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NOVITA' GIURISPRUDENZIALI

Giustizia e Affari Interni

giovedì 7 luglio 2016 15:07

Processo amministrativo: nessuna irregolarità se il ricorso è notificato via pec

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 6.7.2016 n. 3007

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Nel giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’appellata ha eccepito l’irregolarità della notifica dell’appello avvenuta a mezzo PEC; l’appellante ha replicato sottolineando che la giurisprudenza prevalente ammette tale forma, e che comunque l’appello è stato rinotificato a mezzo posta nei termini; l’appellata ha replicato che la nuova notifica è comunque tardiva, considerata la conoscenza della sentenza evidenziata dalla prima. La Terza Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza del 6 luglio 2016 n. 3007 ha rigettato l'eccezione affermando che "Nella giurisprudenza di questo Consiglio, a fronte di una pronuncia che ha affermato l’inammissibilità della notificazione a mezzo PEC, prima della definizione della disciplina tecnica di cui al d.m. 16 febbraio 2015 (Cons. Stato, III, n. 186/2016), prevale l’orientamento opposto (cfr. III, n. 91/2016 e n. 4270/2015; V, n. 4863/2015; VI, n. 2682/2015; CGA, n. 615/2015), al quale il Collegio ritiene di aderire. Peraltro, nella specie va fatta applicazione dell’art. 156, terzo comma, del c.p.c., per il quale, «La nullità non puo' mai essere pronunciata, se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato»: poiché l‘atto di appello è stato ricevuto dall’originaria ricorrente, che si è costituita ed ha articolato le proprie difese nel corso del giudizio d’appello, va fatta applicazione del principio per cui la sanatoria del vizio di notifica – se un vizio va ravvisato - ha un rilievo ex tunc.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 6.7.2016 n. 3007

 
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Nel giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’appellata ha eccepito l’irregolarità della notifica dell’appello avvenuta a mezzo PEC; l’appellante ha replicato sottolineando che la giurisprudenza prevalente ammette tale forma, e che comunque l’appello è stato rinotificato a mezzo posta nei termini; ... Continua a leggere

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domenica 22 maggio 2016 17:15

Il giudicato si forma in relazione ai motivi di impugnazione e non anche alle affermazioni ulteriori contenute nella sentenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 19.5.2016 n. 2091

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Secondo il costante orientamento del Consiglio di Stato il giudicato si forma in relazione ai motivi di impugnazione e non anche alle affermazioni ulteriori contenute nella sentenza non strettamente necessarie a dirimere la lite nei limiti delle domande proposte (da ultimo in questo senso: Sez. V, 30 ottobre 2015, n. 4972; in termini analoghi: Sez. IV, 11 settembre 2001, n. 4744; Sez. V, 11 febbraio 2016, n. 610; Sez. VI, 19 gennaio 2012, n. 206, 2 maggio 2012, n. 2517; Cass. Civ., Sez. II, 31 agosto 2005, n. 17568, 8 febbraio 2012, n. 1815). In base all’indirizzo giurisprudenziale richiamato ogni argomentazione eccedente la necessità logico-giuridica della decisione è invece qualificabile come obiter dictum insuscettibile di divenire giudicato in senso sostanziale.

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domenica 22 maggio 2016 11:12

Revocazione: l'errore di fatto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 13.5.2016 n. 1938

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L'errore di fatto idoneo a fondare la domanda di revocazione, ai sensi del combinato disposto degli artt. 106 c.p.a. e 395 n. 4, c.p.c., deve rispondere a tre requisiti: a) derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l'organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, ritenendo così esistente un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; b) attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l'erronea presupposizione e la pronuncia stessa ( cfr., da ultimo, Cons. Stato, Sez. IV, 14/5/2015, n. 2431 e 26 agosto 2015, n. 3993). L'errore deve, inoltre, apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (Cons. St., sez. IV, 13 dicembre 2013, n. 6006).Pertanto, mentre l'errore di fatto revocatorio è configurabile nell'attività preliminare del giudice di lettura e percezione degli atti acquisiti al processo quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale - senza coinvolgere la successiva attività d'interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni ai fini della formazione del convincimento, così che rientrano nella nozione dell'errore di fatto di cui all'art. 395, n. 4, c.p.c. i casi in cui il giudice, per svista sulla percezione delle risultanze materiali del processo, sia incorso in omissione di pronunzia o abbia esteso la decisione a domande o ad eccezioni non rinvenibili negli atti del processo ( Cons. Stato, Sez. III, 24/5/2012, n. 3053 ) - esso, invece, non ricorre nell'ipotesi di erroneo, inesatto od incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della documentazione acquisita, tutte ipotesi queste che danno luogo semmai ad un ipotetico errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione, la quale altrimenti si trasformerebbe in un ulteriore grado del giudizio, non previsto dall'ordinamento ( Cons. Stato, Sez. III, 8/10/2012, n. 5212; Sez. IV, 28/10/2013, n. 5187; Sez. V, 11/6/2013, n. 3210; Sez. VI, 2/2/2012, n. 587; Cass. Civ., Sez. I, 23/1/2012, n. 836; Sez. II, 31/3/2011, n. 7488 ).

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lunedì 16 maggio 2016 08:57

Condanna alla spese di giudizio: la limitata sindacabilità in appello

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 13.5.2016 n. 1933

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In materia di spese, vige la regola generale della condanna alle spese del giudizio della parte soccombente, ex art. 91 c.p.c., applicabile nel processo amministrativo per espresso rinvio dell’art. 26, comma 1, del c.p.a. Quanto alla misura della condanna alle spese della parte soccombente, la giurisprudenza consolidata ritiene che la sindacabilità in appello della condanna alle spese comminata in primo grado, in quanto espressiva della discrezionalità di cui dispone il giudice in ogni fase del processo, è limitata solo all’ipotesi in cui venga modificata la decisione principale, salvo la manifesta abnormità della condanna (fra le più recenti, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1262 del 31 marzo 2016).

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lunedì 16 maggio 2016 08:50

Processo amministrativo: l'impugnazioni del provvedimento plurimotivato

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.5.2016 n. 1921

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Per consolidato orientamento giurisprudenziale se il provvedimento gravato risulti sorretto da più ragioni giustificatrici ( c.d. “provvedimento plurimotivato” ) tra loro autonome, logicamente indipendenti e non contraddittorie , il giudice ove ritenga infondate le censure indirizzate nei confronti di uno dei motivi assunti a base dell’atto controverso, idoneo di per sé a sostenerne e a comprovarne la legittimità , ha potestà di respingere il ricorso sulla sola scorta di tale rilievo , con assorbimento delle censure dedotte nei confronti degli altri capi del provvedimento, indipendentemente dall’ordine con cui i motivi sono stati articolati, in quanto la conservazione dell’atto implica la perdita di interesse del ricorrente all’esame delle altre doglianze ( cfr, ex multis, Cons Stato Sez. IV 5/7/2010 n. 4244; Cons Stato Sez. VI 17/10/2008 n. 3609; idem 18/5/2012 n. 2894; 27/4/2015 n.2123).

