel senso che ad essi non appare applicabile tout court la normativa di tipo garantista dettata dalla legge sul procedimento amministrativo (cfr Sez. IV nn. 6273/09 e 7614/09) e se così è, nella specie, non appare configurabile a carico del provvedimento negativamente assunto il vizio di mancata comunicazione delle ragioni ostative. Tornando alla quaestio iuris fondamentalmente dedotta in giudizio, una corretta applicazione delle regole ermeneutiche da utilizzarsi per la “lettura” del regime giuridico disciplinante il rapporto che viene in rilevo, porta a concludere per la legittima fondatezza delle ragioni addotte dall’Amministrazione a sostegno dell’opposto diniego. Ritiene invero il Ministero che l'appellante non possa giovarsi del chiesto trasferimento, in quanto la possibilità di essere trasferito da una sede disagiata come Teulada spetti unicamente al militare che in tale sede è stato in precedenza trasferito d’autorità e non a chi come l’appellante è stato trasferito su domanda. Ebbene, un tale assunto appare corretto, posto che si rivela congruo in relazione ai principi fondamentali che regolano la materia dei trasferimenti nell’ambito dell’organizzazione militare e soprattutto non contrasta con la normative dettata dal testo unico sulle procedure per l’impiego del personale militare dell’Esercito edizione 2008 ai sensi della quale pure l’interessato ha inteso far valere il suo “ diritto” al trasferimento ad altra sede. Nelle predette direttive, invero, è previsto che il militare, dopo tre anni di permanenza in sede disagiata può chiedere, a domanda, di essere trasferito ad una sede di suo gradimento ed è altresì vero che in detta normativa non è prevista la limitazione costituita dal fatto che nella sede di “partenza “ il militare a suo tempo deve essere stato trasferito di autorità: nondimeno, ritiene il Collegio che l’assenza di un apposito divieto per i trasferiti a domanda non impedisce all’Amministrazione di denegare il chiesto “ ulteriore” trasferimento. Invero, avuto riguardo allo status di militare e alla specialità dell’organizzazione militare, il trasferimento a domanda costituisce un beneficio che in un certo qual modo deroga alla regole per così dire anelastiche finalizzate ad assicurare le esigenze organizzative proprie delle strutture militari, sicchè, l’ulteriore domanda di trasferimento si atteggia come ulteriore deroga e quindi si impone una lettura restrittiva delle disposizioni che regolano la mobilità degli appartenenti alle Forze Armate, con la conseguenza che le aspettative rappresentate dal singolo militare aspirante al trasferimento appaiono decisamente recessive rispetto alle superiori esigenze organizzative proprie dall’Amministrazione della Difesa, senza che possa ravvisarsi nell’opposto diniego, in assenza di un aspecifica disposizione che deponga univocamente in senso voluto dall’attuale appellante, una illogicità o arbitrarietà della determinazione negativamente assunta. Insomma nella interpretazione del caso de quo, appare ragionevole ritenere che il favor costituito dalla possibilità di fare domanda di trasferimento dopo tre anni di permanenza in sede disagiata va riconosciuto esclusivamente per coloro che hanno già subito la “deteriore” assegnazione d’ufficio a tale sede, sì da “premiarli”, una volta che i medesimi hanno espletato per un periodo di tempo prefissato il servizio nella struttura sita in quella località.

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domenica 27 dicembre 2015 10:40

Settore militare: i principi sul rapporto tra concorso e scorrimento della graduatoria

