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NOVITA' GIURISPRUDENZIALI

2014

sabato 20 settembre 2014 09:02

Occupazione sine titulo: la decisione di disporre l'acquisizione ex art. 42 bis d.p.r. 327/2001 o la restituzione del bene rimane nella sfera di discrezionalità dell'amministrazione, ma l'esercizio di tale potestà non può protrarsi indefinitamente nel tempo, altrimenti l'inerzia dell'Amministrazione si tradurrebbe in un illecito permanente

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 15.9.2014

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Nel giudizio in esame con il primo motivo di appello si chiede la riforma della sentenza gravata laddove non ha riconosciuto l'obbligo per l'amministrazione di iniziare e concludere il procedimento, sollecitato dall'appellante, e volto ad effettuare la valutazione amministrativa discrezionale consistente nella scelta fra l'acquisizione autoritativa dell'immobile secondo la disciplina di cui all'art 42 bis cit., da una parte, e l'opzione in favore della soluzione restitutoria e risarcitoria regolata dal diritto comune, dall'altra.Il Tar ha sul punto ritenuto che non si sia in presenza di un silenzio-inadempimento in quanto, con riferimento al procedimento de quo, non sussisterebbe in capo all'Amministrazione un obbligo giuridico di provvedere.Il motivo di appello merita accoglimento.L'art. 42 bis, come già in precedenza evidenziato da questo Consiglio di Stato riguardo all'analoga ratio dell'art. 43 (Sez. IV, 16 novembre 2007, n. 5830), è stato emanato per consentire una legale via di uscita per i casi in cui una pubblica amministrazione avesse occupato senza titolo un'area di proprietà privata, in assenza di un valido ed efficace decreto di esproprio.L'articolo in questione, inserito nel Testo unico degli espropri dal decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 (art. 34) ha dunque reintrodotto, con diversa disciplina, il potere discrezionale già attribuito dall'art. 43: l'amministrazione - valutate le circostanze e comparati gli interessi in conflitto - può decidere se demolire l'opera e restituire l'area al proprietario, oppure se disporre l'acquisizione.L'art. 42 bis prevede infatti, al comma 1, che l'Amministrazione, valutati gli interessi in conflitto, possa disporre, con formale provvedimento, l'acquisizione del bene, con la corresponsione al privato di un indennizzo per il pregiudizio subito, patrimoniale e non patrimoniale.Il potere di disporre l'acquisizione ex art. 42 bis del d.p.r. 327/2001 è espressione del più generale potere di amministrazione attiva che compete agli enti pubblici cui il giudice amministrativo non può sostituirsi al di fuori dei casi di giurisdizione estesa al merito. La valutazione degli interessi in gioco e la conseguente decisione in ordine all'acquisizione o alla restituzione del bene rimane quindi nella sfera di discrezionalità dell'amministrazione (cfr. Cons. St., sez. IV, 16 marzo 2012, n. 1514).La scelta tra la possibilità di procedere all'acquisizione sanante o alla restituzione del bene deve infatti derivare da una valutazione comparativa degli interessi in gioco, valutazione che spetta unicamente all'Amministrazione.La sentenza gravata, ha quindi correttamente sottolineato il carattere altamente discrezionale della scelta spettante all'Amministrazione, non potendo il giudice condannare il Comune all'adozione di un atto specifico riconoscendo la fondatezza della pretesa sostanziale di parte ricorrente.Tuttavia, il Tar ha errato laddove ha ritenuto insussistente un obbligo di provvedere.Infatti, l'occupazione sine titulo di beni immobili appartenenti a privati è una situazione di fatto del tutto contrastante con quella di diritto e l'Amministrazione deve tempestivamente adoperarsi per ripristinare una situazione di legalità.