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NOVITA' GIURISPRUDENZIALI

Giustizia e Affari Interni

martedì 25 aprile 2017 10:09

Mense scolastiche: somministrare un prodotto diverso da quello oggetto del capitolato di fornitura è reato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. VI del 20.4.2017

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L'art. 356 del codice penale rubricato "Frode nelle pubbliche forniture" punisce chiunque commette frode nella esecuzione dei contratti di fornitura o nell’adempimento degli altri obblighi contrattuali.In virtù di tale norma, il protagonista della vicenda giunta dinnanzi alla Corte di Cassazione, veniva condannato alla pena di otto mesi di reclusione e 1.000,00 euro di multa per avere somministrato ai bambini di una scuola materna comunale formaggio di marca diversa dal Parmigiano reggiano previsto nella fornitura.La Corte di Cassazione Sez. VI con sentenza pubblicata in data 20.4.2017 (Presidente: IPPOLITO Relatore: GIANESINI Data Udienza: 5.4.2017) ha, da un lato confermato che la somministrazione di un formaggio di qualità tipologica diversa rispetto a quella oggetto del capitolato di fornitura costituisce l'essenza del reato di frode nelle pubbliche forniture, ma dall'altro ha concesso una chance di assoluzione all'imputato.La Corte ha, infatti, accertato che i giudici non avevano valutato i motivi di impugnazioni con i quali l'imputato sosteneva la non utilizzazione del formaggio incriminato nella preparazione dei pasti in quanto il diverso formaggio pur presente nei locali della scuola, era stato reperito in buste chiuse ed il parmigiano reggiano era stato comunque acquistato.La sentenza di condanna è stata, quindi, annullata e gli atti sono stati rinviati alla Corte di Appello per la valutazione compiuta ed approfondita dei motivi di appello anzidetti, il tutto nella prospettiva della dimostrazione di quell'effettivo e reale uso, nella preparazione dei pasti, di un formaggio di qualità tipologica diversa rispetto a quella oggetto del capitolato di fornitura.Per approfondire scarica il testo integrale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. VI del 20.4.2017

 
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L'art. 356 del codice penale rubricato "Frode nelle pubbliche forniture" punisce chiunque commette frode nella esecuzione dei contratti di fornitura o nell’adempimento degli altri obblighi contrattuali.In virtù di tale norma, il protagonista della vicenda giunta dinnanzi alla Corte di Cassazione, v ... Continua a leggere

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martedì 18 aprile 2017 14:30

Falsa dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà: le conseguenze penali

segnalazione della sentenza della Corte di Cassazione Sez. V Penale pubblicata in data 7.4.2017

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La giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che al soggetto autore di una falsa dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà siano effettivamente applicabili le sanzioni previste dall'art. 483 cod. pen.: ciò, ad esempio, laddove vengano rese false attestazioni circa gli stati, le qualità personali ed i fatti indicati nell'art. 46 del d.P.R. n. 445/2000 al fine di partecipare a una gara di appalto (Cass., Sez. V, n. 20570 del 10/05/2006, Esposito), oppure si affermi in difformità dal vero di aver completato opere edilizie entro i termini utili per la concessione in sanatoria (Cass., Sez. V, n. 21209 del 25/05/2006, Bartolazzi), ovvero ancora si dichiari falsamente di non avere mai riportato condanne penali con atto allegato ad un'istanza di iscrizione nel registro dei praticanti geometri (Cass., Sez. V, n. 48681 del 06/06/2014, Sola). Occorre, quale presupposto per l'applicazione della norma de qua, che la dichiarazione sostitutiva sia destinata a provare la verità dei fatti oggetto di rappresentazione al pubblico ufficiale, vale a dire che esista l'obbligo del privato di attestare il vero in base a disposizioni di legge che ricolleghino «specifici effetti all'atto-documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente» (v. Cass., Sez. V, n. 18279 del 02/04/2014, Scalici, nonché Cass., Sez. V, n. 39215 del 04/06/2015, Cremonese, dove la configurabilità del delitto è stata esclusa in casi dove le false dichiarazioni erano state rese ad un curatore fallimentare, sull'avvenuta distruzione di documentazione contabile e societaria, e ad un notaio, sul precedente acquisto a titolo di usucapione di un bene oggetto di successiva vendita) ...Questa Corte, al riguardo, ha già messo in evidenza che le false dichiarazioni del privato concernenti la sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge o dagli strumenti urbanistici per il rilascio di concessione edilizia, essendo destinate a dimostrare la verità dei fatti cui si riferiscono e ad essere "recepite" quali condizioni per la emanazione o per la efficacia dell'atto pubblico, producendo cioè immediati effetti rilevanti sul piano giuridico, sono idonee ad integrare, se ideologicamente false, il delitto di cui all'art. 483 cod. pen. [...]. Della ricorrenza del requisito in parola non hanno dubitato nemmeno le Sezioni Unite le quali, in una fattispecie in tutto analoga (presentazione di dichiarazione di privato circa il possesso dei requisiti per la partecipazione ad una gara d'appalto), hanno confermato la sussistenza del reato di cui all'art. 483 cod. pen. (Cass., Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi). Ad avviso della consolidata giurisprudenza, in conclusione, la dichiarazione del privato resa con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, in presenza di una norma che preveda il ricorso a tale procedura, vale a far ritenere integrate anche l'ulteriore requisito richiesto dall'art. 483 cod. pen. (dichiarazione "in atto pubblico") ogni volta in cui la dichiarazione stessa sia destinata ad essere poi "trasfusa" in un atto pubblico. Viceversa e specularmente si è escluso, ad esempio, che integri il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la condotta del privato che attesti falsamente, con dichiarazione diretta al sindaco, l'ultimazione dei lavori di un fabbricato, quando tale dichiarazione non sia destinata a confluire in un atto pubblico e, quindi, a provare la verità dei fatti in essa attestati, come verificatosi nella ipotesi di dichiarazione finalizzata ad ottenere il rilascio del certificato di abitabilità» (Cass., Sez. V, n. 2978/2010 del 26/11/2009, Urso). Nella motivazione della pronuncia appena richiamata si legge altresì che non risulta sostenibile l'assunto secondo cui il requisito dato dalla necessità che il falso ideologico sia commesso dal privato "in atto pubblico" non sarebbe integrato dalla verifica che la falsa dichiarazione sia, in alternativa, "destinata ad essere trasfusa in atto pubblico", stante la diversità ontologica dei due concetti e l'esistenza - nel corpo dell'art. 495 cod. pen. - di una autonoma sanzione per l'ipotesi di "destinazione della dichiarazione ad essere riprodotta in atto pubblico". A tali osservazioni la sentenza Urso ribatte che «la ipotesi del falso ideologico commesso dal privato ai sensi dell'art.483 cod. pen. deve ritenersi integrata in tutti i suoi requisiti anche ulteriori per il combinato rilievo che l'atto si intende [...] ricevuto dal pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni con la stessa attitudine a produrre gli effetti giuridici connessi alla dichiarazione dalla norma specifica che gli attribuisce l'obbligo di affermare il vero. Come già affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., Sez. U, n. 6 del 17/02/1999, Lucarotti) "oggetto della tutela penale in relazione al reato di cui all'art. 483 cod. pen. è l'interesse di garantire il bene giuridico della pubblica fede in quanto si attiene alla pubblica fede documentale attribuita agli atti pubblici non in relazione a ciò che vi attesta per suo fatto e di sua scienza il pubblico ufficiale documentante, ma per quello che vi assevera, mediante la documentazione del pubblico ufficiale, il dichiarante. Talché, è palese che il reato postula che il dichiarante abbia il dovere giuridico di esporre la verità" [...]. La situazione non è sostanzialmente mutata, ad avviso del Collegio, a seguito dell'abrogazione della legge n. 15 del 1968, attuata in via generale, da ultimo, dal d.lgs. n. 445 del 2000, art. 77, in seguito alla quale la sottoscrizione della dichiarazione sostitutiva di atto notorio non deve più essere autenticata dal pubblico ufficiale, in quanto, come sopra precisato, quel che rileva, ai fini della sussistenza del delitto in questione, è la destinazione e lo scopo della falsa dichiarazione del privato e gli effetti di essa sul piano giuridico, che impongono una particolare tutela. Quanto alla particolare menzione, contenuta nell'art. 495 cod. pen. [...], è appena il caso di ricordare come si tratti di un inciso che reca un contributo assai opinabile alla tesi che qui si esclude. Infatti quell'inciso è stato eliminato dal legislatore nel testo vigente dell'art. 495 cod. pen., (come modificato con d.l. n. 92 del 2008), assieme alla menzione, separata, della dichiarazione "in atto pubblico", senza peraltro che tale modifica abbia impedito alla giurisprudenza di sostenere, pur in presenza del nuovo lessico normativo, che la condotta di "attestazione falsa", nonostante l'eliminazione del riferimento all'atto pubblico, continua a incriminare tuttora il soggetto che renda false dichiarazioni "attestanti", ovvero tese a garantire, il proprio stato od altre qualità della propria od altrui persona, destinate ad essere riprodotte in un atto fidefaciente idoneo a documentarle». La linea interpretativa ora illustrata, in chiara antitesi rispetto alle tesi sostenute nella sentenza oggetto di ricorso, risulta ribadita anche in pronunce successive (v. Cass., Sez. V, n. 42524 del 12/07/2012, Picone). Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