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 21.12.2015 n. 5792

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Nel giudizio in esame il Ministero della Difesa, deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, il reclutamento del personale militare sarebbe regolato da una disciplina sua propria (contenuta nel D. Lgs. 15/3/2010 n. 66 “Codice dell’ordinamento militare”), diversa da quella vigente per tutte le altre pubbliche amministrazioni, che darebbe prevalenza all’assunzione tramite concorso, rispetto a quella mediante scorrimento delle graduatorie. Nel caso di specie, inoltre, l’amministrazione avrebbe, anche, esplicitato le ragioni che l’hanno indotta a non procedere allo scorrimento della precedente graduatoria e a preferire l’indizione di un nuovo concorso. Il Consiglio di Stato Sez. IV nella sentenza del 21.12.2015 n. 5792 ha accolto la censura prospettata dal Ministero evidenziando come con una recente sentenza, la Sezione ha affermato principi sul rapporto tra concorso e scorrimento della graduatoria, quali modalità per l’accesso all’Arma dei Carabinieri, ma indubbiamente estensibili al reclutamento di medici veterinari dell’Esercito, che il Collegio condivide e che si attagliano perfettamente alla presente controversia (cfr Cons. Stato, Sez. IV, 15/9/2015n. 4330). "Non resta, pertanto, che riprenderne le motivazioni. «Al riguardo, il Collegio ritiene necessario preliminarmente richiamare i principi espressi dalla più volte menzionata sentenza dell'Adunanza Plenaria n. 14 del 28 luglio 2011. Con essa si è affermata, all'esito di un lungo percorso giurisprudenziale, una “sostanziale inversione del rapporto tra l'opzione per un nuovo concorso e la decisione di scorrimento della graduatoria preesistente ed efficace”, per cui quest'ultima possibilità rappresenta, adesso, la regola generale da applicarsi in via principale, in quanto l'attuale ordinamento afferma un generale favore circa l'utilizzazione della graduatoria degli idonei, che recede solo in taluni specifici casi come di seguito sarà meglio precisato. Pertanto, qualora l'amministrazione propenda per l'indizione di un nuovo concorso, sarà obbligata ad esprimere un'idonea motivazione che dia conto del sacrificio imposto ai concorrenti idonei e delle preminenti esigenze di interesse pubblico. Tuttavia, “la riconosciuta prevalenza delle procedure di scorrimento non è comunque assoluta e incondizionata”. Infatti, sussistono delle ipotesi in cui è pienamente giustificabile la scelta di procedere all'indizione di una nuova procedura concorsuale, in luogo dello scorrimento delle graduatorie pregresse: in tali fattispecie, l'Adunanza Plenaria afferma il ridimensionamento dell'obbligo motivazionale. Fra le ipotesi in questione, in primo luogo, rientra quella “in cui speciali disposizioni legislative impongano una precisa cadenza periodica del concorso, collegata anche a peculiari meccanismi di progressioni nelle carriere, tipiche di determinati settori del personale pubblico”: al ricorrere di queste circostanze, sussiste un dovere primario per l'Amministrazione di bandire una nuova procedura selettiva, in assenza di particolari ragioni di opportunità per l'assunzione degli idonei collocati nelle preesistenti graduatorie. Si tratta, nella sostanza, delle ordinarie procedure concorsuali programmate con cadenza pressoché annuale, al fine di garantire il costante reclutamento del personale necessario per le esigenze operative ed organizzative dell'Arma. Restano quindi escluse da tale specifica ipotesi, le procedure non calendarizzate in quanto attivate occasionalmente su specifiche ed immediate esigenze della singola Forza Armata, che non possono attendere gli ordinari flussi di reclutamento. In questo caso, infatti, il favore ordinamentale che secondo il richiamato insegnamento dell'Adunanza Plenaria deve riconoscersi allo scorrimento delle graduatorie preesistenti, viene a coniugarsi perfettamente con lo specifico interesse dell'Amministrazione a soddisfare tempestivamente esigenze impreviste e non risolvibili con l'ordinaria programmazione concorsuale. In secondo luogo, vi sono dei casi in cui “si manifesta l'opportunità, se non la necessità, di procedere all'indizione di un nuovo concorso, pur in presenza di graduatorie ancora efficaci”: fra le ipotesi di questo genere, rientra, anzitutto, l'esigenza preminente di determinare, attraverso le nuove procedure concorsuali, la stabilizzazione del personale precario, in attuazione delle apposite regole speciali in materia. L'indizione di una nuova procedura concorsuale può essere giustificata anche dall'intervenuta modifica sostanziale della disciplina applicabile alla stessa, rispetto a quella da cui è scaturita una graduatoria ancora efficace, con particolare riguardo al contenuto delle prove di esame e ai requisiti di partecipazione. Una terza ipotesi che può giustificare ex se l'indizione di un nuovo concorso è quella in cui si attribuisce “risalto determinante anche all'esatto contenuto dello specifico profilo professionale per la cui copertura è indetto il nuovo concorso e alle eventuali distinzioni rispetto a quanto descritto nel bando relativo alla preesistente graduatoria”. In definitiva, l'Adunanza Plenaria ha chiarito che, al fine del reclutamento del personale, l'Amministrazione può optare fra lo scorrimento delle graduatorie preesistenti o l'indizione di un nuovo concorso: tuttavia, la scelta non può definirsi libera in quanto vi è un favor dell'ordinamento per lo scorrimento delle graduatorie preesistenti. Pertanto, nel momento in cui l'Amministrazione propenda, comunque, per l'indizione di un nuovo concorso, essa sarà obbligata ad esternare le ragioni della propria scelta in modo da evidenziare i motivi di interesse pubblico prevalenti rispetto alle situazioni giuridiche degli idonei non vincitori nella precedente procedura concorsuale. Sussistono, infine, delle ipotesi nelle quali, per particolari ragioni dovute alla periodicità del reclutamento imposto da normative di settore, ovvero dalla differenza strutturale della disciplina della nuova procedura concorsuale rispetto a quella cui si riferisce la graduatoria preesistente, ovvero, ancora, dalle esigenze di stabilizzazione del personale precario, o dalle differenze nel profilo professionale ricercato, sussiste la doverosità per l'Amministrazione di procedere all'indizione di nuovi concorsi, in luogo dello scorrimento delle graduatorie che, al contrario, si rivelerebbe una soluzione inopportuna e lesiva di preminenti ragioni di interesse pubblico. 2.2 Secondo il Collegio, nel caso di specie, viene in rilievo una delle ipotesi in cui l'Amministrazione non deve necessariamente procedere con lo scorrimento delle graduatorie pregresse, in quanto sussistono ragioni particolari che fanno ritenere maggiormente opportuna, o meglio doverosa, la scelta di reclutare le figure professionali mediante concorsi con cadenza periodica. In particolare, come affermato da parte appellante, le disposizioni inerenti al reclutamento del personale, alle modalità di svolgimento delle procedure selettive, nonché al periodo di validità delle graduatorie concorsuali, di cui al d.lgs. n. 165 del 2001 e d.l. n. 101 del 2013 non possono ritenersi integralmente applicabili all'Arma dei Carabinieri. In effetti, l'ordinamento di quest'ultima viene disciplinato dal d.lgs. n. 66 del 2010 (c.d. Codice dell'Ordinamento Militare), il quale deve essere considerato una normativa speciale destinata a regolare le modalità di assunzione ed i rapporti di lavoro intercorrenti con le Forze Armate. Detta specialità si ricava in modo espresso da diverse disposizioni dell'ordinamento: in primo luogo, l'art. 3 comma 1 d.lgs. n. 165 del 2001 afferma che “in deroga all'articolo 2 commi 2 e 3, rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: [...] il personale militare e delle Forze di Polizia di Stato”. Inoltre, anche il Codice dell'Ordinamento Militare, all'art. 625 comma 1, definisce i rapporti con l'ordinamento generale del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche e altri ordinamenti speciali, affermando che “al personale militare si applicano i principi e gli indirizzi di cui all'articolo 19 della legge 4 novembre 2010, n. 183, nonché le disposizioni contenute nel presente codice”. Infine, l'articolo 19 della l. n. 183 del 2010 statuisce che “ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere e dei contenuti del rapporto di impiego e della tutela economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta la specificità del ruolo delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell'ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti”. 2.3 Se tali disposizioni consentono di affermare la specificità dell'ordinamento militare rispetto agli altri comparti dell'amministrazione pubblica, il Collegio ritiene, tuttavia, di dover individuare le norme che prevedono per le Forze Armate ed, in particolare, l'Arma dei Carabinieri, una ciclicità nell'indizione dei concorsi, al fine di coprire i posti vacanti all'interno del proprio organico. A tal fine viene in rilievo la disposizione contenuta nell'art. 635 d.lgs. n. 66 del 2010 secondo cui “l'amministrazione militare ha facoltà di conferire, nel limite delle risorse finanziarie previste, oltre i posti messi a concorso, anche quelli che risultano disponibili alla data di approvazione della graduatoria. Detti posti, da conferire secondo l'ordine della graduatoria, non possono superare il decimo di quelli messi a concorso per il reclutamento degli ufficiali e il quinto per il reclutamento delle altre categorie di militari. Se alcuni posti messi a concorso restano scoperti per rinuncia, decadenza o dimissioni dei vincitori, l'amministrazione militare ha facoltà di procedere, nel termine di un anno dalla data di approvazione della graduatoria e salvo diverse disposizioni del presente codice, ad altrettante nomine secondo l'ordine della graduatoria stessa, fermo restando l'accertamento dell'ulteriore possesso dei requisiti. Nei concorsi per la nomina a ufficiale e sottufficiale in servizio permanente, se alcuni dei posti messi a concorso risultano scoperti per rinuncia o decadenza, entro trenta giorni dalla data di inizio dei corsi, possono essere autorizzate altrettante ammissioni ai corsi stessi secondo l'ordine della graduatoria. Se la durata del corso è inferiore a un anno, detta facoltà può essere esercitata entro 1/12 della durata del corso stesso.” Dal dato testuale ricavato dalla disposizione sopra citata, risulta che, per quanto concerne il reclutamento delle Forze Militari ed anche per l'Arma dei Carabinieri, non incombe sull'Amministrazione un obbligo primario di procedere allo scorrimento delle graduatorie preesistenti, in luogo dell'indizione di un nuovo concorso per la copertura di determinati profili professionali. A nulla rileva, secondo il Collegio, la circostanza secondo cui la disposizione è riferita alle nuove assunzioni e non espressamente ai transiti interni da un ruolo ad un altro: in effetti, la norma è diretta a contenere l'uso dello scorrimento nei limiti della disponibilità dei posti al momento dell'approvazione della graduatoria, ovvero nei limiti della rinuncia, decadenza o dimissioni dei vincitori, come affermato dalla giurisprudenza più recente di questo Consiglio (cfr. da ultimo Cons. di Stato, Sez. II, parere n. 1184 del 23 aprile 2015). Inoltre, nell'ipotesi di rinuncia, decadenza o dimissioni dei vincitori, va evidenziato come il limite temporale di un anno (ben più stringente rispetto a quanto previsto dall'art. 4 comma 4 d.l. n. 101 del 2013), cui soggiace la validità della graduatoria, rende palese la volontà del legislatore di preferire, quantomeno per le immissioni in ruolo nel comparto delle Forze Armate, l'indizione di una nuova procedura concorsuale allo scorrimento delle graduatorie. La citata giurisprudenza, tra l'altro, ha affermato che dall'art. 635 d.lgs. n. 66 del 2010 si dovrebbe dedurre un obbligo di indizione periodica dei concorsi con contestuale perdita di efficacia delle graduatorie preesistenti. Un'ulteriore disposizione che, secondo l'Amministrazione appellante imporrebbe l'indizione annuale di concorsi nell'Arma dei Carabinieri è quella contenuta nell'art. 688 comma 7 del Codice dell'Ordinamento Militare, secondo cui “i termini di validità della graduatoria dei candidati risultati idonei ma non vincitori del concorso per l'ammissione al corso biennale di cui all'articolo 684 possono essere prorogati con motivata determinazione ministeriale, in caso di successivi e analoghi concorsi banditi entro diciotto mesi dall'approvazione della stessa”. A ben vedere, in effetti, la ciclica indizione dei concorsi è strumentale all'esigenza di verificare l'attualità del possesso dei requisiti inerenti all'età, all'efficienza fisica ed al profilo psico-attitudinale, in capo ai soggetti che si apprestano a ricoprire una specifica qualifica professionale all'interno dell'Arma dei Carabinieri: dal momento che il possesso dei requisiti fisici e psico-attitudinali deve necessariamente rivestire il carattere dell'attualità, l'ordinamento militare incentiva l'indizione di nuovi concorsi in luogo dello scorrimento di preesistenti graduatorie. Diversamente argomentando, verrebbero lesi i diritti dei soggetti che non possano partecipare ad un concorso indetto in un determinato anno, per via dell'età anagrafica inferiore al limite minimo prefissato, e, a causa dell'obbligato scorrimento delle graduatorie, non potrebbero partecipare nemmeno ad un eventuale successivo concorso, indetto a distanza di diversi anni per la medesima qualifica professionale, stante il superamento dei limiti di età prescritti dall'ordinamento. 2.4 Inoltre, non può sottovalutarsi un ulteriore elemento che consente di affermare la necessaria cadenza periodica o, più precisamente, annuale del concorso oggetto dell'odierno contenzioso: il Codice dell'Ordinamento Militare, infatti, dispone espressamente che “gli organi di vertice dell'Amministrazione della Difesa sono tenuti alla programmazione triennale del fabbisogno personale dell'Arma dei Carabinieri (art. 634) in tal modo imponendo una previsione ciclica delle esigenze di personale. Questa disposizione, in combinato disposto con l'art. 1035 del medesimo d.lgs. n. 66 del 2010 - secondo cui le Commissioni Superiori di Avanzamento sono annualmente riunite per valutare l'operato dei singoli appartenenti alle Forze Armate - determinerebbe la ineludibile necessità di reclutamenti annuali nell'Arma dei Carabinieri. In effetti, la cadenza annuale delle valutazioni finalizzate alla progressione in carriera all'interno dell'Arma dei Carabinieri, mal si concilierebbe con una diversa cadenza di indizione dei concorsi, considerata la sopra esposta necessità di verificare il possesso dei requisiti psico-fisici con il carattere dell'attualità. 2.5 Alla luce delle pregresse considerazioni, risulta logico e non irragionevole l'assunto della Difesa Erariale secondo cui la cadenza annuale o, comunque, periodica dell'indizione del concorso oggetto del presente giudizio, può essere ricavata dall'interpretazione analogica e sistematica delle disposizioni, contenute nel Codice dell'Ordinamento Militare, dedicate precipuamente all'Arma dei Carabinieri. In effetti, anche se l'art. 35 d.lgs. n. 199 del 1995, a differenza dell'art. 679 d.lgs. n. 66 del 2010, indica espressamente l'indizione annuale dei concorsi per l'immissione nel ruolo di ispettori della Guardia di Finanza, l'esigenza di valutare il possesso attuale dei requisiti psico-attitudinali degli aspiranti ispettori rimane intatta in entrambi i casi. A ben vedere, dunque, ci si troverebbe dinanzi ad uno dei casi di “peculiari meccanismi di progressioni nelle carriere, tipiche di determinati settori del personale pubblico”: questi ultimi, in connessione a specifiche disposizioni di settore e secondo i principi esposti dalla sentenza dell'Adunanza Plenaria n. 14 del 2011, da un lato, determinano una regressione del principio della prevalenza dell'istituto dello scorrimento in luogo dell'indizione di nuovi concorsi, e, dall'altro lato, non impongono all'Amministrazione uno stringente obbligo motivazionale in merito alla scelta effettuata per il reclutamento». Nel caso di specie, l’amministrazione intimata ha stabilito di indire un nuovo concorso, piuttosto che procedere allo scorrimento della graduatoria di quello precedente, “…in quanto, in relazione alle peculiari esigenze operative e organizzative del ministero della difesa, il reclutamento del personale militare esige l’attualità dell’accertamento dei requisiti di efficienza e di idoneità psicofisica e attitudinale”. Tale motivazione è sufficiente, giusta quanto più sopra evidenziato, a sorreggere la scelta. Né, quest’ultima, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellato, è inficiata dal fatto che nel bando con cui era stato indetto il concorso per l’anno 2011, fosse stato richiamato il D.P.R. 9/5/1994 n. 487, il cui articolo 15, al comma 7, stabilisce che “ …le graduatorie dei vincitori rimangono efficaci per un termine di diciotto mesi dalla data della sopracitata pubblicazione per eventuali coperture di posti per i quali il concorso è stato bandito e che successivamente ed entro tale data dovessero rendersi disponibili”. Dalle considerazioni più sopra svolte, discende, infatti, che con specifico riguardo al settore militare, la disposizione dà facoltà all’amministrazione di procedere allo scorrimento, ma non la vincola in tal senso.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 21.12.2015 n. 5792