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domenica 15 maggio 2016 19:13

Errore di fatto revocatorio: la giurisprudenza consolidata sulla sua configurazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 12.5.2016 n. 1896

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In applicazione del consolidato orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione (cfr. ex plurimis Cons. St., Ad. plen., 24 gennaio 2014, n. 5; Ad. plen., 10 gennaio 2013, n. 1, Ad. plen., 17 maggio 2010, n. 2; Ad. plen., 11 giugno 2001, n. 3; Cons. St. sez. V, n. 4975/2015,; sez. III, 23 giugno 2014, n. 3183; 7 aprile 2014, n. 1635; 1° ottobre 2012, n. 5162; 8 giugno 2012, n. 3392; 24 maggio 2012, n. 3053; 27 gennaio 2012, n. 197; sez. IV, 24 settembre 2013, n. 4712; 24 gennaio 2011, n. 503, 23 settembre 2008, n. 4607; 16 settembre 2008, n. 4361; 20 luglio 2007, n. 4097; sez. V, 30 agosto 2013, n. 4319; sez. VI, 5 marzo 2013, n. 1316; 9 febbraio 2009, n, 708; 17 dicembre 2008, n. 6279; Cass. Civ., sez. I, 24 luglio 2012, n. 12962; 5 marzo 2012, n. 3379), cui si rinvia ai sensi del combinato disposto degli art. 74, co. 1, 88, co. 1, lett. d), e 99, co. 3, c.p.a.), l'errore di fatto revocatorio (ex artt. 106 c.p.a. e 395, co. 4, c.p.c.) è configurabile quando: a) cade su circostanze che non hanno costituito punti controversi fra le parti, in relazione alle quali il giudice si sia espressamente pronunciato; b) consiste in una errata percezione del fatto oggettivamente ed immediatamente rilevabile che non si esaurisce in un vizio di assunzione del fatto, né in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo ovvero in una erronea valutazione delle risultanze probatorie; c) deriva da una pura e semplice errata (o mancata) percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l'organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; d) verte su un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l'erronea presupposizione e la pronuncia stessa; e) appare con immediatezza ed è di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche. Come precisato l'errore di fatto revocatorio si sostanzia pertanto in una svista che ha provocato l'errata percezione del contenuto degli atti del giudizio e non può confondersi con quello che coinvolge l'attività valutativa del giudice, ipotizzabile nel caso di erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali ovvero di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, in cui si è in presenza di un errore di giudizio, non censurabile mediante revocazione. Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 12.5.2016 n. 1896

 
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In applicazione del consolidato orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione (cfr. ex plurimis Cons. St., Ad. plen., 24 gennaio 2014, n. 5; Ad. plen., 10 gennaio 2013, n. 1, Ad. plen., 17 maggio 2010, n. 2; Ad. plen., 11 giugno 2001, n. 3; Cons. St. sez. V, n. 4 ... Continua a leggere

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domenica 15 maggio 2016 08:41

Avviso orale del Questore: per l'applicazione della misura di prevenzione non è necessario l'accertamento di un reato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.5.2016 n. 1859

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Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, il giudizio sulla pericolosità sociale del soggetto avvisato non richiede la sussistenza di prove compiute (poste a base di una sentenza penale) sulla commissione di reati, essendo sufficienti anche risultanze fattuali tali da indurre l’Autorità di polizia a ritenere sussistenti le condizioni di pericolosità sociale, che possono dar luogo all’applicazione delle misure di prevenzione, prima ancora che si verifichi se le condotte abbiano rilevanza penale e siano tuttora punibili. Ne consegue che è legittimo procedere all’avviso orale anche in assenza di contestazioni sottoposte all’esame della autorità giudiziaria, purché emerga una situazione nel suo complesso rivelatrice di personalità incline a comportamenti antisociali, che ne fanno ragionevolmente ascrivere l’appartenenza ad una delle categorie di cui all’art. 1 del d.lgs. 159/2011. In particolare, la misura di prevenzione dell’avviso può essere disposta anche qualora non sia possibile documentare che l’interessato vive dei proventi di attività delittuosa o è dedito a traffici illeciti o si associa con pregiudicati, qualora il modello comportamentale complessivo del soggetto presenti caratteristiche atte a fare non illogicamente presumere l'esistenza di una pericolosità sociale (ex multis, con riferimento alla previgente omologa previsione dell’art. 1 della legge 1423/1956, cfr. Cons. Stato, Sez. VI, n. 837/2012, n. 1530/2011 e n. 2468/2011; Sez. I, n. 1206/2011). Per l'applicazione delle misure di prevenzione, rileva la pericolosità sociale (desumibile dalla constatata assenza di fonti legittime di reddito e dal tenore di vita palesato) e non è necessario l’accertamento di un reato, tanto meno desumibile da una sentenza su cui si sia formato il giudicato.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.5.2016 n. 1859

 
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mercoledì 11 maggio 2016 17:33

Patrocinio davanti alla Corte di cassazione e alle altre giurisdizioni superiori: l'esame per l'iscrizione all'Albo speciale. Scadenza 20 giugno

segnalazione del bando del Ministero della Giustizia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 4a Serie Speciale - Concorsi ed Esami n.37 del 10.5.2016

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 4a Serie Speciale - Concorsi ed Esami n.37 del 10.5.2016 il "Bando di esame per l'iscrizione nell'albo speciale per il patrocinio davanti alla Corte di cassazione e alle altre giurisdizioni superiori - sessione 2016". Le domande di ammissioni dovranno pervenire improrogabilmente al Ministero della giustizia - Dipartimento per gli affari di giustizia - Direzione generale della giustizia civile - reparto avvocati - via Arenula, 70, 00186 Roma entro il 20 giugno 2016. Scarica il bando.

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venerdì 26 febbraio 2016 13:57

Corte dei Conti: individuati gli uffici e gli indirizzi PEC per l'avvio graduale dell'informatizzazione del processo contabile

segnalazione del decreto della Corte dei Conti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 46 del 25.2.2016

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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 46 del 25.2.2016 è stato pubblicato il decreto della Corte dei Conti recante "Individuazione degli uffici e relativi indirizzi PEC utilizzabili nei giudizi dinanzi alla Corte dei conti". Per una esigenza di gradualita' dell'avvio dei servizi di comunicazione sul territorio nazionale e per tenere conto di eventuali criticita' rilevate, sono state fissare date differenziate per raggruppamenti di Uffici per la decorrenza del decreto del Presidente n. 98 del 2015. In particolare, nel decreto sono individuati gli Uffici presso i quali e' stato compiuto l'accertamento della funzionalita' dei servizi di comunicazione, con indicazione dei corrispondenti indirizzi di posta elettronica certificata utilizzabili ai fini della trasmissione e del deposito di atti e documenti nonche' il calendario con le date di decorrenza distinte per raggruppamenti di Uffici. Per approfondire scarica gratuitamente il decreto

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sabato 20 febbraio 2016 07:20

La revocazione è un rimedio eccezionale che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI del 19.2.2016 n. 677