segnalazione della sentenza della Corte di Cassazione Sez. V Penale pubblicata in data 7.4.2017

 
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martedì 18 aprile 2017 13:42

Parcheggio disabili: scatta la sanzione amministrativa se si parcheggia il veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide, scatta il penale se il parcheggio è assegnato nominativamente

segnalazione della sentenza della Sez. V Penale della Corte di Cassazione pubblicata in data 7.4.2017

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Iniziamo dal fatto che vede i giudici del merito accertare che il veicolo di proprietà dell'imputato è rimasto parcheggiato nel posto riservato alla persona offesa, disabile, da prima delle 10.40 del 24 maggio 2009 alle 2.20 del giorno successivo, il 25 maggio 2009. Ciò aveva impedito al disabile di parcheggiare la propria autovettura nello spazio vicino a casa, assegnatole dal Comune a causa della sua disabilità. Rileva la Corte che "certo, se lo spazio fosse stato genericamente dedicato al posteggio dei disabili la condotta del ricorrente avrebbe integrato la sola violazione dell'art. 158, comma 2, Codice della strada, che punisce, appunto, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide. Ma, in questo caso, quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute (come non si contesta essere avvenuto nel presente caso specifico), alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l'impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo". Sussiste, pertanto, per la Cassazione l'elemento oggettivo del delitto previsto e punito dall'art. 610 del codice penale rubricato "violenza privata" . Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

segnalazione della sentenza della Sez. V Penale della Corte di Cassazione pubblicata in data 7.4.2017

 
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Iniziamo dal fatto che vede i giudici del merito accertare che il veicolo di proprietà dell'imputato è rimasto parcheggiato nel posto riservato alla persona offesa, disabile, da prima delle 10.40 del 24 maggio 2009 alle 2.20 del giorno successivo, il 25 maggio 2009. Ciò aveva impedito al disabile d ... Continua a leggere

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domenica 9 aprile 2017 09:24

Diffamazione a mezzo stampa: il risarcimento del danno alla reputazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. I del 5.4.2017

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«Nella diffamazione a mezzo stampa, il danno alla reputazione, di cui si invoca il risarcimento, non é "in re ipsa", ma richiede che ne sia data prova, anche a mezzo di presunzioni semplici». Lo ha ribadito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 5.4.2017 nella quale ha affermato che, nel caso esaminato, sono state indicate (vicenda svoltasi «in ambiente sociale di provincia», con «pregiudizio dei rapporti sociali» e «sofferenze morali soggettive») ma in questa sede non sono state specificamente censurate. Per approfondire scarica la sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. I del 5.4.2017

 
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«Nella diffamazione a mezzo stampa, il danno alla reputazione, di cui si invoca il risarcimento, non é "in re ipsa", ma richiede che ne sia data prova, anche a mezzo di presunzioni semplici». Lo ha ribadito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 5.4.201 ... Continua a leggere

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lunedì 27 marzo 2017 19:22

Abuso d'ufficio: sí al reato anche per favoritismo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. III del 15.3.2017

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"In tema di elemento soggettivo del reato di abuso di ufficio, non è richiesta la prova della collusione del pubblico ufficiale con i beneficiari dell'abuso, essendo sufficiente la verifica del favoritismo posto in essere con l'abuso dell'atto di ufficio, prova che può essere desunta anche da elementi sintomatici come la macroscopica illegittimità dell'atto compiuto, o anche anche da una serie di indici fattuali, tra i quali assumono rilievo l'evidenza, reiterazione e gravità delle violazioni, la competenza dell'agente, i rapporti fra agente e soggetto favorito, l'intento di sanare le illegittimità con successive violazioni di legge". È questo il principio ribadito dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 15 marzo 2017 (Presidente: DI NICOLA _ Relatore: ACETO - Data Udienza: 01/02/2017). Per approfondire scarica la sentenza.