 
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Nel giudizio in esame il Ministero della Difesa, deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, il reclutamento del personale militare sarebbe regolato da una disciplina sua propria (contenuta nel D. Lgs. 15/3/2010 n. 66 “Codice dell’ordinamento militare”), diversa da quell ... Continua a leggere

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domenica 6 luglio 2014 07:58

Premio di concedamento: tale beneficio non spetta ai militari che cessano dalla ferma breve o prolungata per passare al servizio permanente effettivo o per entrare in maniera stabile nei ruoli di una delle Forze Armate, o delle Forze di Polizia militari o civili, fruendo di un congruo trattamento retributivo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. I bis del 26.6.6.2014

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La controversia risolta dal TAR Lazio con la sentenza in esame concerne il ricorso presentato da volontari in ferma breve collocati in congedo per fine ferma e poi avviati al corso per allievi Carabinieri presso le relative scuole dell’Arma che hanno chiesto l’accertamento, e quindi la consequenziale condanna della p.a., del loro diritto alla corresponsione del trattamento economico previsto dall’art. 40, comma 1, della legge n. 958 del 1986. Al riguardo, i medesimi hanno prospettato come motivi di impugnazione la violazione di legge ed in particolare l’errata valutazione della situazione in fatto connessa al transito nell’Arma dei Carabinieri: con il congedo di fine ferma, in sostanza, il rapporto di servizio si è interrotto per proseguire poi solo dopo la frequentazione di un Corso di formazione previsto per l’inquadramento nel ruolo degli allievi Carabinieri. Il giudice amministrativo ha rigetto il ricorso rilevando che la norma invocata così dispone: “Ai graduati e militari di truppa in ferma di leva prolungata all'atto del congedamento è corrisposto un premio pari a due volte l'ultima paga mensile percepita per ogni anno o frazione superiore a sei mesi di servizio prestato”. L’articolo è stato di recente interpretato dalla giurisprudenza amministrativa, in particolare quella del Consiglio di Stato, nei sensi secondo cui: “Il diritto al premio di congedamento di cui alla legge 24 dicembre 1986, n. 958, art. 40, non sussiste per il militare che, già in ferma, non sia cessato completamente dal servizio, per essere, in particolare, transitato in s.p.e. o comunque in maniera stabile nei ruoli di una delle Forze Armate o delle altre Forze di Polizia ad ordinamento militare o civile”(Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 2 marzo 2011 n. 1337). Anche una recente decisione di questa Sezione, la n. 2366 del 5 marzo 2013, condivide “…l'orientamento interpretativo in materia consolidatosi nel senso che il premio di congedamento, previsto dall'art. 40, l. 24 dicembre 1986 n. 958, ha il suo unico presupposto legittimante esclusivamente nella posizione del soggetto che è costretto ad abbandonare il servizio militare senza aver conseguito alcun titolo a pensione, per essere reinserito nella vita civile, sicchè non spetta ai militari che cessano dalla ferma breve o prolungata per passare al servizio permanente effettivo o, comunque, per entrare in maniera stabile nei ruoli di una delle Forze Armate o delle Forze di Polizia militari o civili, fruendo di un congruo trattamento retributivo; detto beneficio non ha natura retributiva, non integra un trattamento di fine rapporto e neppure costituisce un'elargizione a titolo grazioso di un generico sostegno, ma costituisce un beneficio una tantum di natura genericamente indennitaria per aiutare, chi cessa completamente dal servizio militare, a ricollocarsi sotto il profilo lavorativo nella società civile (Cons. Stato, sez. IV, 6.8.2012 n. 4452). L’interpretazione giurisprudenziale è stata condivisa dalla Sezione (Cfr. altresì, T.A.R. Lazio, sez. I/bis, 22.5.2012 n. 4630 e 1.9.2012 n. 7460, n. 9842 del 2007) che ha ripetutamente evidenziato la natura del premio di congedamento finalizzato a consentire di sopperire alle più immediate esigenze del militare che lasci il servizio senza avere diritto alla pensione, affermando che detto premio: - ha il suo presupposto legittimante esclusivamente nella posizione del soggetto che è costretto ad abbandonare il servizio militare, senza aver conseguito alcun titolo a pensione, per essere reinserito nella vita civile; - non spetta ai militari che cessano dalla ferma breve o prolungata per passare al servizio permanente effettivo o comunque per entrare in maniera stabile nei ruoli di una delle Forze Armate, o delle Forze di Polizia militari o civili, fruendo di un congruo trattamento retributivo; esclusione che trova peraltro giustificazione anche nel fatto che il transito agevolato in tali Corpi costituisce già di per sé un istituto di natura premiale per il servizio prestato in posizione di ferma. Siccome nel caso di specie i ricorrenti, sia pure dopo l’espletamento di un corso di formazione, sono stati immessi nella qualifica iniziale del ruolo permanente dell’Arma dei Carabinieri per effetto di un concorso loro riservato può ritenersi che l’interpretazione prevalente dettata dalla giurisprudenza amministrativa sopra richiamata possa ritenersi incompatibile con le pretese di parte ricorrente. Per scaricare la sentenza cliccare su " Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. I bis del 26.6.6.2014

 
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sabato 16 febbraio 2013 08:40

Congedo parentale: introdotto in via sperimentale il congedo obbligatorio e facoltativo del padre, oltre a forme di contributi economici alla madre, per favorire il rientro nel mondo del lavoro al termine del congedo

Decreto 22.12.2012

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Per tutte le nascite avvenute a partire dal primo gennaio 2013 si applica la nuova disciplina dei congedi obbligatori e facoltativi fruibili dal padre (anche dal padre adottivo o affidatario), lavoratore dipendente, entro quindi mese di vita del figlio. In particolare viene previsto che il congedo obbligatorio di un giorno è fruibile dal padre anche durante il congedo di maternità della madre lavoratrice, in aggiunta ad esso, mentre la fruizione, da parte del padre, del congedo facoltativo ai sensi del secondo periodo dell’art. 4, comma 24, lettera a) citato, di uno o due giorni, anche continuativi, è condizionata alla scelta della madre lavoratrice di non fruire di altrettanti giorni del proprio congedo di maternità, con conseguente anticipazione del termine finale del congedo post-partum della madre per un numero di giorni pari al numero di giorni fruiti dal padre. Il congedo facoltativo è poi fruibile dal padre anche contemporaneamente all’astensione della madre. Il giorno di congedo obbligatorio è riconosciuto anche al padre che fruisce del congedo di paternità ai sensi dell’art. 28 del dlgs n. 151/2001. Per quanto riguarda il trattamento economico del congedo obbligatorio e facoltativo, il padre lavoratore dipendente ha diritto, per i giorni di congedo suddetti ad un’indennità giornaliera a carico dell’INPS, pari al 100 per cento della retribuzione. Viene poi introdotta tra l'altro la possibilità a favore della madre lavoratrice di richiedere, al termine del periodo di congedo di maternità e negli undici mesi successivi, in luogo del congedo parentale, un contributo utilizzabile alternativamente per il servizio di baby-sitting o per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati. La richiesta può essere presentata anche dalla lavoratrice che abbia già usufruito in parte del congedo parentale. Il contributo e' fissato in 300 euro mensili, per un massimo di sei mesi, in base alla richiesta della lavoratrice interessata. Il contributo per il servizio di baby-sitting verrà erogato attraverso il sistema dei buoni lavoro, mentre nel caso di fruizione della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati, il beneficio consisterà in un pagamento diretto alla struttura prescelta, fino a concorrenza del predetto importo di 300,00 euro mensili. Sono previste cause di esclusione e limitazioni per le madri lavoratrici che: risultano esentate totalmente dal pagamento della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati convenzionati; usufruiscono dei benefici di cui al Fondo per le Politiche relative ai diritti ed alle pari opportunità istituito; Le lavoratrici iscritte alla gestione separata possono fruire dei benefici fino ad un massimo di tre mesi; Nel caso in cui il diritto all’esenzione totale venga riconosciuto successivamente all’ammissione al contributo di cui all’art. 4, la madre lavoratrice decade dal beneficio per il periodo successivo alla decadenza medesima, senza obbligo di restituzione delle somme percepite. Per quanto attiene alla procedura puo essere consultata cliccando sul titolo sopra linkato.