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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 19.2.2016 n. 677 richiama la giurisprudenza intervenuta in materia ( sez.IV, 24 gennaio 2011, n. 503) chr ha avuto modo di affermare che l’istituto della revocazione è rimedio eccezionale, che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio. Sicchè, precisa il Collegio " la “svista” che consente la proposizione del ricorso per revocazione, tendenzialmente eccezionale anche in caso di cd. revocazione ordinaria ( cfr. Cass. n. 1957/83), è rappresentata o dalla mancata esatta percezione di atti di causa, ovvero dalla omessa statuizione su una censura o su una eccezione ritualmente introdotta nel dibattito processuale. L’errore di fatto revocatorio deve, infatti, cadere su atti o documenti processuali ( Consiglio di Stato, A.P., 22 gennaio 1997, n. 3 ; sez. IV, 8 giugno 2009, n. 3499; sez. IV, 23 settembre 2008, n. 4607 ; sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 1145). Di conseguenza, non sussiste vizio revocatorio se la lamentata erronea percezione degli atti di causa ha costituito un punto controverso e, comunque, ha formato oggetto di decisione nella sentenza revocanda, ossia è il frutto dell’apprezzamento, della valutazione e dell’interpretazione delle risultanze processuali da parte del giudice ( Cons. Stato, sez. VI, 5 giugno 2006, n. 3343). Dunque, l’errore di fatto revocatorio si estrinseca in un abbaglio dei sensi, per effetto del quale si determina un contrasto tra due diverse proiezioni dello stesso oggetto, l’una emergente dalla sentenza e l’altra risultante dagli atti e documenti di causa ; specificandosi ulteriormente che lo stesso può essere apprezzato solo quando risulti da atti o documenti ritualmente acquisiti agli atti del giudizio, con esclusione, quindi, delle produzioni inammissibili, come avviene nel caso in cui l’errore di percezione concerna atti o documenti non prodotti ovvero quando esso venga dimostrato mediante deposito di un documento prodotto per la prima volta in sede di revocazione ( cfr. Cons. Stato, sez. V, 16 novembre 2010, n. 8061; sez. IV, 13 ottobre 2010, n. 7487). Di contro, costituiscono vizi logici e, dunque, errori di diritto quelli consistenti nella erronea interpretazione e valutazione dei fatti o nel mancato approfondimento di una circostanza risolutiva ai fini della decisione ( Cons. stato, sez. IV, 11 settembre 2012, n. 4811; sez. V, 21 ottobre 2010, n. 7599)."

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domenica 22 novembre 2015 10:11

Immigrazione: i termini di conclusione del procedimento per il rilascio del permesso di soggiorno a seguito della positiva conclusione della procedura di emersione da lavoro irregolare

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 17.11.2015 n. 5262

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato con sentenza del 17.11.2015 n. 5262 ha accolto l'appello del Ministero dell'Interno che ha impugnato la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia n. 770/2015 di accoglimento del ricorso proposto da un cittadino extracomunitario, per l'accertamento dell’illegittimità del silenzio-rifiuto formatosi sull’istanza di rilascio del permesso di soggiorno a seguito della positiva conclusione della procedura di emersione da lavoro irregolare. Il Collegio ha sul punto aderito alle precedenti pronunce del Consiglio di Stato (le sentenze 25/02/2014, n. 891, 10 settembre 2014, n. 4607, 21/01/2015, n. 206) richiamando al riguardo la disciplina dei termini dei procedimenti amministrativi prevista dall’art. 2 della legge n. 241/1990 ed in specie l’intera sequenza di norme previste dai commi 2, 3, 4 del citato art. 2: “2. Nei casi in cui disposizioni di legge ovvero i provvedimenti di cui ai commi 3, 4 e 5 non prevedono un termine diverso, i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi entro il termine di trenta giorni. 3. Con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, adottati ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta dei Ministri competenti e di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione e per la semplificazione normativa, sono individuati i termini non superiori a novanta giorni entro i quali devono concludersi i procedimenti di competenza delle amministrazioni statali. Gli enti pubblici nazionali stabiliscono, secondo i propri ordinamenti, i termini non superiori a novanta giorni entro i quali devono concludersi i procedimenti di propria competenza. 4. Nei casi in cui, tenendo conto della sostenibilità dei tempi sotto il profilo dell'organizzazione amministrativa, della natura degli interessi pubblici tutelati e della particolare complessità del procedimento, sono indispensabili termini superiori a novanta giorni per la conclusione dei procedimenti di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali, i decreti di cui al comma 3 sono adottati su proposta anche dei Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione e per la semplificazione normativa e previa deliberazione del Consiglio dei ministri. I termini ivi previsti non possono comunque superare i centottanta giorni, con la sola esclusione dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana e di quelli riguardanti l'immigrazione.” Considerata la sequenza delle norme, rileva il Collegio come sia evidente che l’esclusione della materia dell’immigrazione, di cui all’ultimo periodo del sopra riportato comma 4, riguarda l’intero sistema dei termini per il procedimento amministrativo prevista dai tre commi e a maggior ragione il termine più breve previsto dal comma 2. Lo dimostra anche il fatto che la disciplina attuativa del sopra riportato comma 3, per il Ministero dell’Interno adottata con il dpcm n. 214/2012, che regola i termini dei procedimenti amministrativi di durata non superiore a novanta giorni, di competenza del Ministero dell’Interno, non considera tra questi la procedura di emersione. Anche il termine di 20 giorni previsto dall’art. 5, comma 9, del d.lgs. n. 286/1998 per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno non può applicarsi e comunque non è perentorio, come dimostrano le disposizioni dell’articolo 9 bis del medesimo decreto, che disciplinano la situazione dello straniero conseguente al superamento del termine stesso, prevedendo la possibilità di svolgimento o di continuazione del lavoro a determinate condizioni. Di conseguenza, conclude il Consiglio di Stato "risultano fondate le censure dedotte dal Ministero in ordine alla non estensibilità dei termini delle procedure ordinarie alla procedura di emersione e quelle relative alla espressa esclusione della materia dell’immigrazione dalla disciplina generale dei termini del procedimento amministrativo di cui all’art. 2 della legge n. 241/1990. Oltre alle deduzioni direttamente conseguenti dalla piana lettura delle disposizioni soprarichiamate, può aggiungersi che la ragionevolezza della assenza di termini per la conclusione del procedimento di emersione deriva dal fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’immigrazione, di particolare complessità sul piano amministrativo, tale procedura ha natura del tutto eccezionale coinvolgendo soggetti eterogenei tra loro, sia per gli interessi di cui sono portatori, sia per i plurimi requisiti da verificare per ciascuno di essi. Anche in relazione alle ulteriori considerazioni poste in evidenza da questa stessa Sezione nella già richiamata sentenza n. 59/2015, resta comunque ferma la necessità che l’Amministrazione concluda il procedimento amministrativo nei termini più brevi, anche sollecitando la cooperazione degli altri uffici interessati.".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 17.11.2015 n. 5262

 
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giovedì 5 novembre 2015 22:42

Corte costituzionale: bocciata la prescrizione della Lira

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte Costituzionale n. 216 del 05.11.2015