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"In tema di elemento soggettivo del reato di abuso di ufficio, non è richiesta la prova della collusione del pubblico ufficiale con i beneficiari dell'abuso, essendo sufficiente la verifica del favoritismo posto in essere con l'abuso dell'atto di ufficio, prova che può essere desunta anche da eleme ... Continua a leggere

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domenica 12 marzo 2017 16:51

Cassazione: il conducente deve esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. IV Penale del 9.3.2017

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«Il conducente di un veicolo è tenuto, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza ed, in caso di sua renitenza, anche a rifiutarne il trasporto o ad omettere l'intrapresa della marcia. Ciò a prescindere dall'obbligo e dalla sanzione a carico di chi deve fare uso della detta cintura» È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 9.3.2017 (Presidente: ROMIS Relatore: CENCI - Data Udienza: 09/02/2017) in virtù del quale è stato rigettato il motivo di ricorso del conducente di un veicolo che, a seguito di un sinistro nel quale perdeva la vita la trasportata, si difendeva sostenendo l'impossibilità o difficoltà di constatare, in ragione del buio, il mancato uso della cintura di sicurezza da parte della trasportata, sbalzata fuori dall'auto nel corso dell'incidente. Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.

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sabato 11 marzo 2017 09:31

Porto d'armi: l'irrilevanza ai fini del rilascio della licenza del tipo di attività professionale o economica svolta dal richiedente

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 1.3.2017

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La disciplina del rilascio della licenza di porto d’armi è orientata alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. La regola generale, nel nostro ordinamento, è il divieto, per i cittadini, di portare le armi, sancito dall’art. 699 cod. penale e dall’art. 4, co. 1, della legge n. 110 del 1975. La giurisprudenza del Consiglio di Stato, confortata da pronunce della Corte Costituzionale (cfr. Corte Cost. 16 dicembre 1993, n. 440) ormai costantemente afferma che il porto d’armi costituisce eccezione al normale divieto di portare le armi e le valutazioni in ordine al rilascio o al rinnovo sono sindacabili solo per illogicità o carenza della motivazione, ma non per i profili di merito della discrezionalità dell’autorità prefettizia (tra le molte, cfr. CdS, III sez, n. 3604/2016). Il Ministero dell’Interno, attraverso le sue articolazioni centrali e periferiche, ben può effettuare valutazioni – che attengono al merito della tutela della sicurezza pubblica – in ordine ai criteri per il rilascio ed il rinnovo della licenza di porto d’arma, tenendo conto sia del particolare momento storico, sia della peculiarità delle situazioni locali, sia dell’influenza dei predetti fattori su determinate attività o professioni. A quest’ultimo proposito va osservato che manca alcuna previsione normativa sul rilascio della licenza “ratione personae” per imprenditori, avvocati, commercianti, ecc., sicché l’appartenenza ad una “categoria” non ha uno specifico rilievo, tale da giustificare il rilascio o il rinnovo della licenza. Occorre, allora, esclusa la rilevanza del tipo di attività professionale o economica, che il richiedente dimostri con elementi specifici ed attuali il “bisogno” di portare l’arma, richiedendo per se stesso una protezione personale ulteriore rispetto a quella che, per tutti i cittadini, è istituzionalmente assicurata dagli organismi statali di sicurezza pubblica. Per approfondire scarica la sentenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 1.3.2017

 
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La disciplina del rilascio della licenza di porto d’armi è orientata alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. La regola generale, nel nostro ordinamento, è il divieto, per i cittadini, di portare le armi, sancito dall’art. 699 cod. penale e dall’art. 4, co. 1, della legge n. 110 del 1 ... Continua a leggere

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giovedì 23 febbraio 2017 12:02

Impugnazione della sentenza: il termine lungo e la tardiva comunicazione da parte della cancelleria del deposito della sentenza

segnalazione del Prof. Avv. enrico michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.2.2017

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Nella controversia in esame l’appello è stato dichiarato irricevibile per tardività, essendo esso stato notificato in data 7 aprile 2016, mentre la sentenza impugnata è stata depositata il 25 luglio 2015, quindi è inutilmente spirato il termine “lungo” di sei mesi decorrenti dalla data del deposito della sentenza ( peraltro dimidiato nel caso di specie a tre mesi ai sensi del combinato disposto degli articoli 92 e 119, commi 1, lettera b) e 6, del c.p.a.). La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nel dichiarare l'irrecivibilità dell'appello ha altresì affermato che "La tardiva comunicazione del deposito della sentenza da parte della cancelleria del TAR non è idonea a differire il decorso del termine lungo. Ai sensi dell’art. 92, comma 3, c.p.a., «[i]n difetto della notificazione della sentenza», l’appello e le altre impugnazioni «devono essere notificati entro sei mesi dalla pubblicazione della sentenza» (analogamente dispone l’art. 327, comma 1, c.p.c.). In base all’art. 89, comma 2, c.p.a., la sentenza, dopo la sua sottoscrizione, «è immediatamente resa pubblica mediante deposito nella segreteria del giudice che l’ha pronunciata» (così anche l’art. 133, comma 1, c.p.c.). Di tale deposito il segretario dà atto apponendo in calce alla sentenza data e firma (art. 89, comma 3, c.p.a.). La previsione di un termine decadenziale di impugnazione indipendente dalla notificazione della sentenza (e da ogni altra comunicazione) trova fondamento nella necessità di sottrarre la pronuncia del giudice ad ogni discussione sulla sua incontrovertibilità. L’ampiezza del termine semestrale consente al soccombente di informarsi tempestivamente della decisione che lo riguarda, facendo uso della diligenza dovuta “in rebus suis”, a meno che la parte rimasta contumace non dimostri di non avere avuto alcuna conoscenza del processo. Del resto, quando ha voluto, il legislatore ha espressamente attribuito rilievo processuale alla comunicazione del provvedimento ad opera della cancelleria, quale adempimento da cui decorre il termine di decadenza per il gravame (cfr. l’art. 1, comma 62, della l. n. 92 del 2012; l’art. 348-ter, comma 3, c.p.c.; l’art. 18, comma 13, l. fall.). Il carattere derogatorio e speciale di tali disposizioni risulta anche dal nuovo testo dell’art. 133, comma 2, c.p.c., secondo cui: «la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c.» (quindi a maggior ragione non è idonea a far decorrere il termine “lungo”). Anche secondo la giurisprudenza costante della Corte di Cassazione, il termine annuale di impugnazione previsto dall’art. 327 c.p.c. è stabilito a pena di decadenza e decorre in ogni caso dalla pubblicazione della sentenza mediante deposito in cancelleria, senza che rilevi l’omessa comunicazione da parte del cancelliere, a carico del quale può dar luogo solo ad una sanzione disciplinare (Cass., sentenze n. 17704 del 2010; n. 16004 del 2009; n. 11910 del 2003, n. 15778 del 2007, le quali hanno anche condivisibilmente ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 327 c.p.c. in riferimento all’art. 24 Cost.). Da ultimo, la decadenza da un termine processuale, ivi compreso quello per impugnare, non può ritenersi incolpevole e giustificare, quindi, la rimessione in termini, ove sia avvenuta (come nella specie) per errore di diritto.". Per approfondire scarica la sentenza

segnalazione del Prof. Avv. enrico michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 7.2.2017