Decreto 22.12.2012

 
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sabato 1 giugno 2013 19:26

L’istituto del trasferimento temporaneo previsto dall’art. 42-bis, comma 1, d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 è applicabile a tutto il personale militare e delle Forze di polizia di Stato

Consiglio di Stato

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L’istituto del trasferimento temporaneo previsto dall’art. 42-bis, comma 1, d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, e' ormai, secondo regola generale, applicabile a tutto il personale militare e delle Forze di polizia di Stato di cui all’art. 3, comma 1, d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165. Il suddetto art. 42-bis e' applicabile anche ai casi di mobilità interna ad una stessa amministrazione e non riguarda solo i passaggi tra amministrazioni diverse.Nella sentenza in esame precisa poi il Consiglio di Stato che l’inciso “tenendo conto del particolare stato rivestito”, contenuto nell'art. 1493, comma 1, del codice dell’ordinamento militare, non integra una clausola di riserva introduttiva di una fattispecie normativa indeterminata di natura eccezionale e derogatoria per determinati settori dell’amministrazione pubblica, la cui individuazione/delimitazione sia rimessa all’interprete, poiché, opinando diversamente, la previsione generale, di estendere anche al personale dell’ordinamento militare la disciplina in materia di maternità e paternità vigente per il personale delle pubbliche amministrazioni, verrebbe (ri)convertita da regola ad eccezione, in contraddizione con la ratio legis sottesa alla disposta estensione. Il medesimo inciso comporta l’attribuzione all’Amministrazione di un peculiare potere valutativo da esercitare caso per caso e tenuto conto delle complessive esigenze degli uffici, imponendole un onere motivazionale pregnante attorno alle ragioni organizzative che, nel caso concreto, siano ostative all’accoglimento dell’istanza (quali, ad es., l’incidenza pregiudizievole sul funzionamento dell’ufficio a quo e/o l’indisponibilità di posti da ricoprire presso l’ufficio ad quem, in relazione al particolare stato rivestito dall’istante nel concreto contesto organizzativo).

Consiglio di Stato

 
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L’istituto del trasferimento temporaneo previsto dall’art. 42-bis, comma 1, d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, e' ormai, secondo regola generale, applicabile a tutto il personale militare e delle Forze di polizia di Stato di cui all’art. 3, comma 1, d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165. Il suddetto art. 42-bis ... Continua a leggere

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sabato 2 gennaio 2016 13:57

Forze armate, nelle Forze di polizia a ordinamento militare e civile e nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco: regolamento sui parametri fisici per l'ammissione ai concorsi

segnalazione del DPR 17.12.2015 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 301 del 29.12.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.301 del 29.12.2015 il Decreto del Presidente della Repubblica 17 dicembre 2015, n. 207 recante "Regolamento in materia di parametri fisici per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle Forze armate, nelle Forze di polizia a ordinamento militare e civile e nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco, a norma della legge 12 gennaio 2015, n. 2". Entrata in vigore del provvedimento: 13/01/2016

segnalazione del DPR 17.12.2015 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 301 del 29.12.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.301 del 29.12.2015 il Decreto del Presidente della Repubblica 17 dicembre 2015, n. 207 recante "Regolamento in materia di parametri fisici per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle Forze armate, nelle Forze di polizia a ordin ... Continua a leggere

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sabato 27 luglio 2013 09:00

Domanda di trasferimento per motivi di famiglia: il beneficio dell’assegnazione temporanea - accordato ai dipendenti di amministrazioni pubbliche con figli minori sino a tre anni di età dall’art. 42-bis del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 - si applica anche al personale militare

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

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La materia del contendere si incentra sulla richiesta formulata dalla Sig.ra caporal maggiore dell’Esercito, di trasferimento o l’assegnazione temporanea ad altra sede stante che la situazione familiare difficile (due figli in tenera età, il marito residente altrove e impossibilitato a trasferirsi per ragioni di lavoro, la madre affetta da serie patologie). A fondamento delle sue richieste, ha richiamato anche l’art. 42-bis del decreto legislativo n. 151 del 2006 che esponendo una situazione familiare difficile (due figli in tenera età, il marito residente altrove e impossibilitato a trasferirsi per ragioni di lavoro, la madre affetta da serie patologie), Il comma 1 di tale articolo stabilisce che “il genitore con figli minori fino a tre anni di età dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, può essere assegnato, a richiesta, anche in modo frazionato e per un periodo complessivamente non superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l'altro genitore esercita la propria attività lavorativa, subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione. L'eventuale dissenso deve essere motivato. L'assenso o il dissenso devono essere comunicati all'interessato entro trenta giorni dalla domanda”. Il Consiglio di Stato è stato fermo nel ritenere che questa particolare disciplina di favore non valesse per il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia, assoggettato alle disposizioni proprie dei rispettivi ordinamenti (cfr. sez. VI, 14 ottobre 2010, n. 7506; sez. III, 26 ottobre 2011, n. 5730). Senonché tale giurisprudenza è stata declinata con riferimento a vicende avvenute in epoca anteriore all’entrata in vigore del codice dell’ordinamento militare, l’art. 1493, comma 1, del quale recita che “al personale militare femminile e maschile si applica, tenendo conto del particolare stato rivestito, la normativa vigente per il personale delle pubbliche amministrazioni in materia di maternità e paternità, nonché le disposizioni dettate dai provvedimenti di concertazione”. Ritenere che il codice abbia voluto solo riassumere la normativa preesistente significa – almeno sotto il profilo di specie – assoggettare la disposizione a un’interpretazione abrogatrice, che non può essere consentita anche nel quadro di una visione complessiva delle linee di tendenza dell’ordinamento. Valga, a tal fine, il raffronto con la più recente formulazione dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992, in ordine al quale la giurisprudenza del Consiglio di Stato, dopo alcune iniziali oscillazioni, si è consolidata nel senso di ritenere applicabile la nuova versione del testo anche agli appartenenti alle Forze armate e di polizia e ai pubblici dipendenti a questi equiparati, non potendo rappresentare un ostacolo, a quest’effetto, il rinvio a futuri provvedimenti legislativi fatto dall’art. 19 della legge di riforma (cfr. ex plurimis, da ultimo, sez. IV, 19 febbraio 2013, n. 1005, ove più dettagliata motivazione e riferimenti ulteriori). Trattandosi di disposizioni rivolte a dare protezione a valori di rilievo costituzionale, ne segue che ogni eventuale limitazione o restrizione nell’applicazione dovrebbe essere espressamente dettata e congruamente motivata. Il che evidentemente non sembra essere nel caso in questione, anche perché non è certo sufficiente rievocare una iniziativa legislativa depositata prima dell’entrata in vigore del codice dell’ordinamento militare e con riguardo a una giurisprudenza del Consiglio di Stato formatasi su un assetto normativo ormai superato (si veda la relazione all’atto Senato n. 1282 della XVI legislatura) per negare al codice quell’efficacia innovativa che esso indubbiamente riveste. L’affermazione che l’art. 42-bis del decreto legislativo n. 151 del 2001 è norma di favore, che opera a vantaggio anche dei dipendenti delle Forze armate e delle Forze di polizia, va tuttavia meglio precisata, proprio alla luce delle spiccate analogie con le problematiche tipiche dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992. Con particolare riguardo alla previsione dell’art. 33, comma 5, il Consiglio di Stato è sempre stato netto nell’escludere che la posizione del dipendente pubblico, il quale richieda la concessione del beneficio, possa qualificarsi come un diritto soggettivo. Come appare dall’inciso “ove possibile”, racchiuso nel comma 5 ora ricordato, la situazione soggettiva azionata costituisce un interesse legittimo, nel senso che all’Amministrazione spetta valutare la richiesta del dipendente alla luce delle esigenze organizzative e di efficienza complessiva del servizio. Tale inciso ha un corrispondente puntuale, anche se non testualmente conforme, nel comma 1 dell’art. 1493 del codice, che estende i benefici in discorso al personale militare “tenendo conto del particolare stato rivestito”. In conclusione: l’art. 42-bis del decreto legislativo n. 151 del 2001 vale anche per il personale militare, e dunque la signora legittimamente ne rivendica l’applicazione a proprio beneficio. Nel fare ciò, peraltro, l’Amministrazione della difesa dovrà valutare la richiesta del privato anche alla luce dell’interesse pubblico e, motivando congruamente, accordare il beneficio richiesto quando a ciò non siano di ostacolo prevalenti esigenze organizzative e di servizio (si veda Cons. Stato, sez. IV, ordinanza 5 febbraio 2013, n. 405).