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La Corte Costituzionale con sentenza n. 216 del 5.11.2015 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 26 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, per violazione dei principi di tutela dell’affidamento e di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. Con l’introduzione dell’euro, avvenuta il 1° gennaio 1999, si aprì un periodo transitorio, durato sino al 31 dicembre 2001, nel quale le monete metalliche e le banconote in lire continuavano a costituire il solo mezzo di pagamento in numerario, anche quando il debito fosse espresso in euro. Il 1° gennaio 2002, cessato il periodo transitorio, iniziò la circolazione delle banconote in euro e delle monete metalliche in euro e in cent. Le banconote e le monete in lire continuarono ad avere corso legale per un periodo di due mesi, sino al 28 febbraio 2002, ex art. 155, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001). Da tale data, terminata la fase di doppia circolazione, iniziò a decorrere il termine di prescrizione delle lire ancora circolanti. L’art. 3, comma 1, della legge 7 aprile 1997, n. 96 (Norme in materia di circolazione monetaria), dispone che «Le banconote ed i biglietti a debito dello Stato si prescrivono a favore dell’Erario decorsi dieci anni dalla data di cessazione del corso legale». L’art. 87, comma 1, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), ha aggiunto all’art. 3 della legge n. 96 del 1997 un comma 1-bis, secondo cui «Le banconote in lire possono essere convertite in euro presso le filiali della Banca d’Italia non oltre il 28 febbraio 2012». L’art. 52-ter, comma 1, del decreto legislativo 24 giugno 1998, n. 213 (Disposizioni per l’introduzione dell’EURO nell’ordinamento nazionale, a norma dell’articolo 1, comma 1, della L. 17 dicembre 1997, n. 433), prevede che «Le monete metalliche si prescrivono a favore dell’erario decorsi dieci anni dalla data di cessazione del corso legale». L’art. 87, comma 2, della legge n. 289 del 2002 ha aggiunto un comma 1-bis anche all’art. 52-ter del decreto legislativo n. 213 del 1998, secondo cui «Le monete in lire possono essere convertite in euro presso le filiali della Banca d’Italia non oltre il 28 febbraio 2012». Per effetto della cessazione del corso legale della lira, quindi, il diritto di convertire in euro le banconote e le monete metalliche in lire poteva essere esercitato fino alla scadenza del termine decennale di prescrizione stabilito, in via generale, a favore dell’erario, e cioè fino al 28 febbraio 2012. In questo quadro si è inserito l’art. 26 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, il quale, al dichiarato fine di ridurre il debito pubblico (la disposizione è contenuta nel Capo V del decreto, intitolato «Misure per la riduzione del debito pubblico») e in deroga alle norme sopra richiamate, ha disposto la prescrizione anticipata, con effetto immediato, delle lire ancora in circolazione, e ha stabilito, altresì, che il relativo controvalore fosse versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Come la Corte ha più volte affermato, il valore del legittimo affidamento, il quale trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost., non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la disciplina di rapporti giuridici «anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti», ma esige che ciò avvenga alla condizione «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto» (sentenze n. 56 del 2015, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009). Solo in presenza di posizioni giuridiche non adeguatamente consolidate, dunque, ovvero in seguito alla sopravvenienza di interessi pubblici che esigano interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente su di esse, ma sempre nei limiti della proporzionalità dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti, è consentito alla legge di intervenire in senso sfavorevole su assetti regolatori precedentemente definiti (ex plurimis, sentenza n. 56 del 2015). Non è dubitabile che il quadro normativo preesistente alla disposizione denunciata di incostituzionalità, come descritto in precedenza, fosse tale da far sorgere nei possessori di banconote in lire la ragionevole fiducia nel mantenimento del termine fino alla sua prevista scadenza decennale, come disposto, sia dalla norma sulla prescrizione delle banconote cessate dal corso legale (art. 3, comma 1, della legge n. 96 del 1997), sia dalla norma che prevede il diritto di convertire le banconote in euro presso le filiali della Banca d’Italia (art. 3, comma 1-bis, della legge n. 96 del 1997, introdotto dall’art. 87 della legge n. 289 del 2002). Il fatto che, al momento dell’entrata in vigore della disposizione censurata, fossero già trascorsi nove anni e nove mesi circa dalla cessazione del corso legale della lira non è idoneo a giustificare il sacrificio della posizione di coloro che, confidando nella perdurante pendenza del termine originariamente fissato dalla legge, non avevano ancora esercitato il diritto di conversione in euro delle banconote in lire possedute. Il lungo tempo trascorso senza alcuna modifica dell’assetto normativo regolatore del rapporto rende anzi ancora più evidente il carattere certamente consolidato della posizione giuridica dei possessori di banconote in lire e della loro legittima aspettativa a convertirle in euro entro il termine che sarebbe venuto a scadenza il 28 febbraio 2012 e tanto più censurabile l’improvviso intervento del legislatore su di esso. Proprio con riguardo alla fissazione del termine di prescrizione dei singoli diritti, questa Corte ha costantemente affermato che «il legislatore gode di ampia discrezionalità, con l’unico limite dell’eventuale irragionevolezza, qualora “esso venga determinato in modo da non rendere effettiva la possibilità di esercizio del diritto cui si riferisce, e di conseguenza inoperante la tutela voluta accordare al cittadino leso” (ex plurimis, ordinanze n. 16 del 2006 e n. 153 del 2000)» (sentenza n. 234 del 2008; nello stesso senso, sentenza n. 10 del 1970). Nemmeno la sopravvenienza dell’interesse dello Stato alla riduzione del debito pubblico, alla cui tutela è diretto l’intervento legislativo nell’ambito del quale si colloca anche la norma denunciata, può costituire adeguata giustificazione di un intervento così radicale in danno ai possessori della vecchia valuta, ai quali era stato concesso un termine di ragionevole durata per convertirla nella nuova. Se l’obiettivo di ridurre il debito può giustificare scelte anche assai onerose e, sempre nei limiti della ragionevolezza e della proporzionalità, la compressione di situazioni giuridiche rispetto alle quali opera un legittimo affidamento, esso non può essere perseguito senza una equilibrata valutazione comparativa degli interessi in gioco e, in particolare, non può essere raggiunto trascurando completamente gli interessi dei privati, con i quali va invece ragionevolmente contemperato. Nel caso in esame non risulta operato alcun bilanciamento fra l’interesse pubblico perseguito dal legislatore e il grave sacrificio imposto ai possessori di banconote in lire, dal momento che l’incisione con effetto immediato delle posizioni consolidate di questi ultimi appare radicale e irreversibile, nel senso che la disposizione non lascia alcun termine residuo, fosse anche minimo, per la conversione. Né, d’altro canto, lo scopo perseguito imponeva un tale integrale sacrificio, visto che, come si poteva prevedere fin dall’approvazione della norma, per la maggior parte delle banconote in lire corrispondenti al controvalore versato all’entrata del bilancio dello Stato non sarebbe stata chiesta la conversione. La lesione dell’affidamento risulta tanto più grave e intollerabile in quanto la norma censurata, sebbene si presenti formalmente diretta a ridurre il termine di prescrizione in corso, in realtà estingue ex abrupto il diritto a cui si riferisce, senza lasciare alcun residuo margine temporale per il suo esercizio, sia pure ridotto rispetto al termine originario decennale e della cui durata si potesse in ipotesi valutare la ragionevolezza. Sulla base di quanto sopra riportato la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 26 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, per violazione dei principi di tutela dell’affidamento e di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte Costituzionale n. 216 del 05.11.2015

 
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La Corte Costituzionale con sentenza n. 216 del 5.11.2015 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 26 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, per violazione dei principi di tutela dell’affidamento e di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. Con l’introduzione dell’euro, avvenuta i ... Continua a leggere

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lunedì 26 ottobre 2015 22:48

Notificazione: è legittima la notificazione di un provvedimento amministrativo a una società, effettuata in modo difforme dalla procedura di cui all’art. 145 Cod. proc. civ., se la società destinataria abbia tempestivamente proposto il ricorso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 23.10.2015 n. 4884