“Il privato può dunque legittimamente domandare o l'emissione del provvedimento di acquisizione o, in difetto, la restituzione del fondo con la sua riduzione in pristino. Nell'attuale quadro normativo, le Amministrazioni hanno infatti l'obbligo giuridico di far venir meno -- in ogni caso -- l'occupazione "sine titulo" e, quindi, di adeguare comunque la situazione di fatto a quella di diritto. La P.A. ha due sole alternative: o restituisce i terreni ai titolari, demolendo quanto realizzato e disponendo la completa riduzione in pristino allo "status quo ante", oppure deve attivarsi perché vi sia un legittimo titolo di acquisto dell'area. Quello che le amministrazioni non possono pensare di continuare fare è restare inerte in situazioni di illecito permanente connesso con le occupazioni usurpative”. (Cons. St., sez. IV, 26 marzo 2013, n. 1713)Nel caso di specie è pacifico che il Comune stia utilizzando senza titolo beni presenti su terreni di proprietà altrui. L'amministrazione ha quindi l'obbligo di restituire i beni illecitamente occupati, oppure, di acquisirli al proprio patrimonio ritenendo sussistenti le condizioni per procedere ex art. 42 bis.Il fatto che tali opere non siano state realizzate dall'Amministrazione ma dal privato stesso, non fa venir meno l'applicabilità delle disposizioni dell'art. 42 bis che, come si è detto, nelle intenzioni del legislatore vuole rappresentare una legale via di uscita per tutti i casi in cui una pubblica amministrazione avesse occupato senza titolo un bene di proprietà privata, in assenza di un valido ed efficace decreto di esproprio. A conferma della generale applicazione dell'art. 42 bis può citarsi il fatto che comma 6 del detto articolo prevede espressamente l'applicabilità delle disposizioni, in quanto compatibili, anche nel caso in cui l'Amministrazione abbia in via di fatto imposto una servitù su un bene altrui.Il fatto che le opere utilizzate non siano state realizzata dal Comune potrà semmai rilevare nel caso in cui si proceda alla restituzione dei beni, non dovendosi in tal caso provvedere alla rimessione in pristino.Fermo restando quindi il carattere discrezionale della valutazione rimessa alla Amministrazione sulla possibilità di procedere ex art. 42 bis, non v'è dubbio che l'esercizio di tale potestà non possa protrarsi indefinitamente nel tempo, altrimenti l'inerzia dell'Amministrazione si tradurrebbe in un illecito permanente.Seppure, quindi, l'art. 42 bis non contempli un avvio del procedimento ad istanza di parte, deve ritenersi che il privato possa sollecitare l'Amministrazione ad avviare il relativo procedimento e che l'Amministrazione abbia l'obbligo di provvedere al riguardo, essendo l'eventuale inerzia dell'Amministrazione configurabile quale silenzio-inadempimento impugnabile di fronte al giudice amministrativo.Infatti, per la P.A. l'obbligo giuridico di provvedere, positivizzato in via generale dall'art. 2 della legge n. 241/1990, sussiste ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un'istanza, ovvero debba essere iniziato d'ufficio, derivandone che il silenzio-rifiuto è un istituto riconducibile a inadempienza dell'Amministrazione, in rapporto a un sussistente obbligo di provvedere che, in ogni caso, deve corrispondere ad una situazione soggettiva protetta, qualificata come tale dall'ordinamento (cfr.: Cons. St., Sez. IV, 22.6.2006 n. 3883; Id, 4.9.1985 n. 333 e 6.2.1995 n. 51; Sez. V 6.6.1996 n. 681 e 15.9.1997 n. 980; Sez. VI, 11.11.2008). Peraltro, la giurisprudenza ha chiarito che tale obbligo è rinvenibile anche al di là di un'espressa disposizione normativa che tipizzi il potere del privato di presentare un'istanza e, dunque, anche in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento ovvero tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (ex plurimis: Cons. St., sez VI, 14.10.1992 n. 762).Nel caso di specie il ricorrente è titolare di una situazione soggettiva protetta e, anche a fronte del notevole lasso di tempo intercorso, ha senz'altro una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni dell'Amministrazione riguardanti la sua proprietà.Deve quindi riformarsi la sentenza gravata, accogliendo il ricorso avverso il silenzio e riconoscendo l'obbligo per l'Amministrazione di concludere il procedimento determinando, entro 60 giorni dal deposito della presente sentenza, se intenda procedere o meno all'acquisizione del bene ex art. 42 bis cit..Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 15.9.2014