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

 
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La materia del contendere si incentra sulla richiesta formulata dalla Sig.ra caporal maggiore dell’Esercito, di trasferimento o l’assegnazione temporanea ad altra sede stante che la situazione familiare difficile (due figli in tenera età, il marito residente altrove e impossibilitato a trasferirsi ... Continua a leggere

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lunedì 16 dicembre 2013 21:40

Forze di Polizia: il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III

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Il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio Nella sentenza in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha precisato come questione riguardante il diritto al compenso per la monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di una aspettativa per motivi di salute, alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio, è stata affrontata più volte dal Consiglio di Stato, che ha ritenuto spettante tale monetizzazione (fra le tante: Sezione VI, n. 2663 del 7 maggio 2010; n. 2727 del 9 maggio 2011). Aggiunge il Collegio che, nel corso del periodo di aspettativa per infermità, alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio, il lavoratore ha maturato comunque il diritto al congedo ordinario e quindi alla sua monetizzazione in applicazione della previsione di cui all’art. 18 dell’accordo nazionale di lavoro, approvato con D.P.R. 16 marzo 1999 n. 254 (recante il recepimento dell'accordo sindacale per le Forze di Polizia ad ordinamento civile relativo al quadriennio normativo 1998-2001 e al biennio economico 1998-1999), correttamente nella fattispecie richiamato dal T.A.R. Tale disposizione, infatti, ha chiaramente previsto che «al pagamento sostitutivo del congedo ordinario si procede, oltre che nei casi previsti dall'articolo 14, comma 14, del decreto del Presidente della Repubblica n. 395 del 1995, anche quando lo stesso non sia stato fruito per decesso, per cessazione dal servizio per infermità o per dispensa dal servizio del dipendente disposta dopo il collocamento in aspettativa per infermità». Del resto, il mancato godimento delle ferie è, nella fattispecie, determinato da cause non imputabili all'interessato.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III

 
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Il lavoratore ha diritto alla monetizzazione del congedo ordinario non fruito a causa di un'aspettativa per motivi di salute alla quale ha fatto seguito la dispensa dal servizio Nella sentenza in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha precisato come questione riguardante il diritto al co ... Continua a leggere

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lunedì 19 novembre 2012 13:58

Notificazione a mezzo posta: il foglio stampato dal servizio on line di Poste italiane non può sostituire l’avviso di ricevimento del piego raccomandato

Corte di Cassazione

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La Suprema Corte, nel confermare i principî di cui alla sentenza n. 627 del 2008 delle Sezioni Unite circa i termini di produzione, in caso di notifica a mezzo posta, dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia del ricorso per cassazione, ha chiarito che, al fine di provare l’avvenuto compimento del procedimento di notificazione con la ricezione dell’atto da parte del destinatario, il foglio stampato dal servizio on line di Poste italiane non può tenere luogo dell’avviso di ricevimento.

Corte di Cassazione

 
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La Suprema Corte, nel confermare i principî di cui alla sentenza n. 627 del 2008 delle Sezioni Unite circa i termini di produzione, in caso di notifica a mezzo posta, dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia del ricorso per cassazione, ha chiarito che, al fine di provar ... Continua a leggere

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domenica 17 febbraio 2013 08:08

Provvedimenti di trasferimento dei militari: se non vi siano, a monte del trasferimento, ragioni discriminatorie o vessatorie o macroscopicamente incongrue od illogiche, data l'ampia discrezionalità dell'amministrazione, prevale l'interesse pubblico che presiede ai provvedimenti di utilizzazione del personale nella organizzazione delle particolari strutture logistiche, operative e di comando che caratterizzano il complesso funzionamento delle Forze Armate e di Polizia

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato, con considerazioni che vengono riconfermate nella presente sentenza, ha già avuto modo di affermare (Cons. Stato, sez. IV, 11 novembre 2010 n. 8018), che i provvedimenti di trasferimento d’autorità (ivi compresi quelli assunti per ragioni di incompatibilità ambientale) sono qualificabili come ordini, rispetto ai quali l'interesse del militare a prestare servizio in una sede piuttosto che in un'altra assume, di norma, una rilevanza di mero fatto, che non abbisogna di una particolare motivazione né di particolari garanzie di partecipazione preventiva, quale è quella di cui all’articolo 7 della legge n. 241/1990 (Cons. Stato, sez. IV, 25 giugno 2010 , n. 4102; 21 maggio 2010 , n. 3227; 24 aprile 2009, n. 2642; 26 novembre 2001 n. 5950). Si è anche precisato (Cons. Stato, sez. IV, 13 maggio 2010 n. 2929) che “i provvedimenti di trasferimento dei militari, rientrando nel genus degli ordini, sono sottratti alla disciplina generale sul procedimento amministrativo dettata dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 e, pertanto, non necessitano di particolare motivazione, in quanto l'interesse pubblico al rispetto della disciplina ed allo svolgimento del servizio è prevalente su altri eventuali interessi del subordinato”. Fermo quanto ora esposto, questo Consiglio di Stato ha anche affermato (sez. IV, n. 8018/2010 cit.), che “questi consolidati principi – seppur con le estreme cautele e le ricordate specificità dell’ordinamento militare connotato istituzionalmente e necessariamente da un forte sentimento di disciplina - debbano correlarsi all’affermazione, di fonte costituzionale (art. 52, comma 3, Cost. ), che l’ordinamento militare, per quanto caratterizzato per sua natura, come detto, da uno speciale rapporto di gerarchia e da marcato obbligo di obbedienza, si conforma anch’esso “allo spirito democratico della Repubblica”, con conseguente necessità, anche per l’amministrazione della difesa, di osservare, in relazione a fasi di organizzazione e gestione del personale che non si differenzino, per procedimento e finalità, da quelli del restante pubblico impiego, dai principi e criteri che segnano il modo d’essere di tutti i rapporti tra Stato – apparato e cittadini, essenziali per la stessa concezione di uno Stato democratico . . .Tutto ciò significa che l’ordinamento militare non è ex se e per posizione istituzionale caratterizzato da una posizione di separatezza ed isolamento e sottratto, come tale, ai principi ed alle regole dell’ordinamento repubblicano, né esso è, pertanto, impermeabile al sindacato del Giudice. Quest’ultimo, tuttavia dovrà svolgersi tenendo conto delle rilevate peculiarità, tra le quali, come detto, la non sussistenza, di norma, di un interesse particolarmente tutelato alla sede di servizio del militare; sicché, ove non vi siano, a monte del trasferimento, ragioni discriminatorie o vessatorie o macroscopicamente incongrue od illogiche, data l'ampia discrezionalità dell'amministrazione, prevale l'interesse pubblico che presiede ai provvedimenti di utilizzazione del personale nella organizzazione delle particolari strutture logistiche, operative e di comando che caratterizzano il complesso funzionamento delle Forze Armate e di Polizia (Consiglio di Stato, sez. IV, 10 giugno 2010 , n. 3695 )”.

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Il Consiglio di Stato, con considerazioni che vengono riconfermate nella presente sentenza, ha già avuto modo di affermare (Cons. Stato, sez. IV, 11 novembre 2010 n. 8018), che i provvedimenti di trasferimento d’autorità (ivi compresi quelli assunti per ragioni di incompatibilità ambientale) sono q ... Continua a leggere

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giovedì 23 febbraio 2017 14:12

Militari: la sospensione precauzionale facoltativa connessa a procedimento penale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 8.2.2017

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L’art. 916 d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), all’art. 916, nell’ambito della Sezione IV (Capo II del Titolo V), dedicata ai casi di “sospensione dall’impiego”, prevede, oltre alla “sospensione a seguito di condanna penale” (art. 914), ed alla “sospensione precauzionale obbligatoria” (art. 915), anche la “sospensione precauzionale facoltativa connessa a procedimento penale” (art. 916), la quale “può essere applicata nei confronti di un militare se lo stesso è imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado” e non può avere comunque durata superiore a cinque anni (art. 919, co. 1). Sulla base di tale richiamo normativo la Quarta sezione del consiglio di stato con sentenza depositata in data 8 febbraio 2017 ha affermato che "Ciò, dunque, che funge da necessario presupposto perché l’amministrazione militare possa valutare se disporre (o meno) la sospensione precauzionale facoltativa – che ha natura di misura cautelare e non già di sanzione - è l’essere il militare imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado. Quest’ultima (che è “sanzione disciplinare di stato”) può essere conseguenza: - o di procedimento disciplinare (art. 865); - ovvero (senza procedimento disciplinare), per i casi in cui vi sia “condanna definitiva, non condizionalmente sospesa, per reato militare o delitto non colposo che comporti la pena accessoria della rimozione o della interdizione temporanea dai pubblici uffici, oppure una delle pene accessorie di cui all’art. 19, comma 1, numeri 2) e 6) del codice penale” (art. 866). In particolare, per quel che interessa nella presente sede, giova ricordare che l’art. 29 cod. pen., prevede che la interdizione temporanea dai pubblici uffici consegua ad una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni. In virtù dei rinvii effettuati dalle norme ora indicate, può dunque affermarsi che l’applicazione della sospensione precauzionale facoltativa può aversi allorchè il militare sia imputato (cioè vi sia stato esercizio nei suoi confronti dell’azione penale, in uno dei modi previsti dal c.p.p.) e che lo sia per un reato per il quale la eventuale futura condanna possa comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e cioè per un delitto la cui pena edittale massima sia pari o superiore a tre anni. In altre parole, l’art. 916 del Codice dell’ordinamento militare, nell’individuare il presupposto perché l’amministrazione possa valutare l’applicazione (o meno) della misura cautelare facoltativa fa riferimento a reati (e più precisamente, a delitti) che “possono” astrattamente comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e non già alla pena irrogata in concreto. Quanto ora affermato per un verso risponde alla normale tecnica di rinvio degli istituti di diritto penale sostanziale e processuale, in assenza di diverse e specifiche indicazioni, sia in quanto l’art. 916 si riferisce ad un militare “imputato” e, dunque, ad un soggetto non già condannato bensì nei confronti del quale si procede per uno dei reati per i quali potrebbe trovare (in astratto) applicazione la pena accessoria considerata. Ovviamente, ferma la necessità che si proceda nei confronti del militare per uno dei reati (delitti) ora indicati, stante la natura facoltativa della misura cautelare, compete all’amministrazione militare vagliare, in esercizio della propria potestà discrezionale, la opportunità dell’applicazione della misura, per il tramite di un giudizio congruamente motivato. Tale giudizio – ferma la verifica dell’esistenza dei presupposti di legge e della competenza dell’autorità che dispone la misura – è sottoposto al sindacato di legittimità del giudice amministrativo - onde non invadere il “merito” amministrativo – nei limiti del difetto di motivazione ovvero della irragionevolezza o illogicità di quanto disposto. Nella vicenda esaminata dal Collegio, un carabiniere è stato condannato, all’esito del giudizio di I grado, ad un anno e sei mesi di reclusione per i delitti di simulazione di reato e di falso materiale in atto pubblico; delitti per i quali il limite massimo edittale di pena è, rispettivamente, di tre anni (nel caso della simulazione: art. 367 c.p.) e di sei anni, nel caso di falso materiale (art. 476 c.p.), elevato a dieci anni, se si tratta di atto che faccia fede fino a querela di falso (art. 476, cpv.). Come è dato osservare, si tratta di delitti per i quali l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici è astrattamente possibile, e, dunque, di reati per i quali, in base a quanto innanzi esposto, può trovare applicazione la misura cautelare della “sospensione precauzionale facoltativa”. A fronte di tali considerazioni, non assume rilievo: - né che vi sia stata condanna in I grado, ben potendo la misura cautelare essere applicata (ovvero permanere) fintanto che è pendente il giudizio penale, nei limiti temporali previsti dall’art. 919 cod. mil.; - né che la pena irrogata in concreto sia stata inferiore a tre anni, e dunque non abbia comportato l’interdizione temporanea dai pubblici uffici, posto che – come si è detto – l’art. 916 fa riferimento alla pena editale massima per i delitti ivi indicati, e non già a quella irrogata in concreto. Né, a maggior ragione, possono essere condivise le argomentazioni dell’appellato, laddove fa riferimento: - ad una applicazione della misura precauzionale per i casi di condanna penale (pag. 15 memoria 31 ottobre 2016), poiché non è necessaria la intervenuta sentenza di condanna; - ovvero laddove afferma che “una volta pronunciata la decisione, anche di I grado, la concreta irrogazione della sospensione non può prescindere dall’esito del giudizio, poiché altrimenti si rischierebbe di consentire l’adozione di una sanzione in assenza dei presupposti essenziali” (pagg. 19-20), poiché, come s è detto, la sospensione precauzionale è misura cautelare e non ha natura di sanzione." Per continuare la lettura della sentenza accedi al data base