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In base a quanto dispone l’art. 145, comma 1, secondo periodo, Cod. proc. civ. , la notificazione può anche essere eseguita alla persona fisica che rappresenta l’ente qualora nell’atto da notificare ne sia indicata la qualità e risultino specificati residenza, domicilio e dimora abituali. Nel caso in esame, l’ordinanza di demolizione risulta indirizzata alla società e per essa (“p. e.”) al suo rappresentante legale, residente in Fiumicino […]: risulta quindi dal testo dell’ordinanza impugnata la qualità di rappresentante legale della società , con conseguente sostanziale regolarità della notifica fatta presso la casa d’abitazione a mano di persona convivente. In ogni caso, è legittima la notificazione di un provvedimento amministrativo a una società, effettuata (in ipotesi) in modo difforme dalla procedura di cui all’art. 145 Cod. proc. civ. (notificazione a persona giuridica, da eseguirsi nella sede mediante consegna di copia dell'atto al rappresentante, o alla persona incaricata di ricevere le notificazioni, oppure alla persona addetta alla sede, fatto salvo come detto il secondo periodo del comma 1), qualora la società destinataria abbia tempestivamente proposto il ricorso giurisdizionale avverso l'atto così notificato, con ciò dimostrando d'averne avuto effettiva conoscenza e determinando così la sanatoria di eventuali vizi della notificazione: la nullità, ai sensi dell'art. 156, terzo comma, Cod. proc. civ., non può essere pronunciata se l'atto notificato in modo irregolare ha raggiunto lo scopo al quale è destinato (cfr. Cons. Stato, V, 14 novembre 1996, n. 1364). Il principio dell'art. 156, terzo comma, C.p.c., per il quale il conseguimento dello scopo al quale l'atto è preordinato ne sana la nullità, trova applicazione anche per la notifica dei provvedimenti amministrativi: per cui, in una prospettiva di funzionalità del sistema, la non corretta notifica dell’atto lesivo non incide sulla legittimità dello stesso ma soltanto sulla decorrenza del termine per impugnare. Un eventuale vizio della notificazione del provvedimento lesivo si traduce in mera irregolarità, sanata con il tempestivo esercizio del diritto di difesa da parte dell’interessato, il quale dimostra di avere raggiunto quella condizione di piena conoscenza dell’atto che è l’unico elemento di rilievo ai fini della decorrenza del termine per impugnare.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 23.10.2015 n. 4884

 
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In base a quanto dispone l’art. 145, comma 1, secondo periodo, Cod. proc. civ. , la notificazione può anche essere eseguita alla persona fisica che rappresenta l’ente qualora nell’atto da notificare ne sia indicata la qualità e risultino specificati residenza, domicilio e dimora abituali. Nel caso ... Continua a leggere

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lunedì 26 ottobre 2015 22:39

Contributo unificato: nessun vizio per la sentenza che non ha disposto il rimborso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 23.10.2015 n. 4887

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 ha affermato che "non costituisce vizio della sentenza il fatto che essa non abbia disposto il rimborso (a carico dell’amministrazione soccombente) del contributo unificato. Come risulta dalla normativa in materia (art. 13, comma 6-bis, del d.lgs. n. 115/2002) e come confermato dalla giurisprudenza (anche di questa Sezione) il rimborso del contributo unificato è dovuto ex lege anche quando sia stata disposta la compensazione delle spese, sempreché la decisione sia favorevole alla parte che lo ha versato".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 23.10.2015 n. 4887

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 23.10.2015 ha affermato che "non costituisce vizio della sentenza il fatto che essa non abbia disposto il rimborso (a carico dell’amministrazione soccombente) del contributo unificato. Come risulta dalla normativa in materia (art. 13, comma ... Continua a leggere

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domenica 20 settembre 2015 11:00

Giudizio straordinario in unico grado dinanzi al Consiglio di Stato: in futuro per la trasposizione sarà necessario il consenso di tutte le parti? La Corte di Giustizia Europea si pronuncerà sull'interessante ed intuitiva stimolazione promossa dal Pres. Santoro della Seconda Sezione del Consiglio di Stato