 
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lunedì 4 agosto 2014 21:54

Revoca del permesso di soggiorno: se una pluralità di elementi sussistano in favore della tutela dei vincoli familiari esistenti nel territorio italiano e una durevole permanenza nel contesto familiare e sociale, va motivatamente ponderata l’incidenza di tali circostanze sulla pericolosità desumibile dalle precedenti condanne penali, per quanto gravi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 1.8.2014

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Dopo le modifiche introdotte dall'articolo 1 del D.Lgs. 8 gennaio 2007, n. 3, in attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, l’art. 9, comma 4, del T.U. Immigrazione, di cui al D.Lvo 25 luglio 1998, n. 286, non consente alcun automatismo nel diniego ( e nella revoca ) del “permesso per soggiornanti di lungo periodo” ( c.d. carta di soggiorno), in conseguenza delle condanne penali riportate dallo straniero, rientranti nelle ipotesi contemplate dall’art. 380 c.p.c. e 381 c.p.c., limitatamente ai delitti non colposi, e anche in materia di stupefacenti. La norma, facendo eccezione rispetto alle previsioni di cui all’art. 4, comma 3, dello stesso T.U., anche nel testo vigente all’epoca del diniego impugnato, relative alle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno (che considerano ostativa automaticamente la condanna per reati inerenti gli stupefacenti) espressamente dispone che, nel formulare il giudizio di pericolosità sociale nei confronti del soggetto che è titolare di carta di soggiorno a tempo indeterminato, l’Amministrazione tenga conto non solo delle condanne riportate dallo straniero, ma di un complesso di elementi, quali la durata del soggiorno nel territorio nazionale e l'inserimento sociale, familiare e lavorativo. Nella fattispecie, risulta dal provvedimento impugnato che l’Amministrazione ha tenuto conto unicamente della condanna riportata dal ricorrente (con sentenza n. 1021/2007 del 25.6.2007 del Tribunale di Udine ad anni cinque e mesi quattro di reclusione ed euro 18.000 di multa) e del successivo arresto in data 14.11.2008, per il medesimo reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La sentenza appellata non sembra attribuire rilievo alla mancata valutazione degli elementi indicati dall’art. 9, comma 4, T.U. 286/98, ovvero alla durata del soggiorno nel territorio nazionale e all'inserimento sociale, familiare e lavorativo dello straniero, ritenendo, pertanto, legittimo il giudizio di pericolosità dedotto unicamente dalla tipologia dei reati commessi e dalla condotta di vita del ricorrente, che lo farebbero rientrare tra le categorie di persone di cui all’art. 1 della l. 1423/56, venendo con ciò meno “i requisiti per l’ingresso ed il soggiorno nel territorio dello Stato ai sensi dell’art. 4, comma 2, del D.L.vo 286/98”. Come più volte affermato da questo Consiglio, è illegittima la revoca del permesso per soggiornanti di lungo periodo precedentemente rilasciato, che faccia riferimento al solo fatto che lo straniero è stato condannato in via definitiva alla pena detentiva, senza un autonomo (seppure sinteticamente motivato) giudizio di pericolosità sociale, limitandosi, al contrario, all'affermazione di un vincolante automatismo tra la sentenza di condanna penale riportata e la revoca del permesso (Consiglio di Stato, Sez. VI, 20/02/2007, n. 906 e Sez. III, 25/05/2012, n. 3095 in fattispecie relative a condanna per stupefacenti; Sez. III, 13/09/2013, n. 4539, in fattispecie riguardante condanna per rapina; sez. III, 29/04/2014, n.2205, in fattispecie di condanna per stupefacenti e immigrazione clandestina). Vero è che lo straniero che, anche a prescindere da condanne penali, appartenga a taluna delle categorie di cui all'art. 1 l. n. 1423/1956 (pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità, suscettibili di misure di prevenzione) potrebbe essere espulso dal luogo di abituale dimora ed, anzi, il tenore letterale della norma depone nel senso di una causa tipica di espulsione vincolata. Tuttavia, il confronto con l'art. 9 d.lg n. 286/1998, che non contempla il reato di cessione illecita di sostanze stupefacenti tra quelli ostativi al rilascio della carta di soggiorno e prevede le misure di prevenzione ex art. 1 l. n. 1423/1956 come possibile causa di espulsione discrezionale dello straniero titolare di carta di soggiorno, induce a ritenere che lo straniero, quand’anche raggiunto dall'avviso di cui all'art. 1 l. n. 1423/1956, possa essere espulso dal territorio nazionale soltanto