 
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Nella controversia in esame l’appello è stato dichiarato irricevibile per tardività, essendo esso stato notificato in data 7 aprile 2016, mentre la sentenza impugnata è stata depositata il 25 luglio 2015, quindi è inutilmente spirato il termine “lungo” di sei mesi decorrenti dalla data del deposito ... Continua a leggere

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martedì 15 novembre 2016 17:06

Per la Corte di Giustizia Europea non può essere dichiarata la prescrizione nei casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari della Unione: la Cassazione critica la Corte Europea

nota a sentenza della Cassazione Sez. III penale n. 44584/16 a cura dell'Avv. Luca Petrucci e dell'Avv. Giulio Vasaturo

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La giurisprudenza, diceva Ulpiano, è la conoscenza di cose umane e divine, la scienza del giusto e dell’ingiusto. Se tanto elevata è la meta, nessuno può meravigliarsi se questo nobilitante percorso di sapientia iuris coincida, sempre più spesso, con una salita faticosa, da intraprendere lungo un sentiero che a tratti può farsi molto incerto, sino a mettere a dura prova la capacità d’orientamento dell’impavido viandante del diritto. Le pronunce con cui la Suprema Corte ha dato prima applicazione all’ormai celebre sentenza Taricco della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza 8 settembre 2015, C-105/14) rendono in pieno, al di là di ogni suggestione letteraria, gli ostacoli che condizionano in maniera del tutto particolare il lavoro dell’esegeta della legge penale. Com’è noto, con la decisione citata, la Corte di Lussemburgo ha imposto il potere-dovere di disapplicare la disciplina penale interna in materia di prescrizione, allorché la normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione o comunque preveda, con riferimento ad analoghi reati incidenti su interessi finanziari soltanto nazionali, termini di prescrizione più lunghi. Nel giro di pochi mesi, la Corte di Cassazione è già intervenuta più volte per sottoporre a critica il dictum della sentenza Taricco, consapevole della carica dirompente che un simile monito può assumere nel nostro ordinamento giuridico, all’interno del quale l’istituto della prescrizione costituisce un fondamentale presidio di garanzia a tutela della persona rispetto alla pretesa punitiva dello Stato (in tal senso, si v. fra tutte Cass., sez. IV penale, sentenza 25 gennaio 2016, dep. 26 febbraio 2016, n. 7914). In attesa che la Consulta definisca i “controlimiti” da frapporre ai vincoli che discendono, anche nel delicatissimo ambito penale, dall’appartenenza all’Unione Europea (come sollecitata da Cass., sez. III penale, ord. 30 marzo 2016, n. 28346; Cass., sez. III penale, ord. 31 marzo 2016, n. 33538 e da Corte di Appello di Milano, sez. II penale, ord. 18 settembre 2015), la Suprema Corte non ha mancato di rilevare come il dettato della sentenza Taricco rischi di configgere clamorosamente con i parametri inderogabili di legalità, sotto i profili della riserva di legge, di tassatività e di irretroattività della norma penale, sanciti dalla Costituzione italiana.Con la pronuncia in esame (Cass., sez. III penale, sentenza 7 giugno 2016, dep. 24 ottobre 2016, n. 44584), il sommo collegio torna nuovamente sulla controversa questione, fissando alcuni criteri essenziali che valgono, almeno in parte, ad arginare in questa fase transitoria l’annoso conflitto giurisprudenziale. Come osserva il giudice di nomofilachia, i requisiti integranti l'illegittimità comunitaria per ineffettività della complessiva disciplina sanzionatoria delle frodi sotto il profilo dell'eccessiva brevità del termine prescrizionale complessivo a seguito di interruzione, sono: 1) la pendenza di un procedimento penale riguardante "frodi gravi" in materia di imposta sul valore aggiunto; 2) l’ineffettività delle sanzioni previste "in un numero considerevole di casi di frode grave" che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea. Il punto dolente, però, è che «la sentenza Taricco non determina tali requisiti nei loro esatti confini». La Suprema Corte prova così a colmare l’insidiosa lacuna stabilendo, in primis, quanto al requisito della gravità della frode, che debba darsi rilievo «alla quantità dell'imposta evasa e alle modalità attraverso le quali la frode è stata posta in essere, tenendo comunque presente che nel concetto di “frode” grave, suscettibile di ledere gli interessi finanziari dell'UE, devono ritenersi incluse, nella prospettiva dell'ordinamento penale italiano, non soltanto le fattispecie che contengono il requisito della fraudolenza nella descrizione della norma penale (…), ma anche le altre fattispecie che, pur non richiamando espressamente tale connotato della condotta, siano dirette all'evasione dell'IVA». Diversamente opinando - si legge nelle motivazioni della sentenza in esame - «si otterrebbe una irragionevole disparità di trattamento in relazione a condotte comunque poste in essere al medesimo fine illecito (…)». In coerenza con i principi basilari del nostro sistema giuridico, viene pertanto ribadito che «Il più sicuro ancoraggio oggettivo per la determinazione della gravità della frode nell'ordinamento italiano è, invece, rappresentato dal complesso dei criteri per la determinazione della gravità del reato contenuti nel primo comma dell'art. 133 cod, pen., il quale fa riferimento, non solo alla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa (n. 2), ma anche alla natura, alla specie, ai mezzi, all'oggetto, al tempo, al luogo e, più in generale, alle modalità dell'azione (n. 1), nonché all'elemento soggettivo (n. 3). Ne consegue che, ove non si sia in presenza di un danno di rilevantissima gravità (…) per milioni di euro, la gravità della frode deve essere desunta anche da ulteriori elementi, quali: l'organizzazione posta in essere, la partecipazione di più soggetti al fatto, l'utilizzazione di “cartiere” o società-schermo, l'interposizione di una pluralità di soggetti, la sistematicità delle operazioni fraudolente, la loro reiterazione nel tempo, la connessione con altri gravi reati, l'esistenza di un contesto associativo criminale. E il giudice dovrà valutare caso per caso la concreta valenza di tali elementi nella fattispecie al suo esame, essendo comunque sufficiente l'indicazione in motivazione di quelli ritenuti rilevanti in un senso o nell'altro».La sentenza n. 44584/2016 riempie di contenuti anche il secondo requisito individuato dalla giustizia comunitaria per rendere obbligatoria la deroga alle disposizioni vigenti in materia di prescrizione penale; vale a dire la verifica, rimessa al giudice nazionale, dell’ineffettività delle sanzioni previste «in un numero considerevole di casi di frode grave» che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea. Anche tale criterio, infatti, risulta «parimenti indeterminato» posto che, ove si considerasse in astratto, ovvero con riferimento all'integralità dei procedimenti pendenti dinanzi alle autorità giudiziarie italiane, «esso implicherebbe una prognosi di natura statistica che esula dai limiti cognitivi e valutativi del giudice, e anche di questa Corte; a ciò ostando non soltanto l'assenza di dati statistici affidabili, ma soprattutto l'orizzonte conoscitivo del singolo giudice, necessariamente limitato, dal vigente sistema processuale, ai fatti di causa, ovvero ai fatti che si riferiscono all'imputazione, alla punibilità e dai quali dipenda l'applicazione di norme processuali (art. 187 cod. proc. pen.) rilevanti nel singolo processo, e non già nella generalità degli altri processi». Proprio per questo, precisa la Cassazione, «escluso che possa altresì risolversi in una prognosi meramente empirica, fondata su soggettivismi di difficile verificabilità (in senso epistemologico), il requisito del "numero considerevole di casi di frode grave" non può che intendersi, in concreto, con riferimento alle fattispecie oggetto del singolo giudizio, potendosi ritenere sufficiente anche una singola frode solo qualora questa sia di rilevantissima gravità». La conclusione a cui perviene la Suprema Corte è apparentemente chiarificatrice: «nell'applicare tale requisito nel caso concreto, il giudice dovrà, dunque, considerare il numero e la gravità dei diversi episodi di frode per i quali si procede, nonché il contesto complessivo e le ragioni di connessione fra gli stessi».La pronuncia de qua getta una luce, forse flebile ma comunque provvidenziale, sul tormentato itinerario giurisprudenziale ma non risolve il problema, tuttora lacerante anche in dottrina, del “nuovo” rapporto fra ordinamento europeo e sistema di diritto penale interno alla stregua della sentenza Taricco. Spetta alla Corte costituzionale l’onere di dirimere al più presto l’intricato nodo giuridico, bilanciando con lungimiranza l’obbligo di fedeltà alle Istituzioni comunitarie con la salvaguardia dei principi inviolabili di legalità penale (art. 25 Cost.) e di «ragionevole durata» del “giusto processo” (art. 111 Cost.).Avv. Luca Petrucci – Avv. Giulio Vasaturo