segnalazione del parere del Consiglio di Stato Sez. II del 16.9.2015 n. 2609

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Interessante questione è stata analizzata dalla Seconda Sezione del Consiglio che, con il parere n. 2609 del 16.9.2015, ha deciso di sottoporre all'esame della Corte di Giustizia dell'Unione Europea le seguenti questioni in ordine all’interpretazione delle disposizioni del diritto dell'Unione:«se l’art. 47, secondo paragrafo, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000/C 364/01), ove prescrive che ogni individuo ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge e sancisce il diritto al giusto processo, ed il successivo art. 54 là dove previene l'abuso del diritto, nonché l’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, là dove vi si prevede che ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, ostino ad una normativa nazionale che, ai sensi dell’art. 10, D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199 e dell’art.48 del D.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, permette ad una sola delle parti del giudizio straordinario in unico grado dinanzi al Consiglio di Stato di ottenerne la trasposizione in primo grado dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale, senza il consenso od il concorso del ricorrente o di qualunque altra parte dello stesso giudizio». Il quesito si innesta all'interno di una complessa vicenda giudiziaria che vede coinvolte l'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), il Ministero della salute, Roche Italia Spa, Novartis Farma Spa e Regione Marche, l’Associazione Italiana delle Unità Dedicate Autonome Private di Day Surgery e Centri Chirurgia Ambulatoriale (Aiudapds) e concerne l'uso del farmaco Bevacizumab-Avastin, inserito nell’elenco ex lege n. 648/96 (art. 1), farmaco antitumorale utilizzabile per patologie oculari, il cui impiego è stato limitato con determina dell'Aifa del 30 gennaio 2015 (pubblicata sulla G.U. n. 38 del 16.2.2015) ai soli centri ospedalieri pubblici e privati e quindi non anche alle strutture di chirurgia ambulatoriale con autorizzazione e requisiti di day surgery.In particolare con il ricorso straordinario al Capo dello Stato la ricorrente Aiudapds ha denunciato in via preliminare gravi comportamenti anticoncorrenziali di alcune Case Farmaceutiche ed anche rilevanti omissioni di AIFA, organo tecnico del Ministero della Salute, che, dopo avere omesso di disciplinare l’appropriato uso dei farmaci di impiego intravitreale (in particolare Avastin e Lucentis) per la cura delle maculopatie, aveva adottato la sopraindicata determina del 30 gennaio 2015 nonostante che l’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato (AGCM), su esposto della stessa Associazione odierna ricorrente, con il provvedimento n. 24823 del 27 febbraio 2014, all’esito del procedimento I­760, avesse deliberato che "a) le società Hoffmann­ Laroche Ltd, Novartis AG, Novartis Farma Spa, Roche spa, avendo posto in essere un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza in violazione dell'art. 101 del TFUE, dovevano astenersi in futuro da comportamenti analoghi a quelli oggetto dell'infrazione accertata; che in ragione della gravità e della durata delle infrazioni di cui al punto a) alle società Hoffman­LaRoche Ltd, Novartis AG, Novartis Farma Spa, Roche spa erano applicate sanzioni amministrative pecuniarie rispettivamente pari a: per Hoffman­LaRoche e Roche s.p.a., in solido, 90.539.369 euro; per Novartis AG e Novartis Farma S.p.a., in solido, 92.028.750 euro".Il Ministero della Salute non ha controdedotto sul merito del ricorso né sull'istanza di trasposizione del medesimo, limitandosi ad una nota sottoscritta dal Ministro nella quale si eccepisce la irritualità del deposito diretto al Consiglio di Stato del ricorso straordinario, essendo stati depositati documenti non conosciuti dallo stesso dicastero. Il Ministero ha anche rammentato che la stessa parte odierna ricorrente aveva già proposto ricorso al TAR Lazio avverso una precedente determina AIFA del 23 giugno 2014, che è stata semplicemente integrata mediante la determina impugnata in questo giudizio. Si sarebbe conseguentemente verificata la violazione della regola dell'alternatività, trattandosi sostanzialmente di impugnazioni identiche." Nel disporre il rinvio delle questioni sopra indicate alla Corte di Giustizia, La Seconda Sezione del Consiglio di Stato ha esaminato preventivamente le questioni di ammissibilità sollevate dal Ministero ritenendole infondate. In particolare si legge espressamente nel parere che: "ai fini della proposizione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, è sufficiente il deposito del ricorso stesso al Ministero competente (art. 9, D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199) e la notifica ai controinteressati, entro centoventi giorni dalla data della notificazione o della comunicazione dell'atto impugnato o da quando l'interessato ne abbia avuto piena conoscenza.Tali modalità e termine per la proposizione del ricorso in esame sono state pienamente rispettati dal ricorrente, il quale ha depositato in data 21 luglio 2015 in originale otto cartoline postali che ne attestano l'avvenuta tempestiva ricezione da parte del Ministero della Salute e dei controinteressati.Al riguardo, è appena il caso di considerare l'irrilevanza del deposito presso il Ministero degli atti allegati al ricorso, che oltretutto dovrebbero essere ben conosciuti da quest’ultimo, essendo stati adottati nell'ambito di un procedimento condotto ed istruito dall’AIFA, che è appunto l'organo tecnico del Ministero nella regolamentazione del servizio farmaceutico.Ed è appena il caso di ricordare che, a norma dell’art. 11, D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199, il Ministero competente presso il quale è stato depositato il ricorso straordinario cura l'acquisizione dei documenti necessari per la sua decisione che non siano stati depositati insieme al ricorso.Neppure risulta violata la regola dell'alternatività, stabilita dal capoverso dell’art. 8, D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199, dato che il provvedimento impugnato è cronologicamente diverso (anche se ha ad oggetto i medesimi farmaci) da quello che è stato oggetto del contenzioso dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio (ricorso n. 11798/2014 dinanzi la Sezione Terza Quater, nel quale è stata pronunciata l'ordinanza cautelare di rigetto n.5201/2014 in data 23/10/2014, peraltro confermata dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato con ordinanza n.494/2015 del 29/01/2015). 5. In questo giudizio, dopo la prima pronuncia interlocutoria del 1° luglio 2015, nella quale erano stati richiesti, al fine di pervenire alla sollecita definizione dell'istanza cautelare, gli adempimenti istruttori di rito (deposito della relazione e dei documenti inerenti il procedimento amministrativo presso l’AIFA), la causa è stata trattata all’odierna adunanza, nella quale il Collegio prende in esame l'atto di opposizione di Novartis Farma spa con richiesta di trasposizione in sede giurisdizionale del ricorso.Va ricordato che la trasposizione in sede giurisdizionale del ricorso straordinario è disciplinata, quanto alla fase iniziale della sua proposizione, dall’art. 10, D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199. La fase successiva alla presentazione dell'opposizione-trasposizione è disciplinata viceversa dall’art. 48 del codice del processo amministrativo (d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104), il cui primo comma stabilisce che “qualora la parte nei cui confronti sia stato proposto ricorso straordinario ai sensi degli articoli 8 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199, proponga opposizione, il giudizio segue dinanzi al tribunale amministrativo regionale se il ricorrente, entro il termine perentorio di sessanta giorni dal ricevimento dell'atto di opposizione, deposita nella relativa segreteria l'atto di costituzione in giudizio, dandone avviso mediante notificazione alle altre parti”.6. Ebbene, l'esercizio del diritto di trasposizione in sede giurisdizionale del ricorso straordinario, nei termini e con le modalità di cui alle disposizioni sopra citate, concreta un vero e proprio “diritto potestativo processuale” (situazione giuridica soggettiva individuata per la prima volta dalla Corte Costituzionale nell’ord. 24 novembre 2003 n.349), nel senso che il ricorrente non può opporvi alcunché, ove ne ricorrano i presupposti di legge (la legittimazione attiva ed il termine perentorio per proporlo, la cui verifica spetta peraltro al TAR ad quem), salvo esercitare la facoltà di riassumere il processo dinanzi al TAR. L'istituto ripete la sua ratio dal “favor iurisdictionis”, fondato sul rilievo secondo cui, prima dell’art. 69 della L.18 giugno 2009 n. 69, il procedimento di decisione del ricorso straordinario non era in tutto e per tutto assimilabile ad un procedimento giurisdizionale, dal momento che il Governo poteva disattendere il parere del Consiglio di Stato promuovendo un atto di alta amministrazione che si sostituiva all'originario parere, mediante una delibera del Consiglio dei Ministri (art.14, primo comma, seconda parte del D.P.R. del 1971 n. 1199, abrogato per l'appunto dall’art. 69, secondo comma, della L. 18 giugno 2009, n. 69).A rafforzare la definitiva trasformazione in rimedio giurisdizionale del ricorso straordinario vi è, inoltre, il primo comma dell’art. 69 ult. cit., secondo cui il Consiglio di Stato in tale sede può sollevare questioni di legittimità costituzionale. Ed è noto che secondo l’art. 23, primo comma, della L. 11 marzo 1953, n. 87 (“nel corso di un giudizio dinanzi ad una autorità giurisdizionale una delle parti o il pubblico ministero possono sollevare questione di legittimità costituzionale mediante apposita istanza”) unicamente le autorità giurisdizionali possono sollevare incidente di costituzionalità. Altri elementi a favore della definitiva giurisdizionalizzazione del rimedio sono la sua sottoposizione al contributo unificato come per i ricorsi al TAR (art. 13, comma 6-bis, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, come modificato dall’art. 37, comma 6, lett. s), del D.L. 6 luglio 2011, n. 98), e la possibilità di esperire il ricorso in ottemperanza dell'esecuzione delle decisioni sul ricorso straordinario, ai sensi dell’art. 112, commi 1 e 2, lett. b) e d), del D.lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (codice del processo amministrativo), dal momento che la più recente giurisprudenza ha superato le perplessità in materia (Cassazione civile, Sezioni Unite, 28 gennaio 2011, n. 2065; Consiglio Stato, sez. III, 15 ottobre 2010, n. 4609 e sez. VI, 10 giugno 2011, n. 3513).7. Tanto premesso, va osservato che l'esercizio del diritto di trasposizione, una volta che al procedimento di decisione del ricorso straordinario sia stata riconosciuta natura giurisdizionale, e che dunque l'originaria motivazione fondata sul “favor iurisdictionis” non possa ormai più considerarsi attuale, equivale sostanzialmente ad una alterazione del giudice naturale e, sotto altro aspetto, ad una modificazione del giusto processo, e ciò soltanto per effetto di una richiesta avanzata unilateralmente da una sola delle parti, anche senza una valida ed apprezzabile giustificazione, così determinando peraltro un significativo ed ingiustificato svantaggio nelle parti più deboli del processo.Quest'ultime, difatti, vedono la propria azione paralizzata per effetto soltanto dell'avvenuto esercizio della facoltà di trasposizione, la cui legittimità potrà essere esaminata soltanto dal giudice ad quem (il Tribunale Amministrativo Regionale), nel caso il ricorrente voglia proseguire riassumendo il processo in primo grado, pagando per la seconda volta un più elevato contributo unificato, e senza che sia prevista la possibilità di ripetere quanto già corrisposto.In definitiva, si attribuisce in tal modo ad una soltanto delle parti un potere privo di alcuna logica corrispondente al diritto di difesa, tale da menomare in modo significativo le posizioni del ricorrente e delle restanti parti del giudizio.8. Il rimedio del ricorso straordinario, al contrario, rappresenta un attuale, utile strumento di tutela dei cittadini nei confronti delle pubbliche amministrazioni, offrendo alcuni innegabili vantaggi rispetto al ricorso giurisdizionale, quali:- il termine di presentazione doppio (centoventi giorni) rispetto al ricorso giurisdizionale, permettendo di esperirlo quando sono scaduti i termini per la proposizione di quest’ultimo, con indubbia facilitazione per i cittadini, specie se economicamente svantaggiati;- la maggiore accessibilità, sotto l'aspetto economico, non essendo richiesto il patrocinio di un difensore tecnico, ma soltanto il versamento del contributo unificato;- la celerità del relativo procedimento, che si svolge in unico grado sulla base di una istruttoria realizzata quasi interamente dalla pubblica amministrazione (art. 11 del d.lgs. n. 1199/1971).9. La dubbia compatibilità con il diritto comunitario della trasposizione in sede giurisdizionale, così come delineata nell'attuale disciplina del ricorso straordinario, si articola sulle seguenti considerazioni.Il principio secondo cui “ ogni individuo ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge” (art. 47 della carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, 2000/C 364/01) trova esplicito riconoscimento nella giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea,.Ad esempio, nella sentenza della Corte (Prima Sezione) 26 maggio 2005 nella causa C 77/04 si fa riferimento, per negarvi ingresso, all'ipotesi in cui una delle parti sia distolta dal giudice naturale soltanto per effetto della domanda o dell'azione di un'altra parte.Nella sentenza della Corte (Prima Sezione) C-325/11 19 dicembre 2012 si fa riferimento alla pienezza del “diritto al giusto processo sancito dagli artt. 47, secondo comma, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950”, per inferirne la prevalenza e l'intangibilità nei confronti di ogni comportamento di una parte del processo nei confronti dell'altra. Si afferma, nello stesso senso, nelle sentenze della Corte (Grande Sezione) 21 settembre 2010, cause C-532/07 P, C-528/07 P, C-514/07 P che “il principio di parità delle armi, come anche, in particolare, il principio del contraddittorio, rappresenta un mero corollario della nozione stessa di giusto processo (v., per analogia, sentenze 26 giugno 2007, causa C 305/05, Ordre des barreaux francophones e germanophone e a., Racc. pag. I 5305, punto 31; 2 dicembre 2009, causa C 89/08 P, Commissione/Irlanda e a., Racc. pag. I 11245, punto 50, e 17 dicembre 2009, causa C 197/09 RX II, Riesame M/EMEA”).In definitiva, il principio pienamente accolto sia nel diritto comunitario che in quello costituzionale nazionale, secondo cui nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge, non consente in alcun modo che l'individuazione dell'ufficio giudiziario avente giurisdizione e competenza ad esaminare una determinata controversia possa avvenire ad opera di una autorità diversa dal Parlamento o, addirittura, per effetto soltanto della scelta di una parte, e a maggior ragione per un mero calcolo di convenienza o di tattica processuale a vantaggio soltanto di una di esse.E infine è appena il caso di considerare che l’art. 54 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, concernente il divieto dell'abuso di diritto, non consente di interpretare alcuna delle disposizioni ivi contenute come suscettibile di limitare anche solo parzialmente le libertà e le garanzie ivi riconosciute".Alla luce di quanto sopra esposta il giudizio dinanzi al Consiglio di Stato è stato sospeso ai sensi dell’art. 267 del TFUE, nelle more della definizione dell’incidente pregiudiziale innanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sino alla definizione dell’incidente medesimo.L’istanza di sospensione cautelare dell'atto impugnato potrà essere esaminata dal Tribunale Amministrativo Regionale ove la parte ricorrente la riproponga in sede di riassunzione, ai sensi dell’art. 48 primo comma del D.lgs. 2 luglio 2010, n. 104.Per maggiori informazioni scarica gratuitamente il parere.