in base ad un apprezzamento discrezionale, che tenga conto di tutti gli elementi rilevanti indicati dallo stesso art. 9, comma 4, possibili indici di una effettiva volontà di non integrazione sociale. Ove tale valutazione sia concludente in senso negativo, è evidente che lo straniero suscettibile di espulsione, a maggior ragione, non potrà ottenere il rilascio né il rinnovo della carta di soggiorno. Ma, viceversa, ove una pluralità di elementi sussistano in favore della tutela dei vincoli familiari esistenti nel territorio italiano e una durevole permanenza nel contesto familiare e sociale, va motivatamente ponderata l’incidenza di tali circostanze sulla pericolosità desumibile dalle precedenti condanne penali, per quanto gravi. E’ pur consapevole il Collegio che la tipologia dei reati e l'entità della condanna impongono di ritenere sussistente una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica anche in base ai parametri comunitari; secondo l'art. 96 par. 2 della Convenzione attuativa dell'Accordo di Schengen sussiste, infatti, una tale minaccia quando sia intervenuta una condanna a pena detentiva superiore a un anno oppure nel caso di reato connesso con la cessione diretta o indiretta di stupefacenti. E, per quanto riguarda il diritto interno, la Corte Costituzionale nella sentenza n. 148 del 16 maggio 2008 ha stabilito che l'opzione legislativa dell'automatismo espulsivo, applicata alle condanne (anche patteggiate) successive alla data di entrata in vigore della legge 30 luglio 2002 n. 189, non è manifestamente irragionevole, in quanto le ipotesi delittuose previste dal novellato art. 4 comma 3 del Dlgs. 286/1998 implicano spesso contatti profondi con le organizzazioni criminali. Tuttavia, la stessa sentenza della Corte Costituzionale n. 148/2008 ha ammesso il superamento di tale automatismo per ragioni umanitarie e solidaristiche in situazioni caratterizzate da elementi particolari, come nel caso dei soggiornanti di lungo periodo o del ricongiungimento familiare. Peraltro, proprio in tema di tutela della effettività dei vincoli familiari, va ricordato che di recente, con sentenza n.202 del 18.7.2013, la Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 5, comma 5, d.lg. 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui prevede che la valutazione discrezionale in esso stabilita si applichi solo allo straniero che "ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare" o al "familiare ricongiunto", e non anche allo straniero "che abbia legami familiari nel territorio dello Stato", con ciò riconoscendo che quando la disciplina dell'immigrazione sia suscettibile di incidere sui diritti fondamentali, che la Costituzione protegge egualmente nei confronti del cittadino e del non cittadino, quale l’effettività dei vincoli familiari, la tutela rafforzata, che permette di superare l'automatismo ostativo alla permanenza sul territorio nazionale del condannato, anche in via non definitiva, per alcuni reati, fra i quali quelli in materia di stupefacenti, va riconosciuta, oltre che nelle eccezioni già normativamente previste dall’art. 5, comma 5, e dall’art. 9, rispettivamente per coloro che hanno esercitato il diritto al ricongiungimento familiare e per coloro che richiedono un permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, anche nei confronti dei soggetti che non hanno presentato istanza di ricongiungimento, pur versando nelle condizioni sostanziali per ottenerlo. Se questo è il quadro normativo e giurisprudenziale, che delinea una tutela rafforzata nei confronti della “effettività” della famiglia, per il valore solidaristico, sociale ed educativo che ad essa si riconnette, occorre tenerne conto nell’esame della vicenda dell’appellante. Dunque, nel caso in esame, la situazione personale dello straniero, entrato in Italia per ricongiungersi alla famiglia oltre 10 anni prima del provvedimento impugnato e che qui ha soggiornato ininterrottamente insieme ai familiari, tutti titolari di carta di soggiorno, i quali lavorano (o studiano) stabilmente con inserimento nel tessuto sociale, richiede una valutazione ponderata da parte dell’amministrazione che valorizzi adeguatamente la lunga presenza in Italia, l’effettività dei vincoli familiari e la buona condotta mantenuta successivamente alla condanna, come rappresentata dall’appellante nella memoria del 7 marzo 2014, al fine di pervenire ad un giudizio di pericolosità sociale complessivo, che non tenga conto unicamente dei precedenti penali.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 1.8.2014