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 8.2.2017

 
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L’art. 916 d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), all’art. 916, nell’ambito della Sezione IV (Capo II del Titolo V), dedicata ai casi di “sospensione dall’impiego”, prevede, oltre alla “sospensione a seguito di condanna penale” (art. 914), ed alla “sospensione precauzionale ... Continua a leggere

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lunedì 12 ottobre 2015 15:20

Allontanamento con foglio di via obbligatorio, quando la prostituzione crea turbamento sociale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 8.10.2015 n. 4665

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Forse non tutti sanno che andare in discoteca travestiti da donna, dando sospetto di fornire prestazioni sessuali a pagamento può costar caro. È questa la vicenda giunta all'attenzione del Consiglio di Stato chiamato a valutare la legittimità della sentenza del TAR che ha accolto il ricorso proposto contro il provvedimento del Questore di Brescia recante il divieto per il ricorrente di fare ritorno nel territorio di un Comune per anni 3 in difetto di preventiva autorizzazione. Il provvedimento era motivato dal deferimento in stato di libertà per il reato di atti contrari alla pubblica decenza essendo stato l’interessato sorpreso presso una discoteca travestito da donna, dando sospetto di fornire prestazioni sessuali a pagamento. Il provvedimento afferma che egli non risiede in quel Comune né dispone di mezzi di sussistenza, ed in conclusione rientra nell’ambito delle categorie di soggetti contemplati dall’art. 1 della legge n. 1423/56. Avverso tale provvedimento, ritenuto illegittimo, l’interessato proponeva ricorso avanti al T.A.R. di Brescia che accoglieva il ricorso in adesione all’orientamento giurisprudenziale che ritiene che l’allontanamento con foglio di via obbligatorio non sia lo strumento di regola deputato per intervenire sul fenomeno della prostituzione e, pertanto, il provvedimento basato su una siffatta motivazione deve dare contezza delle concrete modalità di esercizio del meretricio, dell’eventuale continuità di tale condotta e di ogni altro elemento utile in ordine alle condizioni di vita dell’interessato/a, onde desumerne l’apprezzabile possibilità che lo stesso/a sia incline alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica. L’impugnato provvedimento non indica comportamenti socialmente pericolosi, potenzialmente rivolti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica o gli elementi di fatto sui quali si fonda il giudizio di appartenenza del ricorrente ad una delle categorie di cui all’art. 1 della legge n. 1423/1956. Inoltre la sentenza osserva che l’atto impugnato contiene un’ulteriore inesattezza, nella parte in cui sostiene il mancato possesso di mezzi di sussistenza, dato che il ricorrente ha dimostrato di essere dipendente a tempo indeterminato presso un Ente pubblico fin dal 1991 e di risiedere con la madre nell’abitazione di proprietà. Il Consiglio di Stato con sentenza n. 4665 del 8.10.2015 ha accolto l'appello dell'Amministrazione rilevando come "7.1. – Il Collegio è consapevole della giurisprudenza di questa Sezione che ha già avuto occasione di notare in passato che il solo esercizio della prostituzione, a seguito della modifica apportata all’art. 1 della legge n. 1423 del 1956 dall'art. 2 della legge 3 agosto 1988, n. 327, che ha eliminato il riferimento a quei comportamenti che sono qualificabili solo come disdicevoli o contrari al buon costume, non può ritenersi da solo presupposto sufficiente per l'applicazione della suddetta misura di prevenzione ( Consiglio di Stato, Sezione III, n. 3451 dell'8 giugno 2011 n. 5479, del 05 ottobre 2011, n. 288 del 22 gennaio 2014 ). .... Il Collegio ritiene pertanto che, in materia di prostituzione, ai fini dell’adozione di misure di prevenzione, devono quindi concorrere circostanze ulteriori rilevanti sotto il profilo penale o della sicurezza pubblica. Inoltre, deve precisarsi che la richiamata giurisprudenza segnala altresì che la prostituzione come fenomeno sociale negativo non rientra solo nella categoria del buon costume, dato che si tratta di una attività che, anche quando non costituisce reato, resta un’attività da scoraggiare per il rispetto che si deve alla persona umana secondo i principi costituzionali, soprattutto quando essa è esercitata in forma suscettibile di determinare disagio sociale. 7.2. – Più in generale la giurisprudenza del Consiglio di Stato richiede sempre, ai fini della legittimità di misure di prevenzione da parte dell’Autorità di polizia, la indicazione di precisi e concreti elementi di fatto rilevanti sotto il profilo della sicurezza pubblica, ma la stessa consolidata giurisprudenza, nella valutazione di tali elementi e del loro rilievo ai fini della sicurezza pubblica, riconosce all’Autorità amministrativa la più ampia discrezionalità salvo incoerenza dell' iter logico, incongruenza della motivazione e travisamento della realtà fattuale. 7.3. – Nel caso in esame il provvedimento impugnato e la relazione dei carabinieri che lo sostiene fanno riferimento ad una pluralità di elementi di fatto puntualmente indicati riferiti in particolare alle modalità e al contesto in cui l’esercizio della prostituzione si svolgeva. 7.4. – La rilevanza di tali elementi di fatto sotto il profilo della sicurezza pubblica secondo i parametri indicati ai punti 7.1. e 7.2. è in particolare rafforzata in modo determinante dal richiamo nella motivazione del provvedimento impugnato alla forma notoria e abituale in cui l’ attività in questione si svolge e al connesso disagio sociale manifestato attraverso proteste e segnalazioni rivolte in precedenza alle Autorità di polizia, da porre in relazione alla localizzazione, alla frequenza e alle modalità di svolgimento di comportamenti analoghi a quelli attribuiti all’appellato. Deve infatti ritenersi che la discrezionalità amministrativa da esercitare nella valutazione dei profili della sicurezza pubblica attiene in modo particolare al modo in cui la comunità la percepisce. 7.5. – La misura di prevenzione adottata nel caso specifico risulta ragionevole e proporzionata alle circostanze in quanto limitata a vietare il ritorno per tre anni nella località dove i fenomeni in questione si sono concentrati e hanno determinato turbamento sociale e dove l’interessato non abita e non svolge la sua attività lavorativa. 7.6. – Il provvedimento deve pertanto ritenersi adeguatamente motivato secondo i parametri adottati ed esposti nei punti precedenti, che consentono di non considerare rilevanti le inesattezze contenute nel provvedimento in ordine al reddito e alla dimora dell’interessato, che non costituiscono aspetti determinanti della motivazione".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 8.10.2015 n. 4665

 
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mercoledì 17 settembre 2014 16:38

Accesso ai documenti dell'Arma dei Carabinieri: al militare può essere concesso l'accesso ai documenti la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici, ma solo in visione senza il rilascio di copie