segnalazione del parere del Consiglio di Stato Sez. II del 16.9.2015 n. 2609

 
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Interessante questione è stata analizzata dalla Seconda Sezione del Consiglio che, con il parere n. 2609 del 16.9.2015, ha deciso di sottoporre all'esame della Corte di Giustizia dell'Unione Europea le seguenti questioni in ordine all’interpretazione delle disposizioni del diritto dell'Unione:«se ... Continua a leggere

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giovedì 17 settembre 2015 18:05

Avvocato specialista: in G.U. il decreto sulle specializzazioni forensi

segnalazione del decreto 12 agosto 2015 n. 144 pubblicato sulla G.U. n. 214 del 15.9.2015

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Entrerà in vigore il 14 novembre 2015 il Regolamento recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, a norma dell'articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247. È stato, infatti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15.9.2015 n. 214 il decreto 12 agosto 2015 n. 144 del Ministero della Giustizia.

segnalazione del decreto 12 agosto 2015 n. 144 pubblicato sulla G.U. n. 214 del 15.9.2015

 
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sabato 5 settembre 2015 11:37

Processo amministrativo: è nulla la notificazione dell’appello al Consiglio di Stato presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato in cui ha sede il TAR che ha emanato la sentenza impugnata

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV sentenza del 1.9.2015 n. 4090

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Nella vicenda in esame la Quarta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza del 1 settembre 2015 n. 4090 ha dichiarato inammissibile l'appello per invalidità della notificazione all'Anas S.p.A., in quanto eseguita presso gli uffici dell'Avvocatura distrettuale dello Stato di Catanzaro anziché presso quelli dell'Avvocatura generale dello Stato. Com’è noto l’art. 11 del r.d. 30 ottobre 1933 n. 1611 (nel testo sostituito dall’art. 1 della legge 25 marzo 1958, n. 260), dispone che: “Tutte le citazioni, i ricorsi e qualsiasi atto di opposizione giudiziale, nonché le opposizioni ad ingiunzione e gli atti istitutivi di giudizi che si svolgono innanzi alle giurisdizioni amministrative o speciali, od innanzi agli arbitri, devono essere notificati alle Amministrazioni dello Stato presso l'ufficio dell'Avvocatura dello Stato nel cui distretto ha sede l'autorità giudiziaria innanzi alla quale è portata la causa, nella persona del Ministro competente”. Pertanto l’appello al Consiglio di Stato (non meno che il ricorso per cassazione) deve essere notificato presso l’Avvocatura generale dello Stato, ufficio nel cui ambito funzionale hanno sede le suddette giurisdizioni superiori. La notificazione dell’appello al Consiglio di Stato presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato in cui ha sede il Tribunale Amministrativo Regionale che ha emanato la sentenza impugnata è quindi nulla e determina l’inammissibilità del gravame, salvo che non intervenga la costituzione in giudizio dell’Avvocatura generale dello Stato (giurisprudenza pacifica: cfr. tra le tante, e solo per le più recenti, Cons. Stato, Sez. III, 29 luglio 2013, n. 3983, Sez. IV, 6 dicembre 2011, n. 6404, Sez. VI, 4 novembre 2011, n. 5856), laddove, nel caso di specie tale evenienza processuale non si è verificata. Né, in funzione dell'assoluta chiarezza della disposizione e della sua univoca e pacifica interpretazione giurisprudenziale, vi è luogo al riconoscimento dell'invocato errore scusabile, onde deve disattendersi l'istanza di remissione in termini come formulata dal difensore dell'appellante.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV sentenza del 1.9.2015 n. 4090

 
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giovedì 27 agosto 2015 12:25

Processo: sì del Consiglio di Stato alla sentenza in forma semplificata anche in mancanza della comparizione alla camera di consiglio delle parti costituite