 
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Dopo le modifiche introdotte dall'articolo 1 del D.Lgs. 8 gennaio 2007, n. 3, in attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, l’art. 9, comma 4, del T.U. Immigrazione, di cui al D.Lvo 25 luglio 1998, n. 286, non consente alcu ... Continua a leggere

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sabato 15 marzo 2014 19:45

Truffe comunitarie: gli organismi nazionali devono assicurare il corretto utilizzo delle provvidenze erogate per conto della Comunità europea, procedendo, in caso di accertata violazione, alla revoca del contributo e al recupero delle somme

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.III

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La fattispecie giunta all'attenzione del Consiglio di Stato ha ad oggetto la decadenza e il recupero di circa 25.000,00 euro erogati, indebitamente, dalla Regione Marche, a titolo di contributo per il sostegno di zone svantaggiate in attuazione di specifico regolamento comunitario. Gli organismi nazionali sono tenuti ad assicurare il corretto utilizzo delle provvidenze erogate per conto della Comunità europea, procedendo, in caso di accertata violazione, alla revoca del contributo e al recupero delle somme (cfr. Cons. St. – VI n. 5765/2008; Corte di Giustizia U.E. C-613/11 del 21 marzo 2013). Ne deriva che la normativa e le disposizioni attuative, per le finalità perseguite volte anche a evitare le cd. truffe comunitarie, debbono, per intuibili motivi, essere interpretate e applicate nel modo più restrittivo e rigoroso, e prevedono forme di vigilanza e doverosi controlli a tutela dell’erario e degli altri concorrenti e, è bene ricordare, della assoluta regolarità dell’erogazione del contributo di origine comunitaria (cfr. III n. 3115/2013). Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.III

 
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lunedì 10 febbraio 2014 21:29

Maro' giudicati con legge antipirateria, Italia pronta a reagire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 10.2.2014

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Il capo d’imputazione presentato oggi in India dall’Attorney General, che prevede di giudicare il caso dei due fucilieri di marina italiani sulla base della legge antipirateria (SUA) è assolutamente sproporzionato e incomprensibile: assimila l’incidente a un atto di terrorismo. L’Italia non è un Paese terrorista. Qualora fosse convalidata dalla Corte Suprema, questa tesi sarebbe assolutamente inaccettabile. Si tratterebbe di una decisione lesiva della dignità dell'Italia quale Stato sovrano, di cui i due Fucilieri della Marina sono organi impegnati nel contrasto alla pirateria conformemente alla legislazione italiana, al diritto internazionale e alle decisioni rilevanti del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Si tratterebbe di un esito di estrema gravità, sconcertante e contradditorio. Esso comporterebbe conseguenze negative nelle relazioni con l’Italia e con l’Unione Europea, con ripercussioni altrettanto negative anche sulla lotta globale contro la pirateria. Il Governo italiano chiede che la Corte Suprema, nella propria seduta del 18 febbraio prossimo, decida di portare il caso nella sua corretta dimensione, in ottemperanza con la sentenza del 18 gennaio 2013 della stessa Corte che ha escluso la SUA tra le normative di riferimento ammesse per questo giudizio. Alla luce della decisione della Corte Suprema, il Governo si riserva di assumere ogni iniziativa. Dopo due anni senza un capo d’accusa, non intendiamo recedere dal nostro obiettivo di riportare quanto prima a casa Salvatore Girone e Massimiliano Latorre e di vedere riconosciuti la loro dignità ed i loro diritti.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 10.2.2014

 
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Il capo d’imputazione presentato oggi in India dall’Attorney General, che prevede di giudicare il caso dei due fucilieri di marina italiani sulla base della legge antipirateria (SUA) è assolutamente sproporzionato e incomprensibile: assimila l’incidente a un atto di terrorismo. L’Italia non è un Pa ... Continua a leggere

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martedì 21 gennaio 2014 09:48

Elezioni del Parlamento europeo: si vota tra giovedì 22 e domenica 25 maggio 2014

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dell'Interno in G.U. n. 14 del 18.1.2014

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E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 14 del 18.1.2014 il comunicato del Ministero dell'Interno con il quale si rende noto che il Consiglio dell'Unione Europea ha preso atto che le prossime elezioni del Parlamento Europeo si terranno nei vari Paesi dell'Unione nel periodo compreso tra giovedì 22 e domenica 25 maggio 2014. Per scaricare il comunicato cliccare su "Accedi al Provvedimento"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dell'Interno in G.U. n. 14 del 18.1.2014

 
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E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 14 del 18.1.2014 il comunicato del Ministero dell'Interno con il quale si rende noto che il Consiglio dell'Unione Europea ha preso atto che le prossime elezioni del Parlamento Europeo si terranno nei vari Paesi dell'Unione nel periodo compreso tra gio ... Continua a leggere

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