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 3.9.2014

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Nel giudizio in esame un carabiniere in servizio presso la Compagnia di Vibo Valentia ha chiesto di essere trasferito in Sicilia ai fini di un ricongiungimento al coniuge lavoratore. Il Comando ha opposto un diniego, ed il carabiniere è ricorso al TAR. Ha fatto inoltre domanda di accesso al fine di verificare la situazione degli organici nei Comandi di appartenenza e di invocata destinazione, nonché i motivi per i quali alcuni dei colleghi erano stati trasferiti, prima e dopo. Il Comando ha denegato l’ostensione ritenendola inibita dall’art. 1049 del dPR 90/2010 (atti riguardanti la struttura ordinativa e dotazioni organiche di personale, mezzi, armamento….dell’Arma dei carabinieri). Il TAR ha accolto il ricorso, in relazione agli atti di natura organizzativa, ritenendo sussistere ineludibili esigenze di difesa del ricorrente; lo ha dichiarato invece inammissibile per gli atti riguardanti il trasferimento di altri militari in quanto non notificato ai controinteressati. Avverso la sentenza ha proposto appello l’amministrazione. Gli atti sarebbero riservati ex art. 1049 dPR 90/2010, e comunque non utili alla difesa in giudizio del ricorrente attesa la discrezionalità che connota i trasferimenti. In sede cautelare, il Collegio ha ritenuto non sussistenti i presupposti per un inibitoria della provvisoria efficacia della sentenza gravata, sicché, nelle more della decisione l’amministrazione ha consentito l’accesso, seppur nelle forme della sola visione. La Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha accolto in parte l'appello proposto dal Ministero della Difesa. in primo luogo il Collegio ha ritenuto priva di fondamento la censura in ordine alla violazione dell’art. 1049 comma 2 lett. b) del dPR 90/2010. E’ vero che la norma sottrae all’accesso per 50 anni “i documenti concernenti la struttura ordinativa e dotazioni organiche di personale, mezzi, armamento, e munizionamento tecnico dei reparti dell'Arma dei carabinieri, con riferimento alla concreta utilizzazione dei mezzi, dell'armamento e munizionamento tecnico e alla dislocazione delle dotazioni organiche”, tuttavia, ciò fa in dichiarata applicazione dell’art. 24 della legge 241/90. E’ quindi a tale fonte che occorre guardare per comprendere i limiti entro i quali la deroga opera: essa consente al Governo di prevedere casi di sottrazione al diritto di accesso in relazione (per quanto qui rileva) all’interesse alla salvaguardia dell’ordine pubblico, della prevenzione e repressione della criminalità, ma ha cura di specificare che “deve comunque essere garantito ai richiedenti l'accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici” (art. 24 comma 7). Il legislatore ha cioè operato a monte un bilanciamento degli interessi, affermando la cedevolezza delle esigenze connesse alla segretezza, dinanzi a quelle alla difesa degli interessi dell’istante, ove i documenti risultino perciò necessari. Non v’è dubbio che, nel caso di specie, le tabelle degli organici fossero necessarie a contestare efficacemente, nella sede giurisdizionale amministrativa (presso la quale già all’epoca della domanda pendeva giudizio), il diniego opposto dall’amministrazione alla domanda di ricongiungimento. Il Giudice dell’accesso, ovviamente, non può che compiere una valutazione in astratto della necessità difensiva evidenziata, e della pertinenza del documento, non potendo giungere sino a sindacare – come perorato dall’appellante - la concreta utilità della documentazione ai fini della vittoriosa conclusione di quel giudizio. Piuttosto, ed in questo si coglie un profilo di fondamento dell’appello principale, la tendenziale segretezza della documentazione deve essere contemperata con le esigenze di difesa, operando, ove ragionevolmente possibile, sulle modalità dell’ostensione (apposizione di omissis, visione senza rilascio di copia, etc.). A motivo di ciò, nel caso di specie, pur dovendosi affermare il diritto del militare ad ottenere accesso alla documentazione richiesta, deve nondimeno individuarsi, quale modalità idonea ad assicurare il predetto contemperamento, la sola visione del documento senza il rilascio di copie. Le copie, in quando riproducibili e divulgabili, potrebbero infatti arrecare grave nocumento agli interessi pubblici tutelati dall’amministrazione (incolumità, sicurezza), senza al contempo garantire all’istante un’utilità ulteriore, necessaria in chiave difensiva, rispetto a quanto già assicurato dalla conoscenza del dato e dalla sua valorizzabilità in giudizio. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 3.9.2014

 
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mercoledì 10 luglio 2013 14:45

Graduatoria provinciale permanente per la nomina dei docenti di scuola materna: l'attribuzione del doppio punteggio per il servizio prestato in comuni montani

Consiglio di Stato

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La ricorrente in primo grado, oggi appellata, ha impugnato innanzi al Consiglio di Stato la graduatoria provinciale permanente per la nomina dei docenti di scuola materna lamentando la mancata attribuzione del doppio punteggio per il servizio prestato in varie scuole del Comune dell’Aquila, considerato montano ai sensi della legge n. 134/04 di conversione del d.l. n. 97/04, che alla lett. h) richiama i comuni di montagna di cui alla legge n. 90/1957. La sentenza impugnata ha richiamato la decisione della VI Sezione del Consiglio di Stato n. 2207/2005 per fondare l’accoglimento del ricorso in primo grado proposto dall’odierna appellata. Tale orientamento (Cons. Stato, VI, 9.5. 2005, n. 2207). e' stato nuovamente confermato anche dal Consiglio di Stato laddove nella sentenza in esame ha affermato che a norma dell’art. 27, comma 3, del T.U. n. 267/2000, è affidato alla Regione il compito di individuare gli ambiti e le zone omogenee per la costituzione delle comunità montane; e la legge della Regione Abruzzo n. 11 del 2003 (art. 4 e tab. A) individua i comuni totalmente montani, tra cui è compreso il comune di L’Aquila. “Non può ritenersi che la legge regionale abbia invaso le competenze statali, previste dall’art. 117 Cost., poiché: - la legge regionale ha classificato i comuni, in coerenza con l’art. 27, comma 3, del testo unico, in un sistema per il quale non vanno di volta in volta accertate le caratteristiche dei comuni (come disponeva la legge n. 991 del 1952), ma una volta per tutte rileva la classificazione regionale, con indubbia valorizzazione del principio di certezza delle relazioni giuridiche; - la medesima legge non ha in alcun modo inciso sull’esercizio dei poteri ordinamentali ed organizzativi dello Stato relativi al servizio scolastico, poiché ha operato una qualificazione di uno degli elementi concorrenti per la sussistenza di un presupposto di fatto, rilevante per la verifica della concreta sussistenza del disagio, connesso alla attribuzione del punteggio in misura doppia. Tali considerazioni, unitamente alla natura meramente ricognitiva degli elenchi redatti dal Ministero dell’istruzione, comportano il rigetto delle censure dell’appellante”.

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domenica 12 maggio 2013 12:00

Rischio radiologico: il congedo aggiuntivo di giorni quindici per ciascun anno solare, al pari delle ferie ordinarie, attende alla funzione di recupero delle energie psico-fisiche del lavoratore, con la conseguente spettanza del compenso sostitutivo per il lavoratore che incolpevolmente non abbia potuto godere di tale congedo

Consiglio di Stato

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Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha esaminato la questione riguardante la richiesta di monetizzazione del congedo aggiuntivo non goduto dagli appellanti dal momento del riconoscimento della loro condizione di professionalmente esposti al rischio radiologico. Al riguardo si deve ricordare che il Consiglio di Stato, con numerose pronunce anche recenti (Sezione III, n. 6641 del 19 dicembre 2011, Sez. V, n. 554 del 26 gennaio 2011), ha affermato che l'incolpevole mancata fruizione del riposo biologico di cui all’art. 120, comma 9, del d.P.R. n. 384/1990, e all’art. 5, comma 1, della legge n. 724/1994, «è compensabile con un'indennità sostitutiva da liquidarsi in via equitativa ex art. 1226 c.c., a condizione che il mancato godimento del riposo sia comprovato dall'interessato». Si è, infatti, ritenuto che il congedo aggiuntivo di giorni quindici per ciascun anno solare, a favore del personale esposto in misura continuativa al rischio radiologico, al pari delle ferie ordinarie, attende alla funzione di recupero delle energie psico-fisiche del lavoratore, con la conseguente spettanza del compenso sostitutivo qualora l'interessato non abbia potuto godere di tale congedo per ragioni non dipendenti dalla sua volontà.

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martedì 6 settembre 2016 16:28

Militari: il principio di proporzionalità nella irrogazione di una sanzione disciplinare