nota a sentenza della Cassazione Sez. III penale n. 44584/16 a cura dell'Avv. Luca Petrucci e dell'Avv. Giulio Vasaturo

 
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La giurisprudenza, diceva Ulpiano, è la conoscenza di cose umane e divine, la scienza del giusto e dell’ingiusto. Se tanto elevata è la meta, nessuno può meravigliarsi se questo nobilitante percorso di sapientia iuris coincida, sempre più spesso, con una salita faticosa, da intraprendere lungo un s ... Continua a leggere

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martedì 1 novembre 2016 09:07

Contenzioso della Corte di Cassazione, efficienza uffici giudiziari e misure per la giustizia amministrativa: in Gazzetta Ufficiale la legge n. 197/2016

segnalazione della legge n. 197/2016 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 254 del 29.10.2016

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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 254 del 29.10.2016 la LEGGE 25 ottobre 2016, n. 197 recante "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 agosto 2016, n. 168, recante misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione, per l'efficienza degli uffici giudiziari, nonche' per la giustizia amministrativa". note: Entrata in vigore del provvedimento: 30/10/2016. Per maggiori informazioni Accedi al testo coordinato

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mercoledì 5 ottobre 2016 16:24

Strategie e tecniche di prevenzione e contrasto della corruzione nel mondo dello sport

contributo del Cons. Dott. Giovanni Tartaglia Polcini

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Il mondo dello sport è un laboratorio primario per la verifica dell’attualità e dell’importanza dei canoni strategici ed operativi di prevenzione e contrasto della corruzione e per la creazione di un ambiente socioeconomico legalmente orientato in un ordinamento giuridico multilivello. Lo sforzo volto all’adozione di linee guida in coerenza con gli standards internazionali e l’applicazione diffusa e capillare dei modelli di governance della compliance e del risk management al mondo dello sport possono contribuire significativamente ad abbattere i rischi di corruzione. Un ruolo primario va attribuito alla responsabilità sociale di impresa (CSR); un controllo di legalità diffuso e partecipato, in partenariato tra public e private sector, condurrà certamente ad un innalzamento della soglia di legalità e ad un’anticipazione del piano di tutela. In detto modo, uno dei settori più delicati tra le aree a rischio corruzione riceverà nuova linfa vitale e potrà fornire ausilio al progresso sostenibile dell’intera umanità.

contributo del Cons. Dott. Giovanni Tartaglia Polcini

 
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lunedì 12 settembre 2016 17:49

Rinnovo del permesso di soggiorno: le condanne dell'extracomunitario in materia di stupefacenti e gli speciali presupposti che evitano il diniego automatico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.9.2016 n. 3841