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 26.8.2015 n. 4017

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La costante giurisprudenza del Consiglio di Stato ha sempre affermato, anche nel vigore della precedente legge processuale, che la mancata comparizione dei difensori all’udienza camerale non preclude al Collegio di trattenere la causa anche per la decisione in forma semplificata, e che l’obbligo di sentire le parti circa la possibilità di decidere il merito della causa sussiste solo ove queste compaiano, mentre la loro scelta di non comparire nella camera di consiglio fissata per la discussione della domanda cautelare (o, addirittura, di non costituirsi) non può costituire ostacolo alla rapida definizione del giudizio, così frustrando, anche mediante eventuali strategie dilatorie, la ratio acceleratoria che presiede all’art. 60 c.p.a. – e, già prima del codice, quella dell’art. 26 della l. 1034/1971 – e il principio costituzionale, che ne sta a fondamento, della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.). È questo il principio ribadito dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 26.8.2015 n. 4017. Aggiunge il Collegio che la mancata comparizione alla camera di consiglio delle parti costituite, non può impedire la definizione del giudizio nel merito ai sensi e per gli effetti dell’art. 60 c.p.a., risultando la tutela dell’interesse, eventualmente contrario, delle parti costituite sufficientemente garantito una volta che risulti assodata la ritualità della trattazione dell’istanza cautelare, sicché l’assenza volontaria della parte alla detta camera di consiglio non può avere l’effetto di precludere in radice la conversione del rito, che è potere a chiara caratterizzazione ufficiosa (Cons. St., sez. III, 20.12.2011, n. 6759).

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martedì 11 agosto 2015 12:55

Antimafia: in Gazzetta Ufficiale le legge che modica il codice

segnalazione della legge n. 121/2015 in Gazzetta Ufficiale n. 184 del 10.8.2015

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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 184 del 10.8.2015 la legge 6 agosto 2015, n. 121 recante "Modifica al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, in materia di soggetti sottoposti alla verifica antimafia". La legge - che si compone di un solo articolo - modifica l'art. 85 comma 3 del codice ed entra in vigore il 25.8.2015.

segnalazione della legge n. 121/2015 in Gazzetta Ufficiale n. 184 del 10.8.2015

 
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martedì 11 agosto 2015 10:18

Revocazione: i tre requisiti necessari per dimostrare "l'abbaglio dei sensi" del giudice

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.8.2015 n. 3895

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L’art. 106 cod. proc. amm. stabilisce che «le sentenze dei Tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato sono impugnabili per revocazione nei casi e nei modi previsti dagli articoli 395 e 396 del codice di procedura civile». La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere che l’istituto della revocazione è un rimedio eccezionale che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio (tra le altre, Cons. Stato, sez. VI, 18 marzo 2014, n. 1334). In particolare, avendo riguardo a quanto rileva in questa sede, l’art. 395, comma 1, numero 4, cod. proc. civ. prescrive che la revocazione è ammissibile «se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa», specificando che «vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare». La giurisprudenza amministrativa ritiene costantemente che per aversi errore di fatto revocatorio e conseguente «abbaglio dei sensi» del giudice devono sussistere, contestualmente, tre requisiti: a) attinenza dell’errore ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; b) «pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale» di atti ritualmente prodotti nel giudizio, «la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere esistente un fatto documentalmente escluso o inesistente un fatto documentalmente provato»; c) valenza decisiva dell’errore sulla decisione essendo necessario che vi sia «un rapporto di causalità tra l’erronea supposizione e la pronuncia stessa» (tra le altre, Consiglio di Stato, sez. IV, 24 gennaio 2011, n. 503). Devono, invece, ritenersi vizi logici e dunque errori di diritto quelli consistenti nell’erronea interpretazione e valutazione dei fatti» e, più in generale, delle risultanze processuali (Cons. Stato, sez. V, 21 ottobre 2010, n. 7599; id., sez. VI, 5 settembre 2011, n. 4987). In definitiva, «mentre l’errore di fatto revocatorio è configurabile nell’attività preliminare del giudice di lettura e percezione degli atti acquisiti al processo, quanto alla loro esistenza ed al significato letterale» esso non ricorre, tra l’altro, «nell’ipotesi di erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali», che può dare luogo «se mai ad un errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione» (Cons. Stato, Ad. plen., 10 gennaio 2013, n. 1).

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mercoledì 10 giugno 2015 12:29

Processo Amministrativo: in G.U. la disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto pubblicato in G.U. n. 128 del 5.6.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto 25 maggio 2015 del Segretariato Generale della Giustizia Amministrativa contenente la "Disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti". Per maggiori informazioni vai all'articolo pubblicato su www.ilquotidianodellapa.it Link diretto: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/giugno/1433928774806.html

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domenica 7 giugno 2015 18:07

Processo: il difetto di giurisdizione non può essere eccepito in appello dal ricorrente che in primo grado ha esso stesso adìto il giudice amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

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Nel giudizio in esame dove l’odierno appellante eccepisce il difetto di giurisdizione nonostante con il ricorso di primo grado ha esso stesso adìto il giudice amministrativo, il Consiglio di Stato ha ritenuto privo di interesse ad impugnare la statuizione affermativa della giurisdizione del giudice amministrativo poiché difetta il requisito della soccombenza sulla questione pregiudiziale di giurisdizione che, a sua volta, è l’indefettibile presupposto per radicare l’interesse all’impugnazione Ad ogni modo, aggiunge il Collegio, secondo il più recente, ormai prevalente, orientamento di questo Consiglio di Stato, l’originario ricorrente non può eccepire, in secondo grado, il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo dallo stesso adìto in prima istanza, pena la trasgressione del divieto di venire contra factum proprium – paralizzabile con l’exceptio doli generalis seu presentis, nella specie sollevata dall’Amministrazione appellata – e del principio generale che vieta ogni condotta integrante abuso del diritto e del processo, lesiva dei principi di correttezza e buona fede (v., ex plurimis, Cons. St., Sez. III, 7 aprile 2014, n. 1630; Cons. St., Sez. VI, 8 febbraio 2013, n. 703; Cons. St., Sez. V, 7 febbraio 2012, n. 656). Né, nel caso di specie, ricorrono i presupposti, alla cui presenza la Corte regolatrice ha ritenuto ammissibile la proposizione, in appello, dell’eccezione di carenza di giurisdizione anche da parte dell’originario ricorrente che abbia adìto il giudice amministrativo, ossia, che una delle parti resistenti avesse sollevato e coltivato l’eccezione in esame nel giudizio di primo grado, e che la materia del contendere fosse connotata da una particolare complessità incidente sull’individuazione del giudice munito di giurisdizione (ad es., dalla proposizione di domande tra di loro connesse astrattamente riconducibili all’ambito di cognizione di plessi giurisdizionali tra di loro diversi): presupposti, che soltanto sarebbero idonei a giustificare il ripensamento della linea difensiva dell’originario ricorrente e la necessità di un chiarimento della questione di giurisdizione, e, quindi, ad escludere un’ipotesi di abuso del processo (v. Cass. Civ., Sez. Un., 19 giugno 2014, n. 13940).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

 
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Nel giudizio in esame dove l’odierno appellante eccepisce il difetto di giurisdizione nonostante con il ricorso di primo grado ha esso stesso adìto il giudice amministrativo, il Consiglio di Stato ha ritenuto privo di interesse ad impugnare la statuizione affermativa della giurisdizione del giudice ... Continua a leggere

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