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 31.8.2016 n. 3736

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Era stato sorpreso da militari dell’Arma dei carabinieri, in compagnia di un pregiudicato nell’atto di acquistare sostanze stupefacenti pagandone il prezzo e, a quel punto, aveva cercato di indurre i militari dell’Arma a desistere dal controllo mostrando il tesserino del Corpo della Guardia di Finanza. Tali condotte, unitamente a quella di avere tardivamente informato dell’accaduto il proprio comandante di Reparto, sono costate care all'appuntato scelto di mare appartenente alla Guardia di finanza al quale veniva inflitta la sanzione disciplinare della perdita del grado per rimozione con iscrizione senza alcun grado nel ruolo dei militari di truppa della Marina militare. Impugnato il provvedimento espulsivo, il TAR rigettava il ricorso ed analogo epilogo ha avuto il giudizio di appello innanzi al Consiglio di Stato che, con la sentenza n. 3736 del 31 agosto 2016, ha infatti ritenuto infondato il ricorso con il quale si eccepiva la violazione del criterio di proporzionalità. La Quarta Sezione del Consiglio di Stato sul punto ha richiamato quella giurisprudenza - elaborata con riguardo a finanzieri (e più in generale militari) dediti all’uso anche occasionale di droghe, ma evidentemente espressiva di un principio generale - secondo cui: a) la potestà disciplinare, nelle sue forme proprie, opera in sfera diversa da quella che inerisce al magistero penale; b) la valutazione in ordine alla gravità dei fatti addebitati al pubblico dipendente, in relazione all’applicazione di una sanzione disciplinare, costituisce espressione di discrezionalità amministrativa, non sindacabile in via generale dal giudice della legittimità salvo che per violazione delle norme procedurali o in alcune ipotesi-limite di eccesso di potere, sotto il profilo della abnormità e del travisamento dei fatti (fattispecie che qui non ricorrono); c) il principio di proporzionalità consiste in un canone legale di raffronto che, anche dopo la sua espressa codificazione a livello comunitario sulle suggestioni del diritto tedesco (art. 5, ultimo comma, del Trattato C.E., e ora art. 5, comma 4, del Trattato U.E.), non consente di controllare il merito dell’azione amministrativa; inizialmente delineato in sede di verifica degli atti adottati dagli organismi comunitari, il principio è stato successivamente utilizzato dalla Corte di giustizia anche per l’esame della legittimità della normativa di recepimento degli atti comunitari emanata dagli Stati membri (cfr. Corte giust. 18 maggio 1993, causa C-126/91); la rilevanza assunta dal controllo di proporzionalità nella giurisprudenza comunitaria ha posto il problema dei limiti entro i quali tale esame possa esercitarsi; a tale proposito, la Corte ha rilevato che il riscontro di proporzionalità riguardi «solo il carattere manifestamente inidoneo di un provvedimento adottato in tale ambito, in relazione allo scopo che l’istituzione competente intende perseguire, può inficiare la legittimità di un siffatto provvedimento» (cfr. Corte giust. 16 dicembre 1999, causa C-101/98,); ciò significa che il sindacato giurisdizionale non può spingersi ad un punto tale da sostituire l’apprezzamento dell’organo competente con quello del giudice, valutando l’opportunità del provvedimento adottato ovvero individuando direttamente le misure (per queste considerazioni, si veda puntualmente Cons. Stato, sez. IV, 9 ottobre 2010, n. 7383); d) ciò premesso, non è né illogica, irragionevole o sproporzionata la scelta di irrogare una sanzione destitutoria al militare appartenente alla Guardia di Finanza il quale risulti colluso con ambienti dediti al commercio illegale di sostanze stupefacenti, tenuto conto in primo luogo che l’appartenenza a un Corpo che è istituzionalmente preposto – fra l’altro – al contrasto allo spaccio ed alla diffusione degli stupefacenti impone di valutare la condotta ascritta all’appellante con la dovuta severità (cfr. ex plurimis Cons. Stato, Sez. IV, 16 febbraio 2010, n. 2927; sez IV, 4 maggio 2010, n. 2548; sez. IV, 13 maggio 2010, n. 2927; sez. IV, 26 ottobre 2010, n. 8352; sez. IV, 30 novembre 2010, n. 8352; sez. IV 18 novembre 2011, n. 6096 e n. 6099; sez. IV, 19 dicembre 2012, n. 6540; sez. IV, 11 marzo 2013, n. 1474; sez. IV, ord. 16 giugno 2016, n. 2239); e) infatti la condotta rimproverata è del tutto inammissibile per un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza perché, ponendosi in conflitto con uno specifico dovere istituzionale, costituisce una violazione degli obblighi assunti con il giuramento di appartenenza e rende del tutto irrilevante qualunque considerazione circa l’irrilevanza penale del fatto, l’asserita mancanza di ripercussione sociale, i positivi precedenti dell’incolpato, ma giustifica la sanzione espulsiva ai sensi dell’art. 40, n. 6, della legge 3 agosto 1961, n. 833, a detta del quale il militare di truppa incorre nella perdita del grado quando è stato rimosso “per violazione del giuramento o per altri motivi disciplinari, ovvero per comportamento comunque contrario alle finalità del Corpo o alle esigenze di sicurezza dello Stato, previo giudizio di una Commissione di disciplina”; f) né può ritenersi che la gravità del comportamento del militare incolpato debba o possa influire sulla misura della sanzione in essa contemplata. Come ha più volte affermato il Consiglio di Stato, la perdita del grado è infatti “sanzione unica ed indivisibile”, non essendo suscettibile di essere regolata tra un minimo e un massimo entro i quali all’Amministrazione spetti di esercitare il potere sanzionatorio. Dalle considerazioni che precedono, discende che l’appello è infondato e va perciò respinto, con conseguente conferma della sentenza di primo grado e dei provvedimenti impugnati.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 31.8.2016 n. 3736

 
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Era stato sorpreso da militari dell’Arma dei carabinieri, in compagnia di un pregiudicato nell’atto di acquistare sostanze stupefacenti pagandone il prezzo e, a quel punto, aveva cercato di indurre i militari dell’Arma a desistere dal controllo mostrando il tesserino del Corpo della Guardia di Fina ... Continua a leggere

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mercoledì 24 luglio 2013 18:13

Polizia di Stato: la permanenza dell'idoneità fisica, psichica e attitudinale del dipendente allo svolgimento di compiti che sono connessi all'ordine pubblico e alla sicurezza può e deve essere accertata nel corso del rapporto di lavoro (e non solo al momento dell'assunzione)

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

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Il Consiglio di Stato è ormai fermo nel ritenere che, anche nel corso del rapporto di lavoro (e non solo al momento dell'assunzione), per i dipendenti della Polizia di Stato può e deve essere accertata la permanenza dell'idoneità fisica, psichica e attitudinale allo svolgimento di compiti che sono connessi all'ordine pubblico e alla sicurezza e richiedono specifiche qualità sul piano fisico, psichico e attitudinale (cfr. III, 19 giugno 2012, n. 3566; 1 febbraio 2012, n. 512; 4 luglio 2011, n. 3991). Ciò, in quanto, in base all'articolo 2, comma 3, del d.m. 198/2003 «Il giudizio di idoneità al servizio … [oltre che ai fini dell'applicazione delle disposizioni dei d.P.R. 738/1981 e 339/1982] può essere chiesto dall'Amministrazione in occasione di istanze presentate dal personale per congedo straordinario, aspettativa per motivi di salute, riconoscimento di dipendenza da causa di servizio di infermità, concessioni di equo indennizzo, ai fini della dispensa dal servizio per motivi di salute oppure, con adeguata motivazione, in relazione a specifiche circostanze rilevate d'ufficio dalle quali obbiettivamente emerga la necessità del suddetto giudizio».In particolare, nei precedenti richiamati, ad integrare le “specifiche circostanze” utili a rendere possibile ed opportuna una nuova e accurata verifica attitudinale del dipendente, è stata ritenuta sufficiente la obiettiva circostanza che questi non avesse prestato servizio per un lungo arco temporale.

a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti

 
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sabato 16 marzo 2013 17:51

Provvedimenti di recupero di indebito per congedo parentale: per pacifica giurisprudenza il recupero deve essere effettuato al netto e non al lordo delle ritenute fiscali e previdenziali, potendo avere a oggetto soltanto quanto effettivamente sia entrato nella sfera patrimoniale del dipendente

TAR Lazio

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Per pacifica giurisprudenza la percezione da parte del pubblico dipendente di emolumenti non dovuti impone all’amministrazione di ripetere le relative somme ai sensi dell’art. 2033 cod. civ., non essendo a ciò di ostacolo l’affidamento e la buona fede del dipendente in considerazione del danno per l’erario derivante da un illegittimo esborso di denaro pubblico (la non ripetibilità può semmai trovare riscontro solo in specifiche disposizioni normative, nella specie non ricorrenti; cfr. Cons. Stato, sez. IV, 10 maggio 2012, n. 2704, e giurispr. ivi richiamata). Né l’iniziativa restitutoria dell’amministrazione è impedita dall’art. 34 d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, a tenore del quale l’indennità di congedo parentale (pari al 30 per cento della retribuzione) spetta al dipendente “fino al terzo anno di vita del bambino” e per un periodo di congedo “massimo complessivo tra i genitori di sei mesi” (co. 1) ovvero, per durate superiori, “a condizione che il reddito individuale dell’interessato sia inferiore a 2,5 volte l’importo del trattamento minimo di pensione a carico dell’assicurazione generale obbligatoria” (co. 3). È sufficiente rilevare in proposito come il ricorrente non abbia dedotto né provato (com’era suo onere ai sensi degli artt. 2697 cod. civ. e 64 c.p.a.) di versare nella situazione contemplata dalla norma (e in particolare dal menzionato comma 3, risultando dai provvedimenti di congedo un’età del figlio superiore ai tre anni). Va parimenti disattesa la domanda volta all’accertamento dell’irrilevanza del congedo parentale sul computo della tredicesima mensilità e dell’indennità giudiziaria, in ossequio al chiaro disposto: - dell’art. 34, co. 5, d.lgs. n. 151/2001 cit., a tenore del quale “i periodi di congedo parentale sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia”; e - dell’art. 3, 1° comma, l. 19 febbraio 1981, n. 27 (come modificato dall’art. 1, co. 325, l. 30 dicembre 2004, n. 311), secondo cui l’indennità giudiziaria (spettante ai magistrati “in relazione agli oneri che gli stessi incontrano nello svolgimento della loro attività”) va corrisposta “con esclusione dei periodi di congedo straordinario, di aspettativa per qualsiasi causa, di astensione facoltativa previsti dagli articoli 32 e 47, commi 1 e 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e di sospensione dal servizio per qualsiasi causa”. Non spetta perciò al ricorrente, per il fruito periodo di congedo parentale, alcun emolumento per i titoli in questione. È invece meritevole di accoglimento il capo di domanda concernente l’entità del recupero, che per pacifica giurisprudenza deve essere effettuato al netto e non al lordo delle ritenute fiscali e previdenziali, potendo avere a oggetto soltanto quanto effettivamente sia entrato nella sfera patrimoniale del dipendente (v. ex multis Cons. Stato, sez. III, 4 luglio 2011, n. 3984; Cons. Stato, sez. VI, 2 marzo 2009, n. 1164; v. anche Cons. Stato, comm. spec. p.i., ad. 5 febbraio 2001, n. 478/2000, nonché, in termini, Cass. civ., sez. lav., 2 febbraio 2012, n. 1464).

TAR Lazio

 
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