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 9.9.2016 n. 3841 ha richiamato il precedente della medesima Sezione (sentenza 30 maggio 2016, n. 2251) a tenore del quale le condanne dell’extracomunitario in materia di stupefacenti sono automaticamente ostative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, qualunque sia la pena detentiva riportata dal condannato e non rilevando la concessione della sospensione condizionale, ai sensi del chiaro disposto dell’art. 4, comma 3, t.u. 25 luglio 1998, n. 286, e ciò per il grave disvalore che il legislatore attribuisce, ‘a monte’, ai reati in questione ai fini della tutela della sicurezza pubblica (Cons. St., sez. III, 26 febbraio 2016, n. 797; Sez. III, 10 aprile 2015, n. 1841; Sez. III, 24 febbraio 2015, n. 919). In presenza di tali condanne, non residua alcuna sfera di discrezionalità in capo all’Amministrazione, che è obbligata a dare immediata applicazione al disposto normativo (Cons. St., sez. III, 1° agosto 2014, n. 4087). Nella specie, l’appellante ha subito una condanna a due anni e otto mesi di reclusione e ad € 14.000 di multa per il reato di detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tale condanna è quindi da sola ostativa al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno. L'automatismo delle cause ostative viene peraltro meno ed occorre una valutazione discrezionale, quando sussistono gli speciali presupposti indicati dalla nuova formulazione dell'art. 5, comma 5, del citato testo unico, come modificato dal d.lgs. 8 gennaio 2007, n. 5 e ulteriormente inciso dalla sentenza costituzionale 18 luglio 2013, n. 202. Tale disposizione, all’ultimo alinea, prevede infatti che «nell'adottare il provvedimento di rifiuto del rilascio, di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, ai sensi dell'art. 29, si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato e dell'esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d'origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale». Nel caso all’esame del Collegio, l’Amministrazione non ha posto in essere alcun automatismo. Il TAR ha ritenuto corretto sia il bilanciamento tra l’interesse del ricorrente a restare in Italia con la moglie e i due figli e quello pubblico a negargli il rinnovo del permesso di soggiorno, in considerazione della gravità del reato dallo stesso commesso, per di più nascondendo - quando era beneficiario del permesso di soggiorno - la droga presso la propria abitazione, sia il giudizio di prevalenza del secondo sul primo. Tale valutazione risulta al Collegio motivata e ragionevole, anche in considerazione del principio secondo cui il giudizio di pericolosità sociale è rimesso alla prudente e discrezionale valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza e può trarre giustificazione da comportamenti o situazioni (che in taluni casi possono essere non ancora definitivamente sanzionati in sede penale), con una valutazione indiziaria della condotta dell’interessato, fondata su dati di esperienza generalizzati che corrispondono all’id quod plerumque accidit. Pertanto, in tale quadro, il Questore ha correttamente dato rilievo alla condanna inflitta nel dicembre 2013 all’interessato per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti previsto dall’art. 73, d.P.R. n. 309 del 1990, ove si consideri che si tratta di un fatto commesso quando egli era già in Italia con un regolare permesso di soggiorno. Il Questore ha supportato il giudizio negativo, sottolineando come da un lato l’esigenza di salvaguardare l’unità familiare non può prevalere su quella di tutela della comunità, anche in ragione del fatto che tale unità familiare non ha agito da deterrente per impedire la commissione del reato; dall’altro, che il periodo di permanenza sul territorio dello stato dell’appellante non soddisfa la condizione di c.d. lungo soggiornante, avendo regolarizzato la sua posizione in Italia nel 2011, La determinazione del Questore, ad avviso del Collegio, risulta coerente con la ratio delle disposizioni sull’immigrazione che, accanto alla verifica dell’idoneità dello straniero ad inserirsi in un sano contesto socio economico, prendono anche in primaria considerazione le esigenze di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica. Per approfondire scarica la sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 9.9.2016 n. 3841

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 9.9.2016 n. 3841 ha richiamato il precedente della medesima Sezione (sentenza 30 maggio 2016, n. 2251) a tenore del quale le condanne dell’extracomunitario in materia di stupefacenti sono automaticamente ostative al rilascio o al rinnovo de ... Continua a leggere

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lunedì 18 luglio 2016 20:48

Frode in processo penale e depistaggio: in Gazzetta Ufficiale la legge n. 133/2016 con i nuovi reati

segnalazione della legge 11.7.2016 n. 133 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 166 del 18.7.2016

Entrano in vigore il 2 agosto 2016 le disposizioni contenute nella legge 11 luglio 2016 n. 133 che introducono nel codice penale i nuovi reati di frode in processo penale e depistaggio. Per saperne di più scarica la legge.

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domenica 17 luglio 2016 08:23

Astreinte: la misura e la decorrenza della penalità di mora

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 13.7.2016 n. 3104

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Con sentenza il Tribunale ordinava all’Amministrazione di eseguire il decreto della Corte d’Appello col quale era stato riconosciuto alla parte oggi appellata l’indennizzo previsto dalla legge n. 89 del 2001 ( c.d. legge Pinto) a causa della violazione dei termini di ragionevole durata del processo. Con la medesima sentenza il Tribunale ha condannato l’Amministrazione al pagamento di penalità di mora ( c.d. astreinte). La sentenza, nel capo appunto relativo a tali penalità, è stata impugnata con l’atto di appello all’esame dall’Amministrazione la quale sostiene che il Tribunale ha errato nel condannare la P.A. al pagamento delle penalità. In via gradata l’appellante sostiene che ha errato il Tribunale nell’individuare la misura e la decorrenza delle stesse. Il Consiglio di Stato Sezione IV con la sentenza del 13.7,2016 n. 3104 ha ritenuto fondato l'appello nei limiti sotto indicati. Come evidenziato dalla Giurisprudenza, "Nell'ambito del giudizio di ottemperanza la comminatoria delle penalità di mora di cui all'art. 114, comma 4, lett. e), del c.p.a., è ammissibile per tutte le decisioni di condanna di cui al precedente art. 113, ivi comprese quelle aventi ad oggetto prestazioni di natura pecuniaria" ( cfr. Ap n. 15 del 2014). Ferma restando l'assenza di preclusioni astratte sul piano dell'ammissibilità, in concreto le allegate difficoltà del bilancio pubblico non possono giustificare una totale esenzione dell’Amministrazione inadempiente dalle penalità di mora, vista anche l’attuale possibilità del ricorso al conto sospeso. Quanto esposto induce a disattendere i rilievi mossi al riguardo dall’appellante. E’ invece nel giusto l’ Amministrazione quando deduce, in sostanza e tenuto conto dell’insieme delle argomentazioni difensive, che la sentenza impugnata ha comunque errato nell’individuare la misura e decorrenza delle penalità. Per quanto riguarda la misura delle penalità, la Giurisprudenza della Sezione reputa conforme a equità il parametro dell’interesse legale peraltro ora esplicitamente indicato dall’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a., come modificato dalla legge n. 208 del 2015. Per quanto riguarda la decorrenza, si ricorda che la penalità di mora consiste in uno strumento per indurre l'Amministrazione ad eseguire tempestivamente l'ordine di pagamento formulato dal giudice dell’ottemperanza: la penalità non è quindi comminabile per gli inadempimenti pregressi alla sentenza che ordina l'esecuzione del giudicato, ma deve decorrere dal giorno della comunicazione o notificazione della stessa, in quanto recante l'ordine di pagamento. ( cfr. IV Sez. n. 1444 del 2016). Tanto del resto risulta anche chiarito dall’art. 1 comma 781 della citata legge n. 208 del 2015.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 13.7.2016 n. 3104

 
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Con sentenza il Tribunale ordinava all’Amministrazione di eseguire il decreto della Corte d’Appello col quale era stato riconosciuto alla parte oggi appellata l’indennizzo previsto dalla legge n. 89 del 2001 ( c.d. legge Pinto) a causa della violazione dei termini di ragionevole durata del processo ... Continua a leggere

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domenica 17 luglio 2016 08:04

Giudizio revocatorio: l’errore di fatto che consente di rimettere in discussione il decisum del giudice

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 11.7.2016 n. 3077

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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza dell'11 luglio 2016 n. 3077 ha richiamato il principio, più volte ribadito in giurisprudenza, secondo cui l’errore di fatto che consente di rimettere in discussione il decisum del giudice è solo quello che non coinvolge l’attività valutativa dell’organo decidente, ma tende invece ad eliminare l’ostacolo materiale frapposto fra la realtà del processo e la percezione che di questa il giudice abbia avuto, ostacolo promanante da una omessa percezione e sempreché il fatto oggetto di asserito errore non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza impugnata per revocazione abbia pronunciato (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. III, 16 marzo 2015, nr. 1358). Deve trattarsi, quindi, di una semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale deve apparire con immediatezza e di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (cfr. Cons. Stato, sez. V, 28 dicembre 2007, nr. 6774; id., sez. IV, 23 settembre 2008, nr. 4607; id., 20 luglio 2007, nr. 4097; id., 16 settembre 2008, nr. 4316), onde evitare che il giudizio revocatorio, ad onta del suo carattere di rimedio eccezionale, possa essere trasformato in un terzo grado del giudizio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 gennaio 2011, nr. 503). Più specificamente, la lettura e l’interpretazione dei documenti di causa appartiene all’insindacabile valutazione del giudice e non può essere censurata quale errore di fatto previsto dall’art. 395, nr. 4, c.p.c., salvo trasformare lo strumento revocatorio in un inammissibile terzo grado di giudizio; ciò in quanto l’errore di fatto deducibile in sede di revocazione non è ravvisabile qualora si assuma che il giudice abbia omesso di esaminare, su questione oggetto di discussione tra le parti, le prove documentali esibite o acquisite d’ufficio, ovvero abbia proceduto a una erronea e incompleta valutazione delle medesime, risolvendosi siffatta doglianza in una censura di errore di giudizio rientrante nella valutazione complessiva delle produzioni documentali, esorbitante in quanto tale dall’ambito della revocazione (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 2 febbraio 2015, nr. 460; id., 12 giugno 2012, nr. 3420).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 11.7.2016 n. 3077

 
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mercoledì 13 luglio 2016 22:23

Contributi e sovvenzioni pubbliche: il riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V sentenza del 11.7.2016 n. 3051

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In materia di controversie riguardanti la concessione e la revoca di contributi e sovvenzioni pubbliche, pur dopo l'introduzione del codice del processo amministrativo, il riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo deve essere ricercato sulla base del generale criterio fondato sulla natura della situazione soggettiva azionata, con la conseguenza che (Ad.Plen Consiglio Stato, 29 gennaio 2014 n.6 ): a) sussiste sempre la giurisdizione del giudice ordinario quando il finanziamento è riconosciuto direttamente dalla legge, mentre alla Pubblica Amministrazione è demandato soltanto il compito di verificare l’effettiva esistenza dei relativi presupposti senza procedere ad alcun apprezzamento discrezionale circa l'an, il quid, il quomodo dell'erogazione; b) qualora la vertenza attenga alla fase di erogazione o di ripetizione del contributo sul presupposto di un addotto inadempimento dei beneficiario alle condizioni statuite in sede di erogazione o dall'acclarato sviamento dei fondi acquisiti rispetto al programma finanziario, la giurisdizione spetta al giudice ordinario, anche se si faccia questione di atti formalmente intitolati come revoca, decadenza o risoluzione, purché essi si fondino sull'inadempimento alle obbligazioni assunte di fronte alla concessione del contributo, in quanto in tal caso il privato è titolare di un diritto soggettivo perfetto, come tale tutelabile dinanzi al giudice ordinario, attenendo la controversia alla fase esecutiva del rapporto di sovvenzione e all'inadempimento degli obblighi cui è subordinato il concreto provvedimento di attribuzione; c) viceversa, è configurabile una situazione soggettiva d'interesse legittimo, con conseguente giurisdizione del giudice amministrativo, solo ove la questione riguardi una fase procedimentale precedente al provvedimento discrezionale attributivo del beneficio, oppure quando, a seguito della concessione del beneficio, il provvedimento sia annullato o revocato per vizi di legittimità o per contrasto iniziale con il pubblico interesse, ma non per inadempienze del beneficiario”

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V sentenza del 11.7.2016 n. 3051

 
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mercoledì 13 luglio 2016 12:40

Tutela Penale dell'euro: in Gazzetta Ufficiale le disposizioni contro le falsificazioni

segnalazione del d.lgs n. 125/2016 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 161 del 12.7.2016

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 161 del 12.7,2016 il DECRETO LEGISLATIVO 21 giugno 2016, n. 125 recante "Attuazione della direttiva 2014/62/UE sulla protezione mediante il diritto penale dell'euro e di altre monete contro la falsificazione e che sostituisce la decisione quadro 2000/383/GAI". Entrata in vigore del provvedimento: 27/07/2016 Scarica il d.lgs n. 125/2016

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 161 del 12.7,2016 il DECRETO LEGISLATIVO 21 giugno 2016, n. 125 recante "Attuazione della direttiva 2014/62/UE sulla protezione mediante il diritto penale dell'euro e di altre monete contro la falsificazione e che sostituisce la decisione quadro 2000/3 ... Continua a leggere

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giovedì 7 luglio 2016 15:07

Processo amministrativo: nessuna irregolarità se il ricorso è notificato via pec

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 6.7.2016 n. 3007

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Nel giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’appellata ha eccepito l’irregolarità della notifica dell’appello avvenuta a mezzo PEC; l’appellante ha replicato sottolineando che la giurisprudenza prevalente ammette tale forma, e che comunque l’appello è stato rinotificato a mezzo posta nei termini; l’appellata ha replicato che la nuova notifica è comunque tardiva, considerata la conoscenza della sentenza evidenziata dalla prima. La Terza Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza del 6 luglio 2016 n. 3007 ha rigettato l'eccezione affermando che "Nella giurisprudenza di questo Consiglio, a fronte di una pronuncia che ha affermato l’inammissibilità della notificazione a mezzo PEC, prima della definizione della disciplina tecnica di cui al d.m. 16 febbraio 2015 (Cons. Stato, III, n. 186/2016), prevale l’orientamento opposto (cfr. III, n. 91/2016 e n. 4270/2015; V, n. 4863/2015; VI, n. 2682/2015; CGA, n. 615/2015), al quale il Collegio ritiene di aderire. Peraltro, nella specie va fatta applicazione dell’art. 156, terzo comma, del c.p.c., per il quale, «La nullità non puo' mai essere pronunciata, se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato»: poiché l‘atto di appello è stato ricevuto dall’originaria ricorrente, che si è costituita ed ha articolato le proprie difese nel corso del giudizio d’appello, va fatta applicazione del principio per cui la sanatoria del vizio di notifica – se un vizio va ravvisato - ha un rilievo ex tunc.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 6.7.2016 n. 3007

 
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Nel giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’appellata ha eccepito l’irregolarità della notifica dell’appello avvenuta a mezzo PEC; l’appellante ha replicato sottolineando che la giurisprudenza prevalente ammette tale forma, e che comunque l’appello è stato rinotificato a mezzo posta nei termini; ... Continua a leggere

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domenica 22 maggio 2016 17:15

Il giudicato si forma in relazione ai motivi di impugnazione e non anche alle affermazioni ulteriori contenute nella sentenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 19.5.2016 n. 2091

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Secondo il costante orientamento del Consiglio di Stato il giudicato si forma in relazione ai motivi di impugnazione e non anche alle affermazioni ulteriori contenute nella sentenza non strettamente necessarie a dirimere la lite nei limiti delle domande proposte (da ultimo in questo senso: Sez. V, 30 ottobre 2015, n. 4972; in termini analoghi: Sez. IV, 11 settembre 2001, n. 4744; Sez. V, 11 febbraio 2016, n. 610; Sez. VI, 19 gennaio 2012, n. 206, 2 maggio 2012, n. 2517; Cass. Civ., Sez. II, 31 agosto 2005, n. 17568, 8 febbraio 2012, n. 1815). In base all’indirizzo giurisprudenziale richiamato ogni argomentazione eccedente la necessità logico-giuridica della decisione è invece qualificabile come obiter dictum insuscettibile di divenire giudicato in senso sostanziale.

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domenica 22 maggio 2016 11:12

Revocazione: l'errore di fatto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 13.5.2016 n. 1938

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L'errore di fatto idoneo a fondare la domanda di revocazione, ai sensi del combinato disposto degli artt. 106 c.p.a. e 395 n. 4, c.p.c., deve rispondere a tre requisiti: a) derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l'organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, ritenendo così esistente un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; b) attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l'erronea presupposizione e la pronuncia stessa ( cfr., da ultimo, Cons. Stato, Sez. IV, 14/5/2015, n. 2431 e 26 agosto 2015, n. 3993). L'errore deve, inoltre, apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (Cons. St., sez. IV, 13 dicembre 2013, n. 6006).Pertanto, mentre l'errore di fatto revocatorio è configurabile nell'attività preliminare del giudice di lettura e percezione degli atti acquisiti al processo quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale - senza coinvolgere la successiva attività d'interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni ai fini della formazione del convincimento, così che rientrano nella nozione dell'errore di fatto di cui all'art. 395, n. 4, c.p.c. i casi in cui il giudice, per svista sulla percezione delle risultanze materiali del processo, sia incorso in omissione di pronunzia o abbia esteso la decisione a domande o ad eccezioni non rinvenibili negli atti del processo ( Cons. Stato, Sez. III, 24/5/2012, n. 3053 ) - esso, invece, non ricorre nell'ipotesi di erroneo, inesatto od incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della documentazione acquisita, tutte ipotesi queste che danno luogo semmai ad un ipotetico errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione, la quale altrimenti si trasformerebbe in un ulteriore grado del giudizio, non previsto dall'ordinamento ( Cons. Stato, Sez. III, 8/10/2012, n. 5212; Sez. IV, 28/10/2013, n. 5187; Sez. V, 11/6/2013, n. 3210; Sez. VI, 2/2/2012, n. 587; Cass. Civ., Sez. I, 23/1/2012, n. 836; Sez. II, 31/3/2011, n. 7488 ).

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lunedì 16 maggio 2016 08:57

Condanna alla spese di giudizio: la limitata sindacabilità in appello

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 13.5.2016 n. 1933

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In materia di spese, vige la regola generale della condanna alle spese del giudizio della parte soccombente, ex art. 91 c.p.c., applicabile nel processo amministrativo per espresso rinvio dell’art. 26, comma 1, del c.p.a. Quanto alla misura della condanna alle spese della parte soccombente, la giurisprudenza consolidata ritiene che la sindacabilità in appello della condanna alle spese comminata in primo grado, in quanto espressiva della discrezionalità di cui dispone il giudice in ogni fase del processo, è limitata solo all’ipotesi in cui venga modificata la decisione principale, salvo la manifesta abnormità della condanna (fra le più recenti, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1262 del 31 marzo 2016).

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lunedì 16 maggio 2016 08:50

Processo amministrativo: l'impugnazioni del provvedimento plurimotivato

segnalazione della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.5.2016 n. 1921

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Per consolidato orientamento giurisprudenziale se il provvedimento gravato risulti sorretto da più ragioni giustificatrici ( c.d. “provvedimento plurimotivato” ) tra loro autonome, logicamente indipendenti e non contraddittorie , il giudice ove ritenga infondate le censure indirizzate nei confronti di uno dei motivi assunti a base dell’atto controverso, idoneo di per sé a sostenerne e a comprovarne la legittimità , ha potestà di respingere il ricorso sulla sola scorta di tale rilievo , con assorbimento delle censure dedotte nei confronti degli altri capi del provvedimento, indipendentemente dall’ordine con cui i motivi sono stati articolati, in quanto la conservazione dell’atto implica la perdita di interesse del ricorrente all’esame delle altre doglianze ( cfr, ex multis, Cons Stato Sez. IV 5/7/2010 n. 4244; Cons Stato Sez. VI 17/10/2008 n. 3609; idem 18/5/2012 n. 2894; 27/4/2015 n.2123).

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DOTTRINA



 
 
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